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Città e Paesi della Campania

Ailano – 2

Il Monastero di Santa Maria in Cingla

Il più importante monumento medievale nel territorio comunale è il Monastero benedettino di Santa Maria in Cingla, fondato poco prima de 748 per volontà del duca di Benevento Gisulfo II sul luogo di una chiesa privata, San Cassiano, proprietà dello sculdascio beneventano Saraceno. Il monastero fu distrutto dai mercenari saraceni nell’847 e forse ancora nel X secolo. Venne poi ricostruito all’inizio del XII secolo dall’abate Gerardo sul modello della chiesa cassinese di San Martino. Esso compare, infatti, come diretta dipendenza di Montecassino in una delle iscrizioni del portale bronzeo dell’abbazia benedettina. Ebbe numerose proprietà e rendite, che nel 1178 furono impegnate dall’abate di Montecassino Pietro per l’acquisto di vestiti per i monaci. La chiesa era ancora in piedi agli inizi del Settecento.

Scavi vi furono effettuati nel 1870 e nel 1903, con il ritrovamento di molti sepolcri, tronchi di colonne, capitelli, cornici e del pavimento a mosaico della chiesa.

Vi furono allora rilevati resti di affreschi sul muro laterale della navata centrale e nell’abside minore di destra. Il paliotto romanico dell’altare fu trasferito nella chiesa parrocchiale di San Giovanni, e fu rimontato nell’altare del Rosario.

Nel 1985 vi è stato rinvenuto un capitello con foglie stilizzate e appuntite, databile al IX o al X secolo. Attualmente il luogo giace in abbandono, ma vi si possono riconoscere ancora il recinto del monastero e alcuni resti della chiesa abbaziale, larga quasi 20 metri, a tre absidi (delle quali solo quella di destra interamente conservata).

Nel paese rimangono resti del castello, dove era anche la cappella del Salvatore, ricordata nel 1383. Notevole è la Parrocchiale di San Giovanni Evangelista (una raffigurazione del santo è posta sull’altare maggiore), a tre navate, di origine antica e restaurata nel 1906. Oltre al paliotto romanico dell’altare del Rosario, proveniente dal monastero di Cingla, notevoli sono il paliotto dell’altare maggiore, del XVII secolo, realizzato in breccia rossa con intarsi di marmo grigiastro, il fonte battesimale del Cinquecento, la statua in legno di San Giovanni, della fine dello stesso secolo, il busto di Sant’Onorio e alcune tele del Seicento. La campana grande risale al 1658, ed è stata più volte restaurata.

Due sono le feste dedicate al santo patrono, il 27 dicembre e il 9 maggio. In quest’ultima data affluiscono nel luogo molti pellegrini.

Cenni di economia

Le attività economiche principali sono l’agricoltura (grano, granone, fagioli bianchi e rossi, foraggi, olio, frutta, ortaggi e il vino detto “Pallagallo”) e l’allevamento.

Cave di conglomerati paleogenici e miocenici si trovano nel territorio comunale, e i pezzi estratti vengono utilizzati a scopo ornamentale.

Non lontano dal corso del fiume Lete, affluente del Volturno, sgorga una sorgente di acqua acido-solfidrica.

Una fiera agricola si tiene nei mesi di Luglio e di settembre.

Città e Paesi della Campania

Ailano

Ailano è un piccolo comune in provincia di Caserta con meno di duemila abitanti che vengono denominati Ailanesi. Il territorio comunale ha una superficie di 15,49 kmq ed è situato ad un altitudine di 260 metri. San Giovanni Apostolo è il Santo Patrono. Le frazioni di Ailano sono Cerquete (Grotta di Coscina), Colle di Sabelluccio, Le Vaglie. Distanza dal capoluogo 51 km. Per raggiungerlo Autostrada A1 Milano-Napoli uscita Caianello. Comuni limitrofi sono: Vairano Patenora, Pratella, Prata Sannita, Raviscanina.

Situata nella media valle del Volturno, una piana alluvionale con argille sabbiose, limi e terreni umidi, perlopiù commisti a materiali piroclastici, Ailano sorge ai piedi del monte Coppolo, estrema propaggine del Massiccio del Matese. Il territorio comunale, attraversato dal torrente Rivolo, è composto in maggioranza da boschi e pascoli.

