Categoria: miti, saghe e leggende

Miti – Saghe e Leggende

I campi ardenti – 2

“… Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi, la nostra via correva spaziosa tra i campi di verde grano, simili ad un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servire da sostegno alle viti. Così continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti d’eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo’ di reti. Alla nostra sinistra avevamo sempre il Vesuvio col suo poderoso fumacchio, e io gioivo tra me di poter finalmente contemplare quello straordinario spettacolo con i miei occhi. Il cielo era sempre più luminoso e alla fine il sole picchiava con forza sul nostro abitacolo mobile. Man mano che ci avvicinavamo a Napoli, l’atmosfera si faceva sempre più pura; ormai ci trovavamo davvero in un’altra terra. le case dai tetti piatti ci annunziano la diversità del cielo, anche se all’interno non devono essere molto comode. Tutti sciamano per la strada, tutti siedono al sole finché non cessa di splendere. Il napoletano è convinto di avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione (…)

Si dica o si racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature, il Vesuvio, la città coi suoi dintorni, i castelli, le ville! Al tramonto andammo a visitare la grotta di Posillipo, nel momento i cui dall’altro lato entravano i raggi del sole declinante. Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno!! (…)

Se nessun napoletano vuole andarsene dalla sua città, se i poeti celebrano in grandiose iperboli l’incanto di questi siti, non si può fargliene carico, vi fossero anche due o tre Vesuvi nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa grande apertura di cielo la capitale del mondo nella bassura del Tevere appare come un vecchio convento in posizione sfavorevole”.

I Campi ardenti furono dunque celebrati ed ammirati in ogni secolo della nostra storia. Nell’antichità da Virgilio, Orazio, Stazio, Svetonio, Tacito, che ne immortalarono la bellezza dei luoghi e le vicende storiche. In epoca più recente dal Boccaccio che ne ricorda “le dilettevoli baie sopra li marini liti, del sito delli quali più bello né più piacevoli ne cuopre alcuno il cielo”, dal Pontano e dal Sannazzaro che ne cantarono il fascino della natura e del mito. Non ultimo dal D’Annunzio, che durante il suo soggiorno napoletano visitò molte volte la zona flegrea e che scriveva:

“… Baia voluttuosa e il tumulo ingente che Enea

Diede a Miseno e l’alta Cuma che udì gli ambigui

carmi fatali, e il lido lacustre che l’orme sostenne

d’Ercole dietro il gregge pingue di Gerione,

plaghe degli Immortali dilette.”

(J. W. Goethe, Viaggio in Italia. Il viaggio in Italia fu predisposto e organizzato da Goethe con la precisione e le conoscenze di un uomo nel quale al sommo poeta si accompagnavano il naturalista e l’aspirante pittore. Nascosto sotto il nome di Moller egli descrisse il suo viaggio in una serie di lettere inviate all’amante Carlotta Von Stein e all’amico Herder; ma tenne altresì un tagebuch, pubblicato postumo dalla Società Goethiana di Weimar. Da questo taccuino, dalle lettere e dai ricordi personali egli, quasi ottantenne, avendo rinunziato all’idea di una grande opera sull’Italia a lungo vagheggiata, scrisse il celebre Viaggio in Italia. Goethe, insieme al francese Stendhal è da considerarsi il maggiore tra i viaggiatori stranieri che visitarono tra il settecento e l’ottocento Napoli. A lui si devono alcune splendide pagine che difendono Napoli ed i suoi abitanti dalle calunniose dicerie correnti allora).

(Con il nome di Campi Flegrei, nell’eccezione greca del termine “campi ardenti”, si indicava l’intera Piana Campana. La prima fonte storica che faccia esplicito riferimento all’attività vulcanica della zona è quella di Diodoro Siculo (80-20 a. C.) il quale afferma che il nome era dovuto alla “montagna – il Vesuvio – che un tempo sputava fuoco, così come l’Etna in Sicilia”.)

(La crypta neapolitana o grotta di Pozzuoli sorgeva vicino all’antica chiesa di Santa Maria di Piedigrotta e metteva in comunicazione la zona di Mergellina con quella di Fuorigrotta. Nel passato era la via di comunicazione più rapida tra Neapolis e Puteoli.)

(Nel settembre del 1538 un’incredibile eruzione vulcanica avvenuta secondo i racconti dell’epoca in una sola notte, sconvolse completamente l’assetto topografico dei Campi Flegrei. La nascita del nuovo monte modificò tutta la zona a cavallo tra il lago Lucrino e quello dell’Averno)

Continua domenica prossima.

