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L’angolo della Poesia

Traversando la Maremma toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra l’sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Giosue Carducci – da Rime nuove

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

L’angolo della Poesia

Notte d’inverno

Innanzi, innanzi, Per le foscheggianti

coste la neve ugual luce e si stende,

e cede e stride sotto il pié: d’avanti

vapora il sospir mio che l’aer fende.

Ogni altro tace. Corre tra le stanti

nubi la luna su ‘l gran bianco, e orrende

l’ombre disegna di quel pin che tende

cruccioso al suolo informe i rami infranti,

come pensier di morte deiosi.

Cingimi, o bruma, e gela de l’interno

senso i frangenti che tempestan forti;

ed emerge il pensier su quei marosi

naufrago, ed al ciel grida: O notte, o inverno,

che fanno giù ne le lor tombe i morti?

Giosue Carducci – da Rime nuove

Arte – Cultura – Personaggi

Giosue Carducci

La vita e le opere

Nato a Valdicastello, in Versilia, il 28 luglio 1835, Giosue Carducci trascorse la fanciullezza in Maremma; compì i primi studi a Castagneto e, dal 1849, a Firenze presso la scuola degli Scolopi; nel 1853 divenne “alunno convittore gratuito” nella Regia Scuola Normale. Conseguita la laurea non ancora ventenne, nel 1856 fu nominato insegnante di retorica nel ginnasio di San Miniato al Tedesco. L’anno successivo non gli fu ratificata dal governo granducale la nomina al ginnasio d’Arezzo, per le sue idee politiche, e si ritirò a Firenze, dove visse in dignitosa povertà, studiando appassionatamente. Nel novembre di quello stesso anno moriva suicida il fratello Dante appena ventunenne, e il 15 agosto dell’anno successivo lo seguiva nella tomba il padre, morto di crepacuore.

Questa prima ondata di sciagure familiari lasciò una traccia indelebile nell’animo del poeta, che in vari componimenti ricordò quei drammatici avvenimenti.

Dopo aver insegnato prima greco e poi italiano e latino nel liceo di Pistoia, il 26 settembre del 1860, all’età di venticinque anni, il Carducci veniva nominato professore di eloquenza italiana nell’Università di Bologna e si trasferiva in quella città dove avrebbe trascorso il resto della sua vita.

All’Università di Bologna il Carducci insegnò per più di quarant’anni. Fra le vicende della sua vita in questo lungo periodo, particolarmente dolorose furono, nel 1870, la morte della madre e del figlioletto Dante. Anche il suo pensiero politico subì un’evoluzione dagli ideali repubblicani a quello monarchico.

Nel 1906 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura. Morì il 16 febbraio 1907.

L’opera poetica di Giosue Carducci è tutta raccolta in sei volumi, ordinata e sistemata secondo gli intendimenti del poeta stesso: Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare e Rime e ritmi. Le sei raccolte, così ordinate, manifestano i diversi momenti dell’ispirazione carducciana, dalle prime esperienze ancora legate all’imitazione dei classici, dei quali il Carducci fu sempre appassionato cultore, come vediamo in Juvenilia, alle prime manifestazioni di uno spirito polemico che diverrà sempre più battagliero e aggressivo, come in Levia gravia, e che culminerà in Giambi ed epodi.

Ma la grande stagione della poesia carducciana fu quella delle Rime nuove e delle Odi barbare, nelle quali si riflettono l’equilibrio interiore e una maggiore ricchezza spirituale. L’ultima raccolta, Rime e ritmi, contiene le poesie della tarda maturità.                             

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.

L’angolo della Poesia

Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita

collina tòsca, e ti sta il padre a canto;

non hai tra l’erbe del sepolcro udita

pur ora una gentil voce di pianto?

E’ il fanciulletto mio, che a la romita

tua porta batte: ei che nel grande e santo

nome te rinnovava, anch’ei la vita

fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,

e arriso pur di vision leggiadre

l’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l’adre

sedi accoglilo tu ché al dolce sole

ei volge il capo ed a chiamar la madre.

Giosue Carducci – da Rime nuove

L’angolo della Poesia

Traversando la Maremma toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra ‘l sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Giosue Carducci da Rime nuove