Le prime notizie della presenza in questo luogo di un castello fortificato risalgono a pergamene di epoca normanna che vi si riferiscono utilizzando la denominazione di Athilanum e di Aylanum.

L’origine del toponimo viene fatta risalire dal Ciuverio a un villaggio romano di nome Aebutianum, citato tuttavia soltanto dalla Tabula Peutingeriana. Molto più probabile è però una formazione prediale dal nome latino Allius con l’aggiunta di un suffisso.

Il territorio di Ailano fu forse abitato in Età eneolitica: a quest’epoca, infatti, risalgono un pugnale, alcune punte di freccia e raschiatoi di selce qui rinvenuti ed ora conservati presso il Museo Provinciale Campano di Capua.

Inoltre in località Cerquete o Grotta di Coscina, tra il 1855 e il 1870, furono riportate alla luce tombe di età sannitica. Oltre 200 tombe vennero scoperte anche in località Colle di Sabelluccio, mentre un’altra fu scoperta all’interno dell’abitato, in via Roma. E ancora, due vasi a vernice nera, già nel Museo Civico di Piedimonte Matese, provengono da Ailano, mentre un santuario preromano sorgeva in località Zappini, dove furono ritrovate anche due statuette in bronzo raffiguranti Ercole e Marte.

Dalle carte dell’antico Monastero di Cingla risulta che in epoca normanna le terre di Ailano erano un possedimento dell’Abbazia di Monte Cassino, ma la notizia è ancora discussa. E’ invece certo che nel 1229 Ailano era feudo dei d’Aquino, di parte ghibellina, e proprio per questo subì l’assedio delle truppe papali. Nel 1266 passò al francese Simon de Fossis, poi, nel 1320, ne divenne signore Oddone Rapa. Nel 1325 risultano rendite ecclesiastiche tassate per 9 tarì. Nel Quattrocento il feudo appartenne a Pandone di Venafro e nel 1536 fu concesso ad Alfonso Gualando. Il lungo elenco dei proprietari prosegue con le famiglie Carafa e De Penna, poi Matteo e Carbonelli e infine, dal 1733, Rayola Pescarini. Fra gli episodi più rilevanti degli ultimi secoli, va ricordato che nel 1860 il castello di Ailano ospitò alcuni patrioti che si stavano organizzando per liberare dai Borboni la Terra di Lavoro, e che nell’ottobre del 1943 il paese si trovò sul fronte di guerra e fu cannoneggiato dagli americani. Continua domani.

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Un dettaglio della facciata di Santa Maria della Natività.

Aiello del Sabato – 2

Un antico paese immerso nel verde in provincia di Avellino.

La Parrocchiale di “Santa Maria de Agello”

Di questa antica chiesa di Aiello del Sabato (oggi chiamata Santa Maria della Natività) si ha notizia in un documento del 1164 che ne attesta la dipendenza dal Monastero di Montevergine.

L’edificazione dell’attuale struttura risale presumibilmente al XVI secolo. A partire dal 1750 l’edificio ha subito vari restauri, resisi necessari soprattutto in seguito ai danni provocati dai terremoti del 1857, del 1930 e del 23 novembre del 1980.

Il soffitto è decorato da un affresco raffigurante la Natività della Madonna eseguito da Alfonso Grassi di Solofra nel 1962. Prima di questa data, fissati alle travi della navata centrale, vi erano due dipinti attribuiti da alcuni storici a Francesco Guarini (1611-1654), che furono rimossi per il cattivo stato di conservazione.

Pregevole è il parapetto dell’altare, in tarsie e incrostazioni di marmo, del Settecento. Nella chiesa sono inoltre conservati alcuni dipinti del XVIII secolo e statue in legno policromo fra cui quella di San Sebastiano, patrono del paese, festeggiato il 20 gennaio.

Nel centro storico sorge la seicentesca Chiesa di San Sebastiano, ad un’unica navata, in cui sono conservati dei pregevoli stalli lignei. Sulla medesima piazza su cui prospetta la chiesa si affaccia l’antico Palazzo Ricciardelli.

Il 4 gennaio celebra invece il suo patrono la frazione di Tavernola San Felice, località che per lungo tempo ha condiviso con Aiello del Sabato la condizione di “casale” del feudo di Atripalda. Nei pressi della parrocchiale è situato un edificio in stile gotico, con portali e bifore ogivali risalente alla metà del Trecento. Interessante è anche Villa Preziosi, della fine del secolo scorso, circondata da un vastissimo parco, nella quale sono nati diversi personaggi illustri fra cui lo scrittore e filosofo Domenico Giella (1821-1895).

