Categoria: Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 9

Come le altre nuove aree protette italiane, il Parco Nazionale del Vesuvio viene previsto dalla legge quadro sulle aree protette (la numero 394 del 6 dicembre 1991), ma diventa realtà solo tre anni e mezzo più tardi, con un Decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995.

Più piccolo tra i nuovi parchi italiani, il Vesuvio è subito uno dei più attivi. Si iniziano a sistemare i sentieri, viene quasi eliminato il bracconaggio, tonnellate di rifiuti vengono tolti dai luoghi più pittoreschi del vulcano.

Nel giugno del 1997, il Parco viene inserito nella rete delle Riserve della Biosfera messa a punto dall’Unesco nell’ambito del progetto MAB.

Nel Parco del Vesuvio, però, i problemi del territorio sono più difficili che altrove. Nel battersi contro le discariche illegali e l’abusivismo edilizio (117 casi vengono identificati nel primo anno di vita dell’area protetta), l’Ente Parco si trova ad affrontare la malavita organizzata che resta forte sull’intero territorio.

Oltre che del sostegno morale di ambientalisti e cittadini, il Parco del Vesuvio ha bisogno della collaborazione della Magistratura e delle forze dell’ordine. Grazie a questa, nei primi anni di vita dell’area protetta viene affrontato con buoni risultati il problema dell’abusivismo edilizio.

I boschi del Parco stanno riacquistando gradualmente la loro naturalezza. Tra i castagni si crea un habitat favorevole a molte specie di uccelli come colombacci, succiacapre e tortore.

Specie diffuse e rarità del Parco Nazionale del Vesuvio

La fauna

Beccaccia (Scolopax rusticola)

Uno degli uccelli più mimetici della fauna italiana, la beccaccia frequenta i boschi umidi, dove sonda il terreno in cerca di lombrichi e altre prede con il suo sensibilissimo becco. In Italia è migratrice.

Cardellino (Carduelis carduelis)

Colorato e vivace, il cardellino vola in folti gruppi alla ricerca dei semi di cardi e altre erbe di cui si nutre. Si distingue da tutti gli altri uccelli europei per il brillante rosso intorno al becco.

Quercino (Eliomys quercinus)

Piccolo roditore dalla mascherina nera e dalla lunga coda. Parente del ghiro e del moscardino, vive nei boschi dove si nutre di nocciole, bacche e altri semi, ma non disdegna piccoli uccelli, insetti e uova.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità.

Volpe (Vulpes vulpes)

E’ il più diffuso predatore italiano. Sfuggente ed elusivo, è anche estremamente adattabile. Riesce a vivere anche relativamente vicino alle strutture umane, e ne approfitta per catturare topi e altri piccoli mammiferi.

Corvo imperiale (Corvus corax)

Grande corvo completamente nero. Volatore ed acrobata eccezionale, vive dovunque, dalla cima delle montagne al mare. Grande opportunista, si nutre di qualsiasi cibo riesca a trovare.

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Congilo (Chalcides ocellatus)

Piccolo rettile simile a una lucertola, ma parente degli scinchi del Sud del mondo, abita le zone aride e quelle umide. Lungo fino a una trentina di centimetri, di cui la metà spetta alla coda. Molto veloce e agile, si nasconde appena viene avvicinato.

Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)

Il più piccolo lagomorfo italiano scava lunghe e complesse tane dotate di più uscite. E’ stato diffuso in gran parte dell’Italia per ragioni venatorie, ma spesso la caccia accanita lo ha distrutto.

Gheppio (Falco tinnunculus)

Il più diffuso dei piccoli falchi è un ottimo cacciatore. Rimane sollevato in aria controvento per avvistare le prede, lucertole, rettili e piccoli mammiferi, nella posizione dello “spirito santo”. Nidifica al riparo delle pareti di roccia.

