Categoria: storia

Storia delle Religioni

La Religione nella Preistoria

Il culto dei defunti nella preistoria

Fra le prime manifestazioni materiali che danno testimonianza indubitabile della iniziale divaricazione dell’uomo dal mondo animale e dell’evoluzione dell’uomo verso la coscienza di sé, e quindi verso la costruzione di una “cultura” ci sono – oltre ai manufatti a carattere non utilitaristico (cioè quegli oggetti che non appaiono destinati a procurare immediatamente cibo o altri strumenti di sussistenza), come statuine raffiguranti il corpo nudo femminile, simbolo evidente di vita e fecondità, o le scene di caccia rappresentate nei graffiti delle grotte – le sepolture chiaramente approntate con significati simbolici.

Il rinvenimento di corpi di epoca preistorica, inumati con un corredo di ornamenti e oggetti della vita quotidiana, ha un enorme importanza per lo studioso, in quanto attesta il momento in cui l’uomo ha cominciato a collocare la propria esistenza nel tempo, a relazionarsi con un prima, gli antenati, e un dopo sul quale si interroga e che egli immagina come una continuazione di vita del defunto in un’altra dimensione. Comincia la costruzione della memoria, della storia personale, della tradizione e quindi della cultura.

Il corredo era costituito di solito da cibarie di varia natura, conchiglie, fiori, ornamenti personali, amuleti e piccole sculture in osso, ed è frequente la presenza di ocra rossa, forse interpretabile come simbolo del sangue. Questa esigenza di mettere a disposizione del morto degli oggetti che potessero accompagnarlo dopo la morte presuppone l’esistenza di credenze e rituali che prendono origine dalla necessità, connaturata nell’uomo, di dare un senso all’esistenza umana ed alla sua fine e lo inducono a credere in un’esistenza ultraterrena. L’usanza di deporre un corredo funerario insieme al defunto risale ad epoche lontanissime, per lo meno al Paleolitico Medio (150.000-50.000 a. C.). Si pensi ad esempio all’uomo seppellito all’incirca 60.000 orsono su un letto di fiori, ritrovato nella grotta di Shanidar in Iraq, o ai rinvenimenti della grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), risalenti a circa 100.000 anni fa, in cui i defunti sono stati inumati davanti alla grotta, con un corredo di oggetti in pietra, osso e conchiglia, a simboleggiare il ruolo e le attività da essi svolti in vita.

Anche l’usanza di disporre verso est, quindi verso l’origine della luce, spesso riscontrata nelle sepolture dal Paleolitico in poi, sembra avere valenza simbolica. Ben documentata nell’età neolitica, quando l’uomo ha cominciato a condurre vita stanziale e ad abbandonare le consuetudini del nomadismo, è anche l’usanza di deporre i corpi dei defunti in tombe collettive che diventavano poi oggetto di culto religioso, al principio all’interno delle grotte, poi in luoghi appositi: com’è documentato, ad esempio, a Malta nelle grandi tombe collettive del V-IV millennio a. C. che radunano centinaia di individui a poca distanza dai templi megalitici, con evidenti funzioni cultuali. Di grande suggestione è il rituale funerario attestato a Tell al-Sultan (Gerico 8.500-6500 a. C. circa), che prevedeva di seppellire i corpi privi di testa sotto i pavimenti delle abitazioni e di riporre in appositi nascondigli i crani rivestiti di gesso e rimodellati al fine di riprodurre le fattezze del defunto. L’uso di conservare solo la testa è stato riscontrato anche in altre località della Mezzaluna Fertile, di datazione coeva o precedente, ma questo particolare rituale presuppone una ulteriore elaborazione del culto dei morti di cui si vuole perpetuare anche l’aspetto fisico.

Storia – Chi erano i Celti – 3

Ma in un’arte i Celti soprattutto eccellevano: la lavorazione dei metalli. Padroneggiavano la fusione del ferro dolce con risultati che furono perfezionati solo 2 mila anni dopo, verso la fine del 1800, ottenendo lamine sottilissime senza bisogno di laminatoi. Furono i primi a ricorrere al mercurio, ricavandolo per distillazione, per stagnare o argentare oggetti in rame. Per gli oggetti in ferro battuto, molto richiesti da Greci e Romani, si può parlare di vera e propria esportazione. E le armi? Molto dell’armamento tipico del legionario romano era di origine celtica, l’elmo per esempio.