A Tavernola San Felice è tradizione che il giorno di Pasqua i giovani offrano ai compaesani, come gesto augurale, un rametto di rosmarino con legato un limone, ottenendo in cambio danaro o prodotti quali salumi, vino o frutta.

Le favorevoli condizioni climatiche e la ricchezza delle acque sorgive hanno fatto dell’agricoltura la principale risorsa economica di Aiello del Sabato fin dai tempi più antichi. I 1083 ettari su cui si estende il territorio comunale sono infatti coltivati a cereali, vigne e alberi da frutta. Il vasto patrimonio boschivo ha reso possibile anche lo sviluppo di attività artigianali legate alla lavorazione del legno.

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Aiello del Sabato

Un antico paese immerso nel verde in provincia di Avellino.

La chiesa di San Sebastiano

Gli abitanti sono denominati Aiellesi e sono circa 3000, il territorio comunale ha una superficie di 10,83 kmq ed è situato a 425 metri di altitudine.

Il Santo Patrone venerato è San Sebastiano. Frazioni e località sono Tavemola San Felie, Sabina.

Comuni limitrofi: Contrada, Avellino, Atripalda, Cesinali, San Michele di Serino, Serino, Solofra.

Distanza da Avellino 6 km; Autostrada, Casello A16 Avellino Ovest.

Situato sul crinale della dorsale che separa la valle del fiume Sabato da quella del rio d’Aiello, a sud-est di Avellino, e circondato da monti coperti di boschi di castagni, querce e faggi, questo piccolo centro irpino vanta origini molto antiche.

Alcuni reperti archeologici testimoniano, infatti, come il suo territorio, ricco di vegetazione, fauna e sorgenti, fosse abitato già in epoca preromana.

La denominazione del paese sembra alludere alla sua antica tradizione rurale: Aiello deriverebbe infatti da agellus (piccolo rudere), diminutivo di ager (terreno da coltivare). La seconda parte del teponimo (del Sabato, per alcuni dal nome del fiume, per altri da quello della città di Sabatia) è invece stata aggiunta all’indomani dell’Unità d’Italia per delibera del consiglio municipale (10 novembre 1862) e, successivamente, per Decreto regio (22 gennaio 1863) al fine di distinguere il paese dagli altri due centri omonimi (Aiello Calabro e Aiello del Friuli).

Da insediamento romano a “casale” dei Caracciolo

Alcuni storici attribuiscono la fondazione di Aiello del Sabato ai profughi di Sabatia, mitica città sannitica distrutta dai Romani, la cui esistenza sarebbe però stata smentita da recenti studi. E’ stato infatti dimostrato che i ruderi della Civita di Ogliara, alle falde del monte Terminio, nei quali si erano in un primo momento riconosciute le vestigia dell’antica città, non sono altro che i resti di fortificazioni di epoca longobarda.

In età imperiale il territorio di Aiello del Sabato entrava nella giurisdizione della colonia di Abellimum (città che sorgeva nei pressi dell’odierna Atripalda).

Lo stesso nomme della frazione Sabina testimonierebbe la presenza in zona di una villa rurale, probabilmente proprio di quella gens Sabina che molte iscrizioni attestano come una delle famiglie più nobili della colonia.

Un’epigrafe ritrovata presso la sorgente di Acquaro ricorda l’acquedotto fatto costruire da Augusto in questa regione, e che, passando da Aiello del Sabato, proseguiva per via sotterranea fino a Montoro. Un’altra importante testimonianza è costituita da un’iscrizione latina datata 541, posta all’interno della Chiesa di Santa Maria della Natività. In essa si ricorda il “servo di Dio Giovanniccio (…) che visse 80 anni” e che per ventuno avrebbe esercitato il suo apostolato in quella comunità.

In epoca longobarda Aiello del Sabato fu uno dei “casali” appartenenti al feudo di Atripalda. Nel 1045 era proprietà del chierico Rodelferio, come si apprende da un documento in virtù del quale questi otteneva dal principe di Benevento l’esenzione dalle imposte su vari possedimenti. In seguito le vicende storiche e politiche di Aiello del Sabato rimasero legate a quelle di Atripalda.