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I campi ardenti

I Campi Flegrei, ovvero i campi ardenti della terra di fuoco, si identificano con quella porzione di territorio ad ovest di Napoli che dalla punta Posillipo si estende, cinta dalla collina dei Camaldoli fino alla piana di Quarto e di lì più su lungo la via Domitiana oltre la rocca di Cuma, fino alle sponde del lago Patria.

Furono i navigatori greci di ritorno dai loro viaggi di esplorazione a descrivere con questo aggettivo lo straordinario paesaggio fatto di colonne di fumo, di vulcani ardenti, di lingue di fuoco alte nel cielo limpido che, con il loro riflesso nel mare, rendevano le acque prospicienti la costa inquietanti e misteriose.

In questo piccolo ed inquieto lembo di mondo le memorie storiche, artistiche e letterarie di intere civiltà si fondono indissolubilmente con uno scenario fiabesco.

E’ per questo che nel secolo scorso i campi ardenti divengono per i moderni viaggiatori, tappa fondamentale di quel Grand Tour ottocentesco, momento irrinunciabile del programma di formazione dell’europeo colto e viaggiatore che in questo luogo poteva ritrovare l’immediato riscontro con i racconti e le descrizioni dei classici latini e greci.

L’escursione della zona flegrea aveva dei riti ben precisi. Essa iniziava con l’oscura polverosa e rumorosa galleria chiamata Crypta neapolitana o grotta di Pozzuoli accanto al sepolcro di Virgilio, ingresso ad un mondo nuovo fatto di vigneti, di aranceti, di piante esotiche, di una vegetazione straordinariamente rigogliosa dove si inserivano quasi magicamente i resti delle antiche civiltà greche e latine, i fiumi e le polle sorgive delle acque termali che scaturivano dalla terra e dal mare, gli antichi vulcani ormai spenti i cui crateri andavano a formare laghi inquietanti, boschi rigogliosi, lunghe distese dall’aspetto lunare.

Un susseguirsi infinito di insenature, di rade, di calette, di rocce a picco e di promontori dolcemente declinanti, di spiagge assolate e di residenze estive che da Miseno si spingevano lungo tutto il golfo di Pozzuoli e di Napoli fino alla Punta Campanella.

E su ogni cosa, su città e campagne, su case e castelli, su orti e arenili, l’ombra minacciosa ed al tempo stesso familiare di quelle terribili montagne di fuoco che con la loro forza devastante ed imprevedibile, con i loro boati sommessi, con il cupo brontolio con cui accompagnavano i moti ascendenti e discendenti della terra scandivano i tempi e la vita della popolazione locale.

Era questo, probabilmente, quello che colpiva maggiormente il visitatore: questa sorta di irrequietezza del suolo, questa forza indomita che sembrava sprigionarsi ovunque, quest’energia vitale e distruttiva al tempo stesso che attendeva solo di potersi risvegliare. Ovunque, i resti sparsi delle antiche rovine in parte sommersi lungo le insenature della costa, nonché i segni recenti dell’eruzione di Monte Nuovo, che aveva stravolto il paesaggio spazzando via in pochi giorni una parte del lago di Lucrino e cancellato per sempre dalla geografia flegrea il piccolo paesino di Tripergole, sembravano ricordare al visitatore che dentro quel suolo, nelle viscere profonde della terra una volontà infernale e beffarda sfidava quotidianamente la stessa sopravvivenza dell’uomo e delle sue opere. Continua domenica prossima.  

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Figli della Terra – mito degli Apache Jicarilla – 2

Altre persone pensarono bene di seminare questi piccoli mucchi di terra con semi e piante da frutta. Altri ancora provvidero ad annaffiarli prontamente. Ciascuno si dava un gran da fare e tutti aiutavano in qualcosa, tanta era l’ansia di salire verso il nuovo mondo.

Quando furono ben zuppi d’acqua, i mucchi di sabbia incominciarono a fremere, poi subito si gonfiarono e all’improvviso incominciarono a crescere a vista d’occhio. Più la gente versava l’acqua, più diventavano gonfi, sempre più gonfi e ancora più alti. A mano a mano che i mucchi crescevano, i semi germogliavano e le piantine andavano trasformandosi in alberi frondosi. Ora i mucchi erano cresciuti come colline e gli alberi da frutto si ricoprirono di gemme fiorite. Le quattro colline continuarono a crescere fino a diventare alte come montagne: allora le frasche si arricchirono di splendidi frutti, bacche mature e succose ciliegie. La montagna cresceva sempre di più e sembrava raggiungere la volta celeste proprio nel punto in cui si apriva il buco.