Donne “capitaliste”

Il territorio di una tribù era generalmente esteso: apparteneva alla comunità, e non ai singoli. Era organizzato in diversi insediamenti, costituiti da villaggi o fattorie isolate, uno dei quali, che sarebbe diventato una città (come Mediolanum-Milano, o Lutecia-Parigi), era scelto come centro della difesa comune e sede delle attività commerciali e religiose. La società celtica non era maschilista. Il contratto matrimoniale prevedeva una divisione dei beni tra i membri della nuova coppia e la donna poteva disporre in proprio di “capitali”, come i capi di bestiame. Poiché al numero dei capi corrispondeva il prestigio sociale, donne molto ricche giunsero anche ad essere elette regine. Il marito poteva essere scelto dalla donna e il matrimonio non era mai stipulato senza l’assenso della sposa.

L’omosessualità maschile era molto diffusa e accettata naturalmente, un fatto comune ad altri gruppi guerrieri dell’epoca classica (basti pensare ai legami sentimentali degli eroi dell’Iliade).

Secondo le descrizioni dei contemporanei, i Celti erano molto puliti e ben curati e indossavano vesti molto sgargianti e colorate, antenate del tessuto “tartan” scozzese. Oltre ai pantaloni che chiamavano bracae, famose e comode erano le scarpe in cuoio, molto esportate in tutto il mondo antico.

Pazzamente appassionati di gioielli, uomini e donne portavano al collo il torquis, un collare in metallo più o meno prezioso.

La struttura tribale, condizionata dall’aristocrazia guerriera, impedì ogni possibile formarsi di federazioni stabili e durature sotto un’autorità unica, capace di creare un vasto impero. Così la fase espansiva dei Celti si esaurì definitivamente tra il II e il I secolo a. C., di fronte all’ostacolo rappresentato dai Romani (che compirono genocidi e deportazioni, in Italia e in Francia, contro le popolazioni celtiche) e dalle popolazioni germaniche provenienti da oriente, contro le quali i Celti non opposero resistenza compatta.

Tra tutti gli insediamenti celtici in Europa, l’unico che riuscì a mantenere intatti i caratteri originali fu quello degli Scoti e Gaeli delle isole britanniche, parte dei quali fu spinta, dal V secolo d. C., dall’invasione degli Angli e dei Sassoni, a rifugiarsi nella penisola di Armorica che da allora fu chiamata Bretagna (nell’odierna Francia). In particolar modo i Gaeli, abitanti dell’Irlanda, pur subendo l’influenza di Angli, Sassoni e Vichinghi, serbarono una forte identità culturale. E l’Irlanda è oggi il solo Stato in Europa a maggioranza celtica, e l’unico diretto erede di quell’antico gruppo di popoli. Continua

Storia – Chi erano i Celti – 2

L’espansione continuò verso la Spagna e le isole britanniche assorbendo le popolazioni autoctone, come avvenne anche in Italia nord occidentale con la civiltà di Golasecca (Varese). Nel V secolo a. C. sorse, tra il Reno, lo Champagne e la Marna, la prima civiltà interamente celtica, quella di La Tène, che fino al I secolo a. C. dominò quasi tutta l’Europa continentale e, attraverso i valichi alpini, entrò in contatto con le civiltà del Mediterraneo e conobbe un rilevante sviluppo.

Re affogati nella birra

Al termine del 400 a. C., i Celti chiamati Galli dai Romani, si spostarono, nuovamente, con ampie migrazioni verso l’Italia centro-settentrionale e poi verso i Balcani e in Asia Minori (l’Odierna Turchia). Nel 387 a. C., presero e saccheggiarono Roma, suscitando un terrore atavico verso i barbari del nord che perdurò per tutta la storia di Roma. Così i Celti si conquistarono presso i popoli del Mediterraneo la fama di guerrieri invincibili e nacque l’interesse a servirsene come mercenari.

Greci della Sicilia, Cartaginesi, Etruschi e faraoni tolemaici si servirono di questi guerrieri per almeno 200 anni.

Alla base della società celtica vi era la tribù, tuath, formata dalle singole famiglie e governata da un re, eletto da tutti i guerrieri, che rendeva conto del suo modo di operare ai druidi.

Il sovrano era l’espressione vivente dell’armonia tra uomo e natura, quindi doveva essere valoroso e carismatico: nella mentalità celtica, un sovrano vile o poco abile avrebbe addirittura provocato carestie ed epidemie e andava quindi eliminato dal popolo, che lo affogava nella birra o nell’idromele (“vino di miele”), oppure lo bruciava vivo.

