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La favola del giorno

I fiori della piccola Ida

Si sedé poi sul cassetto, pensando che certamente uno o l’altro dei fiori sarebbero venuti a invitarla, ma non ne venne nessuno; allora si mise a tossire: hem, hem, hem, ma non venne nessuno lo stesso. L’ometto bruciaprofumi ballò da solo, per conto suo, e non c’era male davvero!

Dato che nessuno dei fiori sembrava vederla, Sofia si lasciò cadere dal cassetto giù sul pavimento, e ci fu così una gran confusione; tutti i fiori le corsero intorno, le chiesero se si era fatta male, ed erano tutti molto gentili con lei, specialmente quelli che avevano dormito nel suo letto; ma lei non si era fatta nulla e quelli la ringraziarono per il magnifico giaciglio, le dimostrarono grande simpatia, la condussero in mezzo alla stanza, proprio dove la luna brillava sul pavimento, e danzarono con lei, e gli altri fiori fecero un cerchio tutt’intorno: ora sì che Sofia era contenta! Disse persino che potevano restare nel suo lettino, e che a lei non importava nulla di dormire nel cassetto.

  • Ti ringraziamo molto, – dissero i fiori, – ma non vivremo a lungo! Domani saremo morti; ma tu di’ alla piccola Ida di seppellirci nel giardino, dove è già il canarino, così quest’estate ricresceremo di nuovo, e saremo molto più belli!
  • Ma voi non dovete morire! – esclamò Sofia, baciando i fiori.

In quel momento la porta della sala si spalancò, e una quantità di fiori meravigliosi entrò danzando. Ida non poteva assolutamente capire da dove fossero venuti: erano certo i fiori del castello reale. Davanti a tutti erano due splendide rose, ognuna con la sua coroncina d’oro in capo: erano un re e una regina, li seguivano le più graziose violaciocche e i garofani più belli, e facevano gran saluti a destra e a sinistra. C’era anche la musica: grandi papaveri e peonie soffiavano dentro a dei baccelli di pisello, sino a diventar rossi rossi in viso. I giacinti azzurri e i bucaneve bianchi tintinnavano come se avessero addosso tanti campanellini. Che musica divertente! Vennero poi tanti altri fiori, e tutti danzavano, le violette turchine e le margheritine rosse, i margheritoni e i mughetti. Tutti i fiori si baciarono poi l’un l’altro, era una cosa molto carina a vedersi.

Alla fine i fiori si diedero la buonanotte, e anche la piccola Ida si infilò nuovamente tra le lenzuola e sognò tutto quello che aveva visto.

Appena alzata, la mattina dopo andò subito verso il tavolino per vedere se i fiori c’erano ancora; tirò da parte le tende del lettino, ed eccoli lì tutti quanti, ma completamente appassiti, molto più del giorno prima. Sofia era nel cassetto dove l’aveva messa lei, e sembrava molto insonnolita.

  • Non ti ricordi di quello che mi dovevi dire? – le domandò la piccola Ida, ma Sofia aveva un’aria molto stupida, e non disse una parola.
  • Non sei davvero buona, – disse Ida, – e pensare che hanno ballato tutti quanti con te! – Prese poi una scatoletta di cartone con disegnati dei graziosi uccellini, la aprì e vi mise dentro i fiori morti. – Questa sarà la vostra graziosa bara, – disse, – e quando verranno i miei cuginetti norvegesi vi seppelliremo fuori in giardino, così d’estate potrete ricrescere e sarete ancora più belli.

I cuginetti norvegesi erano due ragazzi in gamba, uno si chiamava Giona, e l’altro Adolfo: il babbo aveva regalato loro due archi nuovi, che avevano portato con sé per mostrarli a Ida. Questa raccontò dei poveri fiori che erano morti, e toccò poi a loro di seppellirli. I due ragazzi andarono avanti con gli archi in ispalla, e dietro procedeva la piccola Ida, con i fiori morti nella bella scatola; nel giardino fu scavata una piccola tomba: Ida prima baciò i fiori, poi li depose con la loro scatola nella terra; sulla tomba, Adolfo e Giona tirarono con i loro archi, dato che non possedevano né fucili né cannoni.

