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La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 8

  • C’è grandine e tempesta, – disse, – non mi son mai trovata fuori con un tempo simile.
  • Effettivamente, il troppo stroppia, – rispose il troll. Allora la principessa gli raccontò che Giovanni aveva indovinato per la seconda volta: se avesse fatto lo stesso la mattina seguente, avrebbe vinto, e allora a lei non sarebbe più stato possibile di venire nella montagna, non avrebbe più potuto fare le solite stregonerie, e questo l’addolorava molto.
  • Stavolta non dovrà indovinare! – esclamò il troll. – Troverò ben io qualcosa a cui non ha mai pensato, a meno che egli sia un mago più potente di me! Ma ora stiamo allegri! – Così dicendo prese per le mani la principessa, e ballarono intorno intorno con i minuscoli folletti e i fuochi fatui che erano nel salone. I ragni rossi saltarono su e giù per le pareti con altrettanta allegria, e i fiori di fuoco sembravano sprizzar scintille. Il gufo batté il tamburo, i grilli fischiarono, mentre le cavallette nere soffiavano nello scacciapensieri. Che ballo allegro!

Quando ebbero ballato abbastanza, la principessa dovette pensare al ritorno, altrimenti al castello avrebbero notato la sua assenza; il troll disse allora che voleva accompagnarla, così avrebbero potuto stare ancora un po’ insieme.

Volarono via nella tempesta, e il compagno di Giovanni consumò addirittura le sue verghe sulle loro spalle: non era mai capitato al troll di essere fuori con una simile grandinata. Arrivati davanti al castello, egli le sussurrò nel salutarla: – Pensa alla mia testa -. Ma il compagno di Giovanni sentì benissimo lo stesso, e proprio nel momento in cui la principessa sgusciava di nuovo dentro la sua camera da letto e il troll stava voltandosi per tornare via, lo afferrò per la lunga barba nera, e con un gran fendente della sua spada spiccò via dalle spalle quell’orribile testa senza, che il troll avesse nemmeno il tempo di vederlo. Gettò il corpo nel lago, in pasto ai pesci, ma la testa la sciacquò solo un momento nell’acqua, poi la legò nel suo fazzoletto di seta, la portò a casa e si mise a dormire.

La mattina dopo dette il fazzoletto a Giovanni raccomandandogli però di non aprirlo prima che la principessa gli domandasse a che cosa aveva pensato.

C’era tanta gente nel salone del castello, che stavano tutti gli uni sugli altri, come ravanelli legati in un mazzo. I consiglieri sedevano nei loro scanni con i morbidi cuscini, il vecchio re aveva messo un vestito nuovo; la sua corona d’oro e lo scettro erano lucidati di fresco che era una bellezza. La principessa però era pallidissima e tutta vestita di nero, come se dovesse andare a un funerale.

  • A che cosa ho pensato? – chiese a Giovanni, e subito quello sciolse il fazzoletto, e rimase lui stesso costernato nel vedere l’orrida testa del troll. Rabbrividirono tutti, perché era veramente uno spettacolo spaventoso, ma la principessa rimase immobile come una statua, incapace di dire una sola parola; alla fine si alzò e porse la mano a Giovanni, perché aveva indovinato; senza guardare in faccia nessuno, sospirò profondamente dicendo: – Ora sei il mio signore e padrone. Questa sera celebreremo le nozze!
  • Così sì che va bene, – esclamò il vecchio re, – e così deve essere! Tutti gridarono evviva, la fanfara militare passò per le strade, le campane suonarono a festa, e le venditrici ambulanti di dolci tolsero il nastro nero ai loro maialini di zucchero; ora era tornata l’allegria! In mezzo alla piazza furono portati tre buoi interi arrostiti e ripieni di anatre e di polli, e ognuno poté tagliarsene una fetta a piacere; dalle fontane sgorgò il vino più prelibato, e chi comprava dal fornaio una ciambellina da un soldo riceveva in regalo sei maritozzi, di quelli con l’uva passa dentro.

La sera vi fu grande illuminazione in tutta la città, i soldati spararono i loro cannoni e i ragazzi le loro castagnole e su al castello si mangiò, si bevve, si fecero brindisi e si ballò; parteciparono alle danze tutti i distinti cavalieri e tutte le graziose damigelle. Da lontano si sentivano cantare:

Ma quante graziose fanciulle,

che vogliono tutte ballar!

Ballano al suono del tamburello,

come una trottola sanno girar!