Cervone (Elaphe quatuorlineata)

Uno dei più lunghi serpenti italiani, che può raggiungere i due metri. E’ molto agile, si arrampica e nuota bene, ma non è un buon corridore. Si nutre di piccoli uccelli, uova e lucertole, topi e altri piccoli mammiferi.

Polana (Buteo buteo)

Un rapace bruno ma dal piumaggio molto variabile diffuso in Italia e in Europa. Grande veleggiatore, si nutre di piccoli mammiferi e rettili. Nidifica ovunque riesca a trovare un luogo riparato.

Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major)

Il contrastante piumaggio bianco, nero e rosso lo fanno identificare facilmente. Tamburella frequentemente sugli alberi per cercare le prede (bruchi di farfalle, coleotteri e altri insetti) e per segnalare la sua presenza nel territorio.

La flora

Castagno (Castanea sativa)

Questa fagacea si presenta come un albero alto sino a 25 metri, con chioma rotondeggiante e tronco massiccio che, negli esemplari più vecchi, può raggiungere anche i 10 metri di circonferenza.

Biancospino Crataeugus monoogyna)

Arbusto o alberello non più alto di 3-4 metri, con foglie incise e lobate e rossi frutticini insipidi e farinosi, appetiti dagli uccelli.

Leccio (ilex aquifolium)

Specie termofila tipica della macchia mediterranea, si trova di solito sui suoli poveri e non troppo ricchi di argilla. Esemplari secolari sono presenti nel parco della Villa reale di Portici.

Ginestra dell’Etna (Genista aetnensis)

E’ un elegante alberello alto 5-6 metri, con rami verdi giunchiformi. Negli anni Cinquanta si tentò, con scarso successo, di introdurlo a scopo forestale sulle pendici del Vesuvio.

Pteris vittata

Questa felce, tipica dell’Italia meridionale viva bene nel microclima umido e caldo. Le sue fronde sono generalmente pennate e munite di peli.

Pino domestico (Pinus pinea)

Impiantato a partire dal 1912 sulle lave del versante meridionale del vulcano caratterizza il paesaggio vesuviano, tra i 300 e i 900 metri di quota.

Elicriso (Helicrysum rupestre)

Chiamato anche perpetuino, questo elicriso ha portamento lussureggiante e capolini sottili privi di profumo.

Robinia (Robinia pseudoacacia)

Introdotta nei rimboschimenti del primo Novecento, questa fabacea forma in alcune zone una fittissima boscaglia.

Roverella (Quercus pubescens)

E’ una quercia decidua tipica della fascia submediterranea: indifferente al tipo di substrato, cresce di preferenza in posizioni bene esposte.

Stereocaulon vesuvianum

Questo lichene si osserva sulle lave del 1944, traversate dalla strada che sale da Ercolano alla base del cratere.

Valeriana rossa (Quercus pubescens)

Cresce sui muri, nelle crepe e nei detriti rocciosi questa valerianacea dalle foglie e dal fusto verdi-azzurri che produce fiori rosa-rossi riuniti in corimbi.

Betulla (Betula pendula)

Questa specie pioniera e consolidatrice del terreno, si può osservare nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sui Cognoli di Sant’Anastasia sulla cresta sommitale del Monte Somma. Continua – 9.

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Il Parco Nazionale del Vesuvio – 8

Sul Vesuvio, però, non salgono solamente i curiosi di un giorno. Allarmato dal continuo succedersi di eruzioni, Ferdinando II di Borbone fa erigere nel 1841, ai piedi del cono del Vesuvio, il primo Osservatorio vulcanico del mondo. Diretto da Macedonio Melloni e poi da Luigi Palmieri, Eugenio Semmola, Raffaele Matteucci e Giuseppe Mercalli (cui si deve la scala dell’intensità dei terremoti), l’Osservatorio dà un contributo importante alle nascenti scienze della Terra.

