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L’orto: semine, tecniche e cure culturali.

Spinacio (Spinacia oleracea)

Varietà: sono diverse le varietà di spinacio esistenti. Tra queste ricordiamo: il Viking medio precoce, il Virofly molto precoce, il Grandstand Ibrido F.1 medio tardivo, il Gaudry foglia di lattuga medio precoce, il Gigante d’inverno precoce, il Riccio di Castelnuovo precoce, il Riccio d’Asti lento a montare, Bloomsdale longstanding medio precoce, l’America.

Clima e terreno: gradisce un clima temperato, piuttosto fresco. Può sopportare freddi moderati, ma non tollera sia la siccità che gli eccessi di umidità. Inadatti i climi caldi.

Il terreno migliore è quello di medio impasto, ben dotato di sostanza organica, privo di ristagni d’acqua, con un pH tendente alla neutralità.

Avvicendamento: si sconsiglia di ripetere la coltivazione sullo stesso appezzamento di terreno prima che siano trascorsi almeno tre anni. Coltura intercalare, anche se talvolta viene posta all’inizio di una rotazione.

Consociazioni: per la velocità del suo sviluppo bene s’associa a ortaggi con crescita più lenta, come piselli e fagioli.

Semina: a spaglio o a file nell’orto da febbraio ad aprile per raccogliere a fine primavera-estate; oppure da agosto a settembre per le raccolte autunno-invernali. Nel caso di semina a file si terrà una distanza di 4-8 cm sulla fila e di 30 cm tra le file. La profondità di semina è di un paio di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: lo spinacio sfrutta bene la fertilità residua, per cui la concimazione letamica converrebbe distribuirla alla coltura che lo precede. In caso di fertilizzazione diretta concimeremo con 2/3 quintali di letame o composto perfettamente maturo per 100 mq di terreno, sparsi alcuni mesi prima della semina e interrati a una profondità di 30-35 cm mediante una vangatura. Si evitino eccessivi apporti di azoto in quanto la pianta tende ad accumularlo sotto forma di nitrati nelle foglie.

Le cure colturali consistono in irrigazioni (da effettuarsi dopo la semina per favorire la nascita delle piantine e durante il corso del ciclo quando l’andamento climatico lo richiede), scerbature e zappettature, pacciamatura (la quale si può applicare nelle colture estive mediante la distribuzione di un sottile strato di paglia allo scopo di mantenere l’umidità nel terreno e favorire l’emergenza delle plantule) diradamento, protezioni.

L’irrigazione è particolarmente importante per lo spinacio, soprattutto nei periodo caldi e siccitosi.

Anche la pacciamatura dello spinacio è molto importante per le colture estive, in quanto limita la perdita di acqua per evaporazione.

Raccolta: avviene a scalare recidendo per ogni pianta le foglie meglio sviluppate con più asportazioni lungo il ciclo e mantenendo integro il corpo centrale. Oppure si può tagliare l’intera pianta alla radice, qualche centimetro sotto il colletto, quando le foglie hanno raggiunto uno sviluppo vegetativo sufficiente.

Gli spinaci possono essere lessati, scolati, appallottolati (spremendoli leggermente per far uscire il liquido di cottura) e quindi conservati per qualche tempo in congelatore in appositi sacchetti.

Avversità: si confronti in proposito quanto scritto per la bietola da radice. Qui ricordiamo tra le crittogame la peronospora dello spinacio che si manifesta sulle foglie con vaste zone clorotiche le quali tendono a confluire. Le foglie attaccate mostrano sulla pagina superiore delle aree color ocra, in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore si sviluppa una muffa feltrosa grigia o violacea. Il fogliame infetto si presenta accartocciato e sovente dissecca. Se le piante vengono colpite nelle prime fasi vegetative, generalmente muoiono. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, distruzione delle piante infette, uso di seme di varietà resistenti e sano. Si deve evitare, inoltre, di utilizzare l’irrigazione per aspersione. La lotta diretta prevede trattamenti con anticrittogamici a base di rame.

Vanno considerati pure gli attacchi portati di virosi le quali causano ingiallimenti e caduta delle foglie. Le piante colpite vanno bruciate.

Annotazioni: le diverse varietà di spinaci si raggruppano attorno a tre tipi principali: estivi, invernali e perenni a grandi foglie. Questi ultimi assomigliano alla bietola da coste.

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Sua maestà, il Fungo. A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

I funghi, come gli animali, non sanno costruirsi le sostanze nutrienti, e non hanno bisogno di luce per vivere.

Come i vegetali non hanno mezzi di locomozione e si riproducono affidando le proprie spore al vento o ad animali.

I funghi sono ovunque, ci circondano, ci nutrono, ci dissetano, ci colonizzano, ci curano… Consentono la lievitazione del pane, la fermentazione di alcuni alcolici, la preparazione di formaggi, e ci deliziano con il loro profumo e sapore inconfondibili.

Grazie a essi abbiamo ottenuto i primi antibiotici, ma sono anche stati causa di intossicazioni, e portatori di malattie, sia per l’uomo sia per molte colture vegetali. D’altra parte, provvedono alla salute dei boschi fornendo nutrimento a piante e animali: ci sono anche colonie di formiche che se ne cibano coltivandoli in enormi camere sotterranee. Ma non sono tutti piccolissimi: anzi, è un fungo l’organismo più grande della Terra.

