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Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 2

Santa Lucia ne’ remoti tempi non era che un piccol paese di poveri pescatori, lontano da Napoli, sotto il monte Echia, nella region lucullana, presso il convento del Salvatore, ove oggi sorge il Castello dell’Uovo e le grotte platamoniche; ma Napoli estese a poco a poco le sue braccia e la raccolse nel suo grembo: oggi Santa Lucia è a Napoli ciò ch’è una rosa nel seno di una bella donna. Ma per quante metamorfosi abbia subite, per quanto si sforzi la civiltà moderna a cambiare la faccia di sua prima origine, nell’intimo quel luogo è sempre l’istesso, cioè il luogo de’ bagni, delle cene dei romani; e quei cuori sono sempre dell’antica istessa tempra. I Luciani hanno dialetto diverso dai cittadini di Palepoli, modi più semplici; fieri de’ loro diritti e delle loro costumanze, si sono nei tempi più difficili della città dimostrati generosi, affabili, disinteressati. Per antica consuetudine godono la proprietà delle acque minerali, quantunque nei tempi andati l’acqua lucullana, detta ferrata, dalla Città fosse decretata di pubblico uso per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna, come si legge nella lapide del Chiatamone: (1) oggi è ben altrimente. I luciani però conservano la privativa dell’acqua sulfurea ch’essi vendono, e con tal lucro vivono tutto l’anno, prendendo in prestito l’inverno per pagare l’estate. Quella idropisia sulfurea del popolo napolitano e de’ paesi vicini sembra un tributo imposto dalla provvidenza a pro di tanta povera gente. Mi duole che i più forti collegati soverchino i più deboli e i più indigenti. La vendita dell’acqua si fa dagli uomini da un’ora di notte sino al mezzodì, quindi dalle donne sino al ritorno dell’ora accennata. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 1

Napoli non ha acque sorgive fuorché le minerali: i suoi fonti schezi in questi campi fregrei sparvero, o inaridirono, ma gli acquidotti dalla Bolla e dal Carmignano provvedono abbondantemente la vasta città, che diconsi l’acque de’ formali; e l’acque piovane che si raccolgono nelle cisterne, benché d’inferior qualità, servono a dovizia agli usi della vita. L’acque che hanno l’onore d’empire le regie tazze e quelle de’ grandi sono l’acque del Leone di Posilipo, di S. Pietro Martire, di S. Paolo e l’acqua Aquilia al Mandracchio; ma nella stagione estiva il popolo capriccioso tempra gli ardori della canicola con la freschezza dell’acqua sulfurea, sia per lusso, o per necessità, non v’ è persona e sia la più misera plebea che non imprenda a guarirsi d’ogni malore con l’acqua sulfurea, panacea generale come l’idropatia alemanna.

Per tutto si vende acqua sulfurea, per tutto si beve acqua sulfurea dove vedete orciuoli, bicchieri e frasche; e il venderla è il più bel mestiere di chi non ha altro mestiere che di saper gridare con voce più stentorea per le vie. Intanto tutta l’acqua sulfurea che si vende e si beve in Napoli e suoi contorni, viene attinta dal solo fonte che si trova sotto la strada di Santa Lucia. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 6

Vera immagine delle cose di quaggiù, il domani ciascuno dei nostri eroi deporrà il fasto a piè d’ un incudine o d’ un tavolo; e somigliante a re da scena, poi che ha rappresentata la sua parte, torna al consueto ritrovo di amici, che talvolta è un caffè, talvolta era una bettola.

Ciò nondimeno questa parodia, che mostra il lato ridicolo dell’uomo volgare rimpetto al galantuomo, è forse contrappesata da molti vantaggi di quello su questo. Che cosa è la vita per un uomo del popolo? Contento dell’oggi che corre e gli reca la sua mercede, e’ non si travaglia barbaramente per un dubbio e fantastico domani, nube sulla stella e luce tra i veli, secondo le vaghe espressioni di un poeta; e nulla dolentesi del suo stato, attende con sincera allegrezza il suo giorno di festa.

Egli non ha mestieri di logorarsi la vita per anni ed anni dietro un fantasma di gloria, somigliante alle bolle da sapone, non di attendere, non di dare esami, non di pubblicare per le stampe; a dodici anni è un giovine, a diciotto un artista, vale a dire professore sui generis. Scrupoloso a’patti matrimoniali, allorchè mena sua moglie a Piedigrotta, al Campo, al Pascone, a Montevergine, è certo assai più lieto dell’uomo che, sdraiato in fondo d’ una fastosa carrozza, col disprezzo sul viso e la morte nel cuore, pensa forse al mal governo del suo, o ad una misera moglie, che, al contrario di Mida, il quale volea tutto convertire in oro, vorrebbe tutto il suo oro in un momento di tranquillità convertire.