Se si considera che tra il Settecento e l’Ottocento, negli scavi di Ercolano e Pompei, si forma un’archeologia via via più scientifica, non è esagerato sostenere che il Vesuvio vede nascere due importanti discipline come l’archeologia e la vulcanologia. Tra i direttori degli scavi di Pompei meritano una citazione lo spagnolo Francisco La Vega, il còrso Cristoforo Saliceti, poi gli italiani Giuseppe Fiorelli, Michele Ruggiero, Giulio de Petra, Vittorio Spinazzola e Amedeo Maiuri.

Alla fine dell’Ottocento, i pochi e ricchi protagonisti del Grand Tour sono ormai stati sostituiti da una folla di migliaia di viaggiatori che prendono d’assalto Pompei e la montagna. Per loro, il 1880, il Vesuvio viene reso facilmente accessibile grazie a una ferrovia a cremagliera che sale da Pugliano alla base del “Gran Cono”, e da una funicolare che affronta gli ultimi 400 metri di dislivello.

Funiculì funiculà, una delle canzoni napoletane più note, celebra questa effimera vittoria della tecnologia sul Vesuvio.

Sopravvissute alle violente eruzioni del 1906 (che rade al suolo Boscotrecase) e del 1929 (che sfiora Terzigno), cremagliera e funicolare vengono spazzate via dall’eruzione del marzo 1944, che offre un ultimo drammatico spettacolo a una Napoli messa in ginocchio dalla guerra. Verso ovest, le lave distruggono San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. A sud est, fa le spese dell’eruzione un aeroporto militare alleato.

Poi il Vesuvio si placa, la pace torna su Napoli e sul suo Golfo, e l’eterna battaglia tra l’uomo e il vulcano sembra prendere una piega inedita. Invece della lava e dei lapilli, è ora l’uomo ad agire sul vulcano e a modificare rapidamente il paesaggio. In mezzo secolo, dalla fine del conflitto, l’armonioso paesaggio delle campagne vesuviane si trasforma in una informe successione di strade, palazzoni e brutture edilizie assortite. Da poco più di centomila persone, la popolazione dei 19 Comuni vesuviani raggiunge le 750 mila unità.

Tragico per il paesaggio, l’accumularsi di gente e case ai piedi del Vesuvio rischia di essere catastrofica in caso di risveglio del vulcano, che oltre settant’anni di inattività non possono certo far considerare come spento. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, le tematiche del Parco e della protezione civile trovano numerosi punti di contatto.

Negli anni Sessanta e Settanta, a Napoli e dintorni, la voce degli ambientalisti è ancora meno ascoltata di quella dei vulcanologi. I primi chiedevano la salvezza del più bel monumento naturale della Campania, i secondi che fossero lasciati liberi da edifici almeno i valloni laterali del Vesuvio, dove è prevedibile si incanaleranno le lave della prossima eruzione.

La prima vittoria di chi vuole un Vesuvio diverso è del 1972, quando 1005 ettari del vulcano (inclusi i tre quarti del cratere) entrano a far parte della Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio, affidata al Corpo Forestale dello Stato. Nel 1979 il Comitato Ecologico Pro Vesuvio richiede l’istituzione del Parco. Continua – 8

Il Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 7

Dopo ogni catastrofe naturale la vita riprende, e la fertile campagna vesuviana non fa certo eccezione. Tra l’Antichità e il Medioevo, nuove comunità di agricoltori si insediano sulle lave e sulle ceneri ai piedi del vulcano. Nuove catastrofiche eruzioni (le più note sono quelle del 203, del 472, del 512, del 685, e del 787) apportano nuovamente lutti e distruzioni alle campagne e ai nuovi centri sorti alle falde del Vesuvio.

Dal punto di vista politico, dall’Impero romano ai nostri giorni, l’agro vesuviano segue le vicende della vicina Napoli che vede succedersi al potere Goti, Greci di Bisanzio e Longobardi. Per tre secoli, dal 763 al 1139, la città è capitale di un ducato autonomo.