Fine – Hans Christian Andersen.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida

Sembrò che dalla tavola cadesse qualcosa, e Ida guardò in quella direzione: era il bastone di carnevale che era balzato giù: sentiva di far parte della famiglia dei fiori. Era molto grazioso, con in cima un bambolotto di cera che aveva in testa un cappellone uguale uguale a quello del consigliere. Con un balzo delle sue tre gambe rosse di legno fu in mezzo ai fiori, e si mise a pestare forte forte: ballava la mazurca, e gli altri fiori non erano capaci di ballarla, perché erano tanto leggeri e non potevano pestare.

Il bambolotto di cera in cima al bastone divenne improvvisamente lungo lungo e grosso grosso, si librò piroettando sui fiori di carta, e gridò ad alta voce: – Come si fa a mettere delle idee simili in testa alla bambina! Quella fantasia della malora! – Ora il bambolotto di cera somigliava tale e quale al consigliere col suo cappellone, aveva la stessa faccia giallastra e imbronciata, ma i fiori di carta gli diedero un colpetto sulle lunghe gambe, e quello rientrò in se stesso e ridiventò un piccolo bambolotto di cera. Che buffo! La piccola Ida non poté trattenersi dal ridere. Il bastone di carnevale continuò il suo ballo, e il consigliere non poté far a meno di ballare anche lui, e non gli servì a nulla né farsi grande e grosso, né ridiventare un bambolotto giallo di cera, con il grande cappellone nero. Allora gli altri fiori misero una buona parola per lui, specialmente quelli che avevano dormito nel lettino della bambola, e così il bastone di carnevale la smise. In quel momento si sentì bussare molto forte nel cassetto dove era la bambola di Ida, insieme a tanti altri giocattoli; l’ometto bruciaprofumi corse allora sino all’orlo del tavolo, si stese sulla pancia e riuscì ad aprire un po’ il cassetto. Sofia si alzò e si guardò attorno stupitissima: – Ma qui si balla! – esclamò, – perché nessuno me l’ha detto?

  • Vuoi ballare con me? – le chiese l’ometto.
  • Sì, sei proprio un bel ballerino! – fece lei, e gli voltò le spalle. Continua domani.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida – 3

Ida mise allora i fiori nel lettino della bambola, tirò su la coperta e li coprì per bene, e disse loro di starsene ben fermi, che lei avrebbe preparato il tè, così avrebbero potuto rimettersi, e la mattina dopo si sarebbero alzati; tirò poi le cortine tutt’intorno perché non avessero il sole negli occhi.

Per tutta la sera la piccola non fece altro che pensare a quello che le aveva detto lo studente, e quando venne anche per lei l’ora di andare a letto, volle prima dare un’occhiata dietro le tende che pendevano dalle finestre, dove stavano gli splendidi fiori della mamma, giacinti e tulipani, e sussurrò loro pian piano: – Io lo so, stanotte andrete al ballo! – I fiori fecero finta di non capire e non mossero nemmeno un petalo, ma la piccola Ida era sicura del fatto suo.

Una volta a letto, rimase un bel po’ di tempo sveglia a pensare come sarebbe stato bello vedere i fiori ballare nel castello del re. “Ci saranno poi andati i miei fiori?” pensò, e cadde addormentata. Si svegliò di nuovo nel cuore della notte; aveva sognato i fiori e lo studente, col consigliere che brontolava dicendo che le metteva in testa delle idee sbagliate. Nella camera da letto dove stata Ida c’era un gran silenzio; la lampadina da notte ardeva sul tavolino, e il babbo e la mamma dormivano.

“Riposeranno ora i miei fiori nel letto di Sofia? – disse fra sé. – Come mi piacerebbe saperlo!” Si sollevò un poco e guardò verso la porta che era socchiusa: di là stavano i fiori e tutti i suoi giocattoli. Tese l’orecchio e le sembrò di sentire che in salotto suonavano il pianoforte, pian piano e con grazia, come non aveva mai sentito.

  • Adesso certamente i fiori ballano di là, – esclamò. – Dio mio, come mi piacerebbe vederli! – Ma non aveva il coraggio di alzarsi, perché avrebbe svegliato il babbo e la mamma. – Se venissero qui, – sospirò, ma i fiori non vennero e la musica continuò a suonare con tanta grazia, che lei non poté resistere e sgusciò fuori dal suo lettino, si avvicinò pian pianino alla porta e sbirciò nel salotto. Quante belle cose divertenti vide!

