Categoria: la favola del giorno

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 6

Arrivarono in un’estesa prateria, tutta smaltata da mille fiori diversi; un fiume profondo la circondava e parecchi ruscelli di sorgente scorrevano dolcemente sotto alberi fronzuti, ove si respirava una perpetua frescura; si vedeva lontano elevarsi un sontuoso palazzo, le cui mura erano di trasparente smeraldo. Non appena i cigni che conducevano la Fata si furono calati sotto un porticato, il cui pavimento era di diamanti e la volta di rubini, sbucarono fuori da tutte le parti mille belle fanciulle che vennero a riceverla con grandi acclamazioni di gioia; esse cantavano le seguenti parole:

Quando Amore su un’anima vuole aver la vittoria,

Ogni sforzo a resistergli non può nulla ottenere;

Non si fa che aumentare la sua gloria,

E i più forti per primi cedono al suo potere.

La Fata del Deserto andava in brodo di giuggiole nel sentir cantare il suo amore; ella condusse il Re nel più sontuoso appartamento che mai si sia visto in memoria di fata, e lo lasciò per qualche istante affinché non si credesse del tutto prigioniero; lui sospettò che non fosse andata troppo lontana e che, celata in qualche nascondiglio, ella spiasse quel che lui faceva; questo lo costrinse ad avvicinarsi a una specchiera, e rivolgendosi a se stesso: – Fedele consigliere, – gli disse, – permetti ch’io veda quel che posso fare per rendermi gradito all’incantevole Fata del Deserto; giacché il desiderio di piacerle non mi dà più requie -. E qui si pettinò, s’incipriò, si mise perfino un finto nèo e vedendo su un tavolo un vestito più splendido del suo, lo indossò in tutta fretta.

Allora la Fata irruppe nella stanza, pazza di gioia, al punto che non riusciva a dominarsi.

  • Vi son grata, – gli disse, – di tutta la pena che vi date per piacermi, ma ne avete trovato il segreto anche senza cercarlo; dunque vedete signore, se la cosa vi sarà difficile non appena voi la vorrete!

Il Re, che aveva le sue buone ragioni per fare un mucchio di smancerie alla vecchia fata, non si risparmiò, e ottenne a poco a poco la libertà di poter passeggiare lungo la riva del mare. La Fata aveva reso quel mare, con l’arte sua, così terribile e tempestoso che non v’era un nocchiero abbastanza coraggioso per osare affrontarlo; e quindi lei non aveva nulla da temere dall’accondiscendenza avuta verso il suo prigioniero; egli provò un certo sollievo alle sue pene nel poter liberamente correre dietro ai propri pensieri senz’essere sempre disturbato dalla sua malvagia carceriera.

Dopo aver camminato abbastanza a lungo sulla spiaggia, si chinò e con un bastoncello che aveva in mano scrisse sulla sabbia i versi seguenti:

Finalmente son libero

Di sfogare il mio affanno in lungo pianto.

Ahi, più non vedo la beltà adorabile

Di colei che mi tiene nel suo incanto.

Tu tempestoso mar, mare terribile

Che questa spiaggia rendi inaccessibile

Agli esseri viventi,

Tu sospinto dai venti

Or fino al cielo ed ora fino agli inferi,

Il mio cuore è a te simile:

Non men di te agitato,

Anzi vieppiù turbato.

O Tuttabella, o barbaro destino!

O ciel, la cui sentenza

M’ha condannato a sì crudele assenza,

Non risparmiarmi un colpo repentino!

Divinità dell’onde,

Voi che sapete il potere d’amore

Uscite fuor dalle grotte profonde,

Soccorrete al mio misero dolore!

Mentre scriveva, udì una voce che, suo malgrado, destò tutta la sua attenzione, e nel vedere le onde farsi sempre più grandi, egli guardava da tutte le parti, quando vide emergere una donna di straordinaria bellezza; ella non era vestita che dei suoi lunghi capelli e questi, dolcemente agitati dal vento, fluttuavano sulle onde. In una delle mani teneva un pettine, nell’altro uno specchio e una lunga coda di pesce piena di pinne terminava il suo corpo. Dinanzi a una così straordinaria visione il Re rimase senza fiato ed ella, non appena fu abbastanza vicina per farsi udire, così gli parlò:

  • Ben conosco tutta la tristezza che vi tormenta per la lontananza della vostra Principessa, e per colpa della strana passione che la Fata del Deserto ha concepita per voi; se volete, posso trarvi in salvo da questo luogo fatale ove altrimenti potrete anche languire per più di trent’anni!

Il Re, a tale proposta, non sapeva cosa rispondere; non che gli mancasse la voglia d’uscire dalla sua prigionia, ma aveva paura che la Fata del Deserto avesse preso questo nuovo sembiante per trarlo in inganno. Mentre egli esitava, la Sirena, che aveva indovinato i suoi pensieri, gli disse:

  • Non crediate ch’io vi tenda un tranello, sono troppo sincera per voler favorire i vostri nemici: tutti i soprusi della Fata del Deserto e del suo Nano Giallo m’hanno esacerbata contro di loro; io vedo ogni giorno la vostra infelice Principessa: la sua bellezza e i suoi meriti mi muovono a compassione e, ve lo ripeto, se avete un poco di fiducia in me, sono disposta a salvarvi.
  • La mia fiducia in voi è così totale, – esclamò il Re, – che farò tutto ciò che mi direte; ma, poiché avete visto la mia Principessa, non tardate a darmi sue notizie.
  • Non perdiamo troppo tempo in chiacchiere, – disse lei; – venite subito con me, vi condurrò al castello d’acciaio, e lascerò su questa spiaggia un fantoccio così simile a voi che la stessa Fata sarà tratta in inganno.