Seguono i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, l’Impero di Spagna e quello d’Austria, infine i Borboni che restano al potere dal 1734 al 1860.

Dopo l’eruzione del 1139, il Vesuvio concede un periodo di tranquillità che dura cinque secoli, ed è interrotto soltanto da qualche modesto fenomeno. A rompere la tregua è la rovinosa eruzione del 1631. Le colate di lava radono al suolo Ercolano, Pompei e parte di Torre del Greco, Boscotrecase e Torre Annunziata e arrivano fino al mare, le ceneri coprono Napoli con uno strato di 30 centimetri e raggiungono la Puglia.

Nei tre secoli che seguono il vulcano resta sempre attivo, e regala nel 1794, nel 1861, nel 1872 e nel 1906 altre rovinose eruzioni alle comunità insediate ai suoi piedi.

Per i napoletani, il pennacchio di fumo che corona il Vesuvio diventa un’immagine consueta. Per ammirare il vulcano, dalla metà del Settecento, affluiscono verso il Golfo centinaia e poi migliaia di viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa. Molti di costoro dedicano al Vesuvio pagine di appassionate descrizioni. Negli stessi anni, la riscoperta delle antiche città cancellate da ceneri e lave aggiunge una nuova suggestione alla zona.

Nel 1738 il re di Napoli, Carlo III di Borbone, decide di trascorrere parte del suo tempo alle falde del vulcano, e si fa costruire da alcuni dei migliori architetti del tempo (Giovanni Medrano, Antonio Canevari, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga) l’elegante Palazzo Reale di Portici. Interrogato sul pericolo legato al vulcano, il sovrano risponde con una frase celebre: “Ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro”.

Al seguito del sovrano, anche la nobiltà napoletana si insedia ai piedi del Vesuvio, erigendo decine di splendide ville lungo la strada delle Calabrie che attraversa Barra, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco. Il primo tratto della strada, spesso percorso dalle carrozze dei nobili, diventa per antonomasia il “Miglio d’Oro”.

Mentre il “Secolo dei Lumi” lascia il posto all’Ottocento, l’elenco dei visitatori illustri del Vesuvio si allunga. Tra loro, meritano una citazione Goethe (1787), de Chateaubriand (1804), Shelley (1818), Stendhal (1832), Gogol’ e Andersen (entrambi nel 1834), Dumas padre (1835), Ruskin (1841), Dickens (1845) e Melville (1856).

Solo più tardi tocca agli scrittori italiani come Renato Fucini (1877) e Matilde Serao (1906), mentre in epoche più vicine a noi compiranno il pellegrinaggio sulle lave anche Sigmund Freud e Pablo Neruda. Continua

Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – un po’ di storia –

Plinio il Vecchio nel libro terzo della sua “Storia Naturale” iniziava a descrivere quasi duemila anni fa la straordinaria ricchezza delle terre dominate dal Vesuvio “Questa regione è così felice, così deliziosa, così fortunata che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura”. Un patrimonio che nascondeva una minaccia terribile, come avrebbe dimostrato da lì a poco la tragica fine dello stesso Plinio sul litorale di Pompei devastato dall’eruzione del 79 d.C.

Densamente popolato fin dall’Antichità, le fertili campagne ai piedi dell’inquieto vulcano vedono, ai primordi della storia, aspri scontri tra i coloni greci di Cuma e Palèpolis (poi diventata Neàpolis) e le tribù italiche degli Osci, a lungo padrone dell’odierno territorio napoletano. Nel V secolo sono gli Etruschi, che hanno allargato i loro territori verso sud fino a controllare buona parte della Campania interna, ad affacciarsi ai piedi del Vesuvio e a controllare i centri più importanti della zona.

