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Animali – I Canidi – 6

Il Lupo

Gli accoppiamenti sono di solito limitati ai Lupi di un certo rango, che spesso ostacolano addirittura i tentativi compiuti dai compagni gerarchicamente inferiori. Tale abitudine, insieme a un indice abbastanza elevato di mortalità durante il primo anno, realizza una sorta di controllo delle nascite, e quindi un’autoregolazione della densità di popolazione, comune del resto ad altri Carnivori di grandi dimensioni. Gli accoppiamenti hanno luogo in febbraio-marzo per le forme eurasiatiche, ai primi di aprile per quelle diffuse nelle estreme regioni settentrionali del Nordamerica. Dopo una gestazione di circa 9 settimane la femmina dà alla luce da 3 a 10 piccoli (più comunemente da 5 a 7), ciechi e inetti come quelli dei Cani domestici. Qualche tempo prima del parto la futura madre predispone un ricovero adatto ad accogliere la prole, scavando di solito un rifugio nel sottosuolo, o più semplicemente installandosi in un tronco cavo, in una tana di Volpi oppure in una tana abbandonata di Castori. I piccoli vengono allattati per circa 8 settimane, quindi la femmina viene aiutata ad allevarli sia dal maschio, che sovente vive per vari anni con la stessa compagna, sia da altri Lupi del branco che non hanno ancora formato una coppia, soprattutto dalle femmine più giovani; queste si prendono cura dei cuccioli allorché la madre ricomincia ad allontanarsi per andare a caccia. Dopo essere stati svezzati i piccoli vengono infatti nutriti con il cibo procurato dai genitori, che talvolta lo portano direttamente tenendolo in bocca, oppure lo inghiottono per poi rigurgitarlo nella tana.

I cuccioli crescono con tale rapidità da raggiungere durante l’inverno delle dimensioni prossime a quelle dei genitori (da una certa distanza è pressoché impossibile distinguerli dagli adulti); poiché tuttavia non sono ancora in grado di contrastare validamente le pericolose reazioni delle prede, si limitano dapprima a partecipare alla caccia come apprendisti, senza intervenire attivamente. Trascorrono invece molte ore dedicandosi ai giochi più diversi, trascinando talora anche gli adulti. I Lupi raggiungono la maturità sessuale verso i 3 anni e allo stato libero non vivono probabilmente più di 10 anni; a questa età infatti l’animale ha i denti talmente logori, ed è tanto indebolito dai parassiti da trovare notevole difficoltà nella ricerca del cibo. A volte gli individui molto anziani vengono scacciati dal branco e costretti a vivere isolati, per cui finiscono ben presto per morire.