Dentro non c’era una lampada da notte accesa, ma era chiaro lo stesso. Attraverso la finestra i raggi della luna battevano sul pavimento. Era quasi come se fosse giorno! Tutti i giacinti e i Tulipani stavano in piedi in mezzo alla stanza, su due lunghe file; sulla finestra non ce n’era più nemmeno uno, non si vedevano che i vasi vuoti, e tutti i fiori danzavano graziosamente l’uno intorno all’altro, facendo per benino la catena, e tenendosi per le lunghe foglie verdi. Al piano sedeva un grande giglio giallo; Ida era sicura di averlo veduto nell’estate, perché si ricordava che lo studente aveva detto: – Ma come assomiglia alla signorina Lina! – Allora si erano messi tutti a ridere, ma adesso sembrava anche a lei che il lungo fiore giallo assomigliasse alla signorina; faceva anche le stesse mosse nel suonare, piegando il lungo viso giallo ora da una parte ora dall’altra, e battendo il tempo a quella splendida musica. Nessuno si accorse della piccola Ida. Ed ecco che vide un grande croco azzurro balzare sul tavolo dove stavano i giocattoli, avvicinarsi al lettino della bambola e tirar da parte le cortine: i fiori malati stavano lunghi distesi, ma si tirarono subito su e fecero cenno ai fiori sul pavimento di voler scendere anche loro a ballare: l’ometto brucia-profumi dal labbro inferiore spezzato si alzò, fece un inchino ai bei fiori e quelli, che non avevano davvero l’aria ammalata, saltarono giù in mezzo agli altri, tutti contenti. Continua.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida – 2

  • E possono andarci anche i fiori dell’orto botanico? Riescono a fare tutta quella strada?
  • Certo che possono, – rispose lo studente, – se vogliono, sanno anche volare. Non hai mai visto le belle farfalle rosse, gialle e bianche? Sembrano quasi dei fiori, e lo sono anche state, ma poi hanno spiccato un gran salto, si sono staccate dal gambo, hanno agitato i petali come fossero piccole ali e sono volate via; si sono comportate tanto bene, che è stato concesso loro di volare anche di giorno, senza dover tornare a casa e starsene ferme ferme sul gambo; a poco a poco i petali sono diventati delle ali vere. Le hai viste con i tuoi occhi! Ma può anche darsi che i fiori dell’orto botanico non siano mai stati sino al castello del re, e non sappiamo che là di notte c’è festa. Ti dirò ora una cosa che farà restare a bocca aperta il professore di botanica che abita qui accanto; lo conosci, no? Quando andrai nel suo giardino, di’ a uno dei fiori che ci sarà un gran ballo là al castello: quello lo dirà agli altri, e voleranno via tutti, e quando il professore andrà in giardino non ci sarà più nemmeno un fiore, e lui non capirà assolutamente dove mai siano andati a finire.
  • Ma come farà il fiore a dirlo agli altri? I fiori non possono mica parlare!
  • No, è vero, – rispose lo studente, – ma sanno fare la pantomima. Certo hai visto, quando soffia un po’ di vento, che i fiori accennano con la testa e agitano tutte le foglie verdi: è proprio come se parlassero!
  • E il professore riesce a capire quella pantomima? – chiese Ida:
  • Certo. Una mattina scese in giardino e vide una grande ortica che agitava le foglie facendo dei segni a un bellissimo garofano rosso, e gli diceva. “Sei tanto bello, e io ti voglio tanto bene!” Ma queste cose non gli piacciono affatto, e diede un colpetto alle foglie della pianta (per lei sono le dita) ma sentì un gran pizzicore, e da allora in poi non ha più avuto il coraggio di toccare un’ortica.
  • Che spasso! – esclamò ridendo la piccola Ida.
  • Come si fa a mettere delle idee simili in testa alla bambina! – brontolò quel noioso del consigliere che era venuto a far visita e stava seduto sul divano; non poteva soffrire lo studente, e borbottava sempre quando lo vedeva ritagliare le sue bizzarre e divertenti figurine: ora un uomo penzolante dalla forca con un cuore in mano (era un ladro di cuori), ora una vecchia strega a cavallo di una scopa, col marito sulla punta del naso; eran cose che lui non poteva soffrire, e diceva sempre, come ora: – Come si fa a mettere delle simili idee in testa alla bambina! Quella fantasia della malora!