Ma le fanciulle danzeranno

sino a che i tacchi si staccheranno.

Ma la principessa era ancora una strega e non voleva bene al suo sposo; il compagno di Giovanni lo sapeva, e perciò diede al suo amico tre piume di ala di cigno e una bottiglietta con alcune gocce, consigliandogli di far mettere accanto al letto nuziale una grossa vasca piena d’acqua: quando la principessa avesse voluto mettersi a letto, lui doveva darle una spinta per farla cadere nell’acqua, e poi doveva immergervela ben tre volte, dopo averci però gettato le piume e le gocce. Si sarebbe così liberata dall’incantesimo e gli avrebbe voluto molto bene.

Giovanni fece tutto quello che gli aveva consigliato il suo compagno; quando lui la spinse sott’acqua, la principessa gettò uno strillo e gli si divincolò tra le mani, trasformata in un grande cigno nero dagli occhi lucenti. Quando tornò a galla per la seconda volta era un cigno candido come la neve, con solo un cerchio nero al collo; Giovanni pregò allora devotamente il Signore e immerse per la terza volta l’uccello nell’acqua, e quello si mutò subito in una splendida principessa. Era ancora più bella di prima e lo ringraziò con i suoi magnifici occhi pieni di lagrime, per averla liberata dall’incantesimo.

La mattina dopo venne il vecchio re con tutta la corte, e le congratulazioni durarono gran parte della giornata: per ultimo venne il compagno di Giovanni, col bastone in mano e il sacco sulle spalle. Giovanni lo baciò ripetutamente, pregandolo di non andar via, ma di restare con lui, che gli era debitore di tutta la sua felicità. Ma quello scosse il capo e gli disse con dolce amorevolezza: –  No, ora il tempo concessomi è passato! Non ho fatto che pagare il mio debito. Ti ricordi di quel morto che degli individui infami volevano oltraggiare? Tu desti allora tutto quello che possedevi perché egli potesse riposare in pace nella sua tomba. Quel morto sono io! – Ciò detto sparì.

I festeggiamenti nuziali durarono un mese intero. Giovanni e la principessa si vollero molto bene, e il vecchio re visse molti giorni felici, facendo saltare i nipotini sulle ginocchia e lasciandoli giocare con lo scettro. Intanto Giovanni diventò re di tutto il paese.

Hans Christian Andersen

Fine, spero che vi sia piaciuta cosi come è piaciuta a me.

La favola del giorno

Mignolina – 5

  • No, non posso, – rispose.
  • Addio, allora, addio, graziosa e buona fanciulla, le gridò la rondine volando via alla luce del sole, Mignolina la seguì con lo sguardo, e gli occhi le si riempirono di lacrime, perché si era molto affezionata alla povera rondine.
  • Quivit! Quivit! – gorgheggiò l’uccello volando via verso il bosco verde.

Mignolina era molto triste. Non le davano mai il permesso di andare a prendere un po’ di sole, e il grano, che era stato seminato nel campo sopra la casa, era cresciuto così alto che era un vero bosco per la povera fanciulla, alta un mignolo.

  • Quest’estate ti farai il corredo! – le disse la topa; ormai il vicino, quel noioso del talpone dalla pelliccia nera vellutata, aveva chiesto la sua mano. – Non ti mancherà né la lana né il cotone; una volta sposata non ti dovrà mancare né la biancheria da tavola né quella da letto.

Mignolina dovette torcere il fuso, e la topa prese a cottimo quattro ragni per tessere e filare giorno e notte. Il talpone veniva in visita tutte le sere e continuava a ripetere che quando l’estate fosse terminata e il sole non fosse più stato così forte (adesso aveva reso la terra dura come la pietra)…

quando l’estate fosse finita, si sarebbero celebrate le sue nozze con Mignolina. Lei però non era per nulla contenta, perché quel noioso del talpone non le piaceva affatto. Ogni mattina al levar del sole e ogni sera al tramonto, essa sgusciava fuori dalla porta, e quando il vento scostava le cime del grano ed essa poteva vedere il cielo azzurro, pensava come tutto fosse bello e luminoso lì fuori, e sperava di tutto cuore di poter rivedere la sua cara rondinella, ma quella non tornava più: era certamente volata via lontano, nel bosco verde.

Quando arrivò l’autunno, il corredo di Mignolina era pronto.