I lupi e l’uomo

Fin dai tempi più antichi il Lupo è stato temuto e odiato dagli uomini: i cacciatori vedevano in questo Carnivoro un temibile concorrente, i pastori lo consideravano un predatore di animali domestici e addirittura pericoloso nemico. Non è dunque difficile immaginare quanto abbia influenzato la mitologia e la superstizione di molti popoli dell’emisfero settentrionale, non solo nell’antichità (basti pensare alla leggenda di Romolo e Remo allattati da una Lupa), ma addirittura ai nostri giorni. In India, ad esempio, si narrano tuttora storie di bambini che, abbandonati dai genitori, sono stati accolti e allevati da un branco di Lupi (di qui il personaggio di Mowgli, ideato da Rudyard Kipling). Ai tempi in cui in Europa vigeva il regime feudale, questi Carnivori erano divenuti per i contadini oppressi l’incarnazione stessa del terrore: l’irruzione di un branco in un pascolo di Bovini poteva risolversi in una catastrofe economica per i proprietari degli animali uccisi, per i quali un simile evento significava la perdita delle decime o quanto meno l’impossibilità di accumulare le provviste di carne (conservata sotto sale) necessarie per l’inverno. Dopo la guerra dei Trent’anni, quando i Lupi si accrebbero in misura tale da annientare talune colonie agricole di recente formazione, i feudatari decisero di condurre una lotta spietata contro questi Carnivori, ricorrendo perlopiù all’arruolamento in massa di battitori che avevano il compito di spingere i Lupi verso una località prefissata; qui gli animali rimanevano imprigionati in reti e facilmente abbattuti. In confronto ai risultati ottenuti, tuttavia il costo di una simile tecnica di caccia fu veramente enorme, e si risolse, in pratica, in un pesante aggravio per i contadini, costretti loro malgrado a fungere da battitori. Nella prima metà del XVIII secolo il graduale miglioramento tecnico delle armi da fuoco e l’introduzione della stricnina quale mezzo di lotta contro i Lupi provocarono una progressiva riduzione numerica nelle popolazioni di questa specie, che all’inizio delle guerre napoleoniche appariva ormai quasi completamente sterminata in gran parte dell’Europa centrale. Dopo l’infelice campagna di Russia branchi di Lupi seguirono le armate napoleoniche in ritirata, spingendosi dalle regioni orientali fino all’Europa centrale, ove vennero però in gran parte distrutti. La penetrazione verso le regioni centrali di gruppi di questi Carnivori continuò tuttavia, sia pure sporadicamente, fino al 1870; verso il 1900 vennero uccisi gli ultimi esemplari sopravvissuti in Alsazia, Lorena e Saar, mentre nelle Ardenne e nelle altre zone della Francia Orientale la specie scomparve attorno al 1910. Un piccolo gruppo di Lupi sopravvive oggi nei Pirenei, e alcuni individui si spingono talora verso nordest, fino alle Cevenne. Nell’Europa orientale questa specie ha invece registrato un aumento numerico apprezzabile dopo la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda, tanto che negli ultimi decenni si sono verificate delle nuove migrazioni verso occidente, fino alla Bassa Sassonia. In Italia esistono ancora circa 300-400 Lupi di una razza particolare (Lupo appenninico), diffusi dall’Umbria alla Calabria. Difficilmente, però essi potranno sopravvivere in futuro, a eccezione dei pochi esemplari presenti nel Parco nazionale degli Abruzzi. Continua – 6

L’uomo e il suo cane – La comunicazione uomo-cane – 2

La comunicazione acustica

L’acustica è un metodo di comunicazione abbastanza facile da interpretare. Talvolta i cuccioli guaiscono o piangono solo per attirare l’attenzione del padrone. Se ci si fa caso, in una cucciolata tutti i cuccioli piangono e guaiscono, ma la madre non si preoccupa molto, perché sa che si tratta di un comportamento naturale, che non segnala pericolo.

Se la stessa situazione si ripete in famiglia, tutti si daranno da fare per capire di cosa il piccolo ha bisogno, autorizzandolo di fatto a fare “i capricci” in ogni momento; il giovane despota diverrà in questo modo il dittatore di casa, che imporrà con petulanti lamenti i suoi voleri. Meglio, perciò, ignorare fin dal principio tali atteggiamenti, a meno che non vi siano evidenti stati patologici. Nell’età dello sviluppo sessuale il maschio, e in limitati casi anche la femmina, potrebbe cercare di scalare la gerarchia sociale della famiglia iniziando a disubbidire e a minacciare il padrone con un sordo ringhiare accompagnato da orecchie abbassate ed esposizione dei canini.

Non bisogna lasciarsi intimidire, anzi si deve reprimere con decisione ogni tentativo di ribellione; in pochi mesi la situazione si sistemerà e il nostro intraprendente amico accetterà di buon grado la sua posizione sociale.

Molto importante è imparare a riconoscere con che tipo di abbaio si rivolge a noi il nostro cane.

C’è l’abbaio festoso e giocoso, accompagnato sovente dallo scodinzolare, con il cane che si appiattisce al suolo con la parte anteriore, allegro.

Ci sono gli abbai di richiamo, con il quale il cane cerca la nostra attenzione. Sono richiami di forte tonalità, striduli, ripetuti a intermittenza.

Vi sono, poi, gli abbai da noia, che il cane fa quando si sente per lungo tempo ignorato o trascurato. Sono versi noiosi, forti, monotoni, lamentosi e molto fastidiosi.