La gente era felice. Danzava e cantava mentre il monte diveniva sempre più alto. Tutti speravano di poter presto emergere dal sottosuolo.

Un giorno due giovani fanciulle, attratte dal meraviglioso spettacolo di quelle quattro montagne ricche di frutti e di fiori, si arrampicarono lungo le pendici alberate e incominciarono a raccogliere bacche da gustare e fiori per ornare i loro capelli. In quel modo però le due ignare ragazze violarono quello scenario così attraente e fu così che all’improvviso le montagne smisero di crescere.

La gente si meravigliò non riuscendo a capire perché ciò fosse accaduto. Fu deciso allora di inviare un esploratore perché scoprisse la causa di quell’arresto improvviso. Fu scelto Ciclone, il quale subito si mise in cammino cercando in ogni angolo, finché non scoprì le due ragazze e le ricondusse alla gente. Le montagne tuttavia non ripresero a crescere ed ora sembrava impossibile raggiungere il buco, poiché le vette più alte si erano arrestate ad una certa distanza da esso. Allora alcuni pensarono di costruire una scala legando fra loro piume d’aquila, ma quei fragili gradini si ruppero subito sotto il peso delle persone. Così fu anche per una seconda scala di piume più grandi.

Dopo vari fallimenti la gente era triste e scoraggiata. Giunse allora Bufalo e offrì il suo corno destro affinché la gente lo utilizzasse come scala. L’idea era buona, ma un solo corno non bastava. Giunsero allora altri tre bufali ed offrirono le loro corna. Fu possibile costruire così una scala molto solida, capace di sopportare il peso di un uomo.

La scala, posta sulla cima del monte, raggiunse l’apertura; così finalmente tutti poterono salire verso il foro. Ma il peso dell’intera umanità curvò le corna di Bufalo e da allora i bufali hanno corna ritorte.

Intanto tutti gli esseri viventi del sottosuolo si erano raccolti attorno al buco. Essi non potevano ancora emergere poiché il mondo era coperto dall’acqua. Quattro burrasche furono allora inviate per spazzare via le acque dalla terra. Burrasca nera soffiò ad Est, Tempesta azzurra a Sud, Burrasca gialla ad Ovest e Tempesta scintillante a Nord. Così nacquero i quattro oceani.

Dopo aver raccolto le acque nelle quattro direzioni, le burrasche si calmarono e ritornarono nel sottosuolo. Il mondo era ora libero dalle acque, ma il suolo era ancora umido e melmoso.

Il primo ad uscire fu Puzzola. Appena fu all’esterno le sue gambe sprofondarono nel fango e divennero nere; e da allora sono rimaste di questo colore. Fu poi la volta di Castoro. Appena si trovò sul mondo costruì una grande diga e raccolse tutta l’acqua che ancora si trovava sulla terra, in un grande lago. Per fare ciò Castoro impiegò molto tempo. Gli uomini raggruppati intorno al buco non lo videro tornare e inviarono Ciclone a vedere se gli fosse successo qualcosa.

Quando Ciclone incontrò Castoro intento a recuperare l’acqua che si andava ritirando, dapprima non capì, poi Castoro gli spiegò che quell’acqua sarebbe servita a dissetare l’umanità. Allora insieme ritornarono al buco della terra.

Ormai il mondo nuovo era completamente asciutto. Tutte le acque erano state riversate nei quattro oceani e nel grande lago costruito da Castoro. La gente poteva finalmente venir fuori.

Con grande felicità tutti emersero dal buco della terra, come bambini partoriti dal ventre di una madre. Tutta l’umanità venne fuori da lì, i nostri antenati e tutti gli animali. Viaggiarono verso Est, verso Nord, verso Ovest e verso Sud fino a raggiungere gli oceani, e durante il viaggio ciascuno scelse il luogo dove vivere.

Da allora sappiamo che la Terra è la nostra Madre e il Cielo è il nostro Padre. Essi sono marito e moglie e si prendono cura di noi, loro figli. La terra provvede per noi offrendoci cibo e frutta e ogni genere di ricchezza proviene da essa.

