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Animali – I Canidi – 6

Il Lupo

Gli accoppiamenti sono di solito limitati ai Lupi di un certo rango, che spesso ostacolano addirittura i tentativi compiuti dai compagni gerarchicamente inferiori. Tale abitudine, insieme a un indice abbastanza elevato di mortalità durante il primo anno, realizza una sorta di controllo delle nascite, e quindi un’autoregolazione della densità di popolazione, comune del resto ad altri Carnivori di grandi dimensioni. Gli accoppiamenti hanno luogo in febbraio-marzo per le forme eurasiatiche, ai primi di aprile per quelle diffuse nelle estreme regioni settentrionali del Nordamerica. Dopo una gestazione di circa 9 settimane la femmina dà alla luce da 3 a 10 piccoli (più comunemente da 5 a 7), ciechi e inetti come quelli dei Cani domestici. Qualche tempo prima del parto la futura madre predispone un ricovero adatto ad accogliere la prole, scavando di solito un rifugio nel sottosuolo, o più semplicemente installandosi in un tronco cavo, in una tana di Volpi oppure in una tana abbandonata di Castori. I piccoli vengono allattati per circa 8 settimane, quindi la femmina viene aiutata ad allevarli sia dal maschio, che sovente vive per vari anni con la stessa compagna, sia da altri Lupi del branco che non hanno ancora formato una coppia, soprattutto dalle femmine più giovani; queste si prendono cura dei cuccioli allorché la madre ricomincia ad allontanarsi per andare a caccia. Dopo essere stati svezzati i piccoli vengono infatti nutriti con il cibo procurato dai genitori, che talvolta lo portano direttamente tenendolo in bocca, oppure lo inghiottono per poi rigurgitarlo nella tana.

I cuccioli crescono con tale rapidità da raggiungere durante l’inverno delle dimensioni prossime a quelle dei genitori (da una certa distanza è pressoché impossibile distinguerli dagli adulti); poiché tuttavia non sono ancora in grado di contrastare validamente le pericolose reazioni delle prede, si limitano dapprima a partecipare alla caccia come apprendisti, senza intervenire attivamente. Trascorrono invece molte ore dedicandosi ai giochi più diversi, trascinando talora anche gli adulti. I Lupi raggiungono la maturità sessuale verso i 3 anni e allo stato libero non vivono probabilmente più di 10 anni; a questa età infatti l’animale ha i denti talmente logori, ed è tanto indebolito dai parassiti da trovare notevole difficoltà nella ricerca del cibo. A volte gli individui molto anziani vengono scacciati dal branco e costretti a vivere isolati, per cui finiscono ben presto per morire.