E ammassando alcune alghe ne fece un fantoccio, poi, soffiandovi sopra per tre volte:

  • Alghe marine, amiche care, – disse, – vi ordino di starvene distese sulla sabbia, senza muovervi di qui, sino a quando la Fata del Deserto non venga a prendervi.

Le alghe si ricoprirono di pelle e presero un aspetto così simile a quello del Re delle Miniere d’Oro, ch’egli non riusciva a credere ai suoi occhi; si rivestirono di un abito uguale al suo e presero una cera pallida e disfatta, come quella d’un annegato; nel frattempo la buona sirena invitò il Principe a sedersi sulla sua coda di pesce e ambedue presero il largo con eguale soddisfazione. Continua lunedì.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 5

Il Re immobile, sbalordito, e al colmo della disperazione, era lì, costretto ad assistere a un così straordinario avvenimento senza poter far nulla per impedirlo, allorquando, per colmo di sventura, gli sembrò che si suoi occhi si velassero, non vide più la luce, e al tempo stesso si sentì sollevare nello spazio celeste da un essere misterioso dalla forza prodigiosa… Quante sciagure! Amore, o crudele Amore, è questo il modo di trattare quelli che ti riconoscono per loro vincitore?

La perfida Fata del Deserto era venuta insieme al Nano Giallo a prestargli man forte per rapire la Principessa, ma non aveva ancora posata gli occhi sul bel Re delle Miniere d’Oro, che il suo barbaro cuore non aveva potuto resistere al fascino del giovane principe: senza pensarvi due volte lo rapì e lo portò in fondo a un’orribile spelonca ove lo legò con molte catene ch’erano attaccate alla roccia; ella sperava che la paura d’una morte imminente gli avrebbe fatto presto dimenticare Tuttabella e lo avrebbe spinto ad assecondare i suoi desideri.

Arrivati alla spelonca, la Fata gli rese la vista, senza però rendergli la libertà, e valendosi delle sue arti magiche per ottenere i vezzi e le bellezze che la natura le aveva negati, ella gli apparve sotto il leggiadro sembiante di una ninfa capitata per caso in quei luoghi.

  • Cosa vedono i miei occhi? – ella esclamò. – Come, siete voi, amabile Principe; quale sciagura vi colpisce e vi trattiene in così triste luogo?

Il Re, ingannato da quelle mendaci apparenze le rispose:

  • Ahimè, mia bella ninfa, io non so a che cosa mira la furia infernale che m’ha condotto qui; ma, quantunque ella m’abbia tolto l’uso della vista, quando mi ha rapito, e che da allora non mi si sia mostrata, non ho esitato tuttavia a riconoscere dalla sua voce che si tratta della Fata del Deserto.
  • Ah, signore! – esclamò la falsa ninfa, – se siete caduto fra le mani di quella donna, voi non ne uscirete senza prima averla sposata; ella ha giocato un tiro simile a più d’un eroe, e non esiste al mondo una persona più cocciuta nelle proprie idee.

Intanto ch’ella fingeva di prender viva parte al dolore del Principe, egli scorse i piedi della ninfa, che erano simili a quelli di un grifone: era questo il segno da cui la Fata si poteva riconoscere in tutte le sue varie metamorfosi; giacché, per quanto concerneva i piedi di grifone, lei non era in grado di cambiarli.

Il Re fece finta di nulla, e parlandone in tono confidenziale:

  • Io non ho nulla contro la Fata del Deserto, – disse, – ma non sopporto ch’ella protegga il Nano Giallo contro di me e mi tenga incatenato come un criminale. Cosa le ho fatto? Ho amato un’incantevole principessa, ma so benissimo che se la Fata mi restituisce la libertà, la riconoscenza non tarderà a far sì che io dia a lei il mio amore.
  • Dite sul serio? – gli chiese la ninfa presa al laccio.
  • Certamente, – rispose il Re, – sono incapace di fingere; anzi, vi confesso che una fata può lusingare maggiormente la mia vanità che non una semplice principessa; però, anche se dovessi morire d’amore per lei farei vista d’odiarla sino a quando non m’avesse ridato la libertà.

La Fata del Deserto, ingannata da queste parole, prese la decisione di portare il Re in un luogo altrettanto ameno quanto era tetra quella spelonca e quindi, invitandolo a salire nel suo cocchio, al quale aveva attaccato dei cigni al posto dei pipistrelli che abitualmente lo conducevano, ella si trasportò all’altro polo.

Ma cosa fu del Principe allorché, attraversando il vasto spazio celeste, egli scorse la sua cara Principessa prigioniera in un castello tutto d’acciaio le cui mura, colpite dai raggi del sole, divenivano altrettanti specchi accecanti i quali incenerivano tutti coloro che volevano accostarvisi? Ella si trovava entro la sua cerchia, in un boschetto, distesa accanto a una fonte: aveva un braccio ripiegato sotto il capo e con l’altra mano sembrava asciugarsi le lagrime; alzando gli occhi al cielo come per chiedere soccorso, vide passare il Re insieme alla Fata del Deserto la quale allora, grazie alle sue arti magiche, apparve agli occhi della Principessa come la più meravigliosa fanciulla del mondo.