Ed i figliuoli? E che fanno eglino i figliuoli ad un uomo volgare? – Se non ha giudizio, strappatili crudelmente al felice orizzonte in cui la sorte benigna collocati gli avea, fa che ricevano una accurata istruzione, e gustino le non rare delizie del sapere; ma se in cambio avrà un’oncia di cervello insegnerà loro il proprio mestiere, e così i suoi discendenti, provveduti, alla lor volta, d’un abito da festa, in compagnia di una bella maesta, nostra compaesana, benediranno il gran giudizio del genitore, ripetendo quell’assennato adagio del popolo: L’arte de tata è mezza mparata.

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Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 5

Se si rissa grida: Ebbè! Senza che ffaie tutte sse ngestre; cca simmo canusciute, e aggio fatto scorrere o sango a llave po quartiere.

Un tale, ha l’inavvertenza, passando, di lasciar andare un boccone di fumo sul volto della maesta; ecco il guappo che freddamente, e strascicando ciascuna parola gli dice: – Ebbè; mo mancate; vuie menate o fummo ro z ziquario nfaccia a ronna!

Quando, nel colmo dell’ira, e minacciando il suo avversario, fruga precipitosamente nelle tasche in cerca d’un coltello, che spesso non vi è, lasciando rattenersi dalle donne e dagli amici, dimenando il corpo e mostrando non vedere colui che ravvisa perfettamente, grida con quanto ne ha in gola “Arò sta, arò sta? Me ne voglio vevere o sango!

E per non prolungar di vantaggio un fraseggio, che più o meno si sostiene sempre sulle stesse fondamenta, ricordi il lettore:

Orlando non risponde altro a quel detto,

Se non che con furor tira d’ un piede,

E giunge appunto l’asino nel petto,

Con quella forza che tutt’altro eccede;

Ed alto il leva si ch’un augelletto

Che voli in aria sembra a chi lo vede;

Quel va a cadere alla cima d’un colle

Ch’un miglio oltre la valle il giogo estolle.

e si dipinga Orlando in giacca. Il compendio di cotesto gergo e modo chiama il volgo ammartenatezza o attempatezza. Continua domani.

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Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 4

Allo stesso genere, avvegnachè per avventura in ispecie inferiore, appartiene il guappo, comunemente nell’ordine de’ suggechi, chè così chiamano in dialetto i venditori di grascia, in ispezialtà di vini, di salumi ecc,

Nel rimanente dell’acconciatura affatto conforme a quella d’un maestro, sostituite alla chasse una giacca sbottonata ed al cappello una coppola di panno col gallone d’oro, fate che quei calzoni finiscano in due enormi trombe sulle scarpe, aggiugnete a ciò i capelli, com’essi dicono, a mazzo de pestello ed eccovi il personaggio bello e delineato. Costui ha una mimica tutta propria; i suoi gesti denotano sempre qualche grandiosa operazione, o almeno vi accennano, laonde non sarà discaro al lettore aver qui notato alcuni modi caratteristici e frasi con la versione italiana, perocchè noi crediamo molto valere il gergo, e spesso più di un’intera descrizione a rilevar l’individuo, come i più accreditati narratori e romanzieri ne han fatto uso felicemente.

Allorché il guappo minaccia di bastonare alcuno, apre entrambe le palme ed agitandole stranamente e quasi ponendole di conserva sul volto dell’avversario in un moto espressivo gli grida: Mo t’apparo a faccia.

Quando saluta un collega si esprime con enfasi. A razia, ovvero, A bbellezza.

A tale che gli paresse non aggiustar piena fede a quel che dice, e’ risponde: Ebbè, o bbulimmo lassà ì.

Quando vuol mostrarsi ossequioso si esprime: Mo nce vo; sapimmo l’abbrigazione nòsta né maraviglierà alcuno del modo imperioso plurale, trattandosi di guappo. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 3