I lieviti e le muffe, riuniti nel gruppo dei micromiceti, sono però ben più numerosi dei funghi classici, i macromiceti, e molte specie microscopiche non sono ancora conosciute e classificate. I macromiceti, cioè i funghi che suscitano l’interesse del raccoglitore, a oggi contano circa 12 mila specie classificate. Che non ci affascinano solo perché sono buoni da mangiare, ma anche per la loro componente di mistero: compaiono nel bosco qui e là, come d’incanto, crescono con rapidità inconsueta e scompaiono altrettanto in fretta.

Già nella Bibbia si trovano riferimenti al rapporto tra l’uomo e i funghi: a sette anni di abbondanza si alternavano sette anni di carestia, punizione divina per l’infedeltà degli uomini. La dea Robigo, la ruggine responsabile della carestia, era venerata per scongiurare nuove carestie. Il vero colpevole? Un microscopico fungo parassita dei cereali, Puccinia graminis, la ruggine nera del grano, è ancora oggi uno dei più temuti flagelli delle nostre messi. I chicchi dei cereali colpiti appaiono rinsecchiti poiché il fungo utilizza il nutrimento che dovrebbe essere accumulato nel seme.

I funghi, inoltre, hanno sempre ispirato timore per le loro potenzialità venefiche. Pasti finiti in tragedia sono documentati fin dal 54 d.C.: in quell’anno Agrippina avvelenò il marito Claudio, pare con la Amanita phalloides, così da far salire al trono il figlio Nerone.

Nel 1722 le mire espansionistiche dello zar di Russia Pietro il Grande furono fermate da Claviceps purpurea, fungo parassita che cresce nella spiga della segale. La farina infetta che si ottiene ha proprietà fortemente tossiche: con questa i soldati russi fecero il pane di cui si cibarono, e con cui si avvelenarono; nel fungo sono contenuti circa dodici alcaloidi, tra cui l’ergotina, che dà l’ergotismo, comunemente chiamato fuoco sacro: i sintomi sono cancrena agli arti e dolori atroci.

In compenso, moltissime vite umane sono state salvate dai funghi. Dalla muffa Penicillium notatum deriva infatti la penicillina, il primo antibiotico usato nella pratica medica. Un’altra sostanza prodigiosa ha consentito di minimizzare i rigetti nei trapianti d’organo: è la ciclosporina, isolata da Tolypocladium inflatum, un fungo scoperto per caso in un pugno di terra in Norvegia, nel 1970, e dotato di notevoli proprietà immunosoppressive: senza di essa i trapianti non sarebbero possibili perché il nuovo organo sarebbe riconosciuto come estraneo e rigettato.

Un altro penicillio, Penicillium glaucum, ha contribuito ad arricchire le nostre tavole con un formaggio unico: il gorgonzola. La screziatura verde nella pasta, cui si deve il caratteristico sapore, sono infatti microscopici funghi. Nella lavorazione, al latte sono aggiunte spore di penicillii: dopo 4 settimane di maturazione, la forma viene bucata con grossi aghi metallici, l’aria entra nella pasta e induce la crescita della muffa.

Non è finita. Il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, un fungo unicellulare, è responsabile della fermentazione che permette la lievitazione della pasta del pane e dei dolci. Anche quella del vino avviene ad opera dei lieviti: sono milioni, e compaiono già sulle uve mature, trasformando gli zuccheri in alcool etilico. I lieviti della birra provvedono anche alla fermentazione alcoolica del malto d’orzo addizionato col luppolo.

Meno benevoli sono i micromiceti che parassitano l’uomo e gli animali, dando origine ad infezioni dette micosi, superficiali se colpiscono la pelle, o profonde se raggiungono gli organi interni. I funghi penetrano nella pelle, e le spore infettive sono in grado di sopravvivere anche per due anni prima di svilupparsi, in corrispondenza di alte temperature, umidità e abbassamento delle difese immunitarie dell’ospite. Tra i più diffusi un lievito, la Candida, che infetta cute e mucose. Un altro tipo di funghi parassiti sono i dermatofiti, che si nutrono di cheratina e attaccano perciò capelli, pelle, unghie, dando le tigne.

Continua.

Giardinaggio

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi

Batteri e crittogame

Alternariosi

Sono malattie fungine che colpiscono molti ortaggi (cavoli, pomodoro, patate, carote, porri ecc.). Si sviluppano in presenza di ambienti umidi manifestandosi sulle foglie con macchie circolari e concentriche che portano al disseccamento. I frutti colpiti presentano macchie depresse concentriche.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni e trattamenti con ossicloruro di rame e calcio. Bruciare le parti infette e disinfettare il seme ponendolo in macerato d’equiseto.

Antracnosi

Fungo che, oltre al pomodoro, attacca fagiolo, cipolla, lattuga, pisello, peperone, anguria ecc.

Causa sulle foglie adulte macchie rotondeggianti con lembi rilevati. Macchie simili, depresse, si manifestano sui frutti.

Lotta: come per l’alternariosi.

Botriti

Malattia fungina che si manifesta su foglie e frutti con muffe feltrose.

Attacca pomodoro, fragola, melanzana, peperone, fagiolo, fava ecc., causando marciumi e disseccamenti.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti infette. Quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Cancri

Sono causati sia da funghi che da batteri.

Causano deformazioni sui vegetali. La lotta è simile a quella adottata per i batteri.