Ma la piccola Ida si era tanto divertita a sentire quel che lo studente raccontava dei suoi fiori, e ci pensò molto. I fiori tenevano il capo penzoloni perché erano stanchi di aver ballato tutta la notte: erano certamente ammalati. Li portò allora dove erano tutti gli altri suoi giocattoli, su un bel tavolino, con un cassetto pieno di magnifiche cianfrusaglie. Nel lettino era coricata la sua bambola Sofia e dormiva, ma la piccola Ida le disse: -Devi proprio alzarti, Sofia, e, per questa notte, accontentarti di dormire nel cassetto: i fiori, poverini, sono ammalati, e bisogna che si corichino nel tuo lettino. Chissà che allora non guariscano! – Così detto tirò su la bambola che la guardò di traverso e non disse neppure una parola, perché era seccatissima di non poter rimanere nel suo letto. Continua.

La favola del giorno

I fiori della piccola Ida

  • I mie poveri fiori sono morti del tutto, – disse la piccola Ida, – erano così belli ieri sera, e ora tutti i petali sono penzoloni, già appassiti! Perché fanno così? – chiese poi allo studente che era seduto sul divano. Lei gli voleva molto bene, perché sapeva delle storie meravigliose e ritagliava delle figurine divertentissime: cuori con dentro delle damine che danzavano, fiori e grandi castelli, con le porte che si potevano aprire; quello studente sì che faceva stare allegri!
  • Perché mai oggi i fiori hanno un così brutto aspetto? – domandò di nuovo, mostrandogli un mazzolino tutto appassito.
  • Sai che cos’hanno? – rispose lo studente. – Stanotte i fiori sono andati al ballo, ecco perché ora tengono la testa penzoloni!
  • Ma i fiori non sanno ballare! – obiettò la piccola Ida.
  • Ma certo che sanno, – disse lo studente, – quando si fa buio e noialtri dormiamo saltano allegri da tutte le parti: quasi ogni notte c’è un ballo!
  • E i bambini ci possono andare?
  • Certo che possono, – rispose lo studente, – le piccole margherite e i piccoli mughetti.
  • E dov’è che ballano i fiori più carini? – domandò la piccola Ida.
  • Non sei stata tante volte fuori porta, vicino al gran castello dove il re abita l’estate, in quel magnifico giardino pieno di fiori?

Non hai visto i cigni che vengono a nuoto verso di te, se dài loro dei pezzetti di pane? Là sì che si balla, credi a me!

  • Sono stata ieri al giardino, con la mamma, – disse Ida, – ma tutte le foglie erano giù dagli alberi, e non c’erano più fiori. Dove sono ora? D’estate ce n’erano tanti!
  • Son dentro il castello, – rispose lo studente. – Devi sapere che appena il re e tutta la corte ritornano in città, i fiori corrono subito dal giardino dentro al castello, e fanno festa. Dovresti vederli! Le due rose più belle si siedono sul trono, e sono il re e la regina. Tutte le creste di gallo si dispongono ai lati e fanno gli inchini: sono i gentiluomini di corte. Arrivano poi tutti i fiori più belli, e c’è gran ballo: le violette turchine sono i giovani cadetti di marina, danzano coi fiori di giacinto e di croco, e li chiamano signorine; i tulipani e i grandi gigli gialli sono le signore anziane, e stanno attente che si balli perbenino, senza scandali.
  • Ma, – chiese la piccola Ida, – nessuno fa niente ai fiori, perché danzano nel castello del re?
  • Non c’è nessuno che lo sappia, – rispose lo studente; – qualche volta, la notte, viene il vecchio custode del castello che deve far la guardia: ha con sé un gran mazzo di chiavi, e non appena i fiori ne sentono il rumore stanno zitti zitti, si nascondono dietro i tendaggi e sporgono solo la testa. “Ci devono essere dei fiori”, dice il guardiano, “ne sento l’odore”, ma non può vederli.
  • Che divertimento! – esclamò la piccola battendo le mani, – neppur io potrei vedere quei fiori?
  • Tu sì, – rispose lo studente. – Ricordati, quando torni al giardino, di gettar dentro un’occhiata dalla finestra, e li vedrai certo.