  • Misera me! – ella esclamò, – non son forse abbastanza infelice in quest’inaccessibile castello, ove l’orribile Nano Giallo mi tiene prigioniera? E adesso, per colmo di disgrazia, occorre che anche il demone della gelosia mi venga a tormentare? Occorre che, grazie a una così straordinaria avventura, io venga a sapere che il Re delle Miniere d’Oro mi è infedele? Di certo egli ha creduto, non vedendomi più, d’essere liberato da tutti i giuramenti che mi ha fatti. Chi mai sarà quella temibile rivale la cui bellezza è superiore alla mia?

Nel mentre ch’ella ragionava così, il Re innamorato provava un dolore mortale per doversi allontanare così in fretta dal caro oggetto dei suoi desideri. S’egli avesse creduto la Fata meno potente, avrebbe fatto tutto il possibile per allontanarsi da lei, vuoi cercando di ucciderla, vuoi in qualche altro modo suggeritogli dal suo amore e dal suo coraggio: ma che poteva fare contro una creatura così potente? Soltanto il tempo e l’astuzia potevano farlo sfuggire alle sue mani.

La Fata aveva scorto Tuttabella e cercava negli occhi del Re di penetrare l’effetto che quella vista aveva prodotto sul cuore di lui.

  • Nessuno meglio di me, – egli le disse, – può dirvi quel che volete sapere: l’incontro imprevisto con un’infelice principessa per la quale un tempo ho provato un certo attaccamento, prima d’innamorarmi di voi, m’ha un poco scosso; ma nel mio cuore voi siete talmente al di sopra di lei che preferirei morire piuttosto che esservi infedele.
  • Ah, Principe, – disse lei, – potrò mai illudermi di avervi ispirato sentimenti così lusinghieri per me?
  • Il tempo ve ne convincerà, signora, – lui rispose; ma se volete darmi la prova che io sono entrato nelle vostre grazie non rifiutatemi il vostro aiuto per soccorrere Tuttabella.
  • Vi rendete conto di quel che mi chiedete? – gli disse la Fata aggrottando le sopracciglia e guardandolo per storto. – Se non mi sbaglio, voi volete che adoperi la mia scienza contro il Nano Giallo che è il mio miglior amico; dovrei togliere dalle sue mani un’orgogliosa principessa ch’io non posso considerare altrimenti che come una rivale?

Il Re sospirò e non rispose nulla; che avrebbe potuto rispondere a una persona così perspicace? Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 4

Finalmente, il giorno tanto atteso e tanto desiderato arrivò: ogni cosa era pronta per le nozze di Tuttobella; pifferi e trombe annunciavano il grande avvenimento per tutta la città; le strade erano ricoperte da un tappeto di fiori; il popolo accorse sul grande piazzale dinanzi al palazzo; la Regina, felice, non aveva fatto neppure in tempo a coricarsi, che già si era alzata per impartire gli ordini necessari e scegliere i gioielli destinati ad adornare la Principessa: ella non portava che diamanti, ma ne aveva dalla testa ai piedi, perfino le sue scarpe ne erano tempestate e sul suo vestito di broccato d’argento erano ricamati una dozzina di raggi di sole che non costavano poco davvero! Era proprio il caso di dire che non vi era nulla di più brillante, e che soltanto la bellezza della giovane Principessa poteva dirsi ancora più splendente! Un ricco diadema le ornava il capo; le chiome le scendevano in belle onde fino ai piedi, e la maestà della sua persona spiccava fra tutte le dame che la scortavano. Il Re delle Miniere d’Oro non era meno elegante né sfarzoso: la gioia traspariva dal suo volto e da tutti i suoi gesti; nessuno che lo avvicinasse, si allontanava da lui senza aver ricevuto una grazia o senza un qualche ricordo della sua liberalità: difatti, egli aveva fatto sistemare attorno alla sala dei festeggiamenti mille barili pieni d’oro, e grandi sacchi di velluto ricamato di perle, destinati ad essere riempiti di zecchini sonanti; ognuno di essi poteva contenerne centomila, e lì si dava senza distinzione a tutti quelli che tendevano la mano, e così questa piccola cerimonia, che non era una delle meno utili e piacevoli della festa, vi attirò molte persone assai poco sensibili ad ogni altro divertimento.

La Regina e la Principessa, prima di raggiungere il Re ed uscire con lui, stavano attraversando una lunga galleria, quando videro entrare due grossi galli d’India, i quali si tiravano dietro una brutta scatola sconquassata; li seguiva una vecchia, la cui decrepitezza non era meno sorprendente della sua bruttezza estrema: ella si appoggiava a una stampella, portava un collare arricciato di seta nera, un cappuccio di velluto rosso, un guardinfante a brandelli; senza dire una parola fece tre giri coi suoi galli d’India, poi, fermandosi nel bel mezzo della galleria e brandendo la stampella con aria minacciosa:

  • Ehi voi, Regina, e voi, Principessa, – esclamò, – a quanto pare, credete di poter impunemente venir meno alla parola data al Nano Giallo, mio ottimo amico? Io son la Fata del Deserto; senza di lui, senza il suo melarancio, non sapete forse che i miei terribili leoni vi avrebbero sbranate? Nel regno delle fate tali offese non si sopportano: decidete subito quel che dovete fare, giacché, lo giuro per il mio cuffione, voi lo sposerete oppure la mia stampella vi darà il fatto suo!
  • Ah, Principessa, – disse la Regina esterrefatta, – cosa sento? Che mai avete promesso?
  • Ah, madre mia, – rispose piangendo Tuttabella, – e voi, allora, che avete promesso?