Se c’è una situazione che il cane non capisce abbaia in modo non molto profondo ma continuo, in modo da attirare l’attenzione del padrone, che farebbe bene ad andare a controllare.

V’è, infine, l’abbaio con il quale avvisa di un pericolo reale e imminente. Si tratta di un segnale profondo, deciso, agguerrito. In alcune razze di taglia media e grande, particolarmente specializzate nella guardia, un simile abbaiare può gelare il sangue perfino al più coraggioso dei malfattori, inducendolo a desistere dall’azione criminosa. Con questo modo di abbaiare il padrone deve immediatamente mettersi in guardia.

Per comunicare con il suo cane il padrone dovrà adattare tono e volume della voce a quello che deve trasmettere. Non dovrà mai gridare, non dovrà pronunciare un gran numero di parole (l’animale non capirebbe, sono sufficienti un “qui!”, oppure un “no!”, detti in modo secco e deciso), non dovrà mai usare metodi violenti.

La comunicazione olfattiva

Il cane comunica anche con segnali olfattivi: è tipica la marcatura del territorio con urina e feci, che i maschi e le femmine dominanti fanno nell’ambiente dove vivono e in quelli nuovi, in modo da segnalare la loro presenza e il desiderio di controllare lo spazio circostante. L’acre odore delle glandole perianali viene emanato in condizioni di pericolo o di paura.

Un’ultima segnalazione riguarda l’uso che alcuni soggetti fanno dell’aria contenuta nell’intestino: se si trovano con il padrone in situazioni che non gradiscono (permanenza in uffici, lunghe attese prima di uscire da una casa, prolungata conversazione del padrone con qualcuno), i cani possono emetterla, con tutte le prevedibili conseguenze tra le quali, naturalmente, il grande imbarazzo del padrone.

L’uomo e il suo cane –

La comunicazione uomo-cane

I cani, che Dio li benedica, operano partendo dalla premessa che gli esseri umani sono fragili e richiedono incessanti assicurazioni e manifestazioni d’affetto. La leccatina casuale sulla mano e il muso peloso appoggiato a mo’ di drappeggio sul collo del piede sono calcolati per far sapere al padrone che un amico è vicino – (Mary McGrory)

Una delle principali ragioni per le quali uomo e cane hanno iniziato migliaia di anni or sono una convivenza basata su alcune caratteristiche comuni è che entrambi vivono da sempre inseriti in una ben determinata gerarchia sociale, nella quale ciascun individuo occupa il gradino che è riuscito a conquistare. Per fare questo, entrambe le specie hanno dovuto, prima del loro incontro, elaborare un metodo di comunicazione con i loro simili che permettesse di far capire le intenzioni e coordinare le attività.

Quando le strade di cane e uomo si sono unite e il loro cammino nella storia è divenuto inscindibile, le prime comunicazioni avevano solo uno scopo utilitaristico, essendo dettate dalla necessità di collaborare nella caccia, di segnalare le cose da fare quando il cane è divenuto pastore, poi compagno di guerra, guardiano e custode e, infine, amico della famiglia.

Nel corso dei millenni il modo di comunicare tra l’uomo e il cane è mutato da pari passo con l’evoluzione del loro rapporto che, inizialmente dettato dalla reciproca utilità, si è sempre più trasformato in una unione soprattutto affettiva. Oggi il cane è divenuto un membro della famiglia nella quale vive pur mantenendo alcuni degli istinti atavici che permettono ancora alla maggior parte dei soggetti che abitano assieme all’uomo di essere guardiani delle proprietà e difensori delle persone a loro care.

Tutto questo ha comportato uno sviluppo della comunicazione tra l’uomo e cane che bisogna conoscere al fine di ottenere la massima soddisfazione reciproca nella convivenza, ricordando che maggiore è il grado di socializzazione, maggiore è la necessità di comunicare, meglio si svilupperanno i segnali che consentono di comunicare.