Nel 474 a.C., in seguito alla vittoria nella battaglia navale di Cuma, i Greci tornano per quasi un secolo padroni del territorio vesuviano. Più tardi sono invece i Sanniti, bellicosi montanari scesi dall’Irpinia e dal Sannio verso la fertile pianura della Campania, a impadronirsi delle campagne e dei centri abitati ai piedi del Vesuvio.

Con i Sanniti Roma si scontra per la prima volta nel 343 a.C., e continuerà per due secoli e mezzo. Alle Forche Caudine, nel 321, le legioni dell’urbe subiscono una dura sconfitta. Nel 295 Sanniti e Galli vengono vinti a Sentino. Nonostante la sconfitta, i montanari del Sannio si ribellano nuovamente nel 280 all’arrivo di Pirro, e nel 218 quando Annibale sembra sul punto di  dare una lezione a Roma.

L’ultima rivolta arriva nel 90 a.C., quando molti popoli italici affrontano uniti le legioni dell’Urbe. Stretta a Corfinio, l’alleanza utilizza per la prima volta la parola Italia. Ma i rapporti di forza sono cambiati. Marsi, Picenti, Lucani, Irpini e Sanniti vengono via via sottomessi. Nell’89, le truppe di Silla si impadroniscono di Pompei e di Ercolano. Napoli, città di armatori e mercanti, si era già  schierata da tempo dalla parte dell’Urbe.

Nel fertile agro vesuviano, la Pax romana segna un periodo di prosperità e di sviluppo. Vino, carni e grano vengono esportati a Roma e nel resto dell’Impero, i proprietari delle ville agricole ai piedi della montagna accumulano ricchezze inaudite. Nel 59, però, le campagne di Pompei sono insanguinate da una rivolta di gladiatori e cittadini. Nel 63, un fortissimo terremoto, descritto nei dettagli da Seneca, danneggia Ercolano, Nocera e Napoli e preannuncia la violentissima eruzione del Vesuvio.

Il 24 agosto del 79, una delle più spaventose tragedie del mondo antico colpisce città e campagne ai piedi del Vesuvio. L’eruzione inizia con un’impressionante esplosione, che lancia a un’altezza compresa tra i 15 e i 17 chilometri una colonna (un fenomeno oggi definito “colonna pliniana”) di gas, ceneri, pomici e scorie, i cui materiali ricadono su Pompei, Ercolano e i centri vicini, che vengono quasi completamente sepolti.

Dopo qualche ora, a causa dello svuotamento della camera magmatica, il fenomeno perde d’intensità e sembra volersi esaurire. Alcuni abitanti tornano nelle città semisepolte, a loro si affiancano probabilmente numerosi sciacalli. Ma il loro è un tragico errore.

Ventiquattr’ore dopo la prima esplosione, un secondo parossismo del Vesuvio provoca l’emissione di nubi di gas incandescenti che scendono a velocità impressionante sui fianchi del vulcano, distruggendo ogni forma di vita lungo il percorso. I terremoti completano l’opera di distruzione. L’accumularsi dei materiali eruttivi seppellisce Ercolano, Oplonti e Pompei, e modifica nettamente l’andamento del litorale.

Plinio il Vecchio, diretto alla costa vesuviana con le sue navi, perde la vita nel tentativo di portare soccorso ai profughi. Plinio il Giovane, che osserva la tragedia dall’altra parte del golfo, scrive di “Una nube straordinaria per grandezza e aspetto” che si alza sopra alla montagna e che inghiotte progressivamente le campagne, la costa e le città. Continua.

Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 5

Maffiferi, Rettili e Anfibi

Se paragonata a quella degli uccelli, la condizione delle circa 30 specie di mammiferi attualmente segnalate sul Vesuvio è decisamente più difficile. Per chi non può volare, infatti, la pianura che stacca il Vesuvio dai primi contrafforti dell’Appennino è davvero una barriera invalicabile.