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Figli della Terra – mito degli Apache Jicarilla

Al principio il mondo era interamente coperto di acqua. Non vi era terra da nessuna parte; non pianure né valli né colline né monti. Solo un’immensa distesa d’acqua. Era davvero un luogo solitario e desolato, immerso nel buio più assoluto. Non c’era ancora la luce ma ovunque regnava una fitta oscurità. Allora, al tempo delle origini, tutti gli esseri viventi erano raccolti nel sottosuolo, in un mondo sotterraneo. Era quello il luogo dal quale ebbe inizio l’emersione.

In quel mondo sotterraneo tutte le cose avevano vita; gli animali potevano parlare come esseri umani e anche gli alberi possedevano la virtù della parola. Proprio là, in quel mondo buio, in quella intensa oscurità che dominava il primordiale universo sotterraneo, vivevano alle origini gli Apache Jicarilla. Essi non sopportavano quel buio perenne e cercavano di farsi luce bruciando piume d’aquila. Usando le piume come fossero torce, i Jicarilla potevano vincere le tenebre di quella che sembrava una notte senza fine.

Non tutti però odiavano la densa oscurità che regnava nel sottosuolo. Orso, Pantera e Gufo prediligevano il buio e mai avrebbero voluto vedere la luce. Ben presto questi animali amanti della notte si scontrarono con tutti gli altri animali e con gli uomini che desideravano invece la luce del giorno. Ne nacque una violenta lite. Al termine dell’inutile contesa, decisero di risolvere la disputa con il gioco dei bussolotti. Il vincitore avrebbe deciso per la luce o per il buio nel sottosuolo.

Il gioco ebbe inizio. Gazza e Quaglia, che amano molto la luminosità poiché hanno occhi chiari e vista aguzza, riuscirono subito ad individuare il bottone che faceva da bussolotto e che gli avversari avevano nascosto in un piccolo bastone cavo. Così vinsero la prima partita e, in seguito a ciò, già si intravedeva la flebile luce della stella del mattino.

A quel primo chiarore Orso scappò via dileguandosi nell’oscurità di una grotta. Il gioco continuò e ancora una volta gli animali che amano la luce vinsero insieme agli esseri umani. Subito da Est incominciò a sorgere una luminosità sempre più chiara e intensa e Pantera, impaurito, si allontanò velocemente nascondendosi in un anfratto che ancora rimaneva buio.

Giocarono ancora e di nuovo la squadra della luce vinse. L’Est era ormai sempre più illuminato e si potevano vedere già i primi raggi del sole che annunziavano l’alba imminente. Stavolta fu Orso Bruno a svignarsela per proteggersi dalla luce incipiente.

Quando gli esseri umani e gli animali amanti del giorno vinsero per la quarta volta, allora il Sole sorse ad Est e finalmente le tenebre sotterranee furono sconfitte. Tutto era illuminato e fu davvero difficile per Gufo scovare un nascondiglio che lo proteggesse da tanto radioso splendore.

Appena il Sole fu al centro del cielo sotterraneo scoprì che nella volta celeste si apriva un grosso buco. Si affacciò allora per dare una occhiata e rimase stupito: dall’altra parte vi era un altro mondo, la nostra terra. Quando riferì alla gente la sua scoperta vi fu un improvviso clamore, tutti erano eccitati, volevano salire verso quell’apertura, ma non sapevano come fare. Poi alcuni di essi riuscirono a trovare della sabbia; era terra colorata di quattro colori diversi: azzurro, giallo, nero e scintillante. Con questa terra costruirono quattro piccoli mucchi: uno di terra nera, che posero ad Est, un altro di terra azzurra a Sud, poi ancora uno di terra gialla ad Ovest ed infine quello di terra scintillante a Nord. Continua domenica prossima 1 settembre.

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I popoli dei miti

Boscimani a caccia nel deserto del Kalahari, in Sud Africa.

Il nostro modo di vivere non è l’unico che si può incontrare nelle società umane. Sono esistiti, ed esistono anche oggi, altri modi di vita, cioè altre culture, generati da società assai diverse da quelle in cui noi viviamo, ma non per questo inferiori alla nostra.

Queste organizzazioni umane, chiamate con il termine generico di “società primitive”, sono oggetto di studio per gli etnologi e per gli antropologi, che indagano sulle tecniche, i costumi, le credenze, le arti per mezzo delle quali un popolo organizza la sua esistenza.

