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Città e Paesi della Campania

Afragola – 3

Il Santuario di Sant’Antonio

Un importante luogo di pellegrinaggio campano è il maestoso Santuario di Sant’Antonio. L’edificio risale al 1638, come è testimoniato da un documento di compravendita. Il Santuario fu costruito dai padri Francescani e la prima guida spirituale fu padre Antonio da Pisticci, che morì nel 1642.

Oggi, sia la statua di Sant’Antonio che un antico Crocifisso, attribuito a padre Umile da Petralia, scultore del Seicento, costituiscono la meta dei fedeli. Il santuario fu consacrato definitivamente nel 1715.

Lungo il lato sinistro dell’edificio sorge il campanile: realizzato nel 1915 è una struttura a quattro ordini con un loggiato panoramico terminale. La chiesa è in stile barocco. La facciata è stata ridisegnata dall’architetto Vittorio Pantaleo, variando lievemente un progetto originario ed è divisa in tre corpi da due trabeazioni, scandite a loro volta da colonne e lesene che corrispondono alle tre navate.

Il terzo corpo in alto è dominato da una raffigurazione del Santo su maioliche policrome. L’interno è fastoso. Nelle navate laterali si apre una serie di cappelle (quattro per lato), leggermente trasformate rispetto al loro assetto primitivo. La pavimentazione è in marmo bianco interrotto nella navata centrale da una sorta di guida in marmo rosso venato che arriva fino all’altare. Il corpo centrale colpisce per la fuga di pilastri con lesene e per la ricca decorazione di oro, stucchi e pitture. Le cappelle sono dedicate, a destra, alla Madonna di Pompei, a Santa Elisabetta di Ungheria, all’Immacolata, a San Giuseppe, al Santo Patrono; a sinistra, al Crocifisso, all’Addolorata, al Santissimo Cuore di Gesù, a San Francesco, a San Michele.

L’abside è stata ricavata dall’antico coro inferiore. Ai piedi del Trono del Santo si venerano le sue reliquie: un frammento di calotta cranica, una tibia e una vertebra, racchiuse in un artistico cofanetto del 1921.

Al centro della volta è affrescata la Gloria di Sant’Antonio: il santo è raffigurato in estasi davanti alla Trinità e alla Vergine, mentre San Francesco osserva tra un tripudio di angeli. Bella e ricca è la decorazione del refettorio con maioliche del XVIII secolo alle pareti.

Un’importante biblioteca di circa 12.000 volumi, risalente alla casa religiosa, è conservata nel Collegio Serafico, annesso al santuario.

Il 13 giugno, cioè oggi, giorno di Sant’Antonio, si svolgeva fino a qualche decennio fa una processione abbastanza singolare: la questua per la Festa di Sant’Antonio. La statua lignea del santo veniva ricoperta con mantelli di banconote di vario taglio, disposti a strati, che venivano sfilati ad uno ad uno nel santuario al termine della cerimonia e offerti come voti.

La statua in effetti veniva portata in processione per alcuni giorni per i vari quartieri della città, raccogliendo le offerte in banconote dei fedeli che venivano appuntate sulla statua, inoltre ogni tanto si svolgevano spettacoli con fuochi d’artificio sempre offerti in devozione al santo dagli abitanti. Alla fine della giornata, la statua del santo veniva ospitata nella chiesa del quartiere per la notte e riprendeva il suo giro al mattino seguente. Alla fine dei festeggiamenti che come ho detto duravano alcuni giorni, il santo ritornava nel suo santuario.

La Chiesa del Rosario, situata nel quartiere omonimo, è artisticamente tra le più interessanti di Afragola. Fu edificata dai padri Domenicani, presenti sul territorio fin dal 1583. Inizialmente si erano stabiliti presso la Chiesa di San Giorgio e, reputandola troppo decentrata, optarono per un lotto di terreno tra Santa Maria e Casavico, ove fu edificata la chiesa intorno alla quale sorse un nuovo centro abitato. Alla semplicità della facciata, d’impianto tardo-ottocentesco, si contrappone il ricco interno barocco, con cornici, stucchi, marmi policromi, questi ultimi impiegati con autentico virtuosismo nella realizzazione dell’altare maggiore.