  • Fra quattro settimane ci saranno le nozze! – le disse la topa. Mignolina allora si mise a piangere e dichiarò che di quel noioso talpone non voleva saperne.
  • Sciocchezze, – rispose la topa, – non fare la bisbetica, altrimenti ti darò io un bel morso con i miei denti bianchi. Un marito così non lo si trova mica tutti i giorni! Nemmeno la regina ha una pelliccia bella come la sua, e inoltre ha la cucina e la cantina piene. Ringrazia Dio piuttosto!

Giunse così il giorno delle nozze. Il talpone era già venuto a prendere Mignolina, che doveva andare ad abitare con lui giù sottoterra, senza poter ritornare mai più alla luce del sole, perché lui non la poteva soffrire. La povera piccola era disperata di dover dire addio per sempre al bel sole; fino a che aveva abitato con la topa, almeno, aveva potuto vederlo dalla soglia.

  • Addio sole splendente! – esclamò alzando le braccia al cielo, e si allontanò di qualche passo dalla casa della topa; ormai il grano era stato raccolto e non c’erano più che delle stoppie secche. – Addio, addio, – gridò, buttando le sue braccine attorno a un fiorellino rosso che era lì, – saluta da parte mia la cara rondinella quando la vedi!
  • Quirrevit! Quirrevit! – si sentì in quel momento nell’aria, sopra il suo capo: era la rondinella che passava proprio di lì a volo. Quando vide Mignolina fu molto contenta; lei le raccontò che non voleva sposare quel brutto talpone, perché da allora in poi avrebbe dovuto abitare giù sottoterra, dove il sole non brillava mai. E intanto piangeva, non poteva farne a meno.
  • Adesso viene il freddo inverno, – le disse la rondine, – e io volerò lontano, verso i paesi caldi; vuoi venire con me? Ti puoi mettere a cavalcioni sulla mia schiena e legarti forte con la tua cintura; voleremo così lontano dal brutto talpone e dalle sue buie stanze, lontano lontano, al di là dei monti, sino ai paesi caldi, dove il sole splende ancor più di qui e dove l’estate e i magnifici fiori non hanno mai fine. Vieni via con me, cara piccola Mignolina, che mi hai salvato la vita quando ero stesa congelata nel sotterraneo buio.
  • Oh sì, voglio venir via con te! – disse Mignolina. Si sedette sul dorso dell’uccello, puntò i piedi sulle sue ali aperte e si legò stretta con la cintura a una delle penne più robuste; la rondine volò alta nel cielo, su boschi e su laghi, su in alto, oltre le grandi montagne dove c’è sempre la neve. Mignolina sentì un gran freddo in quell’aria gelata, ma si infilò sotto le piume calde dell’uccello, sporgendone solo il capino per guardare tutte quelle meraviglie sotto di lei

Arrivarono così ai paesi caldi. Il sole era molto più luminoso che da noi, il cielo era alto il doppio, sugli argini e sulle siepi cresceva l’uva più stupenda che ci sia, verde e viola. Nei boschi pendevano dagli alberi limoni e arance, e si sentiva profumo di mirti e di mentuccia; nelle strade maestre i più bei bambini del mondo giocavano con grandi farfalle variopinte. Ma la rondine volò ancora più lontana, e tutto diventava sempre più bello. Sotto splendidi alberi verdi, vicino a un lago azzurro, si ergeva un castello dei tempi antichi, tutto di marmo bianco lucente, e dei tralci di vite si avvolgevano intorno agli alti pilastri; in cima c’erano molti nidi e in uno di questi abitava la rondine che portava Mignolina.

  • Ecco qui la mia casa, – disse la rondine, – ma se tu vuoi sceglierti uno dei fiori più belli tra quelli che fioriscono laggiù, io ti ci poserò, e non potrai desiderare nulla di meglio.
  • Che gioia! – esclamò la piccola battendo le manine.

C’era lì una grande colonna di marmo bianco caduta a terra, che si era rotta in tre pezzi, e tra di essi crescevano dei grandi fiori bianchi, bellissimi. La rondinella volò giù insieme a Mignolina e la depose su uno dei larghi petali: come rimase stupita nel vedere dentro il fiore un omino! Era bianco e trasparente come se fosse di vetro, e sulla testa aveva una graziosissima corona d’oro e sulle spalle delle bellissime ali lucenti; di statura non era più alto di Mignolina. Era l’angelo del fiore. In ogni fiore abitavano un omino e una donnina come lui, ma egli era il re di tutti.