Il Re delle Miniere d’Oro, indignato per quel che vedeva e per il fatto che la perfida vecchia venisse a ostacolare la sua felicità, si avvicinò a lei con la spada sguainata e, puntandogliela sulla gola:

  • Disgraziata, – le disse, – allontanati per sempre da questi luoghi, oppure la tua morte mi vendicherà della tua perfidia!

Non aveva ancora detto queste parole che il coperchio della scatola si sollevò con un orribile fracasso e schizzò fino al soffitto: ne saltò fuori il Nano Giallo, a cavallo di un gatto spagnolo, il quale venne a mettersi fra la Fata del Deserto e il Re delle Miniere d’Oro.

  • Giovane temerario, – gli disse, – che non ti venga in mente di oltraggiare quest’illustrissima fata; è soltanto con me che tu hai a che fare: sono io il tuo rivale, il tuo nemico; l’infedele Principessa che adesso si vuol dare a te, diede a me la sua parola, e ricevette la mia; guarda un po’ s’ella non porta un anello fatto con uno dei miei capelli; prova a toglierglielo, e la cosa ti farà capire come il tuo potere sia di gran lunga inferiore al mio.
  • Miserabile mostro, – disse il Re, – come puoi avere la temerarietà di professarti adoratore della mia divina Principessa e di pretendere un così glorioso possesso? Ma non t’accorgi che sei un mostriciattolo, la cui odiosa figura fa venir male agli occhi, e che ti avrei già tolto la vita, se tu fossi degno di una morte così gloriosa?

Il Nano Giallo, offeso nel profondo dell’anima, appoggiò lo sperone nel ventre del gatto che si diede a miagolare in modo spaventoso, e saltando qua e là, faceva indietreggiare tutti, ad eccezione del prode Re, il quale si faceva sempre più accosto al Nano, allorché a un certo punto, questi brandì un largo coltellaccio di cui era armato, e sfidando il Re a duello, discese nel piazzale davanti al palazzo accompagnato da uno strano fragore.

Il Re, corrucciato, lo seguì a gran passi. Non appena furono uno di fronte all’altro e al cospetto di tutta la Corte affacciata ai balconi, il sole, all’improvviso, si fece rosso come se fosse stato coperto di sangue, e si offuscò a tal punto che a malapena ci si vedeva: tuoni e fulmini sembravano voler annunciare la fine del mondo; i due galli d’India apparvero a scortare il perfido Nano quali due giganti alti come montagne, e gettavano fuoco e fiamme dagli occhi e dalla bocca con tale abbondanza che li si sarebbero scambiati per una fornace ardente. Tutte queste cose non sarebbero bastate a intimorire il magnanimo cuore del nostro giovane monarca; negli sguardi e nei gesti egli si mostrava così intrepido da tranquillizzare tutti coloro che tremavano per la sua salvezza e da mettere forse in imbarazzo il Nano Giallo. Ma il suo coraggio non fu in grado di resistere alla prova, quando egli vide in quale stato era ridotta la sua cara Principessa: la Fata del Deserto, più tremenda di Tisifone, con la testa brulicante di serpenti, montata su un grifone alato e armata di una lancia, la colpì con tanta forza che la povera Principessa cadde fra le braccia della Regina, tutta bagnata del proprio sangue. La tenera madre, più crudelmente ferita di quanto non lo fosse stata sua figlia, cominciò a gridare e a straziarsi in indicibili lamenti.

Allora il senno e il coraggio abbandonarono il Re; egli lasciò il campo, e si precipitò a soccorrere la Principessa o a morire con lei; ma il Nano Giallo non gli lasciò il tempo di raggiungerla: in groppa al suo gatto spagnolo, balzò sul balcone ove lei si trovava, la strappò dalle mani della Regina e delle dame, indi, saltando sul tetto del palazzo, sparì con la sua preda. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 3

Al tempo stesso, la povere Principessa li udì arrivare con terribili ruggiti.

  • Che fine farò? – esclamò lei. – Misera me! i miei verdi anni sono destinati a finire così?

Il perfido nano la guardava e rideva sdegnosamente:

  • Avrete almeno la gloria di morire zitella! – le disse, – e di non offuscare le vostre doti preclare imparentandovi imparentandovi con un con un miserabile nano par mio.
  • Per carità, non abbiatevene a male, – gli disse la Principessa pregandolo a mani giunte: – preferirei sposare tutti i nani dell’universo piuttosto che morire in modo così spaventoso!
  • Guardatemi bene, Principessa, prima di darmi la vostra parola, – egli insisté, – giacché non pretendo passare per quello che non sono.
  • Ma vi ho guardato, vi ho guardato, – disse lei; i leoni si stanno avvicinando, mi tremano le gambe, salvatemi, salvatemi, o morirò dalla paura!

Difatti non aveva finito di dire queste parole che cadde svenuta; senza saper come, si ritrovò nel suo letto con indosso la più bella camicia da notte del mondo, i più bei nastri, e un anellino, fatto d’un unico capello rosso, e così stretto che le sarebbe stato più facile strapparsi la pelle che toglierselo dal dito.