Ernia dei cavoli

Malattia causata da un plasmodio che colpisce cavoli e crucifere in genere.

Sulle radici si manifestano dei tubercoli gialli, dapprima lisci, che poi raggrinziscono e si decompongono portando alla degenerazione dell’apparato radicale.

La lotta si basa su opportune rotazioni e nella disinfezione delle piantine da trapiantare immergendole in una soluzione di idrossido di rame.

I semi possono essere posti in macerato d’equiseto.

Non piantare in terreni umidi o con pH acido.

Marciumi

Attaccano numerose orticole colpendole al colletto o alle radici.

Sono causati da diversi agenti (Fusarium, Sclerotinia, Rhizoctonia, Pythium ecc.).

Molto pericolosi, si manifestano preferibilmente in ambienti caldi e umidi come, ad esempio, i semenzai.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni, nella scelta di varietà resistenti, nell’evitare gli eccessi idrici.

La lotta diretta prevede l’eliminazione delle piante infette e trattamenti a base di ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar.

Oidio o mal bianco

Funghi che colpiscono molti ortaggi: melanzana, zucchino, pisello, cece, melone, anguria, cavoli ecc.

Si manifestano con una tipica muffa bianca sulle foglie che poi appassiscono e disseccano.

Oltre alla scelta di varietà resistenti, la lotta si basa sull’impiego di prodotti a base di zolfo o trattamenti con una soluzione idroalcolica di propoli (0,02%) addizionata a Sulfar.

Peronospora

Ne esistono di diversi tipi. La più celebre è quella del pomodoro. Essa causa depressioni, marciumi, appassimenti, oltre alla comparsa delle caratteristiche macchie d’olio in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore della foglia si sviluppa la tipica muffetta biancastra.

Sui frutti forma macchie dapprima epidermiche, poi depresse.

Tra gli ortaggi colpiti, oltre al pomodoro, ricordiamo la patata, l’aglio, il peperone, la bietola ecc.

La lotta preventiva prevede l’uso di materiale sano, l’immersione delle piantine da trapiantare in macerato d’ortica, o decotto d’equiseto, l’impianto in terreni non eccessivamente umidi.

La lotta diretta si attua trattando con poltiglia bordolese o soluzione idroalcolica di propoli.

Ruggine

Malattia che si manifesta causando delle pustole rossicce sulle foglie.

Colpisce pisello, fagiolo, aglio, asparago, bietole ecc.

La lotta preventiva contempla la distruzione dei vegetali colpiti, l’impiego di varietà resistenti, opportune rotazioni, trattamenti con polvere di roccia.

Direttamente si può intervenire trattando le piante con decotto d’equiseto, ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar in acqua.

Scabbia

Malattia degenerativa che fa marcire i tuberi.

La lotta preventiva si basa sulla sospensione della coltura della patata dal terreno infetto per almeno cinque anni e oltre.

Septoriosi

Attacca in ambienti umidi causando tacche contornate da un alone clorotico.

Le parti infette disseccano.

Colpisce in particolare il sedano e il pomodoro.

La lotta preventiva esclude la ripetizione del sedano sullo stesso terreno prima di 2-3 anni; l’adozione di varietà resistenti; la distruzione dei vegetali colpiti; l’impiego di semi di sedano che abbiano 2 anni.

La lotta diretta si esegue con trattamenti di poltiglia bordolese alla comparsa dei primi sintomi.

Ticchiolatura o cladosporiosi

E’ una malattia fungina che si evidenzia con grandi tacche accompagnate da una muffetta grigiastra sulla pagina fogliare inferiore.

Colpisce diversi ortaggi e in particolare il pomodoro, lo zucchino e il melone.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti colpite, quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Tracheomicosi

Malattia causata da funghi (Verticillium e Fusarium) il cui micelio invade i vasi linfatici della pianta causandone la morte per deperimento.

La lotta s’affida soprattutto sulla scelta di varietà resistenti.

Continua.

Giardinaggio – l’orto

Terreno e lavorazioni – 2

Attrezzatura

L’attrezzatura tradizionale prevede la vanga nelle due versioni a rebbi o a lama. La prima risulterà utile per lavorare i terreni argillosi, la seconda per quelli sabbiosi o, comunque, sciolti.

La zappa, contrariamente alla vanga, non effettua un completo rivoltamento degli strati, ma solo uno sminuzzamento del terreno lavorato.

Un badile può essere utile per raccogliere sassi, distribuire terra ecc.

Falce, falcetto e sega servono a eliminare infestanti di una certa consistenza o osticità come ad esempio i rovi.

Per il trasporto del letame, dei raccolti o di altro materiale servirà una carriola.

Il rastrello si impiega per affinare e pareggiare il terreno.

Gli estimatori dell’agricoltura biologica possono trovare in commercio un discreto numero di attrezzi per sostituire, in parte, quelli tradizionali e consentire, nel contempo, l’esecuzione di tecniche culturali alternative.

Tra questi ricordiamo la forca a denti piatti e la doppia forca che vanno a sostituire la vanga. Esse consentono di arieggiare il terreno senza rivoltarne gli strati.

Il tridente, o forca a denti ricurvi, frantuma le zolle, arieggia e pareggia il terreno, incorpora il composto ecc.