  • Dio mio, come è bello! – sussurrò Mignolina alla rondinella.

A vedere la rondine il piccolo principe si spaventò moltissimo, perché era un uccello gigantesco rispetto a lui, che era così piccolo e delicato, ma quando scorse Mignolina fu molto contento, perché era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Si tolse subito dal capo la sua coroncina d’oro, la pose sul capo di lei, le chiese come si chiamava e se voleva essere sua moglie: sarebbe così diventata la regina di tutti i fiori! Era un marito ben diverso dal figlio della rospa e dal talpone con la pelliccia nera vellutata! Mignolina perciò disse di sì al grazioso principino, e da ogni fiore uscirono subito degli omini e delle donnine, così bellini che era un piacere vederli. Ognuno aveva un dono per Mignolina, ma il regalo più bello di tutti fu quello di due belle ali di mosca bianca, che furono fissate alle spalle di Mignolina, così essa poté volare di fiore in fiore. Che felicità! La rondine standosene su nel suo nido cantò per loro meglio che poteva, ma in fondo al cuore era triste, perché voleva molto bene a Mignolina e non avrebbe mai voluto esserne divisa.

  • Non ti chiamerai più Mignolina, – disse l’angelo del fiore, – perché è un brutto nome, e tu sei tanto bella! Ti chiameremo Maia.
  • Addio, addio, – gridò la rondinella, e volò via di nuovo dai paesi caldi per andare lontano lontano, in Danimarca. Lì aveva un piccolo nido sopra la finestra della stanza dell’uomo che sa raccontare tante storie, e – Cip! Cip! Cip! – essa si mise a cantare per lui.

Ecco come siamo venuti a sapere tutta la storia.

Le Fiabe di Hans Christian Andersen

La favola del giorno

Mignolina – 4

Si era appena scavato nella terra una lunga galleria che andava da casa sua sin lì, e dette alla topa di campagna e a MIgnolina il permesso di passeggiarvi quanto volevano. Le avvertì solo di non aver paura dell’uccello morto che vi si trovava: era un uccello intero, con tanto di ali e di becco; doveva essere morto da poco, all’inizio dell’inverno, ed era seppellito proprio dove lui aveva scavato la galleria.

Il talpone prese poi tra i denti un pezzo di legno marcio, perché nel buio brilla come il fuoco, e andò avanti, facendo luce nella lunga galleria scura: arrivati al punto dove si trovava l’uccello morto, il talpone appoggiò il suo largo naso al soffitto e sollevò la terra così da fare un grosso foro, attraverso il quale potesse penetrare la luce del giorno. Proprio in mezzo al pavimento c’era una rondine morta, con le belle ali strette ai fianchi e le zampette e il capino nascosti sotto le piume: la poveretta era certamente morta di freddo. Mignolina ne fu molto addolorata, perché voleva tanto bene agli uccellini; avevano cantato e gorgheggiato così bene per lei tutta l’estate! Ma il talpone dette un calcio alla rondinella con le sue gambe tozze, dicendo: – Ora almeno non fischierà più! Dev’essere ben triste esser nato uccello! Grazie a Dio, questo non toccherà a nessuno dei miei figli! Un uccello così non ha che il suo cip cip, e l’inverno non può fare altro che morire di fame.

  • Avete ben ragione, da quell’uomo ragionevole che siete, – osservò la topa. – Cosa mai ha un uccello, in cambio di tutti i suoi gorgheggi, quando viene l’inverno? Fame e freddo! Ma già, quando si hanno per la testa idee così grandiose…

Mignolina non disse nulla, ma quando gli altri due voltarono le spalle, ella si chinò, tirò da parte le piume che coprivano il capino della rondine e la baciò sugli occhi chiusi. Era forse quella che aveva cantato così bene per lei tutta l’estate, pensò; quanta gioia le aveva procurato quel caro e bell’uccellino!

Il talpone richiese poi il foro attraverso il quale entrava la luce del giorno, e accompagnò a casa le signore. Ma la notte la piccola non riuscì a dormire, e allora si alzò, intrecciò una grande e bella coperta di fieno, la portò giù e la stese sull’uccello morto; e mise tutt’intorno della bambagia che aveva trovato nella stanza della topa, perché la rondine potesse starsene calda nella terra fredda.