Prima di iniziare il discorso sulla comunicazione è bene ricordare che il cane ha bisogno fin dalla nascita di ciò che viene chiamato imprinting, ossia del rapporto stretto con la madre e i fratelli per sviluppare e fissare in modo indelebile le relazioni tra simili. Solo così, crescendo, il cucciolo diverrà un individuo equilibrato e sociale.

I mezzi di comunicazione del cane sono molteplici, ma non sempre gli umani sono in grado di captarli e comprenderli. Vediamone alcuni.

La comunicazione visiva

Il cane comunica con i suoi simili, con gli altri animali e con gli uomini per mezzo della mimica facciale e dei movimenti di alcune parti del corpo (orecchie, coda, pelo).

Un gesto abbastanza comune è quello di dare la zampa, che nel cane adulto significa riconoscere nell’essere umano a cui la porge un superiore al quale chiedere qualcosa: un biscotto, una carezza, un po’ di attenzione. Queste richieste non vanno deluse ma accontentate, poiché in tal modo la fiducia del cane in noi sarà accresciuta.

Se il nostro cane ci si accuccia davanti con il posteriore sollevato, muove la coda abbaiando festoso è un chiaro invito al gioco, che andrà assecondato; anche questo aumenterà l’affiatamento.

Muovere la coda è un segnale di amichevoli intenzioni noto a tutti; pochi sanno, però, che non è un messaggio atavico, visto che i cani selvatici non scodinzolano, così come non abbaiano. Entrambi questi messaggi sono rivolti solo dal cane addomesticato, che ha imparato a manifestarci i suoi sentimenti: apprezziamoli e lodiamolo quando lo fa.

Un chiaro segnale di minaccia e di tensione è il sollevarsi del pelo sulla groppa e lungo la schiena. Quando un cane ha questa reazione significa che ha percepito avvicinarsi un pericolo o che prevede un’aggressione.

Se al pelo ritto sulla schiena si aggiunge la coda ritta (che, se si verifica da sola, significa un aumento dell’attenzione verso qualcosa, nient’altro) il segnale di minaccia è importante e la reazione del cane potrebbe essere di aggressione verso chi la provoca.

Per comunicare con il cane, l’uomo dovrà usare le stesse parole e gli stessi gesti, anche se a rivolgersi a lui saranno diversi membri della famiglia.

Inoltre, il tono di voce dovrà sempre essere fermo, ma calmo, privo di qualsiasi nervosismo. Se il cane esegue in modo corretto ciò che gli è stato chiesto dovrà essere ricompensato con un buon boccone o con carezze e complimenti (rinforzo positivo), mentre se sbaglia lo si dovrà solo fermare con un deciso ma calmo “no!”, ripetendo l’insegnamento.

Continua domani.

Gli Equidi – 8 – L’Asino domestico

La domesticazione dell’Asino è avvenuta assai prima di quella del Cavallo. Antenati dell’Asino Domestico (Equus asinus asinus) sono da considerarsi tutte e 3 le sottospecie dell’Asino selvatico africano, in particolare quella della Nubia; esemplari di quest’ultima sottospecie furono addomesticati per la prima volta attorno al 4000 a. C. nella valle inferiore del Nilo e successivamente anche in Arabia, in Nordafrica e nelle regioni orientali del continente. Ove il territorio di diffusione dell’Asino selvatico della Nubia si sovrapponeva a quello dell’Asino selvatico della Somalia, ad esempio nell’Etiopia settentrionale, nacquero degli ibridi; per tale ragione, nella maggior parte degli Asini domestici compaiono caratteri presenti in entrambe le sottospecie. In Europa l’Asino giunse nel II millennio a. C., e cioè nell’età del bronzo, probabilmente trasportatovi dagli Etruschi provenienti dall’Asia Minore, che si erano stabiliti in Italia; in Grecia fu introdotto, via mare, dalla Siria, e in seguito si espanse via via in altri paesi, diffondendosi in tutta l’Europa meridionale.

Per la sua utilità era assai apprezzato dai Romani, che se ne servivano anche per sacrifici agli dei; molti secoli più tardi, nel 1500, gli spagnoli, dopo aver conquistato il Sudamerica, insediarono nelle nuove terre anche questi Equidi, che si dimostrarono estremamente utili come animali da soma soprattutto nelle regioni delle Ande e cioè in Cile e in Perù.