Il coltivatore a dente di porco è adoperato per estirpare le erbe infestanti lungo gli interfilari, arieggiare il terreno, interrare il composto, fare i solchi.

L’erpicatore manuale, o zappa estirpatrice, sostituisce la zappa tradizionale. Ne esistono di vari modelli e si utilizza per sminuzzare le zolle e arieggiare la superficie del suolo.

Infine i sarchiatoi svolgono varie funzioni (rincalzatura, eliminazione degli infestanti, tracciamento dei solchi) e sono presenti in diversi modelli raggruppati nelle distinzioni: a lama fissa e a lama oscillante.

La pacciamatura

Un discorso a parte merita la pratica della pacciamatura, pur appartenendo all’agricoltura tradizionale, ha goduto di una particolare riscoperta degli amanti del biologico che la attuano impiegando diversi materiali.

Questa pratica consiste nel proteggere il terreno in vicinanza delle piante con materiale vario al fine principale di evitare perdite di umidità. Oltre a conservare più a lungo le riserve idriche del suolo, la pacciamatura inibisce il processo clorofilliano riducendo o impedendo la crescita delle infestanti; mantiene più a lungo la struttura data al terreno con le lavorazioni; ostacola il dilavamento delle acque limitando in questo modo le perdite di azoto nitrico. Inoltre, se viene effettuata con materiale degradabile, arricchisce il terreno di sostanza organica.

I materiali consigliati per la pacciamatura sono la paglia, le foglie, l’erba tagliata di fresco, distribuiti sul terreno in strati più o meno sottili, comunque sufficientemente spessi da proteggerlo dai raggi solari. Molto pratici, ma antiecologici, sono i film plastici neri di polietilene.

Prima di applicare il materiale pacciamante, il terreno deve essere sgombro dalle malerbe e gli ortaggi bene attecchiti e opportunamente diradati.

Il letto profondo: un interessante tecnica di lavorazione del terreno.

Due sono gli strati del suolo particolarmente interessanti per l’orticoltore: lo strato attivo, il più superficiale, dal quale le radici traggono il nutrimento per la pianta, e lo strato inerte, momentaneamente inutilizzato, ma che viene riportato in superficie all’occorrenza per sostituire lo strato attivo allorché questo risultasse troppo sfruttato.

Ne consegue che solo lo strato attivo viene regolarmente vangato, annaffiato, concimato, diserbato, cioè curato. Per contro lo strato inerte sottostante giace in attesa di un rimescolamento che avverrà a secondo delle considerazioni dell’orticoltore.

Una particolare tecnica di coltivazione prevede una serie di lavorazioni che consentono di giungere fino allo strato inerte, offrendo in tal modo alle radici uno spazio maggiore da esplorare.

I vantaggi della tecnica sono evidenti: maggiore sviluppo delle piante in profondità e minore in estensione, con conseguente sfruttamento intensivo dei piccoli orti. A questo non trascurabile vantaggio di base se ne sommano altri: il risparmio di ulteriori vangature cicliche, un maggior sviluppo delle colture da radice, un terreno più ricco di sostanza organica e di processi che concorrono alla sua fertilità.

Il letto profondo si attua lavorando l’orto a sezioni. Dopo averlo dissodato, con una vangatura a normale profondità, si rimuove, senza spostarlo, lo strato inerte con l’aiuto di una forca o di una vanga a rebbi, in modo da rendere più soffice anche questo secondo strato consentendo, in tal modo, la penetrazione delle radici, dell’aria e dell’acqua.

Un orto impostato con questa tecnica può fornire produzioni triple rispetto a un orto lavorato secondo i canoni consueti, conservando, nel contempo, la sofficità per più anni.

L’orto

Terreno e lavorazioni – 1

Allorché si intende praticare una qualsiasi lavorazione al terreno, bisogna tener presente che si agisce su un complesso ecosistema e non su una materia inerte della quale disporre a piacere. Qualsiasi intervento finisce per alterare l’habitat in cui milioni di piccoli esseri svolgono azioni fondamentali per la vita delle piante. Ogni lavorazione devasta aggregati vitali, ma facilita anche la penetrazione dell’aria stimolando l’attività dei microorganismi. Ne consegue che gli aspetti negativi e quelli positivi risultano strettamente interdipendenti, per cui necessita essere particolarmente oculati nello scegliere gli interventi che maggiormente privilegiano il mantenimento degli equilibri naturali.

Due modi di concepire la lavorazione delle zolle:

  1. L’agricoltura biologica prevede l’affinamento delle zolle senza rivoltarle per non alterare l’equilibrio microbico e l’interramento dei principi nutritivi superficiali;
  2. L’agricoltura tradizionale prevede il rivoltamento delle zolle per alternare lo strato attivo con quello inerte.

Questa premessa è stata fatta propria, con ulteriori considerazioni e opportuni arricchimenti, dai sostenitori dell’agricoltura biologica i quali vedono nei rivoltamenti degli strati, mediante vangature, zappature e arature, un pericoloso turbamento per l’equilibrio della microflora e una delle cause che determinano situazioni di erosione, soprattutto nei terreni collinari. Tali considerazioni hanno condotto alla sperimentazione di tecniche alternative, quali il notillage, lo zerotillage e il sod seeding che prevedono una seminagione sulla cotica senza attuare i classici interventi e limitandoli a una semplice lavorazione superficiale.

