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Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 5

Se poi volete vedere la fonte donde scaturisce l’acqua sulfurea, scendete per la grande scalinata, e dall’una e l’altra parte vedrete piramidi di tarallini costruiti a maglia elevarsi dalle ceste dei venditori, e fra cento donne che vi sollecitano a bere vi troverete in un misterioso oscuro grottone, tempio salutare di migliaia di gente. Un indistinto suono di voci, di grida, di canti unito al rumore delle acque scorrenti, un andare ed un salire dalla profonda fontana, un frastuono ove spicca l’acuta parola feminile: Oh chi veve, fredda, fredda, oh chi veve! Un suolo lubrico ed infangato, il ruotar delle carrozze che passano sopra la volta del sotterraneo pari a tuono che romba, ed in mezzo a quel trambusto non si fa che empire e riempire bicchieri e orciuoli, orciuoli che poi si caricano la notte su barche per Portici, Torre del Greco, e su carri e carretti per tutto Napoli, per Caserta, per Santa Maria, per Capua, ecc. E però, quando la notte Toledo è quasi sgombro di gente e di vetture, e le botteghe de’ mercanti tutte chiuse, tu ti vedrai passare innanzi di questi carretti di orciuoli che si recano a Santa Lucia, ed altri che di là ritornano per provvedere tutti i posti e più lontani della sanatrice d’ogni male, acqua sulfurea.

Ogni carretto è circondato da tutta una famiglia, che si reca nell’emporio della sacra fontana, dove altri cento carri e barche vanno per l’istesso oggetto: chi è destinato a guardare il piccolo carro, chi a empire le mmommare (orciuoli) e chi a numerarle e caricare la vettura, che già ritorna allegra e festiva nel modo più poetico e bizzarro. Il padre di quella famigliuola che trascina il carro, il figlio maggiore lo spinge di dietro, da due lati camminano le due figlie scalze e piene di vasi, e il più piccolo con una semplice camicia che in parte copre la nudità, in parte no, con una cesta in capo piena di orciuoli chiude la marcia facendo di retroguardo. Seduta poi come in trono sopra le mmommare sta la vecchia madre, come la regina Pomarè, tenendo un nipotino sulle ginocchia come Iside che porta Oro nel seno; e tutti cantano canzoni d’amore con prolungata e noiosa cantilena. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 4

Avanza un’ora del giorno, ed è questo il tempo di scendere a Santa Lucia per respirare l’aria della marina. Percorre la via del Gigante lunga tratta di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni condizione; chè all’acqua sulfurea va il nobile e il plebeo come ad una sacra festa. Marinari, carrozze che si fanno strada in mezzo la calca, acqua, bicchieri, tarallini, urli, canti, gridi: ecco Santa Lucia in giorno festivo.

La prima volta che scendete a bere in quell’amenissima riviera tutte quelle venditrici, giovani e vecchie, co’ loro bicchieri colmi d’acqua zampillante come sciampagna, vi si fanno d’intorno supplicandovi; e voi potete scegliere come un Bascià quella che più vi aggrada, ma nei giorni seguenti non vi è più dato di cambiarla senza traccia di scortese: la vostra bella Luciana vi ha già incaparrato come un suo avventore, ed è rispettata dalle compagne osservatrici della patria costumanza, che infranta cagionerebbe sanguinose risse. Chiudono i Luciani questo loro lucroso mercato con una festa speciosa l’ultima domenica di agosto in onore di Nettuno, oggi sacra alla Madonna della Catena, nel qual dì si tuffano in mare, e nel secolo scorso vi gettavano a forza chiunque a quell’ora si trovasse passando per la riviera. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 3

  • Descrizione della lapide del Chiatamone relativa alla fonte di acqua sulfurea.