Io l’ho fatto oggi: sul divano era coricata una lunga giunchiglia gialla che si stirava, era una dama di corte. Continua.

La favola del giorno

La principessa sul pisello

C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma doveva essere una vera principessa. Girò così tutto il mondo in lungo e in largo per trovarne una, ma dovunque c’era sempre un non so che di poco convincente; le principesse non mancavano davvero, ma se poi fossero principesse vere non riusciva mai a saperlo con sicurezza; c’era sempre qualcosa che lo lasciava perplesso. Così tornò a casa sua ma era molto triste, dato che gli sarebbe tanto piaciuto di trovare una principessa vera.

Una notte c’era un tempo orribile: fulmini, tuoni, acqua a catinelle; che spavento! In quel mentre bussarono alla porta della città, e il vecchio re andò ad aprire.

Fuori dalle mura stava una principessa: Dio mio, come l’avevano conciata la pioggia e il brutto tempo! L’acqua le colava giù dai capelli e dai vestiti, entrava nelle scarpe dalla punta e ne usciva dai tacchi; eppure lei dichiarò di essere una vera principessa.

“Questo lo vedremo noi!” pensò la vecchia regina, ma non disse nulla; andò in camera, tolse tutto dal letto e mise sul fondo un pisello; prese poi venti materassi, li posò sul pisello, e sopra i materassi accumulò ancora venti cuscinoni di piuma.

Quella notte la principessa doveva dormire lì sopra.

La mattina dopo le chiesero come aveva dormito.

  • Orribilmente! – si lagnò la fanciulla, – non ho quasi chiuso occhio in tutta la notte! Dio solo sa cosa c’era nel letto! Ero coricata su qualcosa di duro e sono tutta un livido blu e marrone. E’ stata una cosa terribile!

Capirono così che era una principessa vera, dato che aveva sentito il pisello attraverso venti materassi e venti cuscinoni di piuma.

Chi altro avrebbe potuto avere la pelle così sensibile, se non una vera principessa?

Il principe la prese allora in isposa, finalmente persuaso che era una vera principessa, e il pisello andò a finire al museo, dove si può vederlo ancora oggi, se nessuno lo ha portato via.

E questa, sai, è una storia vera.

Le fiabe di Hans Christian Andersen

La favola del giorno

Il piccolo Claus e il grande Claus – 3

L’oste aveva tanti, tanti soldi, era anche un brav’uomo, ma era irritabile, neanche avesse pepe e tabacco in corpo.

  • Buon giorno! fece al piccolo Claus, – hai avuto fretta di infilarti il vestito della festa, stamane!
  • Sì, – disse il piccolo Claus, – devo andare in città con la nonna; l’ho lasciata fuori sul carro, non posso farla entrare: volete portarle un bicchiere di idromele, per favore? ma parlate forte, perché è un po’ sorda!
  • Certo, ci vado subito! – disse l’oste, riempì un gran bicchiere di idromele e on quello si recò dalla nonna morta che stava accriccata sul carretto.
  • Ecco un bicchiere di idromele da parte di suo figlio! disse l’oste, ma la morta non rispose, e restò immobile.
  • Non sente? – urlò l’oste più forte che poté, – ecco un bicchiere di idromele per lei, da parte di suo figlio!

Urlò un’altra volta la stessa cosa, e poi un’altra volta ancora, ma, visto che quella non si muoveva, si arrabbiò e le scagliò il bicchiere in faccia, così che l’idromele prese a scorrerle sul naso ed essa cadde riversa nel carro, poiché non era stata legata per niente.

  • Ma guarda, – gridò il piccolo Claus, si slanciò fuori e afferrò l’oste per la giubba.
  • Mi hai ammazzato la nonna! guarda, le hai fatto un buco sulla fronte!
  • Oh! è stata una disgrazia! – esclamò l’oste giungendo le mani, – è tutta colpa del mio caratteraccio! Mio caro, piccolo Claus, io ti regalerò uno staio di denari e farò seppellire la tua vecchia come se fosse la nonna mia, purché tu non parli, altrimenti mi tagliano la testa e questo sarebbe disgustoso!