Nonostante queste interessanti proposte, non vengono comunque negate talune situazioni in cui l’uso della vanga e della zappa risulta utile se non addirittura indispensabile. In particolare si ricorre all’azione della vanga per incorporare la sostanza organica nel suolo; per nettare in profondità il terreno da radici e sassi; per facilitare l’azione disgregante del gelo sulle zolle rivoltate. Per contro è preferibile ai fini del semplice arieggiamento del terreno, utilizzare attrezzi alternativi quali possono essere il coltivatore a dente di porco o la forca a badile. Similmente il ricorso alla zappa può giovare su certi terreni nelle annate a decorso stagionale umido, mentre può risultare negativo nel caso di annate siccitose.

Preparazione del letto di semina

A prescindere dalle considerazioni di carattere biologico che terremo comunque presenti, vediamo ora come disporre la preparazione del letto di semina dei nostri ortaggi.

Se l’appezzamento di terra che destiniamo a orto è incolto, occorrerà innanzitutto ripulirlo dalle pietre e dagli arbusti che lo popolano, mantenendo però eventuali siepi naturali che sorgono nelle vicinanze, le quali fungono da rifugio a insetti utili e perciò favoriscono l’equilibrio dell’ecosistema. Le pietre, trasportate a mano o con la carriola, saranno ammucchiate in un unico luogo. Gli arbusti possono venir bruciati e le loro ceneri, ricche di potassio e fosforo, usate per fertilizzare il terreno. Quindi rivolgeremo le cure al suolo che ospiterà l’orto e, qui, ci sarà d’utilità la vanga. Allorché si lavora il terreno per la prima volta bisognerà scendere in profondità, onde rimuovere ed eliminare le infestanti che altrimenti rispunterebbero alla prima occasione. Le loro parti verdi, potranno essere interrate come sovescio.

Trattandosi di un terreno messo a coltura per la prima volta e destinato a ricevere ortaggi, sarà bene incorporare del letame maturo aggiungendo magari una concimazione minerale a base di fosforo e potassio. L’interramento del letame favorirà lo sviluppo della flora batterica e di tutti quei processi che hanno il fine di formare l’humus indispensabile alla vita delle piante. Continua domani.

Giardinaggio

L’orto

Rotazione delle coltivazioni.

Coltivare per più anni i medesimi ortaggi sullo stesso terreno, può condurre quest’ultimo a impoverirsi di alcuni fattori nutritivi e a manifestare fenomeni di stanchezza e rigetto. Per di più parassiti e infestanti troverebbero un ambiente favorevole al loro sviluppo, facilitati in ciò da un habitat colturale immutato. Per tutti questi motivi, e altri che non possiamo approfondire in questa sede, si impone una rotazione ragionata che alterni gli ortaggi sul terreno secondo uno schema predeterminato. In particolare si terrà presente che:

  • Esistono ortaggi con forti esigenze nutritive e altri meno voraci;
  • L’alternanza di piante appartenenti a famiglie diverse limitano in qualche modo il diffondersi di malattie e parassiti;
  • È conveniente alternare tra loro piante a diverso sviluppo vegetativo (piante da tubero, da bacche, da foglia ecc.).

Esempio di rotazione quadriennale.

A scopo esemplificativo illustro come può essere impostata una rotazione quadriennale, ovvero un avvicendamento di colture che si completa nello spazio di quattro anni. Una volta compreso il meccanismo, potrete organizzare voi stessi un ciclo colturale anche di durata diversa da quella proposta.

Per questo esempio spartiremo l’orto in quattro settori, quindi destineremo per ogni parcella le colture tenendo conto delle seguenti indicazioni:

  • Le patate esigono abbondanti concimazioni letamiche, mentre gli ortaggi da radice in presenza di concimazioni eccessive tendono a biforcare il fittone. Quindi non faremo succedere quest’ultimi a una coltura di patata;
  • Le leguminose in genere (piselli, fave, fagioli ecc.), contrariamente alle patate, preferiscono un terreno calcareo. Perciò eviteremo di coltivare patate dopo i legumi;
  • I cavoli necessitano di calcio rimasto nel terreno per un certo periodo. Essi perciò possono essere messi dopo una coltura di leguminose;
  • Numerose colture, fatta eccezione per quelle testé citate, traggono vantaggio dalla pacciamatura fatta con letame maturo. Tale pratica, infatti, impedisce la biforcazione del fittone nelle colture da radice. Quindi dopo pomodori, zucche, zucchine e lattughe potremo introdurre nella nostra rotazione le colture da radice.

Tenuto conto dei concetti appena esposti, una rotazione quadriennale potrebbe essere impostata esemplificativamente nel primo settore del nostro orto in questo modo:

  • Nel primo anno effettueremo una sostanziosa concimazione letamica alla quale seguirà una piantagione di patate. Dopo la raccolta dei tuberi praticheremo un sovescio che servirà da concimazione di fondo per il secondo anno;
  • Nel secondo anno, dopo una zappatura, arricchiremo il terreno di calcio per correggere la leggera acidità lasciata dalle patate e pianteremo leguminose (fagioli, piselli, fave). Un buon sistema per correggere l’eccessiva acidità del terreno consiste nell’aggiungere all’orto calcinacci in polvere. Raccolti i legumi li sostituiremo con cavoli allevati in semenzaio;
  • Il terzo anno il terreno verrà occupato da colture non particolarmente esigenti, come pomodoro, ravanelli, zucchine e lattuga. (Qualche mese prima di seminare si potrà spargere sul terreno uno straterello di letame maturo);
  • Il quarto anno, infine, sarà dedicato alle colture da radice: carote, rape, cipolle, porri e sedano.