  • Addio, bell’uccellino, – disse, – addio, e grazie per il tuo bel canto di quest’estate, quando tutti gli alberi erano verdi e il sole ci riscaldava tanto bene! – Posò la testolina sul petto dell’uccello; ma subito sussultò, sentendo che c’era qualcosa che batteva dentro. Era il cuore dell’uccello. La rondine non era morta, ma solo in letargo, e ora, che era stata riscaldata, tornava alla vita. L’autunno tutte le rondini volano via verso paesi più caldi, ma se una rimane indietro ha tanto freddo che cade a terra come morta, e rimane lì dove è caduta, e la neve gelata la ricopre.

Mignolina si era tanto spaventata che tremava tutta: l’uccello era grande, grandissimo accanto a lei, che era alta un mignolo; ma poi si fece coraggio, avvicinò il più possibile la bambagia alla povera rondine e andò a prendere una foglia di menta, che le serviva da coperta, e la mise sulla testa dell’uccello.

La notte seguente sgusciò nuovamente giù nella galleria e trovò la rondine viva, ma molto debole, tanto che poté solo aprire un attimo gli occhi per guardare Mignolina che stava lì con un pezzo di legno fracido in mano, perché non aveva altra lanterna.

  • Grazie tanto, graziosa fanciullina, – le disse la rondine malata. – Adesso ho un così bel calduccino! Presto riavrò le mie forze e potrò volare ai caldi raggi del sole!
  • Oh, – fece lei, – ora è tanto freddo fuori! Nevica, e tutto è gelato. Resta pure lì nel tuo lettino caldo, e io avrò cura di te.

Le portò dell’acqua nel petalo di un fiore, e la rondine bevve e le raccontò come si era ferita un’ala contro un cespuglio spinoso e non aveva potuto volare forte come le altre rondini che erano andate via, lontano lontano, verso i paesi caldi. Alla fine era caduta per terra, ma poi non poteva ricordare altro, e non sapeva assolutamente dire come fosse capitata lì.

Rimase così giù nella galleria tutto l’inverno, e Mignolina fu molto buona con lei, e le si affezionò molto; né il talpone né la topa ne seppero mai nulla: essi del resto non potevano soffrire la povera misera rondinella.

Non appena venne la primavera e il sole riscaldò la terra, la rondine salutò Mignolina, che riaprì il foro che il talpone aveva fatto nella volta. I bei raggi del sole penetrarono subito gioiosamente fino a loro, e la rondine le chiese se non voleva venire con lei: avrebbe potuto sederlesi a cavalcioni sul dorso e sarebbero volate via lontano lontano, nel bosco verde. Ma Mignolina sapeva bene che abbandonare in tal modo la topa voleva dire procurarle un grosso dispiacere. Continua.

La favola del giorno

Mignolina – 3

Dio mio, che spavento provò la povera Mignolina quando il maggiolino la portò a volo sull’albero! Più che altro, però, le dispiaceva per la bella farfalla bianca che aveva legata alla foglia e che, non potendo più sciogliersi, sarebbe certo morta di fame. Ma il maggiolino non si preoccupava affatto di questo. Sempre tenendola stretta, egli si posò sulla più grande foglia verde dell’albero, le dette da mangiare il polline dei fiori, e le disse che era molto graziosa, benché non assomigliasse per nulla a un maggiolino. Vennero in visita gli altri maggiolini che abitavano sull’albero, guardarono tutti attentamente la piccola e le giovani maggioline arricciarono le antenne, dicendo: – Non ha che due gambe; che miseria! – Altre dicevano: – Non ha neppure le antenne! E che vita stretta, ohibò! Sembra un essere umano! – Tutte quante le maggioline poi esclamarono insieme: – Com’è brutta! – e lei invece era così graziosa. Sembrava graziosa anche al maggiolino che l’aveva portata con sé sull’albero, ma dato che tutti gli altri dichiaravano che era brutta, alla fine ne fu convinto anche lui, e non volle più saperne, e disse che per lui poteva andare dove le pareva. La portarono allora a volo giù dall’albero e la posarono su una margheritina, e lei si mise a piangere, perché era tanto brutta che i maggiolini non volevano tenerla con loro: non è possibile, invece, immaginarsi qualcosa di più grazioso di lei, che era certo bellissima, delicata e luminosa come il più splendido petalo di rosa.