Quando la Principessa si accorse di tutto questo e ricordò quello che era accaduto la notte, fu presa da una malinconia che stupì e preoccupò tutta la Corte; la Regina ne fu più allarmata di ogni altro; le domandava e ridomandava cosa avesse, ma lei s’intestava a nasconderle la propria avventura.

Alla fine tutti gli Stati del reame, impazienti di veder maritata la loro cara Principessa, si riunirono in consiglio e vennero quindi a trovare la Regina, per pregarla di sceglierle uno sposo il più presto possibile. Ella rispose che non domandava di meglio, ma sua figlia dimostrava a questo proposito una tale ripugnanza che consigliava loro di andare a parlarle e di rivolgerle una solenne ramanzina: non se lo fecero dire due volte. Tuttabella aveva abbassato un bel po’ la sua cresta dopo la brutta avventura col Nano Giallo; non vedeva ormai un miglior mezzo per cavarsi d’impaccio che quello di sposare un grande re, con il quale quel buffo mostriciattolo non sarebbe stato in grado di contendere una così gloriosa conquista. Le sue risposte furono dunque più favorevoli di quanto si sperava: ella diceva che si sarebbe stimata felice nel poter restare zitella tutta la vita, tuttavia poiché era necessario acconsentiva a maritarsi col Re delle Miniere d’Oro; questi era un sovrano potentissimo e molto avvenente il quale da alcuni anni l’amava con il massimo ardore e che, sino a quel giorno, non aveva avuto alcun motivo di sperare d’esser contraccambiato.

E’ facile immaginare quale fu la sua gioia nell’apprendere una così lieta notizia, e il furore di tutti i suoi rivali nel dover abbandonare per sempre una speranza che la passione alimentava! Ma Tuttabella non poteva sposare venti re; già aveva faticato un bel po’ a sceglierne uno, giacché la sua vanità non era davvero diminuita, e lei era ancora persuasa che nessuno al mondo poteva valere quanto lei.

Si fecero i preparativi per la più grande festa di tutta la terra: il Re delle Miniere d’Oro si fece venire somme di denaro così prodigiose che tutto il mare brulicava di navi destinate a portargliele; si mandò a cercare presso gli Stati più eleganti e raffinati, e specialmente in Francia, tutto quello che c’era di più raro, per poter adornare degnamente la Principessa; ella aveva bisogno meno d’un’altra di tutti quei ninnoli che mettono in valore la bellezza: la sua era così perfetta che non c’era da aggiungervi nulla; il Re delle Miniere d’Oro, sentendosi prossimo a coronare il suo sogno d’amore, non si staccava mai dall’incantevole Principessa.

Poiché aveva interesse a conoscerlo, ella incominciò a studiarlo con cura e gli scoprì tanti meriti, tanta intelligenza, sentimenti così vivi e al tempo stesso delicati, insomma, un’anima tanto bella in un corpo così perfetto, che cominciò a provare per lui qualcosa di simile a ciò ch’egli provava per lei.

Quali felici momenti per ambedue, allorquando, nel più bel giardino del mondo, essi potevano rivelarsi a loro piacimento tutta la reciproca tenerezza! Tali gioie erano spesso accompagnate dai piaceri della musica; il Re, sempre galante e innamorato, componeva versi o canzoni in onore della Principessa. Una fra queste le fu particolarmente gradita:

Questi boschi, vedendovi, si son di foglie ornati,

E questi prati splendono di graziosi colori,

Ai vostri piedi Zefiro fa sbocciar mille fiori,

Raddoppiano i gorgheggi gli uccelli innamorati:

In questi luoghi ameni

Tutto vi arride in sembianti sereni.

Alla Corte non si connetteva più della gioia. Solo i rivali del Re, disperati per il successo di lui, se ne erano tornati nei loro stati, affranti dal più vivo dolore: l’assistere alle nozze di Tuttabella era troppo per loro! Ma le dissero addio in modo così commovente ch’ella non poté fare a meno d’impietosirsi sulla loro sorte.

  • Ah, signora! – le disse il Re delle Miniere d’Oro; – che scherzi son questi? Voi accordate la vostra compassione a degli spasimanti che uno solo dei vostri sguardi ha già fin troppo ripagati delle loro pene!
  • Mi rincrescerebbe, – replicò Tuttabella, – che voi foste indifferente alla compassione che ho dimostrata a quei principi che mi perdono per sempre; le vostre parole sono una prova del vostro affetto e le considero tali, ma signore, la loro situazione, com’è diversa dalla vostra! Voi dovete esser contento di me, loro, al contrario, hanno così poco motivo d’inorgoglirsene che non è giusto spingiate più oltre la vostra gelosia!

Il Re delle Miniere d’Oro, mortificato per il modo garbato col quale la Principessa trattava una cosa che avrebbe potuto offenderla, si gettò ai piedi di lei, e baciandole le mani, le chiese mille volte perdono. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 2

La Regina lo guardò, e non fu meno terrorizzata da quell’orribile sgorbietto, di quanto già non lo fosse dai leoni; restò come trasognata e non rispondeva nulla.

  • Come? Esitate, signora? – lui gridò; – si vede proprio che vi preme poco la vita!

In quel momento, la Regina scorse i leoni in cima a una collina, che correvano verso di lei; avevano ciascuno due teste, otto piedi, quattro file di denti, la loro pelle era più dura della tartaruga e più rossa del marocchino. A tale vista, la povera Regina, più tremante della colomba quando vede il nibbio, gridò più forte che poté:

  • Illustrissimo signor Nano, Tuttabella è vostra!
  • Oh! – fece lui torcendo il naso, – Tuttabella è troppo bella, non so che farmene, tenetevela.
  • Vi prego, illustrissimo, – continuava la Regina fuori di sé, – non rifiutatela: è la più incantevole principessa dell’universo.
  • E va bene! – rispose lui, – l’accetto proprio per compassione, ma ricordatevi che me l’avete regalata!