Questa lapide si trova propriamente sul muro rimpetto la piccola scala che mena alla fonte dell’acqua ferrata, e vi fu posta sotto il governo del Vicerè Don Luigi Tommaso Raimondo Conte di Arrach: essa è tale quale la riproduzione qui appresso:

APPARTENENDO AL NRO TRIBLE LA PIENA CURA SU QUESTA

ACQUA FERRATA SPERIMENTATA GIOVEVOLISSIMA A NO-

STRI CITTADINI, E CONCORRENDO ALL’USO DI ESSA MOLTIS-

SIMA GENTE BISOGNOSA DELLA VIRTU’ DI LEI, PERCHE’ TUT-

TI SENZA LA MINIMA ECCEZIONE POSSONO GODERNE DEL-

L’UTILE, SENZA DISPENDIO ALCUNO, ORDINIAMO CHE

NESSUNO ARDISCA INTROMETTERSI NELLA DISTRIBUZIO-

NE DI ESS’ACQUA, SENZA ESPRESSA LICENZA DEL NRO

TRIBLE, NE PER ESSA SOTTO QUALSIV COLORE, E PRETO ESI-

GERE DENARO ALCUNO, BENCHE’ MINIMO, SOTTO PENA DI

DUCATI CINQUANTA, E MESI SEI DI CARCERE IN SAN

LORENZO IL PRIMO DI SETTEMBRE 1731

GIUSEPPE CAPECE SCONDITO DUCA DI CAMPOCHIARO.

BARTOLOMEO ROSSI.                   GAETANO FALCINELLI.

INDICO GUEGUARA.                      GIULIO PALUMBO.

PRINCIPE DI PALO.                         AGNELLO VASSALLO SECA.

Mie note personali a proposito di questa fonte.

Questa fonte fu donata alla città di Napoli, nei miei personali ricordi della mia fanciullezza ho bevuto tante volte questa acqua che veniva venduta dagli acquafrescai nei loro chioschi che tuttora esistono a Napoli. L’acqua del Chiatamone veniva venduta in orci di terracotta monoporzioni a 10 lire. All’improvviso la fonte è scomparsa sottratta al popolo napoletano suo legittimo proprietario, nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’Hotel Continental su via Partenope, di fronte al Castel dell’Ovo, questa fonte fu inglobata nell’Hotel e non si è saputo più niente e nessuno fa niente per recuperarla. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 2

Santa Lucia ne’ remoti tempi non era che un piccol paese di poveri pescatori, lontano da Napoli, sotto il monte Echia, nella region lucullana, presso il convento del Salvatore, ove oggi sorge il Castello dell’Uovo e le grotte platamoniche; ma Napoli estese a poco a poco le sue braccia e la raccolse nel suo grembo: oggi Santa Lucia è a Napoli ciò ch’è una rosa nel seno di una bella donna. Ma per quante metamorfosi abbia subite, per quanto si sforzi la civiltà moderna a cambiare la faccia di sua prima origine, nell’intimo quel luogo è sempre l’istesso, cioè il luogo de’ bagni, delle cene dei romani; e quei cuori sono sempre dell’antica istessa tempra. I Luciani hanno dialetto diverso dai cittadini di Palepoli, modi più semplici; fieri de’ loro diritti e delle loro costumanze, si sono nei tempi più difficili della città dimostrati generosi, affabili, disinteressati. Per antica consuetudine godono la proprietà delle acque minerali, quantunque nei tempi andati l’acqua lucullana, detta ferrata, dalla Città fosse decretata di pubblico uso per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna, come si legge nella lapide del Chiatamone: (1) oggi è ben altrimente. I luciani però conservano la privativa dell’acqua sulfurea ch’essi vendono, e con tal lucro vivono tutto l’anno, prendendo in prestito l’inverno per pagare l’estate. Quella idropisia sulfurea del popolo napolitano e de’ paesi vicini sembra un tributo imposto dalla provvidenza a pro di tanta povera gente. Mi duole che i più forti collegati soverchino i più deboli e i più indigenti. La vendita dell’acqua si fa dagli uomini da un’ora di notte sino al mezzodì, quindi dalle donne sino al ritorno dell’ora accennata. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 1

Napoli non ha acque sorgive fuorché le minerali: i suoi fonti schezi in questi campi fregrei sparvero, o inaridirono, ma gli acquidotti dalla Bolla e dal Carmignano provvedono abbondantemente la vasta città, che diconsi l’acque de’ formali; e l’acque piovane che si raccolgono nelle cisterne, benché d’inferior qualità, servono a dovizia agli usi della vita. L’acque che hanno l’onore d’empire le regie tazze e quelle de’ grandi sono l’acque del Leone di Posilipo, di S. Pietro Martire, di S. Paolo e l’acqua Aquilia al Mandracchio; ma nella stagione estiva il popolo capriccioso tempra gli ardori della canicola con la freschezza dell’acqua sulfurea, sia per lusso, o per necessità, non v’ è persona e sia la più misera plebea che non imprenda a guarirsi d’ogni malore con l’acqua sulfurea, panacea generale come l’idropatia alemanna.