Nel corso dei secoli il piccolo centro fu così proprietà delle varie famiglie che si avvicendarono alla guida del feudo, fra cui i Capece, gli Orsini, i Castriota e, infine (dal 1563 al 1806), i Caracciolo, principi di Avellino.

Un interno di Villa Preziosi

Continua domani.

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La Torre di avvistamento del Palazzo Mainenti.

Agropoli – 2

Fra paludi e corsari

Un caratteristico vicolo.

Nel corso dei secoli Agropoli è stata sottoposta a una flessione demografica notevole, i cui motivi possono essere ricondotti a due grossi problemi, uno proveniente dalla terra e l’altro dal mare. Infatti, il fenomeno di impaludamento, già presente in epoca imperiale, assunse proporzioni maggiori nel corso delle invasioni barbariche: le terre, peraltro già infestate dalla malaria, furono abbandonate durante la peste del XIV secolo e la guerra del Vespro combattuta fra angioini e aragonesi.

Una veduta di Palazzo Mainenti

Le incursioni barbaresche, che si abbatterono sulla costiera cilentana, contribuirono a spopolare ulteriormente il territorio: Agropoli fu devastata nel 1515, quando Kurdogli, dpo averla saccheggiata, condusse in schiavitù circa 300 persone.

Fu poi la volta delle scorrerie del corsaro Barbarossa (Khair ad-Din) e di Dragùt; nel 1629 Agropoli fu attaccata da turchi e bisertini (l’episodio viene ricordato ancora oggi con la rappresentazione storica dell’ “Assalto dei Turchi”).

Uno scorcio di vita paesana
Un altro scorcio di vita paesana

La peste del 1656 provocò numerosi morti: nello stato delle anime del 1686 le famiglie si erano ridotte a 113. Conseguenza del calo demografico furono le crescenti sperequazioni da parte dei proprietari terrieri; il catasto del 1663 registrava solo 34 proprietà, oltre ai beni feudali, consistenti in 340 tomoli, e alle 11 fondazioni pie con 382 tomoli (il Convento di San Francesco ne era il maggior proprietario). La struttura produttiva risultava ormai in questa data caratterizzata da un netto dualismo: lungo la fascia collinare litoranea oltre al vigneto iniziarono ad affermarsi il gelseto e il ficheto; invece nella parte pianeggiante, adiacente alla piana del Sele, subentrò l’allevamento dei bufali.

una cassetta delle lettere con lo stemma sabaudo e i fasci littorio

La situazione non mutò neanche nei secoli successivi: i dati catastali (1756) rilevano che nel comune vi erano 177 nuclei familiari che detenevano oltre 2990 tomoli di terra. Solo tre famiglie di civili, fra cui i fratelli Donato e Annibale Mingone, e una di grandi allevatori possedevano proprietà che superavano i venti tomoli. Permanevano tuttavia anche grandi proprietà feudali ed ecclesiastiche.

Una certa ridistribuzione della proprietà si ebbe solo nell’Ottocento, quando ad Agropoli si registrarono 409 aziende agricole di cittadini e 253 di forestieri. Solo tre proprietari superavano i 20 tomoli, mentre erano diminuiti i beni ecclesiastici e feudali. Comunque, accanto al consolidamento della piccola proprietà, permaneva ancora l’allevamento dei bufali nei latifondi che si affacciavano sulla piana del Sele. La crisi della produzione serica fu compensata dall’incremento della produzione di fichi e dalla loro esportazione (prima per Napoli e poi per l’America Latina) nonché dalla fabbricazione di alcool. Tale sistema produttivo cessò con la crisi agraria degli anni Ottanta dell’Ottocento: i fichi provenienti da Smirne presero il posto di quelli di Agropoli e delle colline cilentane.

Una veduta della costa

Bisognerà aspettare i primi decenni del Novecento perché la struttura territoriale dell’agro comunale muti completamente. Ciò risulta maggiormente evidente analizzando l’incremento demografico a partire dall’inizio del Novecento: 3000 abitanti nel 1901; 3576 nel 1911; 4044 nel 1921. In questa data lo spostamento della popolazione dai comuni interni del Cilento verso la costa è già iniziato e lo sviluppo del centro di Agropoli ben lo rivela: inizia infatti l’espansione dell’abitato verso le colline poste a ovest. Ma è dopo la bonifica degli anni Trenta del Novecento che il centro “esplode” a livello demografico passando dai 5335 abitanti nel 1931 ai 10.744 del 1971 fino a circa 12.000 del 1991.

