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La favola del giorno

La volpe e la gru

La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino diventata sua comare per via di un battesimo.

Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la gru e andò da lei a chiamarla: “Vieni, comare, vieni mia cara! Vedrai che bel pranzetto ti preparerò!”. La gru si presenta al banchetto, ma la volpe aveva cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a fare la parte della padrona di casa ospitale: “Mangia, cara comare, colombella! Ho cucinato io stessa”. La gru, toc toc col becco, batteva, batteva senza prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto quello che c’era nel piatto da sola.

La pappa fu mangiata; la volpe dice: “Scusami, cara comare! Non ho più niente da offrirti”. “Grazie comare, e a buon rendere! Vieni a farmi visita.”

Il giorno dopo arriva la volpe, ma la gru aveva preparato una minestra e l’aveva messa in una brocca dal collo stretto; la portò in tavola e dice: “Mangia, comare! Parola mia, non ho altro da darti”. La volpe cominciò a girare intorno alla brocca, si accosta da un lato, poi dall’altro, tenta di dare una leccata, sniffa, ma tutto invano! Il suo muso non entra nella brocca. Nel frattempo, la gru non smette di beccare, finché non ebbe mangiato tutto. “Scusami, comare! Non ho altro da offrirti.” La volpe era verde dalla rabbia: sperava di rimpinzarsi per un’intera settimana e invece tornò a casa con le pive nel sacco. Chi la fa, l’aspetti! Da allora anche l’amicizia tra la volpe e la gru è finita.

Fiaba popolare russa.

Curiosando qui e là

Come bevono gli elefanti

Utilizzano la proboscide, una struttura costituita dal labbro superiore e dal naso.

Dopo avere risucchiato l’acqua nella proboscide, più di 10 litri alla volta, gli elefanti infilano la punta dell’organo in bocca e ne fanno zampillare l’acqua.

Un elefante maschio può bere 212 litri di acqua in quattro minuti e 36 secondi.

Con la proboscide in bocca, gli elefanti possono ingerire l’acqua e respirare contemporaneamente perché le parti iniziali dei canali per la respirazione e l’alimentazione sono separate, a differenza di quanto avviene per l’uomo: acqua e aria dunque non si possono mescolare.

Anche i neonati umani sono in grado di poppare e insieme respirare dal naso, come gli altri mammiferi. Dopo pochi mesi, però, cambiamenti nella struttura del palato molle, fanno sì che il canale dell’aria e quello per bere si uniscano: ciò rende l’uomo incapace di respirare e bere insieme.

Quando gli elefanti sono molto giovani, non sono in grado di coordinare i muscoli della proboscide, e risolvono il problema bevendo direttamente con la bocca, piegandosi sulle zampe anteriori. Comunque, fin dalla nascita bevono e respirano contemporaneamente con facilità.

Glossario di cucina – 8

IMBIONDIRE:

E’ un’operazione che conferisce a un vegetale, soffriggendolo, un colore dorato. Si usa solitamente per le verdure, in particolare per la cipolla. A differenza di rosolare, indica uno stadio di coloritura molto meno intenso.

IMBURRARE:

Coprire con un leggero strato di burro contenitori, stampi, teglie, tortiere per la cottura al forno; generalmente questi stampi vengono infarinati o spolverati con zucchero per caramellare il bordo di preparazioni dolci.

IMPANARE:

Significa avvolgere nel pangrattato alimenti da friggere o da grigliare. La panatura infatti forma una crosticina esterna che trattiene i succhi dell’alimento durante la cottura. In generale, si usa questo termine per indicare lo scaldare a secco gli alimenti, per esempio il pane.

INCORPORARE:

Aggiungere delicatamente altri ingredienti a un composto montato, affinché l’aria contenuta in esso non venga eliminata e si ottenga così un composto omogeneo.

INFARINARE:

Termine utilizzato per ricoprire una superficie di lavoro prima di procedere alla preparazione di un impasto.

INVIDIA BELGA:

L’invidia è un tipo di cicoria dalla forma allungata e dal sapore amarognolo. Viene spesso consumata in pinzimonio o grigliata.

ISSOPO:

E’ un arbusto semi-sempreverde con proprietà toniche e stomachiche che si avvicinano a quelle di salvia, rosmarino e timo. Viene utilizzato insieme alla melissa e all’angelica per la preparazione del liquore Chartreuse e anche per l’amaro centerbe.

JULIENNE:

Tecnica di taglio che consiste nel ridurre i vegetali a striscioline molto sottili (lunghe 2-3 cm e spesse 1-2 mm) a mano con un coltello, oppure con una grattugia perforata.