I lupi e l’uomo

Fin dai tempi più antichi il Lupo è stato temuto e odiato dagli uomini: i cacciatori vedevano in questo Carnivoro un temibile concorrente, i pastori lo consideravano un predatore di animali domestici e addirittura pericoloso nemico. Non è dunque difficile immaginare quanto abbia influenzato la mitologia e la superstizione di molti popoli dell’emisfero settentrionale, non solo nell’antichità (basti pensare alla leggenda di Romolo e Remo allattati da una Lupa), ma addirittura ai nostri giorni. In India, ad esempio, si narrano tuttora storie di bambini che, abbandonati dai genitori, sono stati accolti e allevati da un branco di Lupi (di qui il personaggio di Mowgli, ideato da Rudyard Kipling). Ai tempi in cui in Europa vigeva il regime feudale, questi Carnivori erano divenuti per i contadini oppressi l’incarnazione stessa del terrore: l’irruzione di un branco in un pascolo di Bovini poteva risolversi in una catastrofe economica per i proprietari degli animali uccisi, per i quali un simile evento significava la perdita delle decime o quanto meno l’impossibilità di accumulare le provviste di carne (conservata sotto sale) necessarie per l’inverno. Dopo la guerra dei Trent’anni, quando i Lupi si accrebbero in misura tale da annientare talune colonie agricole di recente formazione, i feudatari decisero di condurre una lotta spietata contro questi Carnivori, ricorrendo perlopiù all’arruolamento in massa di battitori che avevano il compito di spingere i Lupi verso una località prefissata; qui gli animali rimanevano imprigionati in reti e facilmente abbattuti. In confronto ai risultati ottenuti, tuttavia il costo di una simile tecnica di caccia fu veramente enorme, e si risolse, in pratica, in un pesante aggravio per i contadini, costretti loro malgrado a fungere da battitori. Nella prima metà del XVIII secolo il graduale miglioramento tecnico delle armi da fuoco e l’introduzione della stricnina quale mezzo di lotta contro i Lupi provocarono una progressiva riduzione numerica nelle popolazioni di questa specie, che all’inizio delle guerre napoleoniche appariva ormai quasi completamente sterminata in gran parte dell’Europa centrale. Dopo l’infelice campagna di Russia branchi di Lupi seguirono le armate napoleoniche in ritirata, spingendosi dalle regioni orientali fino all’Europa centrale, ove vennero però in gran parte distrutti. La penetrazione verso le regioni centrali di gruppi di questi Carnivori continuò tuttavia, sia pure sporadicamente, fino al 1870; verso il 1900 vennero uccisi gli ultimi esemplari sopravvissuti in Alsazia, Lorena e Saar, mentre nelle Ardenne e nelle altre zone della Francia Orientale la specie scomparve attorno al 1910. Un piccolo gruppo di Lupi sopravvive oggi nei Pirenei, e alcuni individui si spingono talora verso nordest, fino alle Cevenne. Nell’Europa orientale questa specie ha invece registrato un aumento numerico apprezzabile dopo la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda, tanto che negli ultimi decenni si sono verificate delle nuove migrazioni verso occidente, fino alla Bassa Sassonia. In Italia esistono ancora circa 300-400 Lupi di una razza particolare (Lupo appenninico), diffusi dall’Umbria alla Calabria. Difficilmente, però essi potranno sopravvivere in futuro, a eccezione dei pochi esemplari presenti nel Parco nazionale degli Abruzzi. Continua – 6

Animali Viva la differenza fra i sessi.

L’aspetto dei maschi e delle femmine è una strategia per lasciare più discendenti.

I sessi, fin dall’inizio, hanno disegnato individui con caratteristiche fisiche molte diverse. Un fenomeno che continua: in modi sorprendenti.

Che sesso ha quel pappagallo? A una domanda del genere è sempre difficile rispondere: come in altri animali, i pappagalli maschi appaiono identici alle femmine, tanto che zoo e allevatori ricorrono spesso alla prova del Dna per determinare il sesso. Ma esistono altri animali in cui evidenti caratteristiche fisiche rendono il riconoscimento facile, se non scontato. E ci sono addirittura casi in cui le differenze fisiche fra i sessi sono così spinte da far pensare che uno dei due partner sia solo un piccolo, o un esponente di un’altra specie.

Il dimorfismo sessuale, cioè la diversità dei caratteri secondari fra i sessi, ha una spiegazione evolutiva. E’ il risultato della selezione sessuale, dovuta alla competizione fra appartenenti allo stesso sesso per conquistare quello opposto.

La sua origine risale a circa un miliardo di anni fa, quando esseri microscopici, le uniche forme di vita fino a quel momento, si specializzarono in cellule grandi, ricche di nutrimento (le potremmo chiamare cellule “uovo”) e individui più piccoli, veloci, indifesi (definibili come cellule “spermatozoo”) in competizione per unirsi alle cellule grandi, dove trovavano cibo e rifugio. Questa disparità primordiale fra esseri unicellulari che inventarono i sessi, nel corso di milioni di anni è stata in certi casi colmata (come nei pappagalli), in altri si è ribaltata (come negli elefanti marini e negli oranghi, dove i maschi sono molto più grandi delle femmine). Lì si sono ritrovati ad essere più forti non tanto per dominare le femmine (hanno “scoperto” dopo di poterlo fare), ma perché dimensioni maggiori erano necessarie per avere la meglio sugli individui del proprio sesso.

Competizione mortale

Fra i cervi d’Irlanda la competizione tra maschi portò alla corsa a corna sempre più grandi e pesanti che li fece diventare troppo lenti e impacciati, provocando l’estinzione della specie. Oggi comunque l’animale più grande del mondo resta una femmina, quella di balenottera azzurra (130 tonnellate) che pesa il 50% più del maschio. Le femmine di molti rapaci continuano a essere più grandi e forti dei maschi. Così come quelle delle iene.