Uomini e donne tuareg, nomadi del Sahara algerino, davanti ad una tipica tenda.

Legati intimamente all’ambiente, spesso inospitale, che li circonda, questi popoli vivono di caccia, di pastorizia, di agricoltura, chiedono, cioè, direttamente alla natura i mezzi per sopravvivere. Alla natura, amica-nemica, sono legati tutti i gesti della loro vita quotidiana.

Danza del pitone per l’iniziazione degli adolescenti in una tribù del Transvaal.

Maschera per la cerimonia della circoncisione, presso i Barotse (Zambia, Africa)

Le continue sollecitazioni dell’ambiente determinano le credenze che questi popoli hanno sulla natura, sull’uomo; essi le traducono in religione, in miti, in cerimonie che riflettono la loro conoscenza della natura ed esprimono la loro visione del mondo.

Danza dei Pigmei delle foreste, nell’Africa Centrale.

La natura è sentita come realtà misteriosa e superiore, le forze invisibili in essa presenti sono concepite come esseri dotati di coscienza e di volontà, che possono comunicare con l’uomo e che l’uomo cerca di propiziarsi e dominare attraverso riti e cerimonie.

Totem degli Indiani Haida, dell’arcipelago Regina Carlotta, nel Pacifico.

Maschera da cerimonia degli Indiani Cherokee (Tennessee, Usa)

Danzatore Chiricahua (Oklahoma, Usa)

La comunicazione tra l’uomo e gli spiriti viene compiuta per mezzo di “mediatori”, che sono gli stregoni, i maghi, gli sciamani. Essi soli nella comunità conoscono le formule magiche che piegano le forze della natura.

Danzatori bororo (Mato Grosso, Brasile).

Danzatori indios boliviani.

Maschera d’oro peruviana (civiltà precolombiana)

La vita del gruppo scorre, così scandita da cerimonie e riti compiuti secondo regole precise, accompagnati da danze, canti, invocazioni, uso di maschere e di amuleti.

Ci sono i riti di divinazione, con i quali l’uomo si sforza di interpretare la volontà degli dèi; i riti legati alle stagioni che si rinnovano e alla fertilità della vita animale e vegetale; i riti di iniziazione che celebrano i mutamenti di funzione di un individuo all’interno del gruppo, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta.

Guerrieri Asaro, della Nuova Guinea, detti “Uomini di fango” perché con il fango si coprono il corpo e il capo.

Kuhaillimoku, il dio polinesiano della guerra.

Indigeni a Mount Hagen, nella Nuova Guinea, acconciati per eseguire una danza di guerra.

Il rito è sempre la ripetizione di un evento primordiale, è un modo per far rivivere con l’azione un avvenimento importante del tempo originario, quando il mondo era agli inizi.

Il fatto viene tramandato oralmente, di generazione in generazione, nei miti, i racconti con cui la comunità spiega a se stessa i fenomeni naturali e le istituzioni che regolano la sua esistenza.

Spettacolo di danze nell’isola di Bali (Indonesia) con la rappresentazione di drammi e leggende.

Il dio Visnù rappresentato in una danza balinese.

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Miti della vegetazione

Gli spiriti degli alberi

Per il selvaggio il mondo è tutto animato, e gli alberi e le piante non fanno eccezione alla regola. Egli crede che abbiano anime come la sua e li tratta di conseguenza. “Dicono – scrive l’antico vegetariano Porfirio, – che gli uomini primitivi conducessero una vita infelice, perché la loro superstizioni non si fermava agli animali, ma si estendeva anche alle piante. Ma perché l’uccisione di un bove o d’una pecora dovrebbe essere un peccato più grave che l’abbattimento di un pino e di una quercia, visto che anche negli alberi v’è radicata un’anima?” Similmente gli indiani Hidatsa del Nord America credono che ogni oggetto naturale abbia il suo spirito o, meglio, la sua ombra.

A queste ombre si deve una certa considerazione o rispetto, ma non a tutte ugualmente. Per esempio, l’ombra del pioppo americano, il più grande albero della valle dell’alto Missouri, si crede abbia un’intelligenza, che, se convenientemente avvicinata, può aiutare gli Indiani in varie imprese; le ombre delle pianticelle e dell’erba non hanno importanza.