KAMUT:

Le sue origini risalgono a epoca antichissima. Oggi è stato riscoperto per la sua adattabilità ai metodi dell’agricoltura biologica e per la sua grande resistenza alle avversità ambientali. Lo si trova sotto forma di chicchi, farina, cous cous, pasta e biscotti. Ha una percentuale di proteine superiore a quella del grano, è ricco di Sali minerali, tra cui magnesio e la vitamina E con un effetto antiossidante. Sempre rispetto al grano ha una concentrazione più bassa di carboidrati, compensata da una maggiore presenza di lipidi. E’ adatto per liberarsi dalle scorie e tossine.

KEFALOTIRI:

Formaggio greco a pasta dura stagionato ottenuto da latte di capra e pecora. Ha un gusto salato e ricco ed è spesso utilizzato grattugiato.

KIRSCH:

Si tratta di un’acquavite svizzera prodotta con le ciliegie (in tedesco kirsch significa appunto ciliegia).

KUZU:

E’ una pianta rampicante che cresce spontanea in tutto il Giappone adattandosi ai terreni più poveri. Se ne usa l’amido estratto dalla radice che viene raccolta a mano in alta montagna dove nascono le piante migliori.

L’angolo della Poesia

Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce

un andaluso così puro, così ricco d’avventura.

Canto la sua eleganza con parole che gemono,

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federico Garcia Lorca

Ignazio Sanchez Mejias era un famoso torero amico del poeta, morto nell’arena nel 1934. Del lungo componimento ho riportato solo la IV e ultima parte.

I Canidi – 3

Le teorie relative alla filogenesi e quindi alla sistematica dei Canidi hanno subìto recentemente un radicale mutamento: un tempo si riteneva infatti che questa famiglia fosse antichissima, forse strettamente imparentata a quella dei Mustelidi, degli Ursidi e dei Procionidi e avesse tratto origine dagli Anficionidi del terziario inferiore. Veniva considerato un loro diretto discendente l’Otocione, la cui dentatura presenta notevoli affinità con quella degli Insettivori, risultando costituita da ben 48 denti (un numero davvero insolito per un Carnivoro); per tale motivo era collocato addirittura in una sottofamiglia a parte. Sempre tra i Canidi vennero classificati i Simocionidi (simocyonidae), vissuti nel medio e tardo terziario; e poiché il Cuon alpino, il Licaone e lo Speoto (una specie sudamericana dall’aspetto veramente singolare) presentano una riduzione della dentatura analoga a quella riscontrabile nei Simocionidi, queste tre specie furono riunite nella sottofamiglia dei Simocionini (Simocyoninae), che si distingueva da quella dei Canini (Caninae), in cui vennero raggruppate tutte le altre specie.

Secondo ricerche più recenti, tuttavia, i Canidi non hanno un età geologica molto elevata, e non presentano neppure stretti vincoli di parentela con Mustelidi, Ursidi e Procionidi; le forme più arcaiche presentano invece molti caratteri comuni con i felidi più antichi, ad esempio nella struttura degli arti e della regione otica, per cui Canidi e Felidi vengono oggi riuniti nella superfamiglia dei Cinofeloidei (Cynofeloidea). Poiché le attuali conoscenze hanno inoltre permesso di stabilire che gli Anficionidi del terziario inferiore, benché possedessero una struttura dentaria simile a quella dei Canidi, erano degli Ursidi primitivi, e che i Simocionidi appartenevano alla cerchia filogenetica dei Mustelidi, ne consegue che i Canidi la cui dentatura differisce da quella tipica della famiglia (e cioè il Licaone, l’Otocione, lo Speoto e il Cuon alpino) non possono derivare dalle forme fossili ricordate, bensì da Canidi dotati di dentatura normale. Lo Speoto è strettamente affine, anche se appare fortemente trasformato, alle Volpi dei boschi sudamericane, mentre il Cuon alpino e il Licaone, pur presentando taluni caratteri peculiari, quali l’accorciamento del muso, il ravvicinamento degli aguzzi premolari e la riduzione della dentatura (solo 40 denti nel Cuon alpino, e riduzione di un molare nel Licaone), sono Canidi altamente specializzati e originatisi abbastanza recentemente da forme simili agli Sciacalli. Tutte le specie oggi viventi sono di conseguenza riunite nella sottofamiglia dei Canini (Caninae) e vengono contrapposte alle forme estinte nordamericane, classificate tra i Borofagini (Borophaginae).