Un altro esempio della persistente grandezza delle femmine? Solo dopo attenti esami gli etologi hanno compreso che un piccolo pipistrello non classificato era in realtà il maschio del pipistrello dalla faccia rugosa. E che dire della Bonellia viridis, invertebrato del mar Ligure lungo 1 metro? Solo la femmina ha queste dimensioni. Il maschio è mini: 1 millimetro.

Fra le coppie più strane del mondo animale si vedono colori, e persino nasi, particolari: servono ai maschi per farsi notare come padroni di un territorio, o semplicemente per piacere alle femmine. Solitamente dimesse (sono loro in natura la merce più richiesta), anche le femmine hanno in certi casi dovuto sviluppare attributi appariscenti perché scese in concorrenza fra loro. L’hanno fatto tra i gibboni, dove piacciono quelle col pelo biondo. O fra gli uccelli falaropi dove, rompendo le regole dei pennuti, sono diventate più variopinte dei maschi. E, pare, anche nell’uomo, sviluppando natiche e seni.

Animali in genere

I canidi – 1

I canidi (famiglia Canidae; LTT 34-135cm, LC 11-54cm, peso 1,5-75kg – superfamiglia dei cinofeloidei – famiglia dei canidi; i maschi sono di norma più imponenti delle femmine) hanno una corporatura slanciata e muscolosa, che si assottiglia nella regione inguinale; gli arti sono spesso lunghi e con piccoli piedi: quelli anteriori pentadattili (a eccezione del Licaone) e quelli posteriori sempre tetradattili; le unghie sono robuste, smussate e non retrattili, per cui la loro impronta è chiaramente riconoscibile nell’orma degli animali. Il cranio ha una forma allungata; il capo termina in un muso lungo e slanciato; le orecchie sono di solito triangolari e in alcune specie (Volpi pigmee, Fennec, Otocione) assai sviluppate; la coda è perlopiù folta e cespugliosa. I 42 denti sono distribuiti 3-1-4-3 superiori 3-1-4-2 inferiori (fanno eccezione lo Speoto con 38 denti, il Cuon alpino con 40 e l’Otocione con 48); i molari hanno la corona larga e sono perciò adatti anche a triturare i vegetali, e i denti ferini presentano gli spigoli taglienti, tipici delle forme carnivore. L’intestino è piuttosto lungo; i maschi hanno l’osso penico bene sviluppato, mentre le femmine sono dotate di 3-7 paia di capezzoli. La famiglia dei canidi è diffusa in quasi tutte le parti del mondo, eccetto l’Australia, la Nuova Guinea, la Nuova Zelanda, il Madagascar, le Antille e alcune altre isole, ove è stata però introdotta dall’uomo.

Eccezion fatta per il Cane procione, che in inverno cade in letargo, i Canidi sono attivi in ogni periodo dell’anno, taluni in qualsiasi momento del giorno, altri (in particolare quelli che vivono nelle regioni più calde) in prevalenza al crepuscolo e di notte: questi ultimi trascorrono le ore diurne nascosti in cavità che costruiscono appositamente, in tane di altri animali, che provvedono ad ampliare e rendere più comode, oppure in grotte. Quando si spostano ad andatura lenta, questi Carnivori poggiano sul terreno solo le dita (secondo un abitudine comune anche ai Felidi), mentre quando corrono si sostengono pure con altre parti del piede. I Canidi sono tra i Carnivori più abili e resistenti nella corsa e alcune specie possono raggiungere velocità molto elevate: il Coyote, ad esempio, arriva anche a 65 km/ora. Sono tutti in grado di nuotare, e tale dote è particolarmente sviluppata nello Speoto; inoltre, sebbene le unghie smussate indicano che si tratta di animali tipicamente terricoli, alcuni di essi, e cioè gli Urocioni del Nuovo Mondo e la Volpe delle steppe, sono in grado di arrampicarsi sugli alberi. Nel complesso tutti i Canidi si distinguono per la spiccatissima capacità di adattamento ai più diversi ambienti.

Le specie più grandi, quali il Lupo, il Cuon alpino e il Licaone, vivono riunite in branchi (nel caso del Licaone questi possono talvolta comprendere fino a più di 30 individui) e, grazie al concorso di tutti i componenti, riescono a sopraffare persino grossi ungulati, quali Bufali, Zebre e grandi Antilopi. Altre specie cacciano invece da sole o in piccoli gruppi e si nutrono in prevalenza di mammiferi di media grandezza, uccelli terricoli e insetti; la maggior parte dei Canidi si ciba inoltre di carogne e, a eccezione del Cuon alpino e del Licaone, che sono tipici carnivori, sovente anche di vegetali; questi ultimi per gli Urocioni rappresentano, in determinate stagioni, la principale fonte di alimentazione. Continua – 1

Animali

Il Barbagianni: il signore della notte.