Depauperata da secoli di caccia, seriamente danneggiata anche dalla moltiplicazione dei cani rinselvatichiti, la fauna del vulcano ha visto in tempi recenti la ricomparsa del piccolo ed elegante coniglio selvatico, comunque in passato sul Vesuvio, considerato estinto negli anni Settanta e oggi nuovamente segnalato con una popolazione di discreta importanza.

Facile da osservare nei boschi e tra le ginestre del Vesuvio è anche la lepre comune, che ha dimensioni quasi doppie – fino a 70 centimetri di lunghezza e a 5 chili di peso contro un massimo di 35 centimetri e 2,5 chili – di quelle del coniglio selvatico. Introdotta a scopo venatorio, questa specie si è perfettamente adattata all’ambiente del vulcano.

Tra i carnivori è molto diffusa sul Vesuvio la volpe, che compare con una certa frequenza alla vista dei visitatori del Parco nonostante le sue abitudini siano essenzialmente notturne.

L’elenco dei piccoli mammiferi del Parco prosegue con il topo quercino, il ghiro e il moscardino, che prediligono i freschi noccioleti del Monte Somma. Pure presenti, ma decisamente più rare, sono la faina e la donnola. Non è certa, invece, la presenza del tasso. Tra i rettili, i più vistosi sono senz’altro il cervone che vive nei freschi boschi del Monte Somma e può raggiungere i due metri di lunghezza, e il biacco che preferisce il clima più caldo e assolato del Vesuvio. Vivono nel Parco anche il colubro di Esculapio, il piccolissimo orbettino e la vipera comune, cui si aggiungono la tarantola muraiola, il greco verrucoso, il ramarro e la diffusissima lucertola campestre. Estinta allo stato selvatico, la testuggine comune è invece ampiamente presente nei giardini privati e negli orti.

Gli anfibi, tutt’altro che comuni in un ambiente arido come quello del vulcano, sono rappresentati dal rospo comune e dalla rana verde. Mancano segnalazioni recenti del gongilo, importato dai Borboni nel Parco della Reggia di Portici e riprodottosi a lungo anche al di fuori di questo.

Quando la lava fiorisce.

La dura lava viene lentamente disgregata fino a diventare un fertile suolo sul quale crescono erbe, fiori e piante come la gialla ginestra, diffusissima su tutto il Vesuvio.

Ambienti sempre più ricchi.

Le pendici del Vesuvio stanno progressivamente conquistando una vegetazione sempre più ricca e variata. Le caratteristiche del suolo lavico, le variazioni della quota (il Vesuvio raggiunge i 1281 metri di altezza) e la differente esposizione dei versanti sono fattori che agiscono congiuntamente sulla flora determinando, secondo principi ben noti agli ecologi, sia la specie sia le associazioni vegetali possibili.

Un habitat favorevole.

Le rocce e i cespugli del Vesuvio sono l’habitat ideale per molti rettili. Fra questi è diffuso il ramarro, una lucertola grande e particolarmente elegante, soprattutto nel caso dei maschi completamente verdi e con una macchia azzurra sulla gola.

Abili cacciatori di insetti.

Fra i molti uccelli che popolano il territorio del Vesuvio vi sono anche i gruccioni. Questi uccelli sono abilissimi nel catturare al volo con il lungo becco sottile le loro prede (api, vespe, libellule, coleotteri).

Una fauna nascosta.

Le piccole lucertole sono un incontro frequente sulle assolate pendici laviche del vulcano, un ambiente ideale per questi rettili la cui temperatura corporea dipende da quella dell’ambiente in cui vivono.

Al contrario delle lucertole, amanti del sole, i piccoli rapaci notturni si celano durante il giorno nei nidi spesso ricavati da cavità nei tronchi.

Il corvo imperiale

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale (corvus corax) frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide, è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Un simpatico mammifero.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità. Continua.

Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 4

Se paragonata alla flora, la fauna del Vesuvio è decisamente più povera. Nel lontano passato, quando la montagna era circondata da una ininterrotta successione di foreste e paludi, vivevano alle pendici del vulcano orsi, cervi e lupi. Nell’Antiquarium di Boscoreale, il museo in buona parte dedicato al paesaggio vesuviano alla vigilia dell’eruzione del 79 d.C., la presenza di ungulati, predatori e rapaci è ampiamente documentata. Poi le cose sono cambiate per intervento dell’uomo.

Diboscata e sistematicamente coltivata già nei secoli d’oro della Pax romana, la pianura che circonda la montagna ha rapidamente perso le sue caratteristiche naturali, trasformandosi in un habitat sempre meno adatto per la grande fauna. Anche le eruzioni, con le loro emissioni di gas, lave e lapilli, hanno reso le cose più difficili – oltre che per le piante – anche per mammiferi e uccelli.

L’isolamento del Vesuvio è diventato completo nel dopoguerra, quando la nascita della “Città Vesuviana” e delle altre conurbazioni della zona (Pomigliano d’Arco e Nola, Nocera e Pagani, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia) ha trasformato le campagne dominate dal vulcano in un autentico deserto quasi impossibile da attraversare da parte dei mammiferi.

Per gli uccelli, com’è ovvio, le difficoltà sono minori. I benefici dell’abolizione della caccia a seguito dell’istituzione del Parco, e della efficace repressione del bracconaggio all’interno della Riserva Naturale, sono già evidenti per numerose specie di volatili. Ma anche i più diffusi mammiferi, come il coniglio selvatico, la volpe e la lepre hanno oggi problemi notevolmente minori che in passato.

Non a caso, le specie rari presenti nel Parco Nazionale del Vesuvio sono quasi tutte di uccelli per i quali – rischio di schioppettate a parte – la pianura che circonda il vulcano non costituisce una barriera invalicabile. Alto e vicino alla costa, d’altronde il Vesuvio è da millenni un punto di sosta evidente quanto gradito per molte specie lungo le migrazioni attraverso il Mediterraneo.

Tra le circa 150 specie di uccelli (tra migratori e stanziali) regolarmente segnalate nel Parco le più rare appartengono tutte ai rapaci. Nidificano probabilmente nell’area protetta due coppie di poiana e tre o quattro di gheppio. La prima frequenta soprattutto i boschi del Somma, il secondo si lascia facilmente avvistare sulle pietraie e i campi di lava mentre va a caccia di lucertole e insetti. Tra i rapaci diurni, sono anche presenti il lodolaio, lo sparviero e qualche esemplare di falco pellegrino, il più veloce tra i rapaci nidificanti in Italia, che può raggiungere nelle sue picchiate verso la preda i 300 chilometri all’ora. Fra gli uccelli notturni, oltre al barbagianni, sono presenti sul vulcano il gufo comune, la civetta, l’allocco e l’assiolo, il più piccolo tra i predatori della notte che vivono nel nostro Paese.

E non ci sono solamente i rapaci. Tra il Vesuvio e il Somma è facile osservare le spettacolari evoluzioni aeree dell’imponente corvo imperiale, noto per la sua grande capacità di adattarsi a situazioni ecologiche diverse, che nidifica sulle rocce del più antico dei due vulcani. Nei boschi di pino, leccio e castagno vivono il picchio rosso maggiore, il torcicollo, l’upupa e il cuculo. Sui terreni scoperti si avvistano sempre più facilmente, anche grazie all’eliminazione della caccia, la beccaccia, il rondone, il colombaccio e la tortora. Comune è anche il cardellino, che frequenta i campi di lava perché ghiotto dei semi delle piante pioniere. Tra le specie solo recentemente scoperte sulla montagna spiccano la sterpazzola e il codirossone. Completano l’elenco degli uccelli del Parco Nazionale del Vesuvio il succiacapre, e il codirosso spazzacamino, la cinciarella, il rampichino, lo storno e l’elegante gruccione. Continua – 4

Parchi Nazionali – il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.