A rotazione conclusa si può ricominciare con un’abbondante concimazione letamica seguita da una coltivazione di patate. Oppure si può lasciar riposare il terreno per un anno mettendolo quindi a coltura con una leguminosa.

Consociazione

Con il termine di consociazione si intende la coltivazione simultanea di più specie sullo stesso terreno. Oltre a ottenere più prodotti contemporaneamente, la consociazione può risultare di giovamento alle colture stesse. Infatti a causa di singolari e molteplici interazioni presenti nei vegetali, talune piante operano un’azione stimolante o, al contrario, reprimente nei confronti delle colture viciniori. Similmente sono in grado di allontanare alcuni parassiti e richiamare alcuni insetti utili.

Da rilevamenti e sperimentazioni condotte in tal senso, in particolare sugli essudati radicali, le resine e gli oli essenziali emessi dalle piante, sono state realizzate delle tabelle nelle quali risultano le diverse attitudini alla consociazione. Ovviamente l’osservanza di tali indicazioni può essere utile alle nostre scelte colturali. Si tenga comunque presente che le specie prescelte allo scopo non devono ostacolarsi tra loro con gli apparati radicali e aerei e che presentino, nel contempo, esigenze colturali simili.

Alcuni esempi di consociazioni che svolgono azione repellente.

Pianta ad azione repellente Pianta protetta Patogeno
Rosmarino, issopo, timo, menta, assenzio, salvia cavolo Cavolaia
Santoreggia, pomodoro fagiolo Mosca
Lino, fagioli nani, petunia patata Dorifora
Tagete fava Tonchio
Avena, pomodoro, frumento asparago Mosca
Spinacio, insalata bietola Altica
Porro, cipolla, aglio carota Mosca
Pomodoro, trifoglio cavolo Mosca
Sedano, carote cipolla Mosca
Canapa patata Grillotalpa
Porri, cipolla, aglio sedano Mosca
Porro, cavolfiore sedano Septoriosi

Continua.

Giardinaggio

Riproduzione gamica e agamica

La riproduzione dei vegetali avviene in due modi:

  • Attraverso il seme, detto anche sistema di riproduzione per via gamica;
  • Utilizzando una parte di pianta, detto anche sistema per via agamica.

Mediante il seme si riproducono la maggior parte degli ortaggi. La propagazione per via agamica, invece, è molto diffusa negli alberi da frutto, benché talvolta possa interessare anche il nostro orto, in modo particolare per quanto concerne le piante aromatiche.

Tra le principali tecniche di riproduzione agamica ricordiamo la talea, il pollone radicale, la propaggine e lo stolone.

Di tutte queste la più nota e diffusa è senza dubbio la talea la quale consiste nell’asportare una parte di pianta (ramo, foglia, fusto, radice), interrarla e curarla in maniera che possa attecchire e originare una nuova pianta.

Il pollone radicale si applica su piante che emettono polloni, come, ad esempio, i carciofi. La radice della pianta madre sviluppa delle gemme sotterranee le quali daranno origine a nuovi individui che noi separeremo recidendoli.

La propaggine consiste nel ripiegare e interrare un giovane ramo elastico. Questo, dopo un certo tempo, tenderà a radicare. Quando ciò avverrà lo separeremo dalla pianta madre.

Lo stelone è un fusto strisciante che a contatto del terreno emette radici originando germogli che sarà sufficiente dividere per ottenere nuove pianticelle. Con questo modo si riproducono, per esempio, le fragole.

Riproduzione per seme

Trasportato dal vento, dagli animali o per semplice caduta, il seme si insedia nella terra e, in condizioni adatte, schiude il tegumento protettivo dando origine a una nuova piantina. Per il nostro orto non possiamo, ovviamente, affidarci ai capricci del caso, ma dovremo procurarci il seme delle piante che ci interessano acquistandolo presso qualche rivenditore o, quando è possibile, riproducendolo noi stessi.

Nel primo caso ci serviremo di commercianti di fiducia; nel secondo caso, invece, avremo soddisfazioni maggiori, ma anche responsabilità e attenzioni più precise. In particolare sceglieremo nel nostro orto piante sane e che, a una semplice considerazione visiva, meglio rappresentano la specie. Allorché queste avranno portato a maturazione il seme, lo raccoglieremo conservandolo in luogo asciutto fino al momento di metterlo in semenzaio per farlo germinare o piantarlo direttamente a dimora. I semi che presentano un involucro esterno piuttosto spesso e duro, possono essere tenuti dapprima in sacchetti di carta e quindi mescolati con sabbia leggermente inumidita (tre parti di sabbia per una di seme) fino al momento della semina. Questo trattamento risulta anche utile per intenerire il tegumento protettivo e facilitare la germogliazione. Sempre a questo scopo i semi di certe piante (zucca, zucchino, fagiolo) prima di essere seminati è bene vengano immersi nell’acqua per una notte intera. In qualsiasi modo si decida la produzione e conservazione in proprio della semente, si rammenti di apporre sul contenitore il nome esatto della specie raccolta.