E’ stato frequentemente paragonato a un fantasma nella notte. E come tale perseguitato, cacciato, ucciso e inchiodato alle porte delle stalle. Il suo piumaggio bianco inferiormente e nocciola sopra lo rende evidente ai fari delle automobili mentre sorvola lento la campagna, proprio come uno spettro. Eppure il barbagianni non potrebbe essere più utile all’uomo. E’ diffuso in molte zone rurali, frequenta i campi coltivati e i margini dei boschi, e la maggior parte delle sue prede sono roditori. Topiragni, arvicole, topi selvatici, ratti cadono tutti sotto i suoi artigli. Riesce a prendere al volo anche i piccoli uccelli che spaventa ponendosi di fronte a un cespuglio e battendo le ali.

Anche se d’inverno cattura molte prede di giorno, è uno dei rapaci più notturni della nostra fauna, e riesce a cacciare nel buio quasi completo. Non ha la vista acuta di altri rapaci notturni, ma l’udito è straordinario. Inoltre la struttura delle orecchie è molto particolare, e gli consente di localizzare con estrema precisione ogni più piccolo rumore. Guidato dal suono, si precipita sulla preda con gli artigli aperti, e la uccide soffocandola. Le ali lunghe e arrotondate e la coda corta gli permettono un volo agile e un atterraggio preciso.

Il barbagianni nidifica molto spesso nelle costruzioni umane, nelle stalle e nei campanili, dove depone da 4 a 7 uova e alleva i piccoli, batuffoli bianchi che quando cambiano il piumino rivestono direttamente la livrea dell’adulto, a differenza di altri rapaci notturni.

Quando è nel nido, ma anche quando vola, è solito emettere il suo grido, che è in effetti agghiacciante: un lungo soffio soffocato e tremolante, che dura circa due secondi.

Le attività agricole hanno favorito la sua diffusione, ma la scomparsa di vecchie costruzioni e di alberi cavi dove fare il nido, il traffico automobilistico che ne fa strage e soprattutto, in alcune zone d’Italia, la continua e stupida persecuzione di cui la specie è ancora oggetto, hanno diminuito il numero di barbagianni. Con conseguente aumento dei roditori, e dei danni provocati da questi ultimi.

Una delle caratteristiche più note del barbagianni è la sua faccia a cuore. Dietro a questo aspetto si nasconde una struttura molto specializzata, un vero e proprio radar che riesce a percepire i suoni più lievi e, soprattutto, la direzione e la distanza di ogni minimo rumore. Le orecchie del barbagianni sono infatti poste nel cranio in posizione asimmetrica; i suoni giungono quindi in momenti diversi al cervello, che li elabora con estrema precisione per stabilirne la provenienza e la distanza. Con questo complesso apparato, il barbagianni riesce a cacciare al buio più completo, pur non avendo una vista buonissima, e cattura anche prede minuscole solo ascoltandone i movimenti nell’erba.

La maggior parte delle prede del barbagianni è costituita da piccoli mammiferi, come topi selvatici, arvicole e topiragni. In alcuni momenti di particolare abbondanza riesce anche a catturare pipistrelli, piccoli predatori, talpe, ghiri e conigli selvatici.

I piccoli dei barbagianni nascono dopo un’incubazione di circa un mese e cominciano a volare dopo tre mesi. Rimangono con i genitori per un altro mese, nel corso del quale imparano le tecniche di caccia. I piccoli di barbagianni sono veri e propri batuffoli di piume bianche, che la madre accudisce quando sono piccoli, coprendoli per tenerli al caldo. In questo periodo il padre si incarica di portare al nido numerose prede per mantenere tutta la famiglia. In alcuni momenti arriva a catturare fino a cinque prede ogni mezz’ora.

Il volo del barbagianni, come quello di altri rapaci notturni, è molto silenzioso, perché la struttura delle penne fa scivolare intorno alle ali l’aria senza produrre rumori. A un volo battuto si alternano scivolate d’ala, virate rapide e addirittura posizioni da spirito santo, con l’uccello immobile sopra la preda.