I Canidi si sono originati nel Nordamerica e successivamente si sono portati, durante diverse fasi migratorie, nel Vecchio Mondo e nel Sudamerica. La famiglia comprende attualmente 15 generi, alcuni dei quali mostrano vincoli più stretti di parentela e possono perciò essere raggruppati in tribù.il “nucleo” della famiglia stessa è costituito dall’ampio gruppo che riunisce i generi Canis, Alopex Vulpes e Fennecus, indubbiamente uniti tra loro da stretti rapporti filogenetici, sebbene la semplice analisi delle dimensioni (il lupo è infatti la specie maggiore mentre il Fennec è quella più piccola dell’intera famiglia) sembri indicare il contrario. La specie più arcaica è invece probabilmente il Cane procione (Nyctereutes procyonoides), che già nel tardo terziario partendo dall’America raggiunse le regioni asiatiche orientali attraverso il “ponte” terrestre che in quel tempo univa i due continenti in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering. Ugualmente arcaiche sono le Volpi grigie o Urocioni (Urocyon) del Nuovo Mondo, che si differenziano dalle vere Volpi (Vulpes) nordamericane e del Vecchio Mondo per la struttura cranica, che ricorda vagamente quella dell’Otocione, e per taluni aspetti del comportamento. Un altro gruppo abbastanza omogeneo è quello formato dal Cuon alpino e dal Licaone: quest’ultimo è, senza dubbio, una delle specie più evolute, come è dimostrato dalla struttura dei denti ferini e dalla riduzione delle dita anteriori. Tra i Canidi diffusi in Sudamerica, se escludiamo gli Urocioni che hanno raggiunto solo la parte settentrionale di questo continente, si riconoscono due correnti migratorie: la prima è quella seguita dai generi Cerdocyon, Atelocynus e Speothos, che compongono la tribù degli Speotonini (Speothonini), e possono addirittura essere riuniti in un unico genere; la seconda ha invece avuto per protagoniste alcune specie i cui discendenti attuali si trovano nei generi Dusicyon, Lycalopex e Chrysocyon. L’Otocione (Otocyon  megalotis), unico rappresentante del genere Otocyon, costituisce un ramo secondario separatosi dal ceppo principale dei Canidi nel terziario superiore; occupa pertanto una posizione isolata nell’albero genealogico di questi animali. Come risulta dall’analisi di resti fossili pleistocenici, in questa specie il numero dei denti è aumentato secondariamente nel corso della filogenesi, e pertanto le particolarità strutturali della sua dentatura sono da considerarsi una conseguenza dell’adattamento al tipo di alimentazione (si nutre di mammiferi di piccole dimensioni, uccelli, rettili e soprattutto insetti). Continua 3

Locali storici e tipici napoletani

Libreria Scientifica Editrice Pisanti

Corso Umberto I 38/40

La libreria-editrice aprì i battenti alla fine del 1942, in un piccolo locale a due passi dall’università.

Col tempo si è ingrandita fino a che, negli anni Ottanta, è stata rilevata dai fratelli Paolo e Giulio Pisanti, che hanno proceduto a una ristrutturazione totale, recuperando anche uno spazio sotterraneo (ex rifugio antiaereo) che oggi ospita testi universitari di ogni facoltà, guide turistiche, libri stranieri.

Articolata su tre livelli e dotata di un sistema computerizzato per la ricerca dei titoli, la libreria è moderna e funzionale.

Al piano terra un’ampia scelta di novità editoriali, narrativa, poesia, arte e un settore dedicato ai “piccoli editori”.

Al piano superiore, tascabili, manualistica e informatica.

Monumenti di Napoli

Bassorilievo di Orione

Via mezzocannone angolo via Sedile di Porto

La figura con le sue iscrizioni è in alto e così annerita da passare inosservata.

Forse proviene da un tempietto, forse è medievale, forse era stata l’insegna del sedile di Porto.

Di sicuro sta al primo piano del palazzo dall’epoca del Risanamento.

Prima dei lavori, questo era infatti l’angolo delle ‘Strettole di Porto’ e il bassorilievo di Orione vi era stato murato dopo essere riemerso proprio dalle fondamenta del sedile.

La tradizione popolare riconosceva nell’uomo peloso con un coltellaccio Nicolò Pesce, o Colapesce, un fanciullo che passava tutto il suo tempo in mare al punto che la madre gli gettò la maledizione, realizzata, che potesse diventare pesce.

Nicolò viaggiava nel mare, dentro pesci che poi sventrava con il suo coltellaccio, esplorando e riportando informazioni anche al re. Fino a che questi lo sfidò a ripescare una palla di cannone.

Cola obbedì, si immerse, raggiunse la palla. Il mare, però, si chiuse sopra di lui e non gli permise di risalire.

Così almeno raccontava la favola il cocchiere di Benedetto Croce; diventato adulto, il filosofo tornò più volte su questo ricordo infantile, studiando le molte versioni della leggenda, nota in tutto il Mediterraneo.