Il semenzaio: cos’è e perché

Talvolta, invece di effettuare la semina direttamente a dimora, ovvero nell’orto, può risultare comodo e vantaggioso far germogliare i semi su una ridotta superficie di terreno protetta (semenzaio), nella quale le giovani piantine compiono la prima fase dello sviluppo prima di essere trapiantate nell’orto, dove completeranno il resto del loro ciclo. L’utilizzazione del semenzaio è particolarmente conveniente allorché il seme da spargere è talmente piccolo da renderne difficile la sua distribuzione uniforme sul terreno. È questo un caso assai frequente nelle colture orticole, molte delle quali, infatti, presentano sementi di dimensioni minime.

Il trapianto, inoltre, permette uno sfruttamento più razionale del terreno, in quanto possiamo disporre le piante distanziandole secondo misure opportune che consentono una crescita migliore. Ma, indubbiamente, uno dei maggiori vantaggi offerti dal semenzaio è quello di anticipare la semina, a tutto beneficio dello sviluppo della pianta la quale, messa a dimora a tempo opportuno, produrrà anticipatamente. Ciò consente, talvolta, di realizzare nella stessa stagione due cicli del medesimo ortaggio. E’ questo, ad esempio, il caso di lattughe e zucchini.

Il semenzaio è, per solito, una piccola parcella composta da terriccio e sabbia fine, riparata dai venti del nord, regolarmente annaffiata e coperta all’uopo onde proteggere le pianticelle da temperature avverse. L’umidità non dovrà essere eccessiva, ma costante e la temperatura mantenuta attorno ai 20°C. Un semenzaio alquanto pratico è quello costituito da una semplice cassettina di legno o polistirolo sormontata da un vetro.

Un tipo particolare di semenzaio è quello a letto caldo. In questo caso sotto il terriccio di semina viene steso uno straterello di letame equino che fermentando sviluppa calore facilitando così il germogliamento.

A volte, prima di essere poste definitivamente a dimora nell’orto, le piantine nate in semenzaio si trapiantano in un aiuola di piccole dimensioni o meglio in appositi contenitori o vasetti di plastica contenenti terriccio. Questa operazione ha lo scopo di offrire alle piante uno spazio sufficiente affinché possano sviluppare un corretto apparato aereo e radicale.

Come effettuare semine e trapianti

Tanto nel caso della semina a dimora, che nel caso di trapianto da semenzaio, dovremo usare degli accorgimenti. Innanzitutto andrà rispettata l’epoca di semina e le distanze d’impianto. Il seme sarà interrato alla giusta profondità, ricoprendolo con un po’ di terra sciolta. Porremo attenzione agli uccelli approntando, se necessario, degli spaventapasseri e, nei giorni successivi alla semina, cureremo in modo particolare di mantenere una giusta umidità nel terreno. Mediante rullature o pressioni faremo in modo che la semente aderisca perfettamente al terreno facilitandone in questo modo la germinazione. La semina può essere eseguita in diversi modi:

  • a spaglio, allorché il seme viene sparso sul terreno a mano in maniera irregolare, ma uniforme;
  • a righe, ovvero distribuendo regolarmente i semi lungo file equidistanti e intercalandoli opportunamente;
  • a postarella, mettendo il seme in buchette mediante l’aiuto di un cavicchio.

Questo ultimo metodo si usa in particolare con sementi di una certa grossezza (zucca, zucchino ecc.).

Nel caso della semina a spaglio, in presenza di semi molto piccoli, li mescoleremo con un po’ di sabbia fine per favorire l’uniformità di spargimento.

Prima di effettuare i trapianti dal semenzaio in pieno campo, talvolta può essere conveniente operare una ripiolatura, ossia il taglio della parte terminale della radice per stimolare lo sviluppo dell’intero apparato sotterraneo. La piantina trapiantata andrà posta in singole buchette rincalzandola al colletto. Anche nel caso del trapianto occorrerà annaffiare opportunamente la piantina.

Giardinaggio

Un’antica e attuale tecnica di concimazione: il sovescio

Il sovescio è un’antica tecnica di concimazione organica tuttora diffusa in vaste aree della terra e tornata prepotentemente d’attualità per gli effettivi e molteplici vantaggi che essa comporta. In pratica il sovescio consiste nel coltivare dei vegetali i quali, invece di essere raccolti, andranno interrati con un’operazione colturale al momento del loro massimo sviluppo.

Tale strategia si rivela particolarmente interessante per tutta una serie di conseguenze positive che arreca al terreno; essa, infatti, oltre che arricchirlo di sostanza organica, aumenta sensibilmente le riserve idriche nei terreni siccitosi a causa dei liquidi contenuti nelle piante interrate. La stessa struttura fisica viene migliorata, mentre gli strati superficiali del nostro orto saranno protetti dai dilavamenti e dall’erosione in quanto coperti da una protezione vegetale nello spazio, altrimenti vuoto, che sta tra un raccolto e la futura semina.

In ogni caso l’effetto più rilevante che tale pratica comporta, resta indubbiamente il miglioramento della fertilità.

Il sovescio consiste nell’interrare una coltura erbacea appositamente coltivata allo scopo. Esso migliora le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, protegge gli strati superficiali del suolo dal dilavamento e dall’erosione, arricchisce il terreno di acqua e, se fatto con leguminose, apporta una notevole quantità di azoto.