In tale assettatura, per quella continua e caratteristica flessibilità del corpo, or da questo, or da quel lato; per quella specie di non curanza, che denota piena soddisfazione di sé stesso, quest’uomo ha la festa un’impronta davvero singolarissima di pseudo importante. Sovente egli accompagna una donna, che è la moglie o l’innamorata. Un paio di grossi orecchini rotondi, e vestiti di picciole perle, che il nostro volgo chiama con voce propria rosette, specie di sciucquaglie, con cui vanno indicati generalmente gli orecchini, una veste trincerata sul petto da una collezione di laccetti d’oro (lazziette) con un piccolo oriuolo, le dita sulle quali parimenti si ammonticchiano le anella, un largo fazzoletto sulle spalle (farzalettone) sogliono contraddistinguere la compagna della sua vita, colei che dicesi maesta (maestra). Per ordinario l’innamorata o la promessa, che va sempre in compagnia della madre, come Pilade e Oreste, o per non escir del feminino, come Filomena e Progne, è più modesta, perocchè non divide ancora né le fatiche né le pompe di lui; ed è contentasi allora di camminarle a fianco, proteggerla con lo sguardo, e ricoverarla all’ombra dell’incommensurabile canna; e quella donna vicino al suo uomo (l’omino), tiensi né più né manco di Bradamante o Angelica, sotto lo scudo di Ruggiero o di Ferraù. Egli è vero che si scorge qualche punto di notabile diversità fra il maestro e ‘l galantuomo, di cui studia il portamento ed il vestire; ma noi sappiam bene come l’imitazione sia spesso la parodia dell’originale; e poi vi ha di tali impronte difficili, diremo anche impossibili a cancellarsi; sì che scrisse il poeta:

Alma grande e nata al regno

Fra le selve ancor tramanda

Qualche raggio, qualche segno

Dell’oppressa maestà

onde al pari il nostro eroe precario conserva nell’abito festivo un non so che del tanfo del lavoro; le mani ordinariamente non sono affatto affatto monde; spesso male assettati i capelli, e poi la canna mostro, il vestito spesso ribelle alle proporzioni, il dimenar del corpo, il cappello a schimbescio e le formidabili anella finiscono per dare il comico a questo personaggio, che tanto pel tragico si affatica. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 2

Laonde l’uomo inferiore procura transatare almeno con l’ingiustizia della sorte; e così non potendo essere un galantuomo ogni giorno, vuol esserlo almeno la festa. Arrivata dunque quest’epoca in cui, osservatore scrupoloso de’ precetti, rimansi dall’opera, depone il meschino, o almeno poco aggradevole arnese, ed eccolo uomo nuovo in novelle forme. Larghi calzoni a quadrati da metter paura ad un cieco, una cravatta di un rosso fiammeggiante, che gli cinge, o piuttosto gli assedia il collo, alta ben cinque dita, sormontata da un enorme nodo, le cui punte svolazzano alla balia dei venti, o sulla quale vengono a ripiegarsi due larghi colli, un lungo e vivacissimo gilet, non diremo disegnato, ma sì inondato di frascami. Scende su questo, ad armacollo, enorme catena d’oro con sospesovi un corrispondente orologio, terminante in molteplici suggelli, a’ quali non manca che l’impronta per dirsi notarieschi. Indossa una chasse (specie di giamberga) di castoro a larghe ali. Non ha guanti, perocché gli parrebbe recar dessi onta alle mani che, non ostante la manifesta contraddizione, godono impertubate il riflesso d’una infilzata di lucide anella, ornamento e sepolcro ad un tempo di presso che tutte le cinque dita.

Compiono il vestire un cappello collocato appunto all’est del capo, ed una grossa canna di zucchero confinante col medesimo. Continua domani – 2

Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 1

Difetto appiccicato all’umana natura è quel voler ogni uomo far disparire, quanto può, od almeno nascondere lo scalino, che dall’altro, nell’ordine sociale, il divide. Se però ciascun mediconzolo aspira alla fama di professore, se ciascun avvocatello affetta il Demostene, se ciascun amanuense, non fosse altro che per vòto rimbombo di parole, si adopera a comparir l’uomo di alto affare, bisogna pur convenire che le distinzioni sociali siano innanzi nella necessità delle cose che nella volontà degli uomini, e che se il farinaio ed il beccaio non han frusta e speroni, egli non è certo per modestia.

Così l’artigiano, mentre dal suo bischetto percote sul tomaio, o lavora di forbici sur un tavolone, o suda a gocciole sopra un ferro rovente, o fa stridere la sega, guarda sottecchi la elegante classe del damerino, la luccicante catena d’oro del banchiere, la stoffa finissima dei calzoni del leone, il gilet che tocca l’umbilico del giovine di buon genere, e la bella canna, la quale, per un elegantissimo pomo, forma l’unico ed il più bel titolo di gloria del bellimbusto, che, designato per professore, non d’altro ebbe mai brigato che di comprar profumerie; digiunare al caffè dell’Europa, e far attorcere e lisciarsi accuratamente i capelli ed i baffi. Tutto ciò muove una tal qual invidia in quell’ordine inferiore, ed anche una sensibile dispiacenza ne’ paragoni. Quel contrasto tra una sudicia e lacera camicia, ed un alabastrino colletto amidato; tra due mani ruvide ed appiccicaticce ed un morbido e lucido guanto, un martello ed un succhio ed una canna dal cesellamento privilegiato (patent). Continua domani. – 1