Così, il piccolo Claus ebbe uno staio pieno di denaro e l’oste seppellì la vecchia nonna, come se fosse stata la sua.

Ora, appena il piccolo Claus arrivò a casa con tutti questi soldi, mandò subito il ragazzo dal grande Claus con preghiera di prestargli uno staio.

  • Come? – disse il grande Claus, non l’avevo ammazzato? bisogna che vada a vedere io stesso! – e così andò dal piccolo Claus, con lo staio.
  • Ma guarda! e chi ti ha dato tutti quei soldi? Chiese e spalancò tanto d’occhi nel vedere quanti altri ne aveva avuti.
  • Era la nonna che hai ammazzato, non me! disse il piccolo Claus, – ora l’ho venduta e ho ricavato uno staio di denari!
  • Te l’hanno pagata bene! – disse il grande Claus, si precipitò a casa, prese una scure, ammazzò subito sua nonna, la depose nel carro, si recò in città dove abitava il farmacista e gli chiese se voleva comprare una persona morta.
  • Chi è e dove l’avete trovata? – domandò il farmacista.
  • E’ mia nonna! rispose il grande Claus, – l’ho ammazzata io per uno staio di denari!
  • Dio ci salvi! – disse il farmacista, – avete la lingua troppo lunga! ma non dite certe cose, se non volete rimetterci la testa! –

Quindi gli spiegò con tutta esattezza quale orribile cosa aveva commesso, e che uomo cattivo egli era, e il castigo che meritava; il grande Claus s’impaurì tanto che dalla farmacia, con un salto, raggiunse il carretto, frustò i cavalli e filò a casa, ma il farmacista e l’altra gente pensarono che era matto e lo lasciarono andare per la sua strada.

  • Questa me la pagherai! – disse il grande Claus quando si trovò in aperta campagna. – Ah, sì! questa me la pagherai, piccolo Claus! – e appena arrivato a casa prese il sacco più grande che poté trovare, andò dal piccolo Claus e gli disse: – anche questa volta ti sei burlato di me! Prima ho ammazzato i cavalli e adesso la mia vecchia nonna! Tutto per colpa tua, ma ora non ti burlerai più di me! – E afferrò il piccolo Claus per la vita e lo ficcò nel sacco, se lo caricò sulle spalle e gli gridò: – adesso ti vado ad affogare!

C’era un bel pezzo di strada da fare, prima di giungere al fiume, e il piccolo Claus non era un peso leggero da portare. La strada passava accanto alla chiesa. L’organo suonava e la gente, dentro, cantava così bene; il grande Claus posò il sacco col piccolo Claus presso la porta e pensò che sarebbe stata un’ottima cosa entrare e ascoltare un salmo prima di proseguire; tanto, il piccolo Claus non poteva scappare e la gente stava tutta in chiesa; così entrò.

  • Ahimè! Ahimé! – gemeva il piccolo Claus dentro il sacco; e si girava e si rigirava, ma non c’era verso di sciogliere il nodo; in quel mentre giunse un mandriano coi capelli bianchi come il gesso e con un grande bastone; guidava un armento di mucche e di tori, i quali inciamparono nel sacco dov’era il piccolo Claus, rovesciandolo.
  • Ahimè! – sospirò il piccolo Claus, – sono tanto giovane e già devo andare in cielo!
  • E io meschino! – disse il mandriano, – sono tanto vecchio e ancora non ci posso andare!
  • Apri il sacco! – gli gridò il piccolo Claus. – Vieni qui al mio posto, così arrivi presto in cielo!
  • Oh! lo faccio molto volentieri, – disse il mandriano, sciolse il nodo del sacco e il piccolo Claus saltò subito fuori.
  • Vuoi badare tu alle bestie, intanto? – disse il vecchio, e si ficcò nel sacco che il piccolo Claus legò, poi se ne andò con le mucche e i tori.

Poco dopo, il grande Claus uscì dalla chiesa, riprese il sacco sulle spalle e gli sembrò veramente che fosse diventato molto leggero, perché il mandriano non pesava più della metà del piccolo Claus!