L’edificio è a croce latina, con abside piatta, ed è completato da un chiostro. E’ un esempio di architettura controriformista. Il pavimento maiolicato del Settecento fu sostituito nel 1925 da quello attuale in marmo. La navata centrale è affiancata su ciascun lato da cinque cappelle. Al centro del soffitto un affresco raffigura San Domenico ai piedi della Vergine, opera di Domenico Cozzolino. Le cappelle, per i vari lavori che si sono succeduti, hanno perso il loro aspetto originario. Alle spalle dell’altare fu collocata la tela raffigurante la Vergine del Rosario, di Giovanni Lanfranco, che, dopo varie traversie, attualmente si trova nel Museo di Capodimonte a Napoli. Continua – 3

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Città e Paesi della Campania

Afragola – 3

L’affrancamento dal dispotismo feudatario della famiglia Capece-Bozzuto e l’aumento della popolazione dettero il via a un ampliamento dell’abitato che si espanse lungo le vie di congiunzione fra i tre nuclei originari. Due sono i tipi di abitazione realizzati ad Afragola a partire dal Seicento: la cosiddetta corte plurifamiliare, occupata dai coltivatori, che ricorda nelle forme il casale medioevale, e il palazzo signorile, abitato di solito da un’unica famiglia benestante proprietaria terriera.

Esempi settecenteschi di questa seconda architettura, che si apre spesso su strette strade, si possono trovare in via Majello e via Manzoni. Certamente interessante per le decorazioni e la struttura, è Palazzo Majello: la facciata, su tre ordini, presenta in quello inferiore tre alti archi di cui i due laterali danno accesso alla scala che porta ai piani superiori, e quello centrale mostra alcuni elementi del giardino posteriore.

Il Palazzo comunale, d’impronta settecentesca, sorge su una vasta superficie ove preesistevano diverse costruzioni a corte. L’esigenza di realizzare una nuova piazza per edificare il Palazzo comunale si presentò dopo il 1860 e il progetto venne affidato dal consiglio comunale ai due architetti Carlo Ciaramella e Francesco Danise nel 1870. La facciata fu realizzata nello stile eclettico, tipico della seconda metà del XIX secolo. L’edificio è strutturato su tre livelli, con un leggero avanzamento del corpo centrale rispetto ai due laterali, sormontato da una piccola torre con orologio. Le cornici alle finestre e le bugnature angolari riecheggiano quelle delle costruzioni settecentesche. L’atrio si apre con tre cancelli in ferro battuto con lo stemma cittadino. All’interno agili pilastri sorreggono eleganti volte a vela.

Sul fondo un ampio arco dà accesso allo scalone principale e al cortile interno. Nella grande Sala delle adunanze consiliari, quattro sovrapporte sono state dipinte a olio da Augusto Moriani nel 1886, con vedute di Afragola.

A una ricostruzione compiuta nel XVIII secolo e al susseguente rifacimento ottocentesco si deve l’attuale aspetto del Castello angioino, sorto vicino alla Parrocchiale di San Giorgio. Secondo le fonti la costruzione originaria risale al 1337, quando i Durazzo comprarono dagli Eboli una parte del feudo di Afragola, comprendente anche la Chiesa di San Marco in Sylvis e quella di San Giorgio. Carlo III di Durazzo vendette il feudo ai Capece-Bozzuto nel 1381, ai quali però venne alienato come bottino di guerra. La struttura si sviluppava inizialmente su pianta quadrata ed era munita di torrioni angolari, merli e feritoie, con all’interno una fontana e giardini. Per i Capece essa doveva rappresentare solo una residenza personale, perdendo così aspetto e carattere di fortilizio. Un atto di vendita del castello e del feudo, da parte di Paolo Capece-Bozzuto all’Universitas di Afragola risale al 1576. Alla fine del Settecento, i Caracciolo, nuovi eredi dopo un periodo di abbandono, lo diedero in affitto a don Nicola Jenco, che lo trasformò in un orfanotrofio femminile. All’inizio dell’Ottocento fu ulteriormente ampliato e modificato e assunse l’aspetto odierno. Attualmente è passato in gestione al comune. Continua.

Città e paesi della Campania

Afragola – 2

Fino alla seconda metà del Cinquecento Afragola si presentava urbanisticamente articolata in tre nuclei, costruiti intorno ai maggiori edifici sacri: Santa Maria d’Ajello, San Giorgio e San Marco in Sylvis.