Piante da sovescio

Allorché dovremo valutare i vegetali da utilizzare per effettuare il sovescio, la nostra scelta cadrà sulle specie di alcune famiglie ben note, quali sono le leguminose, in primo luogo, e quindi le crucifere e le graminacee.

Le leguminose oltre al singolare vantaggio di lasciare il terreno ricco d’azoto, vantano un elevato numero di specie le quali sono in grado di adattarsi ai più diversi tipi d clima e di terreno. Tra le principali leguminose da sovescio ricordiamo il trifoglio incarnato, la veccia, la favetta, il pisello da foraggio, il lupino, la lupinella, la soia.

Le crucifere sono particolarmente adatte a essere impiegate allorché la coltura da sovescio deve produrre in un tempo piuttosto breve una considerevole massa vegetativa. Idonee allo scopo sono: la colza, il ravizzone e la senape.

Le graminacee si utilizzano per solito consociate con le leguminose in quanto il connubio tra le due famiglie può risultare vantaggioso per entrambe. Le prime, infatti, possono proteggere le seconde dai rigori invernali, viceversa le leguminose tollerano meglio la siccità estiva e quindi garantiscono al terreno una certa copertura. Tra le consociazioni graminacee-leguminose più frequenti ricordiamo quelle tra avena, pisello da foraggio e veccia e quella tra avena e veccia.

Tra le altre piante da sovescio, rammentiamo, infine, il grano saraceno e la facelia.

Sovescio: quando e come

Il sovescio può essere effettuato sul nostro orto in differenti momenti e per scopi diversi. Generalmente esso viene attuato dopo il raccolto di una coltura principale e prima della nuova semina. In questo caso ci orienteremo nel modo seguente: se il terreno dovesse rimanere libero per un lungo periodo, ricorreremo a una consociazione graminacea-leguminosa; nel caso, invece, tale periodo fosse alquanto ridotto, sarà bene puntare su una crucifera a rapido sviluppo.

Il sovescio può essere praticato anche come concimazione verde annuale al fine di reintegrare la fertilità dell’orto o di un appezzamento incolto da destinarsi a questa funzione. In tal caso potremo contare sia sulla solita consociazione graminacea-leguminosa, sia su una leguminosa.

Infine esso può trovare spazio prima di una coltura principale allo scopo di arricchire il terreno. Il binomio graminacea-leguminosa può risultare ancora una volta valido, mentre ricorreremo a una crucifera nell’eventualità necessitassero crescite rapide.

Il momento più opportuno per tagliare le piante da sovesciare va scelto tenendo conto di diversi fattori. Le colture da sovescio andranno possibilmente falciate allorché avranno raggiunto il loro massimo sviluppo, il quale, solitamente, corrisponde alla fioritura. In tal modo disporremo di una massa vegetale assai consistente a tutto vantaggio del fine prefissato. Per le leguminose sarà bene effettuare lo sfalcio qualche giorno prima della completa fioritura, onde impedire che una parte dell’azoto contenuto nei tubercoli radicali venga sfruttato per la maturazione della semente. Da evitare l’indurimento degli steli che interrati stenterebbero a degradarsi.

L’interramento del sovescio dovrà avvenire almeno un mese prima della semina. Le piante tagliate andranno incorporate subito nel terreno per evitarne l’essiccazione, benché taluni consiglino di attendere qualche giorno. Sarà bene, comunque, evitare tempi di esposizione troppo lunghi. La profondità di interramento della massa non dovrà essere eccessiva, soprattutto nei terreni argillosi, onde facilitare i processi di decomposizione.

Leguminose: una strana famiglia

Precedentemente si è accennato alla singolare proprietà che hanno le leguminose di arricchire il terreno d’azoto. Ciò è dovuto a un particolare gruppo di microrganismi, gli azotofissatori simbionti, che vivono attaccati alle radici provocando dei piccoli rigonfiamenti, visibili anche a occhio nudo, detti tubercoli radicali. Tali microrganismi fanno parte di diversi ceppi e sono specifici per le diverse specie di leguminose, ma sono, comunque, tutti rapportabili al tipo Bacillus radicicola.

Essi instaurano con la pianta ospite un processo di simbiosi, ossia di reciproco scambio, per cui cedono alla leguminosa una parte d’azoto che assorbono dall’aria per il loro nutrimento e ne ricevono in cambio gli idrati di carbonio altrettanto utili per lo svolgimento dei processi vitali.

Più precisamente, alla loro morte, le cellule si decompongono arricchendo il terreno d’azoto, il quale verrà assorbito dalle radici. In questo modo le leguminose sono in grado di utilizzare l’azoto presente nell’atmosfera. Ciò costituisce un notevole vantaggio in quanto è questo uno degli elementi fondamentali per la vita dei vegetali che altrimenti dovremo distribuire mediante le concimazioni. Inoltre gli stessi residui radicali decomponendosi cedono al terreno una notevole quantità di azoto che potrà essere vantaggiosamente sfruttato dalla coltivazione successiva. E’ per tale motivo che dopo una piantagione di leguminose il terreno gode di una dotazione d’azoto superiore di quanta ne poteva avere in precedenza.

Alla grande famiglia delle leguminose appartengono oltre mille specie, alcune delle quali già citate nella trattazione del sovescio. Tra le leguminose da ortaggio più famose ricordiamo: fagioli, fagiolini, piselli, fave, ceci e lupini.