Le cause dell’incremento sono molteplici: il debellamento della malaria, l’enorme potenzialità offerta dalla vicina pianura del Sele, la crisi economica e la flessione demografica delle zone interne, lo spostamento in massa della popolazione verso la fascia collinare litoranea e la pianura.

Il degrado urbanistico attuale e l’ampliamento abnorme del centro verso sud-est – come gli inevitabili dissesti ambientali – vanno inseriti in questo processo di spostamento demografico della popolazione dalle zone interne verso la costa, dato questo confermato dalla presenza di una grande quantità di case disabitate.

Una Torre di avvistamento

Città e Paesi della Campania

Agropoli

L’area archeologica del Sauco

Agropoli è una città in provincia di Salerno, una superficie di 32,61 km quadrati, ad un altitudine sul livello del mare di 24 metri, oltre 18.300 abitanti.

Gli abitanti vengono denominati Agropolesi. Santi Patrono Pietro e Paolo. La distanza dal capoluogo Salerno è di 52 km. Uscita Autostrada del Mediterraneo (ex A3) Salerno-Reggio Calabria al casello di Battipaglia.

Le frazioni e le località del Comune sono: Madonna del Carmine, Muoio, Matinella, San Marco, Fuonti, Mattine.

I comuni limitrofi sono: Capaccio, Cicereale, Ogliastro C., Prignano C., Torchiara, Laureana C., Castellabate.

Un antica fontana

Agropoli è un centro marino, turistico e commerciale, il paese si distende su un promontorio, posto quasi a ridosso delle colline del Cilento, fino al mare. Qui, case e strade seguono l’andamento sinuoso della costa; nella parte più antica si chiudono nel borgo medioevale, su cui domina il Castello dei Sanfelice. L’agro comunale è la naturale prosecuzione, dopo il comune di Capaccio-Paestum, della piana del Sele.

Rilievi archeologici segnalano la presenza di insediamenti neolitici, che si intensificano nell’Età del Bronzo e del Ferro. Nel periodo compreso tra il I secolo a.C. e il V d.C., a causa del progressivo abbandono del porto di Poseidonia, la zona costiera a est del promontorio – posta quasi alla foce del fiume Testene – offrì ai Greci un approdo sicuro per il commercio.

La tradizione fa risalire la fondazione di Agropoli al V-VI secolo d. C., al tempo in cui i bizantini, alla ricerca di una roccaforte a sud di Salerno, fortificarono le abitazioni sul promontorio, cui dettero il nome di Acropolis, che significa appunto “città alta”. Il successivo passaggio del toponimo da Acropoli ad Agropoli viene spiegato dagli studiosi come una contaminazione con il termine di origine latina ager, campo.

Una veduta aerea del centro

Fra le aree archeologiche riferibili a insediamenti greco-romani va ricordata quella del Sauco, per il muro di terrazzamento e per un sepolcro bisomo, destinato cioè a due salme; inoltre, nello specchio di mare prospiciente il paese, sono state recuperate numerose anfore e ancore.

Grazie alla posizione strategica della roccaforte, Agropoli divenne ben presto appetita da naviganti e conquistatori, pirati e re: nell’882 fu occupata dai Saraceni, poi dai Longobardi, dai Normanni e, dopo una parentesi sveva, dagli angioini.

Il promontorio su cui sorge Agropoli

Proprio gli angioini favorirono il consolidamento della grande baronia del Cilento, appannaggio dei principi Sanseverino di Salerno. Dopo un lungo periodo passato sotto la giurisdizione vescovile di Capaccio, Agropoli venne inglobata nei possedimenti feudali dei Sanseverino, almeno fino al 1552, quando gli ultimi esponenti della casata, accusati di fellonia, espatriarono dal regno e i feudi confiscati ai principi di Salerno vennero ripartiti fra nuovi baroni. In questo modo Agropoli passò a mercanti genovesi come i Grimaldi (Nicola Grimaldi, avo dell’illustre illuminista calabrese Domenico Grimaldi, fu intestatario del feudo di Agropoli e Laureana nel 1639), poi ai Pinto e agli Zattara (Ludovico Pinto subentrò nell’intestazione del feudo nel 1640, mentre Carlo Zattara nel 1654). Nel Settecento il feudo ricadde sotto la giurisdizione della famiglia Sanfelice (del Monte o delli Monti) che – tranne la parentesi della giurisdizione della famiglia del Giudice, avutasi dal 1766 al 1779 – rimase ininterrottamente in possesso del feudo. L’ultima baronessa Sanfelice di Agropoli fu coinvolta nelle tristi vicende della congiura giacobina del 1799 e venne giustiziata dai borbonici assieme ad altri patrioti napoletani.