La povera Mignolina passò così tutta l’estate sola soletta nel grande bosco. Si intrecciò un lettino di fili d’erba e lo appese sotto una grande foglia di farfaraccio per proteggersi dalla pioggia, raccolse il polline dei fiori per sfamarsi e bevve la rugiada che si posava ogni mattina sulle foglie. Passarono così l’estate e l’autunno, ma poi venne l’inverno, il freddo, lungo inverno. Tutti gli uccellini, che avevano cantato con tanta grazia per lei, volarono via; alberi e fiori appassirono, e la grande foglia di farfaraccio, sotto la quale aveva abitato, si accartocciò e non fu più che un gambo secco e appassito. Mignolina aveva tanto freddo, perché i suoi vestiti erano a brandelli, e lei era così fragile e delicata, povera piccola! Certo sarebbe morta di freddo. Cominciò a nevicare, e ogni fiocco che le cadeva addosso era per lei, che non era più alta di un mignolo, quello che un’intera palata di neve sarebbe per noi che siamo grandi. Si ravvolse allora in una foglia secca, ma quella non scaldava, e lei tremava dal freddo.

Appena fuori dal bosco dove era capitata si stendeva un grande campo di grano, ma di grano non ce n’era più da un pezzo, e solo le stoppie sbucavano, secche e nude, dalla terra gelata. Per lei era come attraversare un bosco intero, e non faceva che tremare dal freddo. Giunse finalmente alla porta di casa di una topa di campagna. Era un piccolo buco scavato nella terra, sotto le stoppie di grano. Lì sotto, la topa di campagna se ne stava comoda comoda al calduccio, e aveva una stanza intera piena di grano, e in più una bella cucina e una dispensa. La povera Mignolina si mise davanti alla porta come una mendicante qualsiasi, e chiese un pezzettino di grano d’orzo, perché da due giorni non aveva avuto nulla da mettere sotto i denti.

  • Poverina, – disse la vecchia topa di campagna, che in fondo aveva buon cuore, – entra, vieni a mangiare con me qui al calduccio.

Siccome poi Mignolina le riuscì simpatica, le propose: – Puoi rimanere con me quest’inverno, a patto che tu mi tenga pulita la camera e mi racconti delle storie, perché ne vado pazza -. Mignolina fece quello che lei desiderava e se ne trovò benissimo.

  • Presto avremo visite, – disse la vecchia topa, – il mio vicino ha l’abitudine di venirmi a trovare una volta alla settimana. Lui se la passa ancor meglio di me a casa sua, possiede dei grandi saloni e una splendida pelliccia nera vellutata: se tu riuscissi a sposarlo saresti a posto. Peccato solo che sia cieco! Dovrai raccontargli le storie più belle che sai!

A Mignolina non importava nulla di tutto questo, e non voleva sposare il vicino che era un talpone. Questi venne in visita colla sua pelliccia nera vellutata, e la topa disse che era tanto ricco e istruito, che il suo appartamento era venti volte più grande del suo, e che sapeva moltissime cose, ma non poteva soffrire il sole e i bei fiori e ne parlava sempre male perché non li aveva mai visti. Mignolina dovette cantare “Maggiolino vola via!” e poi “Quando il monaco va pei prati”, e il talpone se ne innamorò subito per la sua bella voce, ma non disse nulla, perché era una persona prudente e posata. Continua

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida

Si sedé poi sul cassetto, pensando che certamente uno o l’altro dei fiori sarebbero venuti a invitarla, ma non ne venne nessuno; allora si mise a tossire: hem, hem, hem, ma non venne nessuno lo stesso. L’ometto bruciaprofumi ballò da solo, per conto suo, e non c’era male davvero!

Dato che nessuno dei fiori sembrava vederla, Sofia si lasciò cadere dal cassetto giù sul pavimento, e ci fu così una gran confusione; tutti i fiori le corsero intorno, le chiesero se si era fatta male, ed erano tutti molto gentili con lei, specialmente quelli che avevano dormito nel suo letto; ma lei non si era fatta nulla e quelli la ringraziarono per il magnifico giaciglio, le dimostrarono grande simpatia, la condussero in mezzo alla stanza, proprio dove la luna brillava sul pavimento, e danzarono con lei, e gli altri fiori fecero un cerchio tutt’intorno: ora sì che Sofia era contenta! Disse persino che potevano restare nel suo lettino, e che a lei non importava nulla di dormire nel cassetto.

  • Ti ringraziamo molto, – dissero i fiori, – ma non vivremo a lungo! Domani saremo morti; ma tu di’ alla piccola Ida di seppellirci nel giardino, dove è già il canarino, così quest’estate ricresceremo di nuovo, e saremo molto più belli!
  • Ma voi non dovete morire! – esclamò Sofia, baciando i fiori.

