Categoria: l’angolo della poesia

L’angolo della Poesia

Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce

un andaluso così puro, così ricco d’avventura.

Canto la sua eleganza con parole che gemono,

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federico Garcia Lorca

Ignazio Sanchez Mejias era un famoso torero amico del poeta, morto nell’arena nel 1934. Del lungo componimento ho riportato solo la IV e ultima parte.

L’angolo della Poesia

Canto di Simeone

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi

e il sole d’inverno rade i colli nevicati;

l’ostinata stagione si diffonde…

La mia vita leggera attende il vento di morte

come piuma sul dorso della mano.

La polvere nel sole e il ricordo negli angoli

attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.

Accordaci la pace.

Molti anni camminai tra queste mura,

serbai fede e digiuno, provvedetti

ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.

Nessuno fu respinto alla mia porta.

Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli

quando arriverà il giorno del dolore?

Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi

fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.

Prima che il tempo sia di corde verghe e lamenti

dacci la pace tua.

Prima che sia la sosta nei monti desolati,

prima che giunga l’ora di un materno dolore,

in quest’età di nascita di morte

possa il Figliulo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato

dar la consolazione d’Israele

a un uomo che ha ottant’anni e non ha domani.

Secondo la promessa.

Soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,

tra gloria e scherno, luce sopra luce,

e la scala dei santi ascenderà.

Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera –

né la visione estrema.

Concedimi la pace.

(Ed una spada passerà il tuo cuore,

anche il tuo cuore).

Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.

Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.

Fa’ che il tuo servo partendo

veda la tua salvezza.

Thomas Stearns Eliot

(da T. S. Eliot, Mercoledì delle ceneri traduzione di Eugenio Montale)

L’angolo della poesia

La Russia sovietica

Che paese!

Nei versi fu follia

dirsi amico del popolo che è mio:

qui ormai non serve più la poesia

e forse più non servo nemmen io

Olà,

o mio paese, addio!

Son contento di quello che t’ho dato:

che nessuno mi canti, ma sol io

cantavo quando tu eri malato.

E tutto quanto

accetto sì com’è.

Andrò per un via non calpestata,

darò al maggio e all’ottobre tutto me,

ma non darò la mia lira adorata.

A nessun uomo non la voglio dare,

né alla madre o all’amico, né alla donna.

I suoi canti a me solo sapeva confidare,

a me solo cantava con voce di zampogna.

O giovani fiorite! Siate sempre più sani!

La vostra vita è un’altra, son altri i vostri canti.

Io solo me n’andrò su tramiti lontani

e il mio cuore ribelle non avrà più rimpianti.

Ma pure allora,

quando in tutta la terra

non ci sarà più guerra

e sparirà il dolore,

tutto questo mio cuore

canterà sempre sempre

il sesto continente

dal breve nome: Rus!

Sergej Esenin

(in Il fiore del verso russo)

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica -2

Altri giovani cantano altri canti

e tu di già cominci a disfiorire.

I loro canti sono più sonanti

e l’universo intero sta a sentire.

O Russia mia, che mai son divenuto!

Sulle mie guance cave vola un rossore nero.

Il linguaggio dei miei m’è sconosciuto,

sono nel mio paese uno straniero.

Ecco io vedo:

è domenica e già tutta la gente,

come già in chiesa, al volost s’è riunita,

e con parole zoppe e macilente,

discuton sempre della loro vita.

E’ sera e di riverberi dorati

il tramonto ha spruzzato i campi rossi.

Come dei vitellini abbandonati

i pioppi si rifugiano nei fossi.

E un veterano rosso pien di sonno,

che corruga la fronte a ricordare,

racconta gravemente di Budionny

e come Perekop seppe espugnare.

“Già… fu in Crimea… che noi… a quel borghese…

fu così… dàgli addosso… qua e là…”

Gli alberi ascoltan con le orecchie tese,

piangono donne nell’oscurità.

Al suono delle armoniche solenni

giù discendono gli uomini dai monti.

L’eco di una canzon di Demian Biedny

fa dondolare nella valle i ponti.

Sergej Esenin

Continua

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica

Son morti quasi tutti. L’uragano è passato.

Oh quanti non rispondono al richiamo!

Io torno al mio paese abbandonato:

ott’anni son stato lontano.

Chi debbo chiamare? Con quale fratello

potrò rallegrarmi che Dio ci ha scampati?

Perfino il mulino qui sembra un uccello

con l’ala spezzata, con gli occhi serrati.

Ad ognuno qui son sconosciuto,

e chi mi ricordava m’ha scordato.

L’abituro paterno è ormai diruto

e vi giace la polvere e il fango del selciato.

Ferve la vita.

Passa senza indugio

un viso vecchio o giovane, e scompare.

Non c’è uomo ch’io possa salutare,

negli occhi di nessun trovo rifugio.

Passa nella mia testa pensiero su pensiero:

cos’è la patria?

forse son sogni strani?

Io sono qui per tutti un pellegrino nero

che viene dai paesi più lontani.

Son proprio io,

in un villaggio nato

che d’ora in poi diventerà famoso

perché una donna qui ha generato

questo russo poeta scandaloso…

La voce del pensiero parla al cuore:

ritorna in te, ché offesa non c’è stata!

Arde sulle capanne lo splendore

d’una generazione rinnovata.

Sergej Esenin

Continua

L’angolo della Poesia

A coloro che verranno

Nella città venni al tempo del disordine,

quando la fame regnava.

Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte

e mi ribellai insieme a loro.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era dato.

Il mio pane, lo mangia tra le battaglie.

Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.

Feci all’amore senza badarci

e la natura la guardai con impazienza.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.

La parola mi tradiva al carnefice.

Poco era in mio potere. Ma i potenti

posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta

era molto remota.

La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me

quasi inattingibile.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi

dove fummo travolti

pensate

quando parlate delle nostre debolezze

anche ai tempi bui

cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,

attraverso le guerre di classe, disperati

quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:

anche l’odio contro la bassezza

stravolge il viso.

Anche l’ira per l’ingiustizia

fa roca la voce. Oh, noi

che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,

noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora

che all’uomo un aiuto sia l’uomo,

pensate a noi

con indulgenza

Bertolt Brecht

L’angolo della Poesia

Domande di un lettore operaio

Tebe dalle Sette Porte, chi la costrui?

Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.

Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?

Babilonia, distrutta tante volte,

chi altrettante la riedificò? In quali case,

di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?

Dove andarono la sera che fu terminata la Grande Muraglia,

i muratori? Roma la grande

è piena d’archi di trionfo. Su chi

trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio

aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide

la notte che il mare li inghiottì affogavano urlando

aiuto ai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l’India.

Da solo?

Cesare sconfisse i Galli.

Non aveva con sé nemmeno un cuoco?

Filippo di Spagna pianse, quando la flotta

gli fu affondata. Nessun altro pianse?

Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,

oltre a lui, l’ha vinta?

Una vittoria ogni pagina.

Chi cucinò la cena della vittoria?

Ogni dieci anni un grand’uomo.

Chi ne pagò le spese?

Quante vicende,

quante domande.

Bertolt Brecht – poesie e canzoni