Il Castello dei Sanfelice

Il Castello dei Sanfelice, dal nome dell’ultima casata che ne fu proprietaria, occupa un’ampia porzione di Agropoli vecchia; dai suoi muraglioni affacciati sul mare è possibile vedere l’intero golfo di Salerno. La struttura esterna del forte si riferisce al periodo angioino-aragonese: è a pianta triangolare ed è rinforzata ai vertici da tre torri cilindriche. L’impalcatura interna, deteriorata già nel corso del Settecento, fu distrutta completamente nel decennio della denominazione francese.

Le parti meglio conservate del castello offrono uno sfondo suggestivo alle numerose manifestazioni di carattere folcloristico e culturale.

La porta di accesso al borgo

Il borgo ha mantenuto quasi inalterate le sue caratteristiche medioevali; sono ancora visibili in qualche punto tratti di mura che in passato cingevano l’intero abitato. La porta di accesso al borgo, preceduta da una lunga scalinata, risale al XVI secolo: sormontata da stemma, è decorata con cinque merli.

La Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

Nelle immediate vicinanze della porta si innalza la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli: di origine seicentesca, ristrutturata più volte, è luogo di culto frequentato dai pescatori, che proprio alla Madonna di Costantinopoli dedicano il 24 luglio una processione sul mare.

Sempre al XVII secolo risale la costruzione della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, mentre la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo è interessante per la decorazione barocca dell’altare maggiore.

L’edificio religioso più antico è il Convento di San Francesco: costruito forse nel 1230, sorge su un promontorio a ovest dell’abitato. Una leggenda narra che da quello stesso promontorio San Francesco abbia parlato ai pesci.

Un’altra leggenda è legata invece a San Paolo: sembra che il santo, durante il viaggio da Reggio a Pozzuoli, abbia fatto una sosta ad Agropoli e convertito due vergini, martirizzate poi presso una fonte che da quel giorno ebbe proprietà miracolose. Continua domani.

La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Città e Paesi della Campania

Agerola – 2

La Parrocchiale di San Pietro a Pianillo – Il campanile

Il Castello Lauritano e le chiese delle frazioni.

La maggiore attrattiva paesaggistica di Agerola è costituita dalla caratteristica posizione delle sue frazioni, disposte, come si è detto, a ferro di cavallo.

In particolare, nella località San Lazzaro, si aprono due belvedere sul mare. Il primo, si trova al termine di un sentiero che si percorre tra castagni e alberi d’alto fusto, davanti al rudere del Castello Lauritano, una delle costruzioni più antiche, volute nell’XI secolo dalla Repubblica amalfitana per un più facile avvistamento dei Saraceni. E’ su tre livelli e a pianta rettangolare, ma ne è rimasto ben poco: il fronte si apre con tre archi, mentre ai piani superiori si hanno tracce di volte preesistenti. Il castello, che si affaccia a strapiombo sul mare, sovrasta in linea retta la sottostante Amalfi. L’altro belvedere è a Punta San Lazzaro: da qui lo sguardo abbraccia un’ampia porzione della costa fino ad avvistare il profilo dell’isola di Capri.

La Parrocchiale di San Pietro a Pianillo – La navata centrale

Fra gli edifici religiosi è da ricordare la Parrocchiale dell’Annunziata a San Lazzaro, in stile barocco. L’interno è suddiviso in tre navate, di cui quella centrale è a botte ribassata. All’esterno, il campanile, squadrato in muratura, è su quattro livelli di cui l’ultimo, poligonale, è coperto da una cupola con lanternino. La vicina Cappella dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, che risale al XVIII secolo, presenta un’unica navata e un’abside semicircolare. Nella stessa piazza, in stile neoclassico, si trovano i resti del Castello Avitabile, fatto costruire a metà Ottocento dal generale Paolo, viceré delle Indie. Allo stesso periodo risale l’albergo Risorgimento, in via Antonio Coppola.