Al di sotto dei guerrieri e dei druidi, vi erano gli “uomini d’arte”, persone esperte nelle leggi, nella poesia, nella musica, ma anche nella lavorazione dei metalli (ferro, bronzo, oro, argento).

Vi erano poi gli uomini liberi (contadini e piccoli allevatori) che pagavano tributi al re e ai guerrieri in cambio di protezione; infine gli schiavi (soprattutto prigionieri di guerra).

Sepolti con i prosciutti

L’agricoltura e l’allevamento (bovini, cavalli, maiali e pecore) costituivano la base dell’economia celtica. I prosciutti celtici erano non solo famosi in tutto il mondo antico ma anche un elemento importante del loro corredo funebre. Sembra invece che i Celti non mangiassero volatili, ritenuti intermediari tra Terra e Cielo. L’orzo, anche per la birra, era il cereale più importante, coltivato grazie a un’agricoltura che utilizzava l’aratro a versoio (per capovolgere le zolle) con vomere in metallo, completamente sconosciuto al “civilizzato” mondo classico.

Continua Lunedì.

Storia – Chi erano i Celti?

Dove vivevano? Il controverso mito di un popolo misterioso.

Usavano un aratro sconosciuto. Fabbricavano armi invincibili. Esportavano scarpe e prosciutti (questi li portavano anche nella tomba). E scomparvero per la ragione che oggi li rende mitici: l’orgoglio tribale.

Per Greci e Romani, i Celti erano i più barbari dei barbari, tribù malvagie votate alla guerra e al saccheggio. Scriveva lo storico greco Diodoro Siculo: “Il loro aspetto è terribile: alti di statura, con una muscolatura guizzante sotto la pelle chiara. Di capelli sono biondi… sembrano demoni silvani”. E’ così che per molto tempo li abbiamo conosciuti: spaventosi e misteriosi. Come per tutti i popoli che si sono affidati alla tradizione orale, l’immagine dei Celti che si è diffusa e tramandata è stata solo quella che altri popoli hanno loro attribuito finché sono stati interessanti, vale a dire pericolosi.

Nell’Europa nord-occidentale di oggi, invece, i Celti incarnano la figura del popolo indomito che lottò contro lo strapotere della civiltà romana e che rappresenta un modello per tutti i nazionalismi soffocati. Non solo: la musica celtica è molto ascoltata sia nelle sue forme tradizionali (per esempio le ballate irlandesi) sia per gli influssi sulle band moderne (U2, Simple Minds ecc.); e ai festival celtici (famoso in Italia quello di Courmayeur), frequentati da migliaia di persone, si arriva persino a sostenere che tutte le popolazioni del nord Europa siano di diretta discendenza celtica.

Ma che cosa sappiamo veramente di uno dei maggiori gruppi etnici e linguistici dell’Europa antica? E chi, oggi, può dirsene veramente erede, dato che si insediarono dalla penisola iberica all’Asia Minore, dalla Britannia al Po?

L’attuale moda dei Celti ha un merito: attraverso la loro storia dall’Età del Ferro alla lotta con Roma, dalla sopravvivenza nelle isole britanniche alla cristianizzazione medievale, si possono mettere in luce le altre basi di un’Europa che non fu solo greca e latina.

Ma i fan dei Celti, che si spingono ad accomunare i tanti, diversi gruppi in un unico popolo, spesso dimenticano due grossi limiti della loro cultura. Primo: i Celti arrivarono molto tardi alla scoperta della scrittura (VI secolo d. C.) e lo fecero solo dopo la conversione al cristianesimo. Secondo: riuscirono a insediarsi stabilmente solo in aree marginali di quello che era il mondo celtico ai tempi della sua massima espansione, ossia le isole britanniche. Per questo, solo i Celti delle isole ci hanno tramandato, con l’aiuto dei monaci copisti, quel patrimonio di miti, leggende, temi fantastici che ha profondamente influenzato, con il ciclo di re Artù, la cultura europea medievale.