  • Come si è fatto leggero da portare! forse perché ho ascoltato un salmo! – e andò al fiume che era largo e profondo, gettò il sacco col vecchio nell’acqua e siccome era sicuro che ci fosse il piccolo Claus gli urlò dietro: – Ecco qua! Adesso non ti burlerai più di me!

Poi si diresse verso casa. Ma arrivato a un crocicchio incontrò il piccolo Claus che spingeva avanti a sé l’armento.

  • Che roba è questa? – disse il grande Claus. Non ti ho appena affogato?
  • Certo! – rispose il piccolo Claus, – tu mi buttasti nel fiume una mezz’oretta fa!
  • Ma dove hai trovato tutte queste belle bestie? chiese il grande Claus.
  • E’ bestiame di mare! – disse il piccolo Claus, – ti racconterò tutta la storia, e poi ti ringrazio tanto di avermi affogato: adesso eccomi di nuovo sulla terra e sono molto ricco, sai! Ho avuto tanta paura quando stavo dentro il sacco, e sentii il vento fischiarmi nelle orecchie mentre mi buttasti dal ponte nell’acqua fredda; precipitai subito sul fondo, ma non mi feci male, perché laggiù cresce una bella erba tenera; ci caddi sopra e subito qualcuno aprì il sacco e una bella fanciulla, dalle vesti candide e con una corona verde sui capelli bagnati, mi prese per mano e disse: “Sei tu, piccolo Claus? Eccoti per prima cosa un po’ di bestiame! a un miglio da qui c’è anche un altro armento che ti voglio regalare!” Allora mi accorsi che il fiume era la strada maestra per la gente del mare. Loro, dal mare, si inoltravano a piedi o in carrozza entro la terraferma fin dove finisce il fiume. Era molto bello con tutti quei fiori, e l’erba fresca e i pesci che nuotavano in acqua e mi sfioravano le orecchie, come qui gli uccelli dell’aria. C’erano tante persone gentili e tanto bestiame che camminava lungo le siepi e i fossi!
  • Ma perché sei ritornato subito fuori? chiese il grande Claus. – Io non sarei tornato, dal momento che laggiù era così bello!
  • Capisci, – disse il piccolo Claus, – è solo un’astuzia da parte mia! Ma tu hai ascoltato bene quello che ho detto? La fanciulla del mare disse che a un miglio di strada, e quando dice strada, essa intende il fiume, perché in altri luoghi non può camminare, c’è un altro armento di buoi per me. Ma io so che il ruscello fa una curva qui, e un’altra là, è tutto un lungo giro, e se si può, si fa molto prima a salire sulla terra, e tornare al fiume tagliando di traverso; così risparmio quasi mezzo miglio e raggiungo più in fretta il mio bestiame di mare.
  • Ah! sei un uomo fortunato! – disse il grande Claus. – Credi che anch’io troverò bestiame di mare se scendo sul fondo del fiume?
  • Penso di sì! – disse il piccolo Claus, – ma io non posso trascinarti col sacco fino al fiume; pesi troppo per me; se tu ci vai da solo e poi ti infili nel sacco, io ti butterò in acqua con grande piacere!
  • Grazie tante! – disse il grande Claus. – Ma se non trovo bestiame di mare quando sarò giù, ti darò tante bastonate, ricordati!
  • Oh! no, non essere così cattivo – e andarono al fiume. Quando le bestie che erano assetate videro l’acqua, presero a correre più che potevano per andare a bere.
  • Vedi come si affrettano! – disse il piccolo Claus; non vedono l’ora di tornare sul fondo del fiume!
  • Si, ma ora devi aiutare me! – disse il grande Claus, – altrimenti ti bastono! – e si infilò in un sacco che aveva tolto dalla groppa di un toro. – Metti anche un sasso, altrimenti ho paura che non vado giù! – disse il grande Claus.
  • Ci andrai di sicuro! – disse il piccolo Claus, tuttavia mise nel sacco una grossa pietra, legò stretto e diede una spinta: plump! ed ecco il grande Claus in acqua; arrivò subito sul fondo.
  • Ho paura che il bestiame non lo trovi! – disse il piccolo Claus, e si diresse verso casa con tutto quello che aveva. Fine

Hans Christian Andersen