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Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 6

I barchettaiuoli o battellieri son del tutto dediti al traffico di piacere. E nulla riesce tanto gradevole, quanto ne’ be’ giorni di primavera una passeggiata marittima lungo la spiaggia voluttuosa che gli antichi dissero pausa delle tristezze (Pausilipo) entro una barca munita di due vigorosi rematori i quali alla loro volta, rasentando gli scogli e le secche fino a farvele toccar con mano, vi mostreranno i pittoreschi avanzi di antichi fabbricati e le mura di opera laterizia, e vi parleranno con tradizionale credenza del Palazzo della Regina Giovanna e del misterioso trabocchetto, donde gli amanti oscuramente affogavano in mare, e vi diranno storie di sangue all’approssimarvi dello scoglio de’ due fratelli e poi vi faran vedere la Gaiola e l’altro scoglio che per figura conica ha tolto un nome che modestia vuol taciuto, e non trasanderanno d’indicarvi il palazzo detto delle cannonate e finalmente, poiché l’animo del marinaio è soccorrevole altrui, v’inviteranno a porgere un’elemosina all’Eremita della Gaiola che dall’alto del suo scoglio vi tenderà un bastone munito di una borsa. E a’ forestieri non solo dovrà recar maraviglia quel pellegrinaggio di costa allietato dalla vista di tante variopinte casine a fior d’acqua e di tanti giardini e viali ombriferi e fioriti che s’arrampicano, per così dire fino alla superior via nuova di Posillipo, ma dovrà pure recar maraviglia, il veder come due barchettaiuoli di quella spiaggia dopo avervi per un’intera giornata prestata l’opera loro, se ne andran contenti di buscare quattro o cinque carlini, ed a sera, banchettando nel mezzo della onesta e povera famigliuola diranno “Il dì d’oggi è stato bello e lucroso, e tale, prego il cielo, sia il dimani.” Questa parvità di desideri, questo tenor di vivere non solleticato che dagli affetti che si accendono presso al domestico focolare forman di quella classe di popolo un centro di virtù sconosciute. Continua domani.

Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 5

E tanto eran tra loro strette quelle schiatte marinaresche, che non molte, ma solo una famiglia, dagli usi e dalla dimestica fratellanza, apparivano.

Un padron di barche era ed è stimato nella contrada un ricco possidente. Coverto il capo del suo berretto e nudo sempre il piede, ei sospende di fumare sol quando emana i suoi ordini ai minori di lui, o facendo lanciare in acqua una barca o traendo l’altra sul lido per darvi su di pece o di catrame, o nei cestelli facendo assettar l’amo dai seniori, che l’età rende pazienti ed acconci a’ lavori lunghi e riposati. E fuori di un padron di barche, non troverete persona più dignitosa fra i Chiaiesi i Luciani e que’ di Posillipo, e fra questi, i secondi han rinomanza e quasi ereditaria celebrità per pescare sott’acqua e tuffarsi tutti col capo in giù, sia per visitare o turare la falla di un bastimento, sia per isbarazzare un’ancora ed accelerar l’uscita di una nave. I Luciani trasmettonsi questa virtù di padre in figlio, e fino alla più tarda vecchiezza nel colmo del rigore invernale traggon sostentamento da cosiffatte fatiche. Però li vedete sfigurati dalla vampa del sole, nelle carni grinze e violacee, negli occhi cisposi e quasi lacrimanti, poiché il sal marino che vi filtra per entro, li corrode, siccché talune volte hanno a cessar dall’ufficio, non potendo tener gli occhi aperti a mirare il fondo delle acque. Son questi i cosi detti Sommozzatori.

Quelli poi che van cercando alimento dal minuto pesce e dai molluschi o frutti di mare, che van tastando uno scoglio, cercandovi i granchi o qualche altro abitatore aquoreo della specie, hanno le mani e i piè per tal maniera guasti, gonfi, e quasi ostrutti, che fan pietà solo in mirarli. Poiché v’ha taluno di questi pesciolini o granchi che suol tendere a vendicarsi contro chi l’offende, prova incontrastabile che la provvidenza diede anche al piccolo armi per difendersi dal potente, armi che la sedicente civiltà rinnovatrice di tutti gli ordini di cose, ha in gran parte distrutte fra gli uomini. Continua domani.

Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 4

Siam quindi lieti di dover cominciare quest’opera di costumi, rivolgendoci a’ marinai, parte sì viva ed integrale della nostra gloria, siam lieti di dover parlare di una classe generalmente onesta e laboriosa, schietta ne’ modi, ardita nelle sue determinazioni. Forse la penna che animata da tal subietto è scorrevole è pronta a ritrarre il pensiero, sarebbe ritrosa e dura nell’esprimere passioni più elevate e bugiarde, frutto avverso del secolo che corrompe gli uomini nel fasto anzi (come uno scorridor di campagna) aspetta al varco gli uomini più schivi, per dir quasi: – Ti ho pur colto o superbo; sprezzasti l’oro, ora affoga sotto l’oro che ti copre!

Però volentieri ci stringiamo al popolo, e parleremo prima de’ marinai che si veggono nell’interno della città, indi parlerem di quelli che lungo la riva se ne allontanano, e finalmente de’ così detti costaiuoli, non trasandando i siculi marinai che di prodezza non mancano e di perizia sull’elemento che li vede nascere e li cullò infanti.

I marinai di Chiaia, di Santa Lucia, di Posillipo appartengono alla classe dei battellieri e pescatori. Essi vivono con l’amo e col remo alla mano, e la loro navigazione non si stende oltre il nostro golfo. Un dì, da Santa Lucia a Posillipo vedevi una catena di povere abitazioni marinaresche, e un quotidiano raccogliersi di famigliuole con famigliuole ad una stessa mensa, condita dall’amore de’ figliuoletti, dall’affetto delle madri, dal previdente consiglio de’ vecchi. Continua domani.

Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 3

Un dì alcuni legni a vela addetti a quel traffico partian con poco carico e poca gente, ed era d’uopo aspettar il ritorno d’uno o d’altro legno, a seconda de’ venti che spiravano. Or le spedizioni per la Sicilia sono continue, anzi cotidiane, e non ha guari i battelli Maria Teresa e Palermo nello spazio di sedici ore toccavano l’estremo porto, mentre oggi due bellissimi piroscafi in ferro Vesuvio e Capri partendo a sera, conducono il forestiero, come nel grembo di un sogno d’estate, più celermente assai dall’uno all’altro porto, però sembrami inopportuno dir che a simiglianza di questa sola linea di navigazione, le altre apportano tanto e tal bene a questo marittimo paese, da doversi molto tenere in pregio gli uomini di mare del nostro regno, subietto di questo articolo.

Da tutte le storie italiane e da stranieri scrittori rilevasi la strenuità dei nostri marinai e l’antica loro attitudine alle marittime imprese, e basti l’esempio de’ Pozzuolani, che or dimenticati perché agli altri marinai inferiori, tenevano un dì esteso commercio e trafficavan coi Greci e i Fenici popoli. E basti la lettura delle istorie di Fazello, a ricordare la perizia marittima de’ Siciliani e le glorie di Siracusa e di Agrigento. Napoli (dice il primo de’ citati scrittori) abbandonava di vascelli prima che i Romani pensassero ad aver forze navali, di modo che le cinquanta navi e triremi che trasportarono l’esercito romano in Sicilia, furono tutte Napolitane, Tarentine e Locresi. Continua domani.

Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 2

L’Arca stessa, nave primitiva, lanciata nel mare dello sdegno celeste, qual’era il diluvio, non fu forse lo stromento della salvazione universale? L’anello della gran catena che doveva poi stringere in tanti nodi le genti?

Dalle statistiche più recenti e dalle opere di trent’anni a questa parte, rilevasi quanto a certuni paesi dell’Inghilterra, tenuti in nessun conto, abbia giovato il periodico traffico delle navi, e quante abbandonate coste, per lo transito di esse, sien divenute importanti; e gli Inglesi che spendono ogni loro cura e fatica per migliorare le condizioni marittime dell’isola, fino a cercarne un perfezionamento non isperato mai, hanno assicurata la navigazione di coste difficili e sabbiose con le barche di salvezza e coi fari galleggianti. Ed ove per poco si volesse aggiungere quanto l’affluenza de’ Piroscafi di ogni specie abbia giovato alle condizioni manifatturiere ed anche agricole de’ luoghi di approdo, avrebbesi tale un quadro di progresso, da farne strabiliare più d’un vecchio carpentiere.

Basti pel nostro bel paese l’esempio della navigazione periodica de’ Piroscafi tra Napoli e la Sicilia, un dì sì difficile e scabra, da render lungamente pensierosi quelli che fatto avean proponimento di attraversare il canale e correr la linea talvolta in più d’una settimana. Continua domani.

Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 1

Quando si volge un guardo alle categorie di popoli che ci hanno preceduti, all’impulso sociale di tante diverse nazioni, alla fratellanza che gli uomini hanno pel commercio stretta fra loro, allora la grande alleanza degli uomini col mare, si mostra all’occhio dell’economista, come un punto di storia luminosissimo e quasi come un movente del globo intorno al suo centro. Per essa le razze selvagge spogliate della scoria nativa, per essa le consuetudini sottomesse al culto, per essa le città rabbellite, le aride spiagge mutate in città, le industrie confortate dal traffico, e la gran catena degli esseri rannodata fra lontane terre e paesi.