Civiltà del Ferro

Dai loro raffinati manufatti del V secolo a. C. si ricava una descrizione dei Celti completamente diversa da quella tramandata dai Greci o dai Romani. Ma questa raffinatezza è solo il punto d’arrivo di un’evoluzione secolare di un gruppo di popolazioni indoeuropee stanziate in origine (inizio del II millennio a. C.) nella zona vicina al corso superiore del Danubio e nella Francia orientale. Diffusori della civiltà del Ferro in tutto il continente europeo, i Celti dei secoli VII-VI a. C., all’epoca della cosiddetta cultura di Hallstatt (dal nome di una cittadina dell’Austria nelle cui vicinanze venne scoperta un’importante necropoli), avevano già superato il Reno e raggiunto la Francia centro-settentrionale e il Belgio. Continua.

Un anno di storia in pillole – 3 – accadde nel 1901

Gennaio

Il 2 gennaio si costituisce a Bruxelles la nuova internazionale socialista.

Il 22 gennaio muore la regina Vittoria d’Inghilterra dopo 64 anni di regno. Le succede Edoardo VII

Il 27 gennaio muore a Milano Giuseppe Verdi.

Febbraio

Il 9 febbraio inizia il censimento generale d’Italia.

Il 14 febbraio Giuseppe Zanardelli è il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Marzo

Il 17 marzo gravi disordini studenteschi a San Pietroburgo.

Il 20 marzo La città morta di Gabriele D’Annunzio viene rappresentata al teatro Lirico di Milano. Interpreti: Eleonora Duse e Ermete Zacconi.

Aprile

L’8 aprile le truppe britanniche occupano Pietersburg, sede del governo boero del Transvaal.

Il 13 aprile lo scrittore Lev Tolstoj chiede con una lettera allo Zar Nicola II chiede di porre fine al regime dispotico e reazionario che opprime la Russia.

Il 19 aprile il re Alessandro I di Serbia promulga una nuova costituzione più liberale.

Il 27 aprile a Venezia è inaugurata la IV Esposizione Internazionale d’Arte.

  • Da Torino prende il via il giro automobilistico d’Italia organizzato dal Corriere della Sera.

Maggio

L’1 maggio scioperi e sanguinose manifestazioni in Russia.

  • Alfred Dreyfus pubblica a Parigi, il suo diario dal titolo Cinque anni della mia vita.

Il 22 maggio l’anarchico Gaetano Bresci, l’assassino del re Umberto I, è trovato impiccato nella sua cella, nel carcere di Santo Stefano. La versione del suicidio trova subito chi la mette in dubbio.

Giugno

L’1 giugno fiocco rosa in casa Savoia: nasce Jolanda Margherita primogenita dei sovrani d’Italia.

Il 16 giugno accordo anglo-tedesco per l’apertura al commercio di tutti i porti e i fiumi della Cina.

Luglio

Il 12 luglio il Consiglio comunale di Trento chiede l’autonomia amministrativa della regione trentina.

Il 17 luglio violente manifestazioni anticlericali in Spagna.

Agosto

L’1 agosto il giornalista Gaston Stiegler torna a Parigi dopo aver compiuto il giro del mondo in 64 giorni. Si complimenta con lui Jules Verne, l’autore di Il giro del mondo in ottanta giorni.

L’11 agosto muore a Napoli Francesco Crispi. Il famoso uomo politico italiano era nato a Ribera nel 1818.

Settembre

Il 6 settembre il Presidente degli Stati Uniti William MacKinley è ferito a morte a Buffalo da Leo Czolgosz, un anarchico americano di origine polacca. Morirà dopo otto giorni e gli succederà il vicepresidente Theodore Roosevelt, che resterà in carica fino al 1909.

Il 7 settembre è firmata la pace fra la Cina e undici potenze. Con la convenzione di Pechino il governo cinese si impegna a pagare 450 milioni di tael come risarcimento per i danni provocati dai boxer agli europei.

Il 16 settembre in Italia, la Gazzetta Ufficiale pubblica il primo regolamento per la circolazione delle automobili su strada.

Il 25 settembre il regno africano degli Ashanti entra a far parte della colonia britannica della Costa d’Oro.

Ottobre

Il 9 ottobre Giuseppe Musolino, il famoso brigante calabrese, è arrestato dai carabinieri. La cattura avviene ad Acqualagna, presso Urbino.

Il 20 ottobre l’attività della facoltà giuridica italiana all’università di Innsbruck è bloccata dagli studenti tedeschi.

Novembre

Il 18 novembre trattato anglo-americano con il quale il governo degli Stati Uniti si riserva diritti esclusivi sulla zona dell’istmo di Panama.

Il 24 novembre prima congresso italiano dei contadini a Bologna: sono presenti 704 delegati in rappresentanza di altrettante leghe.