In quell’attimo il melarancio sul quale si trovava si aprì, la Regina vi si precipitò dentro ad occhi chiusi, l’albero si richiuse e i leoni rimasero a bocca asciutta.

La Regina era così turbata da non accorgersi che nell’albero c’era una porticina; finalmente la vide e l’aprì: dava su un campo di cardi e d’ortiche. Esso era circondato da un fossatello fangoso, e un po’ più in giù si vedeva una casetta bassissima, ricoperta di paglia: ne uscì fuori il Nano Giallo con un aria tutta ringalluzzita: zoccoli ai piedi, una giacchetta gialla di fustagno, niente capelli, due grandissime orecchie e un’aria da canaglia che non vi dico.

  • Signora suocera, son felice, – disse alla Regina, – che vediate il piccolo castello ove la vostra Tuttabella verrà a vivere con me; ella potrà nutrire con queste ortiche e questi cardi un asinello che la porterà a passeggio; sotto questo rustico tetto, si proteggerà dai rigori delle stagioni; berrà l’acqua di questo stagno e mangerà i ranocchi che vi trovano un lauto nutrimento; e per finire, m’avrà giorno e notte accanto a sé, bello, prestante e gagliardo come mi vedete; giacché sarei molto contrariato se la sua ombra dovesse farle più compagnia di me.

La povera Regina, considerando tutt’a un tratto la vita miserabile che il Nano prometteva alla sua cara figliola, e non potendo sopportare una così terribile idea, si sentì mancare le forze e cadde a terra lunga distesa, priva di sensi e senza aver avuto il fiato per rispondergli una sola parola; ma intanto ch’ella era così svenuta, fu trasportata con ogni riguardo nel suo letto, con in capo una bellissima cuffietta da notte, guarnita dai più sgargianti fiocchi, che mai avesse portato in tutta la sua vita. Al suo risveglio, la Regina si ricordò di quel che le era accaduto, ma le parve tutt’un sogno giacché, vedendosi nel proprio palazzo, circondata dalle sue dame e con la figlia accanto, non sembrava verosimile ch’ella fosse stata nel deserto, vi avesse corso così grandi pericoli e ne fosse stata salvata dal nano a una così dura condizione come quella di dargli Tuttabella. Però quella cuffietta di un merletto così raro, e quel nastro, la stupivano non meno del sogno che credeva di aver fatto cosicché, tormentata da questi pensieri, ella piombò in una malinconia così nera che quasi non poteva più parlare, né mangiare, né dormire.

La principessa, che le voleva un gran bene, cominciò a preoccuparsene assai; la supplicò più volte di dirle cos’aveva: ma la Regina, adducendo pretesti, le rispondeva vuoi che era tutta colpa della sua malferma salute, vuoi che qualcuno dei suoi vicini stava minacciando di farle guerra. Tuttabella vedeva bene che queste risposte erano plausibili; pensava però che, in fondo in fondo, vi doveva essere qualche altra cosa, e la Regina si studiava di nascondergliela.

Spinta da una preoccupazione che non riusciva più a dominare, ella decise d’andare a trovare la famosa Fata del Deserto, il cui sapere faceva tanto chiasso dappertutto; desiderava pure chiederle consiglio per sapere se dovesse restare zitella oppure maritarsi, giacché da ogni parte la spingevano a scegliersi uno sposo. Ella ebbe cura d’impastare personalmente la famosa torta destinata a placare il furore dei leoni; poi, una sera, fingendo di andare a letto presto, uscì servendosi di una scaletta segreta, col viso coperto da un lungo velo bianco che le cadeva fino ai piedi; così, sola soletta s’incamminò verso la grotta dove abitava la sapiente fata.

Ma giungendo presso il fatale melarancio che già conosciamo, ella lo vide così pieno di frutta e di fiori che le venne una gran voglia di coglierne; posò in paniere per terra, colse alcuni aranci e li mangiò. Ma quando si trattò di ritrovare il paniere e la torta, apriti cielo, ogni cosa era sparita! Tuttabella cerca, si affanna, si addolora e tutt’a un tratto vede accanto a sé l’orribile nanerottolo di cui abbiamo già parlato.

  • Cos’avete, bella ragazza, perché piangete? – chiese lui.
  • Povera me! Come potrei non piangere? – ella rispose; ho perduto il paniere con la torta che mi erano indispensabili per arrivare sana e salva dalla Fata del Deserto.
  • Eh! Che ci volete fare, bella ragazza? – disse il mostriciattolo; – io sono suo parente, amico suo, e per lo meno altrettanto sapiente quanto lei!
  • La Regina mia madre, – continuò la Principessa, – da qualche tempo in qua è caduta in una tristezza così terribile che mi fa temere per la sua vita; ho in mente che, forse, ne sono io la causa, giacché lei desidera ch’io mi sposi; vi confesso di non aver trovato ancora nulla che sia degno di me; per tutti questi motivi volevo parlare alla Fata.
  • Non ne vale la pena, Principessa, disse il Nano, – sono più adatto di lei a informarvi su queste cose. La Regina vostra madre è molto triste per avervi promesso in matrimonio.
  • La Regina mi ha promesso! – disse lei interrompendolo. – Ah! certamente v’ingannate, me l’avrebbe detto, e la faccenda mi riguarda troppo perché lei mi prometta a qualcuno senza il mio consenso.
  • Bella Principessa, – le disse il Nano gettandosi improvvisamente alle sue ginocchia, – mi lusingo che tale scelta non vi dispiacerà quando vi avrò detto che sono io ad essere destinato a questa felicità.
  • Mia madre vi vuole per genero! – esclamò Tuttabella indietreggiando di qualche passo. – E’ mai esistita una follia simile alla vostra?
  • Tale onore, – disse il Nano pieno di rabbia, – m’interessa ben poco: ma ecco i leoni che si avvicinano per sbranarvi, con tre morsi mi avranno vendicato del vostro ingiusto disprezzo. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo

C’era una volta una regina; aveva avuto parecchi figlioli, ma le era rimasta soltanto una figlia, che però ne valeva più di mille; la madre, essendo vedova, e non avendo nient’altro al mondo di così caro come quella principessina, aveva sempre una tale paura di perderla, che non pensava neppure a correggerla dei suoi difetti. E così, questa meravigliosa creatura, che si vedeva di una bellezza più divina che mortale e si sapeva destinata a salire sul trono, divenne talmente superba e compresa delle proprie grazie che disprezzava tutti quanti.

La Regina madre, con le sue carezze e la sua indulgenza, contribuiva a convincerla che nulla al mondo poteva essere degno di lei; ella si aggirava quasi sempre vestita come Minerva o come Diana, seguita dalle più insigni dame della Corte in abiti da ninfe; alla fine, per dare un ultimo tocco alla sua vanità, la Regina decise di chiamarla Tuttabella e, dopo averla fatta ritrarre dai più valenti pittori, ella mandò la sua effigie a parecchi re con i quali era legata da una stretta amicizia. Al vedere quel ritratto, non vi fu alcuno che potesse sottrarsi all’inevitabile potere del suo fascino: alcuni si ammalarono, altri perdettero la ragione, e i più fortunati arrivarono sani e salvi al cospetto di lei, ma non appena ella si mostrò, i poveri principi divennero suoi umili schiavi.

Non si era mai veduta una Corte più elegante e raffinata. Venti re, a gara si studiavano d’ingraziarsi Tuttabella, e dopo aver speso anche tre o quattro milioni, soltanto per dare una festa in suo onore, potevano ritenersi anche troppo ricompensati s’ella si degnava dir loro “com’è bello tutto ciò!” e niente di più. L’adorazione che ella suscitava rendeva felice la Regina; non passava giorno che alla Corte non arrivassero sette o ottomila sonetti ed altrettante elegie, canzoni o madrigali, spedite a quella volta da tutti i poeti dell’universo. Tuttabella era l’unico oggetto della poesia e della prosa dei suoi tempi; nessun fuoco di gioia veniva acceso altrimenti che con questi versi, i quali crepitavano e briciavano meglio delle più asciutte qualità di legname.

La principessa aveva ormai quindici anni: nessuno osava pretendere l’onore di divenire suo sposo, e nessuno non avrebbe sperato di divenirlo. Ma come fare a commuovere un cuore di tal tempra? Anche se ci si fosse fatti impiccare cinque o sei volte al giorno, a lei sarebbe parsa una cosina da nulla. I suoi spasimanti cominciavano a mormorare contro la sua crudeltà, e la povera Regina, che voleva darle marito, non sapeva da che parte voltarsi per deciderla a questo passo.

  • Perché non volete, – le diceva talvolta, – abbassare un pochino quest’insopportabile boria che vi fa considerare con disprezzo tutti i re che si presentano alla nostra corte? Io voglio darvene uno come sposo; abbiate almeno un poco di riguardo verso di me!
  • Mi trovo bene così, – le rispondeva Tuttabella, – permettetemi, Maestà, ch’io rimanga in questa beata indifferenza; se l’avessi già perduta, son sicuro che la cosa non vi sarebbe andata a genio!
  • Si, – repicava la Regina, – non mi andrebbe a genio che voi amaste qualcuno inferiore a voi; ma guardatevi attorno e osservate coloro che chiedono la vostra mano: non ne esistono altri che possano lontanamente confrontarsi a loro!

Questo era vero; ma la Principessa, infatuata dei propri meriti, credeva di valer ancora di più e a poco a poco, con quel suo incaponimento nel voler restare zitella, cominciò a dare a sua madre tanti e tali crucci che costei si pentì – ma troppo tardi! – d’essere stata tanto indulgente.

Incerta sul da farsi e preoccupata, ella si recò sola soletta a trovare una celebre fata, chiamata la Fata del Deserto; ma non era facile raggiungerla, giacché ella era guardata da terribili leoni. La Regina non avrebbe neppure rischiata l’impresa, se da tempo non avesse saputo che bastava gettare loro dei pezzi di una torta fatta con farina di miglio, zucchero candito e uova di coccodrillo; impastò da se stessa questa torta e la mise in un paniere che si infilò al braccio, poi partì.

Non essendo abituata a camminare tanto a lungo, dopo qualche tempo ch’era in viaggio, ella si sentì stanca, e sdraiatasi ai piedi di un albero per riposarsi un poco, senza accorgersene si addormentò: al suo risveglio il paniere era vuoto, la torta non c’era più, e per colmo di disgrazia, i leoni, i quali avevano fiutato la sua presenza, stavano arrivando: già si sentivano i loro ruggiti!