E Tiro e Creta e l’Ellesponto vi ricordano imprese guerriere e sempre commerciali, e dai campi della favola e dal mistero delle origini, scendendo accompagnato da questi nomi e da queste rimembranze vi verranno innanzi i navigatori Castore e Polluce e la grande impresa degli Argonauti che pur di tanta favola è tramescolata, e le ricchezze di Tiro che le navi con preziosi legni costruite, propagavano ed accrescevano, e l’ardimento de’ Fenici che corseggiando armata mano facean bottino e vendean vesti, suppellettili adornamenti aurei e gemmati, e tanti altri fatti incancellabili che svelano l’elemento marittimo, come produttivo delle più ricordevoli fasi commerciali.

Quante terre non iscorsero i primi navigatori, e quante mai non furon quelle che sorsero a luce ed ebbero rinomanza per approdi di navi. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 6

Quando poi una voce stridula e acuta più di un sistro vi sveglia allo spuntar dell’alba e torna a risvegliarsi dal sonno vespertino gridando: Chi vo vevere ch’è fredda! chi vo vevere! fredda, fredda!!! Uh! Comme la tengo annevata, e volete conoscere da qual sonora ferrea gola essa parte, fatevi al balcone, e vedrete questa o altra consimile vecchia tutta coperta di cenci, livida e scarna, piene le mani di orciuoli e bicchieri, abbrustolita dal sole e con un fazzoletto che le cinge la testa, va motteggiando ad infrescare le fiamme de’ giovani cuori delle graziose modiste che stanno in una stanza a pian terreno o sulla via aggruppate intorno alla maestra, come funghi ad un pioppo caduto. Disseta quel crocchio e passa, e senza perder tempo empie il grande bicchiere e lo presenta al taciturno ciabattino che lavora sulla strada: riscuote il convenuto tornese (moneta napolitana che vale mezzo grano) e grida la solita canzone alla soglia del falegname, ma in tuono più basso: Acqua zurfegna fresca comme la neve! e quegli aspramente risponde, senza scomporsi dal suo lavorio: Io me bbevo l’acqua de lo pozzillo che sape de pozzolamma.

  • Mara me! chesta è de lo cannuolo, pe l’arma de patemo. Se non è bona non me la pavate.
  • Va vattenne mmalora de Chiaia, co mmico nce pierde lo tiempo! Essa guarda intorno su i balconi se vi è devota della salutifera acqua sulfurea che la chiami, gitta come una cornacchia avida di cibo l’ultimo grido: Chi vo vevere! abbrevia l’espressioni e parte.

Quanti mestieri fa quella vecchia? Tutti, secondo le stagioni. Con una gran caldaia vende le spighe di granone in maggio; a novembre allesse (castagne lesse), pizze o casatielli; e cangiando molti mestieri guadagna sino un ducato al giorno, ma il gioco del lotto e la cantina la fanno spesso gridare: Sempe fatico e sempe scauza vaco!

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 5

Se poi volete vedere la fonte donde scaturisce l’acqua sulfurea, scendete per la grande scalinata, e dall’una e l’altra parte vedrete piramidi di tarallini costruiti a maglia elevarsi dalle ceste dei venditori, e fra cento donne che vi sollecitano a bere vi troverete in un misterioso oscuro grottone, tempio salutare di migliaia di gente. Un indistinto suono di voci, di grida, di canti unito al rumore delle acque scorrenti, un andare ed un salire dalla profonda fontana, un frastuono ove spicca l’acuta parola feminile: Oh chi veve, fredda, fredda, oh chi veve! Un suolo lubrico ed infangato, il ruotar delle carrozze che passano sopra la volta del sotterraneo pari a tuono che romba, ed in mezzo a quel trambusto non si fa che empire e riempire bicchieri e orciuoli, orciuoli che poi si caricano la notte su barche per Portici, Torre del Greco, e su carri e carretti per tutto Napoli, per Caserta, per Santa Maria, per Capua, ecc. E però, quando la notte Toledo è quasi sgombro di gente e di vetture, e le botteghe de’ mercanti tutte chiuse, tu ti vedrai passare innanzi di questi carretti di orciuoli che si recano a Santa Lucia, ed altri che di là ritornano per provvedere tutti i posti e più lontani della sanatrice d’ogni male, acqua sulfurea.