Un tempo gli Asini erano utilizzati, tra l’altro, nel trasporto di persone, nel traino e nei più diversi lavori, ad esempio per far funzionare le macine dei mulini e per portare l’acqua dei pozzi in superficie. Oltre che dall’estrema utilità, la diffusione di questi animali venne tuttavia favorita anche dalla loro spiccata capacità di adattamento e dalla loro natura prudente ma, in caso di necessità, anche coraggiosa. Gli Asini domestici, d’altronde, non sono affatto stupidi, ma possono invece dimostrarsi molto furbi, e a differenza del Cavallo anche assai ostinati; come si è detto, hanno inoltre conservato l’indole coraggiosa dei loro antenati selvatici, per cui, se vengono aggrediti, anziché spaventarsi e darsi alla fuga si dispongono in cerchio e si difendono validamente a colpi di zoccolo. Non esiste forse alcun altro animale domestico che, a parità di lavoro, si nutra in misura così limitata; l’Asino infatti si sfama solo con erba e fieno, e non richiede altri alimenti energetici. Ciò deriva probabilmente dal fatto che i suoi antenati vivevano nei deserti e si erano adattati a cibarsi di quanto offriva un ambiente così povero. L’Asino è inoltre assai resistente alle malattie, e può lavorare sino a età avanzata, in genere dopo aver superato i 40 anni.

Il latte delle femmine, che ha un contenuto in zuccheri e proteine superiore a quello del latte di Mucca, venne usato fin dall’antichità non solo come alimento per neonati e malati, ma anche come prodotto di bellezza, destinato a mantenere la pelle morbida e fresca; le carni furono usate per l’alimentazione, talvolta miste a quelle di altri animali, ad esempio di maiali, per la produzione di insaccati, mentre il cuoio veniva un tempo utilizzato per la fabbricazione della pergamena.

Razze domestiche di Asini

Sebbene la domesticazione dell’Asino sia anteriore a quella del Cavallo, il numero delle razze finora ottenute è veramente modesto: la maggiore è senza dubbio la POITOU, che al garrese raggiunge un’altezza di oltre 150 cm e ha un mantello nero, piuttosto lungo e crespo sul dorso e via via più corto procedendo verso i fianchi, e il contorno della bocca chiaro. Dimensioni quasi simili hanno la razza di Martina Franca, in provincia di Taranto, e quella della Catalogna; originaria della Francia meridionale è invece una razza dal mantello raso e leggermente più slanciata delle precedenti, quella della Guascogna, mentre nelle regioni alpine viene allevato soprattutto l’Asino della Savoia, dalla struttura tozza, utilizzato come animale da soma. Continua – 8

Razze di cani riconosciute – Golden Retriever – 9

Il Golden Retriever è un cane di tipo Braccoide le sue origini sono in Inghilterra. E’ una cane di taglia media con un’altezza al garrese di 56-61 cm per i maschi, mentre per le femmine è di 51-56 cm. Il peso ideale è intorno ai 30 chilogrammi. Il suo impiego ideale è come cane guida per i non vedenti, cane da compagnia e veniva utilizzato molto anche per la caccia.

Resistente e instancabile, il Golden Retriever è stato selezionato per la caccia alla selvaggina da penna e in particolare per il riporto: per questo è sempre disposto a gettarsi in acqua, con qualunque condizione atmosferica.

Sebbene sia ora assai diffuso anche come cane da compagnia, continua ad essere uno dei cani preferiti dai cacciatori.

Il Golden Retriever è una razza assai versatile, in grado di soddisfare le esigenze di tutta la famiglia. Disposto a trastullarsi coi bambini, segue con entusiasmo il padrone in una battuta di caccia, accompagna di buon grado la padrona che fa commissioni, sa pazientemente aspettare il proprio turno in una classe di lavoro. Dotato di grande spirito di sopportazione, si adatta al canile anche se è più felice di stare accanto al focolare con la propria famiglia.