  • Povera me, che fine farò! – esclamò gemendo; – sarò certamente divorata viva! – Piangeva come una fontana, e non avendo la forza di muovere un passo per fuggire, si stringeva all’albero sotto il quale si era addormentata; a questo punto, le sembrò di sentire fare: “Chut, chut! Hem, hem!” Guarda di qua, guarda di là, e finalmente, alzando gli occhi, scorge in cima all’albero un omettino non più alto d’un palmo: stava mangiando delle arance e le disse:
  • Ohè, signora regina! Io vi conosco bene e so che tremate per la paura che i leoni vi mangino: come se non bastasse, siete pure rimasta senza torta!
  • Devo rassegnarmi a morire sbranata, – disse la Regina sospirando; – povera me! morirei almeno più tranquilla se mia figlia avesse già preso marito!
  • Davvero? Avete una figlia? – esclamò il Nano Giallo (lo chiamavano così per via del colore della sua pelle e del melarancio entro il quale abitava); – me ne rallegro moltissimo, giacché per l’appunto sto cercando moglie per terra e per mare; decidete voi: se me la promettete, io vi garantisco dai leoni, dalle tigri, e anche dagli orsi! Continua domani

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 11

L’avventura più bella – 2

gli altri erano ciechi o avevano le gambe ciondolanti e strisciavano sulle mani, oppure avevano le braccia rattrappite, e le mani senza dita. Era proprio la miseria in carne e ossa. – Eccellenza, miserabili! – sospiravano allungando le membra malandate. L’ostessa venne in persona incontro agli ospiti, a piedi scalzi, con i capelli in disordine e una camicia sporca sulla pelle nuda. Le porte erano legate con delle cordicelle, il pavimento della stanza era di mattoni, ma tutto rotto, dei pipistrelli volavano rasente al soffitto, e c’era un puzzo…

  • Allora è meglio apparecchiare nella stalla, – disse uno dei viaggiatori, – laggiù si sa almeno che aria si respira!

Furono spalancate le finestre perché potesse entrare un po’ di aria fresca, ma prima ancora di questa entrarono le braccia rattrappite, e l’eterna lamentela: Miserabili, eccellenza! Le pareti erano piene d’iscrizioni, metà delle quali contro la bella Italia.

Fu portato da mangiare: era una minestra d’acqua, condita con pepe e olio rancido, e anche l’insalata era stata condita con lo stesso olio: delle uova andate a male e delle creste di gallo fritte erano i pezzi forti del pranzo, persino il vino aveva un cattivo sapore, era un vero intruglio.

La notte le valige furono accatastate contro la porta, e uno dei viaggiatori dovette far la guardia mentre gli altri dormivano: toccò allo studente di teologia: che aria irrespirabile lì dentro! Il caldo soffocava, le mosche ronzavano e pungevano, e fuori i miserabili piagnucolavano nel sonno.

  • Oh, sì, – sospirò lo studente, – viaggiare è bello, ma bisognerebbe non avere il corpo, e che l’anima volasse via mentre questo riposa. Dovunque io vada, c’è una miseria che fa male al cuore; vorrei avere qualcosa di meglio di quello che può dare il momento, qualcosa di più bello, la cosa più bella di tutte. Ma dove si trova? Cos’è? In fondo, so bene quello che voglio: vorrei raggiungere una mèta felice, il massimo della felicità!

Appena pronunciate queste parole, si ritrovò a casa: le lunghe tendine bianche pendevano dalla finestra, e in mezzo alla stanza era posata una bara nera, dove egli dormiva un tranquillo sonno di morte: il suo desiderio era stato esaudito: il corpo riposava, mentre lo spirito era lontano, in viaggio.

“Non dichiarar nessuno felice prima che scenda nella tomba”. Le parole di Solone trovano qui una loro conferma.

Ogni cadavere è una sfinge dell’eternità; anche questa sfinge nel suo sarcofago nero non rispondeva a quel che si era domandato due giorni prima da vivo:

Morte possente, il tuo silenzio incombe

sul mondo, dove l’orma dei tuoi passi

non è segnata che da tombe e tombe.

Unita resterà la terra al cielo?

Quale sarà dell’anima la sorte?

Risorger, come l’erba dopo il gelo,

nel lugubre giardino della morte?

Non vede, il mondo, la pena maggiore;

a te che fosti solo nella vita,

non parrà troppo greve, sopra il cuore,

il peso della terra, or che è finita.

Due figure si muovevano nella stanza, e noi le conosciamo: una era la fata del dolore e l’altra la messaggera della felicità. Entrambe si chinarono sul morto.

  • Vedi, – disse la fata del dolore, – che felicità hanno portato agli uomini le tue soprascarpe?
  • A quello che dorme qui, almeno, esse hanno procurato un bene duraturo!
  • No, – ribatté la prima, – se ne è andato spontaneamente, non è stato chiamato, e le forze spirituali che aveva in terra non sono state bastevoli a ottenergli, lassù, i tesori che gli erano destinati!

Così dicendo gli tolse le soprascarpe dai piedi: subito il sonno della morte finì, e il resuscitato si sollevò dalla bara. La fata del dolore scomparve, ma scomparvero anche le soprascarpe: essa certo aveva pensato che fossero di sua proprietà.

Hans Christian Andersen – Fiabe