Quando il Missouri, ingrossato dalle piogge di primavera, trascina via parte delle sue sponde e porta grandi alberi nella sua corrente impetuosa, si dice che lo spirito dell’albero pianga, mentre le radici stanno ancora attaccate alla terra e finché non cada con un tonfo nell’acqua.

Tempo fa, gl’Indiani consideravano una cattiva azione l’abbattere uno di questi giganti, e quando c’era bisogno di grandi travi, usavano soltanto gli alberi già caduti.

Fino a poco tempo fa i vecchi più creduli dicevano che molte disgrazie del loro popolo erano causate dalla moderna mancanza di rispetto per i diritti del pioppo vivente.

Gli irochesi credevano che ogni specie di alberi, piante, piantine ed erbe avessero il loro spirito ed era loro costume di rendere grazie a questi spiriti.

I Wanika dell’Africa orientale immaginano che ogni albero, specialmente ogni albero di cocco, abbia il suo spirito: “La distruzione di un albero di cocco è considerata equivalente al matricidio, perché quell’albero dà loro vita e nutrimento come la madre al figlio”.

I monaci siamesi, credendo che vi siano anime dappertutto e che distruggere qualsiasi cosa ha l’effetto di spodestare un’anima, non romperebbero mai il ramo di un albero “così come non romperebbero il braccio di una persona innocente”.

James G. Frazer – da Il ramo d’oro, Boringhieri

Gli antichi e, oggi alcune popolazioni che vivono ancora allo stato primitivo, credevano all’esistenza di un’anima in ogni cosa e per questo ogni cosa era oggetto di culto e venerazione.

Porfirio era un filosofo greco (233-304 d.C.).

Il Missouri è un fiume dell’America settentrionale (USA), nasce dalle Montagne Rocciose e si getta nel Mississippi presso la città di St. Louis.

I più creduli: che più facilmente sono portati a credere a certe superstizioni e tradizioni.

Matricidio: uccisione della madre.

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I miti della vegetazione

Mito Polinesiano – La noce di cocco

Una volta ci fu a Tahiti tale carestia che la gente spogliò la terra di tutto quanto era commestibile e si ridusse a mangiare argilla rossa.

I bambini piangevano dalla fame insoddisfatta, i genitori piangevano disperandosi per loro e molte famiglie morirono d’inedia.

In quel tempo c’era un uomo chiamato Pitri-iri con sua moglie che aveva nome Pito-ura; e avevano tre bambini, due maschi e una femmina. La madre morì per i suoi sforzi nel procurar cibo ai bambini, senza prenderne lei stessa, e il padre afflitto condusse gli orfani nell’interno dell’isola sopra un altipiano chiamato Oro-fero, dove costruì per loro residenza una comoda capanna. Poi avendo ordinato al figlio maggiore di aver cura dei due più piccoli, li lasciò e andò in cerca di cibo.

Penetrò nei recessi della valle; ma dové constatare che altri c’erano stati prima di lui e avevan preso tutto quanto c’era di mangiabile. Poi fu sorpreso dalla notte e il giorno seguente s’arrampicò sui fianchi della gran montagna in cerca di banani. Per due giorni continuò a ricercare senza risultato, ma il terzo giorno i suoi occhi, ormai offuscati per le lacrime e la fame, furono allietati dalla vista d’un gruppo dei tanto desiderati banani cresciuti ai piedi di un picco torreggiante e carichi di frutta mature. Subito s’impossessò d’una quantità di banane, ne mangiò alcune senza cuocerle, e s’affrettò a tornare dai figli; ma non poté raggiungerli che il giorno seguente, il quarto dacché li aveva lasciati, e quando arrivò, li trovò morti, lì fuori della capanna dove s’erano riuniti per aspettarlo. Avvicinatosi si accorse che le loro teste crescevano, e presto le vide dar luogo a piante mai prima vedute.

Nel seppellirli ad uno ad uno ebbe cura di disporre le teste in modo che le piante potessero seguitare a crescere. Esse si svilupparono in tre palme di cocco, che in pochi giorni diedero frutti, e furono i primi alberi del genere che crebbero in queste isole. Da loro son derivate tutte le varietà di palme da cocco, e quando Tahiti e Mo’orea ne furono piene, il mare ne portò alcune, disperse, alle varie isole, gettandole sui banchi sabbiosi degli atolli e dei promontori, dove da allora hanno vigoreggiato.

Da R. Pettazzoni, Miti e leggende – Utet