Dicembre

Il 6 dicembre un progetto di legge per introdurre il divorzio in Italia è presentato dai deputati Berenini e Borgiani.

Il 7 dicembre firma dell’accordo anglo-italiano per la delimitazione dei confini tra Sudan ed Eritrea.

Il 9 dicembre scarso successo della Francesca da Rimini di Gabriele d’Annunzio, presentata al teatro Costanzi di Roma con l’interpretazione di Eleonora Duse.

Il 12 dicembre Guglielmo Marconi invia con il suo telegrafo senza fili un segnale elettromagnetico attraverso l’Atlantico.

Il 20 dicembre A Stoccolma vengono assegnati i primi cinque premi Nobel. I vincitori sono: per la pace, il francese F. Passy e lo svizzero H. Dunant; per la letteratura, il francese Sully Prodhomme; per la fisica, il tedesco W. K. Rontgen; per la chimica, l’olandese J. Van’t Hoff; per la medicina, il tedesco E. von Behring.

Gengis “Il sovrano Oceano” – 4

Spie ed esploratori fornivano ai generali ogni notizia utile sulle forze nemiche, sulla conformazione del terreno, sulle fortificazioni o su possibili alleati. E seminavano discordia. Ai poveri parlavano di liberazione mongola, mentre ai ricchi promettevano facilitazioni commerciali e fiscali: una vera e propria guerra psicologica.

Le truppe, prima di partire, erano esaminate in maniera minuziosa, fino all’ultimo ago o filo portati per rattoppare gli abiti lacerati.

L’esercito marciava in colonne separate, collegate da staffette; gli esploratori fornivano costantemente informazioni sui movimenti avversari. Nessuno colse mai di sorpresa un’armata mongola!

Individuato il nemico, le colonne si riunivano e cominciavano a estendersi su un fronte molto largo per poi avvolgere le forze avversarie. La cavalleria leggera mongola circondava i nemici bersagliandoli con frecce e giavellotti: una tattica conosciuta come tulughma.

Poi partivano alla carica le truppe di cavalleria pesante, armate di spade, mazze e lance, che sfondavano il fronte avversario. Tutte le manovre avvenivano in perfetto silenzio: le istruzioni erano impartite da bandiere bianche e nere, o, di notte, da lanterne. Solo la carica era accompagnata dal rullare del grande tamburo del comandante. La tattica mongola, di solito, tendeva a lasciare all’avversario una via di fuga: i nemici terrorizzati si ritiravano, per essere però poi falciati facilmente in campo aperto. Per ingannare il nemico si utilizzavano reparti interi di manichini imbottiti montati su cavalli di riserva. Entrato in contatto con i regni cinesi, Genghiz in seguito adottò anche macchine d’assedio, balestre, proiettili incendiari e bombe a gas munite di una miscela di zolfo, salnitro, aconito, olio, carbonella polverizzata, resina e cera.

Ma Genghiz fu anche un grande uomo di Stato e un capace amministratore. Prima di tutto cercò l’appoggio di tutte le religioni con cui entrò in contatto, rivelando una profonda curiosità ma stando bene attento che il loro potere spirituale non offuscasse il suo comando. Per sua decisione si introdusse un’unica scrittura per i documenti reali, la uighur, e la stesura di un codice di leggi, la yassak.

La genialità del sovrano affidò l’amministrazione dell’impero agli uomini più validi nei singoli campi; così vi furono ingegneri cinesi, amministratori persiani, medici arabi, militari russi. La pax mongolica, che venti anni dopo la morte del sovrano e grazie a successive conquiste andava dal Mediterraneo al Pacifico, era caratterizzata da un’estrema sicurezza delle frontiere, condizione base di uno sviluppo commerciale su scala mondiale che nemmeno l’impero romano conobbe mai.

Regnarono per decenni una pace imposta con disciplina ferrea, e un ordine celebrato dai contemporanei. Il cristiano Marco Polo (1254-1324), parlando del sovrano, compose forse il più bell’epitaffio che il conquistatore avrebbe potuto augurarsi: “Morì, e fu grande sventura, poiché egli era prudente e saggio”. Scrisse invece nel ‘600 lo storico musulmano Abu l-Ghazi: “Sotto il regno di Genghiz Khan, tutto il Paese tra l’Iran e il Turan (alle porte della Mongolia) godeva di una tale tranquillità che una fanciulla nuda e sola avrebbe potuto viaggiare da levante a ponente con un piatto d’oro in testa, senza dover subire la minima violenza”

Gengis khan “Il sovrano Oceano” – 3

I primi alleati di Genghiz Khan furono gli sciamani.