Il riporto è qualcosa che ha nel sangue e senz’altro si divertirà a portare a casa il giornale o a gironzolare con una vecchia pantofola in bocca.

Ottimo quando viene impiegato come cane guida per i non vedenti.

Morfologia

Cane molto elegante, ha testa ben proporzionata, larga ma non grossolana, con stop ben definito e muso potente, largo e profondo, con canna nasale diritta. Le orecchie sono di dimensioni medie, attaccate all’altezza degli occhi, che sono ben distanziati, marrone scuro con palpebre bordate di scuro. È rivestito di pelo liscio oppure ondulato che forma abbondanti frange piumose, accompagnato da folto sottopelo di un bellissimo colore dorato o crema uniformi (sono ammessi pochi peli bianchi, ma solo sul petto). La coda è lunga fino al garretto, mai arricciata.

Storia

Si discute ancora sulle origini di questa razza, che sembra comunque da attribuire all’impegno di Lord Tweedmouth, che la selezionò a metà del XIX secolo partendo probabilmente da Pastori del Caucaso e Spaniel, forse con apporto di geni del Flat-coated Retriever, del Bloodhound e del Water Spaniel. Ne risultò un cane con un innato istinto al riporto, con un odorato finissimo per la ricerca della preda e con lo sguardo sognante dei cani da pastore. Il Kennel Club britannico lo riconobbe come razza autonoma nel 1913.

Negli ultimi anni il Golden Retriever ha dimostrato di essere eccezionalmente abile nella guida dei non vedenti e nella collaborazione con gli handicappati, nonché nella ricerca di persone sepolte sotto le macerie.

Temperamento

Ha un carattere sensibile e tranquillo, è obbediente ed equilibrato ed è dotato di notevole senso di lealtà. Molto paziente con i bambini, è l’animale ideale da tenere in famiglia. Si addestra facilmente e non mostra aggressività verso gli altri animali.

Cure

Prima di acquistare un cucciolo occorre accertarsi che i genitori non siano affetti da displasia dell’anca. Il mantello non richiede che una buona spazzolata settimanale.

Ambiente di vita

Deve fare molto movimento, ma si adatta bene a vivere in casa e in città. Non va escluso dalla vita del padrone.

Chesapeake Bay Retriever

E’ l’unico retriever statunitense, secondo alcuni cinofili derivato da una coppia di Terranova incrociata con cani locali. Molto amante dell’acqua, è un cane decisamente potente (60 cm al garrese su circa 30 kg), abbastanza poco socievole, ma devotissimo al padrone e ottimo nel lavoro. Ha pelo corto e spesso con abbondante sottopelo lanoso, da color fuoco a color paglia. E’ praticamente sconosciuto in Italia e molto diffuso solo nella sua patria.

L’uomo e il suo cane – La cura del cane – 2

Quando muore un fedele animale di casa, piangilo, ma sostituisci al dolore l’affetto di un nuovo amico. Troverai in strada o in rifugio qualcuno che non rimpiazzerà mai chi l’ha preceduto, ma saprà regalarti nuove emozioni e un ritrovato sorriso. (F.M. Dostoevskij).

Mentre si esegue la pulizia del pelo si potrà anche controllare la condizione degli occhi, che devono essere limpidi, senza lacrimazione eccessiva, senza arrossamenti della cornea, che deve essere limpida ma, nella maggior parte delle razze, non visibile. Altre patologie che potrebbero interessare gli occhi e vanno risolte il più presto possibile per evitare conseguenze più gravi sono le affezioni della palpebra quali l’ectropion, che è il suo rovesciamento all’esterno, e il contrario, che, invece, è il suo rovesciamento all’interno. Entrambe queste patologie possono causare un irritazione continua e cronica dell’occhio e, se trascurate per lungo tempo, anche la perdita della vista da quell’occhio.

Vi sono razze particolarmente predisposte alle due patologie appena descritte, come alcuni molossoidi o cani da caccia con palpebra molto rilasciata; ve ne sono altre che a causa della sporgenza degli occhi (King Charles Spaniel, Chin, Griffoncini del Belgio…) vanno soggette a irritazioni che potrebbero diventare fastidiose e talvolta cronicizzate.