Ogni carretto è circondato da tutta una famiglia, che si reca nell’emporio della sacra fontana, dove altri cento carri e barche vanno per l’istesso oggetto: chi è destinato a guardare il piccolo carro, chi a empire le mmommare (orciuoli) e chi a numerarle e caricare la vettura, che già ritorna allegra e festiva nel modo più poetico e bizzarro. Il padre di quella famigliuola che trascina il carro, il figlio maggiore lo spinge di dietro, da due lati camminano le due figlie scalze e piene di vasi, e il più piccolo con una semplice camicia che in parte copre la nudità, in parte no, con una cesta in capo piena di orciuoli chiude la marcia facendo di retroguardo. Seduta poi come in trono sopra le mmommare sta la vecchia madre, come la regina Pomarè, tenendo un nipotino sulle ginocchia come Iside che porta Oro nel seno; e tutti cantano canzoni d’amore con prolungata e noiosa cantilena. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 4

Avanza un’ora del giorno, ed è questo il tempo di scendere a Santa Lucia per respirare l’aria della marina. Percorre la via del Gigante lunga tratta di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni condizione; chè all’acqua sulfurea va il nobile e il plebeo come ad una sacra festa. Marinari, carrozze che si fanno strada in mezzo la calca, acqua, bicchieri, tarallini, urli, canti, gridi: ecco Santa Lucia in giorno festivo.

La prima volta che scendete a bere in quell’amenissima riviera tutte quelle venditrici, giovani e vecchie, co’ loro bicchieri colmi d’acqua zampillante come sciampagna, vi si fanno d’intorno supplicandovi; e voi potete scegliere come un Bascià quella che più vi aggrada, ma nei giorni seguenti non vi è più dato di cambiarla senza traccia di scortese: la vostra bella Luciana vi ha già incaparrato come un suo avventore, ed è rispettata dalle compagne osservatrici della patria costumanza, che infranta cagionerebbe sanguinose risse. Chiudono i Luciani questo loro lucroso mercato con una festa speciosa l’ultima domenica di agosto in onore di Nettuno, oggi sacra alla Madonna della Catena, nel qual dì si tuffano in mare, e nel secolo scorso vi gettavano a forza chiunque a quell’ora si trovasse passando per la riviera. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 3

  • Descrizione della lapide del Chiatamone relativa alla fonte di acqua sulfurea.

Questa lapide si trova propriamente sul muro rimpetto la piccola scala che mena alla fonte dell’acqua ferrata, e vi fu posta sotto il governo del Vicerè Don Luigi Tommaso Raimondo Conte di Arrach: essa è tale quale la riproduzione qui appresso:

APPARTENENDO AL NRO TRIBLE LA PIENA CURA SU QUESTA

ACQUA FERRATA SPERIMENTATA GIOVEVOLISSIMA A NO-

STRI CITTADINI, E CONCORRENDO ALL’USO DI ESSA MOLTIS-

SIMA GENTE BISOGNOSA DELLA VIRTU’ DI LEI, PERCHE’ TUT-

TI SENZA LA MINIMA ECCEZIONE POSSONO GODERNE DEL-

L’UTILE, SENZA DISPENDIO ALCUNO, ORDINIAMO CHE

NESSUNO ARDISCA INTROMETTERSI NELLA DISTRIBUZIO-

NE DI ESS’ACQUA, SENZA ESPRESSA LICENZA DEL NRO

TRIBLE, NE PER ESSA SOTTO QUALSIV COLORE, E PRETO ESI-

GERE DENARO ALCUNO, BENCHE’ MINIMO, SOTTO PENA DI

DUCATI CINQUANTA, E MESI SEI DI CARCERE IN SAN

LORENZO IL PRIMO DI SETTEMBRE 1731

GIUSEPPE CAPECE SCONDITO DUCA DI CAMPOCHIARO.

BARTOLOMEO ROSSI.                   GAETANO FALCINELLI.

INDICO GUEGUARA.                      GIULIO PALUMBO.

PRINCIPE DI PALO.                         AGNELLO VASSALLO SECA.

Mie note personali a proposito di questa fonte.

Questa fonte fu donata alla città di Napoli, nei miei personali ricordi della mia fanciullezza ho bevuto tante volte questa acqua che veniva venduta dagli acquafrescai nei loro chioschi che tuttora esistono a Napoli. L’acqua del Chiatamone veniva venduta in orci di terracotta monoporzioni a 10 lire. All’improvviso la fonte è scomparsa sottratta al popolo napoletano suo legittimo proprietario, nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’Hotel Continental su via Partenope, di fronte al Castel dell’Ovo, questa fonte fu inglobata nell’Hotel e non si è saputo più niente e nessuno fa niente per recuperarla. Continua domani.