Per tutto si vende acqua sulfurea, per tutto si beve acqua sulfurea dove vedete orciuoli, bicchieri e frasche; e il venderla è il più bel mestiere di chi non ha altro mestiere che di saper gridare con voce più stentorea per le vie. Intanto tutta l’acqua sulfurea che si vende e si beve in Napoli e suoi contorni, viene attinta dal solo fonte che si trova sotto la strada di Santa Lucia. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 6

Vera immagine delle cose di quaggiù, il domani ciascuno dei nostri eroi deporrà il fasto a piè d’ un incudine o d’ un tavolo; e somigliante a re da scena, poi che ha rappresentata la sua parte, torna al consueto ritrovo di amici, che talvolta è un caffè, talvolta era una bettola.

Ciò nondimeno questa parodia, che mostra il lato ridicolo dell’uomo volgare rimpetto al galantuomo, è forse contrappesata da molti vantaggi di quello su questo. Che cosa è la vita per un uomo del popolo? Contento dell’oggi che corre e gli reca la sua mercede, e’ non si travaglia barbaramente per un dubbio e fantastico domani, nube sulla stella e luce tra i veli, secondo le vaghe espressioni di un poeta; e nulla dolentesi del suo stato, attende con sincera allegrezza il suo giorno di festa.

Egli non ha mestieri di logorarsi la vita per anni ed anni dietro un fantasma di gloria, somigliante alle bolle da sapone, non di attendere, non di dare esami, non di pubblicare per le stampe; a dodici anni è un giovine, a diciotto un artista, vale a dire professore sui generis. Scrupoloso a’patti matrimoniali, allorchè mena sua moglie a Piedigrotta, al Campo, al Pascone, a Montevergine, è certo assai più lieto dell’uomo che, sdraiato in fondo d’ una fastosa carrozza, col disprezzo sul viso e la morte nel cuore, pensa forse al mal governo del suo, o ad una misera moglie, che, al contrario di Mida, il quale volea tutto convertire in oro, vorrebbe tutto il suo oro in un momento di tranquillità convertire.

Ed i figliuoli? E che fanno eglino i figliuoli ad un uomo volgare? – Se non ha giudizio, strappatili crudelmente al felice orizzonte in cui la sorte benigna collocati gli avea, fa che ricevano una accurata istruzione, e gustino le non rare delizie del sapere; ma se in cambio avrà un’oncia di cervello insegnerà loro il proprio mestiere, e così i suoi discendenti, provveduti, alla lor volta, d’un abito da festa, in compagnia di una bella maesta, nostra compaesana, benediranno il gran giudizio del genitore, ripetendo quell’assennato adagio del popolo: L’arte de tata è mezza mparata.

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 5

Se si rissa grida: Ebbè! Senza che ffaie tutte sse ngestre; cca simmo canusciute, e aggio fatto scorrere o sango a llave po quartiere.

Un tale, ha l’inavvertenza, passando, di lasciar andare un boccone di fumo sul volto della maesta; ecco il guappo che freddamente, e strascicando ciascuna parola gli dice: – Ebbè; mo mancate; vuie menate o fummo ro z ziquario nfaccia a ronna!

Quando, nel colmo dell’ira, e minacciando il suo avversario, fruga precipitosamente nelle tasche in cerca d’un coltello, che spesso non vi è, lasciando rattenersi dalle donne e dagli amici, dimenando il corpo e mostrando non vedere colui che ravvisa perfettamente, grida con quanto ne ha in gola “Arò sta, arò sta? Me ne voglio vevere o sango!

E per non prolungar di vantaggio un fraseggio, che più o meno si sostiene sempre sulle stesse fondamenta, ricordi il lettore:

Orlando non risponde altro a quel detto,

Se non che con furor tira d’ un piede,

E giunge appunto l’asino nel petto,

Con quella forza che tutt’altro eccede;

Ed alto il leva si ch’un augelletto

Che voli in aria sembra a chi lo vede;

Quel va a cadere alla cima d’un colle

Ch’un miglio oltre la valle il giogo estolle.

e si dipinga Orlando in giacca. Il compendio di cotesto gergo e modo chiama il volgo ammartenatezza o attempatezza. Continua domani.