Una veduta interna della Parrocchiale di San Martino a Campora.

In località Campora, su un largo piazzale, si affaccia la chiesa seicentesca di Maria Santissima delle Grazie divenuta nel 1942 Parrocchiale di San Martino. L’altare custodisce le reliquie dell’apostolo Andrea e dei Santi Cosma e Damiano. La costruzione è, all’interno, a navata unica, ripartita da pilastri e archi a tutto sesto. Il transetto, diviso in tre navate, presenta in quella centrale una cupola di copertura. All’esterno, il campanile è squadrato, terminante a cuspide.

A Bomerano si trova la piccola Chiesa di San Lorenzo, che risale al XVI secolo. L’interno è a unica navata con volta a botte, mentre l’abside ha una pianta rettangolare. Un altro importante edificio sacro, sempre a Bomerano, è la Parrocchiale di San Matteo Apostolo, recentemente restaurata. Risale al 1580, come risulta anche dal fonte battesimale, ed è stata ricostruita su una chiesa preesistente. Dopo vari rifacimenti, l’attuale facciata del 1930 è in stile neoromanico. L’interno è a tre navate con absidi alle estremità. Il soffitto della chiesa, già oggetto di restauro, risale al 1717 e ricorda, sia nell’impianto che nella decorazione, quella della Cattedrale di Amalfi. Di Paolo de Majo di Marcianise, seguace di Francesco Solimena, è la tela al centro con il Martirio di San Matteo. La tavola con la Madonna del Rosario del 1682 è opera di Michele Regalia.

La facciata della Chiesa di San Lorenzo.

A Pianillo, sulla vecchia strada statale, si trova la Parrocchiale di San Pietro, di cui si ignora la data di fondazione, anche se una sua campana reca incisa la data del 1363. La facciata è barocca, con un grosso timpano triangolare sopra il portale. Il campanile è a cinque ordini e termina con una cupola di maioliche. L’interno è a tre navate, con volta a crociera nelle navatelle. Lungo la strada per Pimonte, si scorge il campanile della bella Parrocchiale di Santa Maria La Manna, posta in località Santa Maria: l’edificio risale al XV secolo, e al suo interno è custodita una statuetta che la leggenda vuole sia stata trasportata dal Levante.

Un dipinto all’interno di San Matteo Apostolo a Bomerano.

La vita economica tra passato e presente.

La voce portante dell’economia agerolese è il turismo: l’aria salubre e la vicinanza al mare sono gli elementi essenziali per questa attività.

La selezione della razza bovina detta “mucca agerolese” ha favorito la produzione di latte in abbondanza, gustoso e denso, ed ha reso possibile lo sviluppo di un’industria casearia fiorente e rinomata in tutta la penisola italiana. I boschi intorno sono ricchi di castagni e funghi.

Nei primi secoli di vita, in età romana, Agerola era un grosso centro di produzione di laterizi e di ceramica per stoviglie. Gli agerolesi infatti furono i primi ceramisti della costiera.

Durante lo splendore della Repubblica amalfitana molti alberi secolari vennero abbattuti per costruire grandi e piccole imbarcazioni. Nel medioevo si coltivava anche una rosa bianca, la “rosaria” per ricavarne essenze ricercate, un’industria fiorente fino al seicento.

Agerola era ricca e famosa per la coltivazione del baco da seta appresa dagli amalfitani in Oriente prima del Mille. Una colonia di ebrei, poi, ne promosse la lavorazione. Questa produzione si concluse definitivamente con l’Unità d’Italia. Contemporaneamente fu dato avvio alla lavorazione del cotone e della lana, e ben presto Agerola divenne un importante centro tessile.

Tipici del territorio erano anche i mulini ad acqua, che permisero la creazione di cartiere, come quella di Ponte del 1700 e di Amalfi. Durante la dominazione borbonica l’economia era prospera, ma dopo il 1860, con il crollo delle barriere doganali, le attività legate alla tessitura non ressero alla concorrenza del Nord e fallirono.

Dal 1950, dopo un secolo di relativa povertà, si è avuta una notevole ripresa economica dovuta non solo al turismo, ma anche alla presenza di tanti piccoli laboratori artigianali in cui vengono confezionati, con tessuti di garza di cotone, capi di vestiario meglio conosciuti con il nome di “abiti di Positano”.