Si ritiene che le credenze e le pratiche religiose dei Mongoli appartenessero alla categoria chiamata “sciamanesimo”, ossia una forma religiosa panteista primitiva priva di dogmi, teologia e di una vera e propria organizzazione sacerdotale.

Amministratori del culto erano gli sciamani (Kam), che, come tra i pellerossa americani, erano un misto tra filosofi, profeti e uomini di medicina. I Mongoli credevano a un numero infinito di spiriti che albergavano in ogni essere. Su tutto regnava il grande dio del cielo Tngri. Solamente gli sciamani, grazie all’assunzione di sostanze allucinogene, potevano entrare in contatto con il mondo degli spiriti, e fu proprio grazie agli sciamani che Temujin venne nominato Genghiz Khan con l’incarico da parte di Tngri di unificare tutto il mondo sotto il dominio mongolo.

L’indulgenza dei sovrani mongoli nei confronti dei diversi culti dei popoli sottomessi, era determinata, più che da una benevole inclinazione mentale, da un sentimento d’indifferenza.

E’ riuscito dove fallirono Napoleone e Hitler: le sue armate hanno battuto l’inverno russo.

Un curioso contrasto esisteva tra il suo spietato comportamento in battaglia e il suo tenero amore, durato tutta la vita, per la donna conosciuta da bambino, Borte. Quando finì in mano ad altri uomini, si rifiutò di ripudiarla, in contrasto alle usanze del tempo.

Molte testimonianze, inoltre, lo dipingono come un principe saggio, pieno di misura e buon senso, capace di dimostrare una cortesia da “cavaliere” non comune nell’ambiente in cui viveva.

Trasformò bande di rozzi guerrieri in una armata implacabile. A queste qualità si deve l’invincibile attrazione esercitata anche sui nemici sottomessi e il numero di adesioni spontanee alla sua causa. Spietato con quelli che considerava traditori, era con parenti e vassalli di totale lealtà. Ma anche verso i nemici era capace di gesti di generosità; raccolse bambini abbandonati durante il sacco di una città, trattandoli poi come figli propri; affidò alte cariche a molti letterati, artisti, poeti appartenenti ai clan nemici.

Niente comunque può far dimenticare che la struttura portante dell’impero era un esercito implacabile. Nessuna armata, nella storia, ha mai vinto così tante battaglie. E chi altri ha marciato, in inverno, sulla Russia senza pagarne le conseguenze?

La grande impresa di Genghiz fu trasformare dei rozzi guerrieri nomadi in un’armata organizzata così bene che molti militari del XX secolo, compresi il feldmaresciallo Rommel e il generale Patton illustri strateghi della Seconda guerra mondiale, ne rimasero affascinati, descrivendola come precorritrice delle forze armate moderne.

Fino a poco tempo fa si riteneva che le vittorie mongole fossero dovute alla superiorità nmerica. In realtà da recenti studi pare invece che avvenisse esattamente l’opposto. Un’estrema mobilità permetteva veloci accerchiamenti degli avversari e li ingannava: questi pensavano di essere circondati da forze ampiamente superiori.

L’armata mongola era organizzata in base a criteri numerici decimali. L’unità più piccola era un drappello di 10 guerrieri (arban) con un ufficiale chiamato bagatur. Dieci arban costituivano un reparto di 100 elementi chiamato jagun. Dieci jagun inquadravano un gruppo di 1000 uomini chiamato mingham e 10 mingham costituivano l’unità maggiore, il tumen, forte di 10.000 uomini. La tipica armata mongola consisteva in due o tre tumen, tutti a cavallo.

Genghiz khan inoltre creò una propria Guardia personale, keshik, che radunava i guerrieri migliori di tutte le tribù; da questa, come da un’accademia, provenivano i generali più validi. Quando il Khan era presente, tutti marciavano ai suoi ordini, diramati da sotto il tuk, lo stendardo formato da nove code bianche di yak, simbolo di Genghiz khan. Il simbolo del comandante di un’armata era invece un grande tamburo, la naccara.

La mobilità era facilitata anche dalle tende, in feltro con intelaiatura di vimini, pieghevoli, leggere e facili da trasportare. Alcune, più grandi e non smontabili, erano trasportate da carri pesanti. Continua – 3