Sempre durante la cura del mantello si potranno controllare le orecchie, che in alcune razze sono soggette a disturbi.

Particolare attenzione è da riservarsi ai cani con orecchie pendenti contro le guance, perché corrono il rischio che qualche corpo estraneo entri nel padiglione auricolare e giunga fino a danneggiare la cute o, addirittura, il timpano. Molto pericolose sono le spighe delle graminacee: se entrano nell’orecchio dal verso che le porta a risalire per il condotto auricolare, potrebbe giungere fino al timpano, perforandolo. Ecco perché è indispensabile controllare le orecchie.

A tutti i cani, qualsiasi sia la forma delle loro orecchie e a prescindere dal fatto che siano integre o amputate, va controllata ogni settimana la pulizia dei padiglioni auricolari, che non devono essere otturati dal cerume, non devono presentare lesioni o ferite e non devono essere arrossati nella parte interna e bassa. Se il cane dimostra reazioni dolorose se gli si tocca l’orecchio è il segno che è in atto un’infezione o un’otite.

Bisogna anche ricordare che per la pulizia delle orecchie non si dovranno utilizzare oggetti lunghi e sottili come i bastoncini con cotone alle estremità, perché basta una minima distrazione per andare troppo in profondità, con il rischio di danneggiare o addirittura perforare il timpano.

Un’ultima considerazione per quanto concerne la cura del cane riguarda la sua parte posteriore.

Premessa indispensabile è che oggi l’alimentazione è lontana ormai per la maggior parte dei cani domestici da quella dell’antenato comune a tutti, il lupo. i predatori selvatici mangiano tutta intera la preda, comprese le ossa. Una parte di queste ossa viene digerita e assimilata e fornisce il calcio all’organismo e un’altra parte passa nell’intestino e viene espulsa con le feci. Questa parte dura, passando nella parte terminale dell’intestino prima della fuoriuscita, preme sulle glandole anali, che servono proprio a produrre una sostanza viscida che favorisce il passaggio e le svuota del loro contenuto. Nei cani che si nutrono con cibi già pronti o preparati in casa non viene fatta tale pressione e le glandole talvolta si gonfiano della loro stessa secrezione. Per questo vanno periodicamente (una-due volte all’anno) premute in modo che si svuotino. E’ un operazione facile, ma va fatta da una persona che conosce il metodo. Non è detto che sia necessaria in tutti i cani: dipende se mostrano segni di disagio in quella zona, oppure no. Ugualmente, andrà pulita la parte sottostante la coda, specie se la coda si appoggia strettamente alle natiche. Con queste facili attenzioni il cane si manterrà in forma e in salute per molti anni.    

Animali – I felini – Altri tipi di Gatti

Il Gatto selvatico

Gatto delle Sabbie (Felis margarita)

Il territorio di diffusione dei Gatti selvatici comprende anche alcune zone desertiche, molto estese e geologicamente antiche, ove si sono sviluppate delle forme particolari, adattate a questi caratteristici ambienti. Nella vasta zona che si estende dal Sahara fino ai deserti della penisola arabica, e nel territorio compreso tra il Mar Caspio e il Pakistan orientale, ad esempio, vivono le diverse sottospecie del Gatto delle Sabbie (Felis margarita; LTT 40-57 cm, LC 25-35 cm) dotate di un capo assai largo con occhi rivolti in avanti. Le orecchie bene sviluppate, larghe e appuntite, insieme alla grande bolla timpanica, indicano che si tratta di animali dotati di un udito finissimo, e questa è una caratteristica molto importante per delle forme deserticole. Essendo strettamente imparentati con i Gatti selvatici, i Gatti delle sabbie presentano nei confronti di questi delle notevoli affinità sia nella struttura anatomica sia nella colorazione e nel disegno del mantello: come i Gatti selvatici che vivono nei territori aridi hanno infatti il pelo color sabbia e grigio-giallo chiaro, mentre con quelli di altre sottospecie hanno in comune un pallido disegno a strisce trasversali e la punta della coda nera. Tra i cuscinetti digitali e plantari vi sono dei lunghi e folti peli, che formano uno strato protettivo particolarmente utile per animali costretti a spostarsi sulla sabbia e sui sassi riscaldati dal sole. I Gatti delle sabbie che vivono nel Sahara e nella penisola arabica (Felis margarita margarita) presentano una netta striatura trasversale sul dorso, e 3 o 4 anelli scuri sulla coda, e si differenziano quindi da quelli diffusi nel Turkestan (Felis margarita thinobia), che hanno un disegno visibile soltanto nei primi giorni dopo la nascita, e che allo stato adulto possono mancare addirittura delle strisce sul muso e sulla nuca. Questi ultimi sono animali notturni che trascorrono il giorno in tane scavate tra le radici, le rocce oppure nella sabbia, e che durante la notte vanno a caccia di piccoli roditori, lucertole e insetti.