In quel momento la porta della sala si spalancò, e una quantità di fiori meravigliosi entrò danzando. Ida non poteva assolutamente capire da dove fossero venuti: erano certo i fiori del castello reale. Davanti a tutti erano due splendide rose, ognuna con la sua coroncina d’oro in capo: erano un re e una regina, li seguivano le più graziose violaciocche e i garofani più belli, e facevano gran saluti a destra e a sinistra. C’era anche la musica: grandi papaveri e peonie soffiavano dentro a dei baccelli di pisello, sino a diventar rossi rossi in viso. I giacinti azzurri e i bucaneve bianchi tintinnavano come se avessero addosso tanti campanellini. Che musica divertente! Vennero poi tanti altri fiori, e tutti danzavano, le violette turchine e le margheritine rosse, i margheritoni e i mughetti. Tutti i fiori si baciarono poi l’un l’altro, era una cosa molto carina a vedersi.

Alla fine i fiori si diedero la buonanotte, e anche la piccola Ida si infilò nuovamente tra le lenzuola e sognò tutto quello che aveva visto.

Appena alzata, la mattina dopo andò subito verso il tavolino per vedere se i fiori c’erano ancora; tirò da parte le tende del lettino, ed eccoli lì tutti quanti, ma completamente appassiti, molto più del giorno prima. Sofia era nel cassetto dove l’aveva messa lei, e sembrava molto insonnolita.

  • Non ti ricordi di quello che mi dovevi dire? – le domandò la piccola Ida, ma Sofia aveva un’aria molto stupida, e non disse una parola.
  • Non sei davvero buona, – disse Ida, – e pensare che hanno ballato tutti quanti con te! – Prese poi una scatoletta di cartone con disegnati dei graziosi uccellini, la aprì e vi mise dentro i fiori morti. – Questa sarà la vostra graziosa bara, – disse, – e quando verranno i miei cuginetti norvegesi vi seppelliremo fuori in giardino, così d’estate potrete ricrescere e sarete ancora più belli.

I cuginetti norvegesi erano due ragazzi in gamba, uno si chiamava Giona, e l’altro Adolfo: il babbo aveva regalato loro due archi nuovi, che avevano portato con sé per mostrarli a Ida. Questa raccontò dei poveri fiori che erano morti, e toccò poi a loro di seppellirli. I due ragazzi andarono avanti con gli archi in ispalla, e dietro procedeva la piccola Ida, con i fiori morti nella bella scatola; nel giardino fu scavata una piccola tomba: Ida prima baciò i fiori, poi li depose con la loro scatola nella terra; sulla tomba, Adolfo e Giona tirarono con i loro archi, dato che non possedevano né fucili né cannoni.

Fine – Hans Christian Andersen.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida

Sembrò che dalla tavola cadesse qualcosa, e Ida guardò in quella direzione: era il bastone di carnevale che era balzato giù: sentiva di far parte della famiglia dei fiori. Era molto grazioso, con in cima un bambolotto di cera che aveva in testa un cappellone uguale uguale a quello del consigliere. Con un balzo delle sue tre gambe rosse di legno fu in mezzo ai fiori, e si mise a pestare forte forte: ballava la mazurca, e gli altri fiori non erano capaci di ballarla, perché erano tanto leggeri e non potevano pestare.

Il bambolotto di cera in cima al bastone divenne improvvisamente lungo lungo e grosso grosso, si librò piroettando sui fiori di carta, e gridò ad alta voce: – Come si fa a mettere delle idee simili in testa alla bambina! Quella fantasia della malora! – Ora il bambolotto di cera somigliava tale e quale al consigliere col suo cappellone, aveva la stessa faccia giallastra e imbronciata, ma i fiori di carta gli diedero un colpetto sulle lunghe gambe, e quello rientrò in se stesso e ridiventò un piccolo bambolotto di cera. Che buffo! La piccola Ida non poté trattenersi dal ridere. Il bastone di carnevale continuò il suo ballo, e il consigliere non poté far a meno di ballare anche lui, e non gli servì a nulla né farsi grande e grosso, né ridiventare un bambolotto giallo di cera, con il grande cappellone nero. Allora gli altri fiori misero una buona parola per lui, specialmente quelli che avevano dormito nel lettino della bambola, e così il bastone di carnevale la smise. In quel momento si sentì bussare molto forte nel cassetto dove era la bambola di Ida, insieme a tanti altri giocattoli; l’ometto bruciaprofumi corse allora sino all’orlo del tavolo, si stese sulla pancia e riuscì ad aprire un po’ il cassetto. Sofia si alzò e si guardò attorno stupitissima: – Ma qui si balla! – esclamò, – perché nessuno me l’ha detto?