I piccoli nascono nella prima metà di aprile. Le abitudini dei Gatti delle sabbie diffusi in Arabia, nel Sahara e nel Pakistan sono ignote.

Gatto del deserto della Cina (Felis bieti).

Nell’estrema parte orientale del territorio di diffusione dei Gatti selvatici si trova un’altra specie abbastanza simile, Il Gatto del Deserto della Cina (Felis bieti; LTT 70-85 cm, LC 30-35 cm;). Esso ricorda soprattutto i Gatti selvatici del gruppo silvestris, dai quali si differenzia solo per le maggiori dimensioni e per la mancanza di una netta linea di separazione tra il colore del dorso e quello dell’addome; presenta una tinta giallo-grigia con sfumature rossicce sul dorso, biancastra o grigio-biancastra sull’addome, mentre sui fianchi vi sono delle pallide strisce trasversali e nella parte inferiore delle zampe e sulla coda degli anelli scuri. I Gatti del deserto della Cina hanno un cranio abbastanza più largo di quello dei Gatti selvatici del gruppo silvestris, con grosse capsule otiche; soprattutto nella livrea invernale posseggono dei lunghissimi peli tattili rossicci, che sporgono dal mantello. Vivono nei territori ricchi di cespugli e nei boschi radi, ma hanno ugualmente la superficie plantare rivestita di pelo, anche se meno folto rispetto a quello dei Gatti delle sabbie.

Sempre imparentato ai Gatti selvatici, come dimostrano la forma appuntita delle orecchie, la tinta nera della punta della coda, il disegno del mantello e le pupille simili a fessure, è infine il Gatto dai Piedi Neri (Felis nigripes; LTT 35-40 cm, LC 15-17 cm), il più piccolo della famiglia. E’ un tipico abitante delle zone desertiche del Sudafrica (è diffuso tra l’altro nel Karroo e nel Calahari), e a ciò sono imputabili la larghezza del suo cranio, le notevoli dimensioni della capsula otica e il rivestimento peloso delle superficie plantari. Ha il mantello di color ocra o sabbia, con un disegno maculato nerastro simile a quello dei Gatti selvatici delle steppe, ma più scuro e formato da macchie più ampie; ha inoltre la superficie plantare nera e la parte inferiore delle zampe ornata da larghi anelli neri. Per taluni abitudini esso ricorda più il Gatto leopardo che non i Gatti selvatici: ha infatti l’abitudine, ad esempio, di raspare con forza il terreno alternativamente con le due zampe anteriori, e non con una sola zampe e per breve tempo, come fanno i Gatti Domestici e i Gatti fulvi (gruppo ocreata); con ogni probabilità, allo stato libero ricorre a tale tecnica per dissotterrare prede di piccole dimensioni, e cioè roditori, lucertole e insetti, che cercano riparo dall’afa diurna o dalla rigida temperatura delle notti desertiche nascondendosi nella sabbia. Anche per quanto concerne il modo di orinare e di evacuare è più simile ai Gatti Leopardo che non ai Gatti selvatici; continua.

Il Gatto dai piedi neri (Felis nigripes).