  • Vuoi ballare con me? – le chiese l’ometto.
  • Sì, sei proprio un bel ballerino! – fece lei, e gli voltò le spalle. Continua domani.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida – 3

Ida mise allora i fiori nel lettino della bambola, tirò su la coperta e li coprì per bene, e disse loro di starsene ben fermi, che lei avrebbe preparato il tè, così avrebbero potuto rimettersi, e la mattina dopo si sarebbero alzati; tirò poi le cortine tutt’intorno perché non avessero il sole negli occhi.

Per tutta la sera la piccola non fece altro che pensare a quello che le aveva detto lo studente, e quando venne anche per lei l’ora di andare a letto, volle prima dare un’occhiata dietro le tende che pendevano dalle finestre, dove stavano gli splendidi fiori della mamma, giacinti e tulipani, e sussurrò loro pian piano: – Io lo so, stanotte andrete al ballo! – I fiori fecero finta di non capire e non mossero nemmeno un petalo, ma la piccola Ida era sicura del fatto suo.

Una volta a letto, rimase un bel po’ di tempo sveglia a pensare come sarebbe stato bello vedere i fiori ballare nel castello del re. “Ci saranno poi andati i miei fiori?” pensò, e cadde addormentata. Si svegliò di nuovo nel cuore della notte; aveva sognato i fiori e lo studente, col consigliere che brontolava dicendo che le metteva in testa delle idee sbagliate. Nella camera da letto dove stata Ida c’era un gran silenzio; la lampadina da notte ardeva sul tavolino, e il babbo e la mamma dormivano.

“Riposeranno ora i miei fiori nel letto di Sofia? – disse fra sé. – Come mi piacerebbe saperlo!” Si sollevò un poco e guardò verso la porta che era socchiusa: di là stavano i fiori e tutti i suoi giocattoli. Tese l’orecchio e le sembrò di sentire che in salotto suonavano il pianoforte, pian piano e con grazia, come non aveva mai sentito.

  • Adesso certamente i fiori ballano di là, – esclamò. – Dio mio, come mi piacerebbe vederli! – Ma non aveva il coraggio di alzarsi, perché avrebbe svegliato il babbo e la mamma. – Se venissero qui, – sospirò, ma i fiori non vennero e la musica continuò a suonare con tanta grazia, che lei non poté resistere e sgusciò fuori dal suo lettino, si avvicinò pian pianino alla porta e sbirciò nel salotto. Quante belle cose divertenti vide!

Dentro non c’era una lampada da notte accesa, ma era chiaro lo stesso. Attraverso la finestra i raggi della luna battevano sul pavimento. Era quasi come se fosse giorno! Tutti i giacinti e i Tulipani stavano in piedi in mezzo alla stanza, su due lunghe file; sulla finestra non ce n’era più nemmeno uno, non si vedevano che i vasi vuoti, e tutti i fiori danzavano graziosamente l’uno intorno all’altro, facendo per benino la catena, e tenendosi per le lunghe foglie verdi. Al piano sedeva un grande giglio giallo; Ida era sicura di averlo veduto nell’estate, perché si ricordava che lo studente aveva detto: – Ma come assomiglia alla signorina Lina! – Allora si erano messi tutti a ridere, ma adesso sembrava anche a lei che il lungo fiore giallo assomigliasse alla signorina; faceva anche le stesse mosse nel suonare, piegando il lungo viso giallo ora da una parte ora dall’altra, e battendo il tempo a quella splendida musica. Nessuno si accorse della piccola Ida. Ed ecco che vide un grande croco azzurro balzare sul tavolo dove stavano i giocattoli, avvicinarsi al lettino della bambola e tirar da parte le cortine: i fiori malati stavano lunghi distesi, ma si tirarono subito su e fecero cenno ai fiori sul pavimento di voler scendere anche loro a ballare: l’ometto brucia-profumi dal labbro inferiore spezzato si alzò, fece un inchino ai bei fiori e quelli, che non avevano davvero l’aria ammalata, saltarono giù in mezzo agli altri, tutti contenti. Continua.