La parte più antica del centro abitato si sviluppa infatti intorno alla Parrocchiale di Santa Maria d’Ajello, inizialmente circondata da poche masserie. La storia della chiesa è legata alle origini di Afragola. La costruzione risale al Mille, ma la prima documentazione certa è del 1131 in cui si ricordavano alcuni benefici legati a Santa Maria d’Ajello e a San Giorgio. Probabilmente una famiglia D’Ajello era proprietaria del terreno su cui venne edificata, su una preesistente Cappella del Presepe. Nella chiesa primitiva i defunti venivano sepolti lungo la navata centrale in una sorta di fossa comune. Nel 1583, grazie ad un lascito di messer Bernardino Castaldo, furono compiuti grandi lavori di ristrutturazione sicché la chiesa ricevette un nuovo assetto, mantenutosi pressoché

Inalterato fino ad oggi, eccezion fatta per l’elegante facciata su doppio ordine, realizzata sul finire del Settecento. A due portali sormontati da timpani triangolari, si accede mediante un’ampia gradinata. Accanto, il campanile squadrato in tufo del XVII secolo è su quattro livelli con la cupoletta terminale in maioliche posta sopra una celletta ottagonale. L’interno è a tre navate senza transetto. La navata centrale si conclude con un maestoso arco che anticipa il presbiterio rettangolare, coperto da una cupola. Sull’altare maggiore, in marmi policromi, una pala raffigurante l’Assunta è di Giovanni Angelo Criscuolo, della seconda metà del Cinquecento. La balaustra marmorea è del XVIII secolo. A sinistra, nella cappella della Crocifissione vi è una tela di Angelo Mozzillo del 1787. Nella navata di destra vi sono le due antiche cappelle del Fonte battesimale e del Presepe.

Anche la Parrocchiale di San Giorgio ha origini antichissime ed era già citata in un documento del 1131. Nel 1380 venne ricostruita sulle tracce dell’antico edificio, ma un violento terremoto la distrusse nel 1688. Quindi fu ricostruita con il contributo delle famiglie afragolesi, con forme tipiche del Settecento.

L’edificio sacro è preceduto da una scalinata. Sul portale è in evidenza un affresco raffigurante San Giorgio, attribuito al Vacca. L’interno, a croce latina, è costituito da una navata centrale scandita da dieci pilastri e da due cappelloni laterali. Ai lati della navata si aprono otto cappelle. Dalla prima a destra si accede al campanile, mentre in quella posta di fronte, detta del Fonte battesimale, si trova un affresco raffigurante San Giovanni Battista, opera di Donato Vacca. In un’altra cappella, dedicata a San Gennaro, è visibile un affresco di Vincenzo Severino del 1928. Il Cristo Morto della cappella opposta è opera dello Stuflesser. Altri due medaglioni sono affrescati dal Sanseverino. Nella cappella dedicata a San Giuseppe, il santo è raffigurato in una tela iniziata dal Mozzillo e terminata da Giovanni Cimino. I cappelloni laterali hanno due altari neoclassici risalenti al 1817. L’altare maggiore, intarsiato di marmi policromi come la balaustra, è di gusto ancora barocco ed è opera del napoletano Giacomo Trinchese, che lo iniziò nel 1775.

Pregevoli sono anche i confessionali in noce di Gregorio Fontana, simili a quelli di San Domenico Maggiore a Napoli.

Una controversa notizia di Domenico De Stellopardis , fa risalire l’originaria costruzione della Parrocchiale di San Marco in Sylvis, detta anche San Marco della Selvetella e voluta da Guglielmo II il Buono, al 1179. La chiesa fu dedicata a San Marco come omaggio del sovrano alla Repubblica di Venezia. Al suo interno è posta una pietra quadrata, che – secondo una antica tradizione popolare – sarebbe stata il sedile di San Marco o quello su cui lo stesso San Gennaro si sarebbe seduto prima di essere condotto a Pozzuoli per il martirio. Ancora oggi la pietra è oggetto di pellegrinaggio e di venerazione da parte del popolo che vi appoggia sopra il corpo per ottenere protezione e grazie. Dell’impianto originario della chiesa resta ben poco: la torre campanaria e alcuni affreschi. Il campanile, con cuspide ottagonale, è slanciato e simile a quello di San Pietro a Majella a Napoli. L’interno della chiesa è stato trasformato nel corso del tempo. Fra le opere da ricordare va annoverata una grande icona, raffigurante l’Ascensione della Vergine.

Nel 1868 la chiesa subì una radicale trasformazione che ne stravolse la struttura originaria profondamente alterata dalla costruzione di una serie di archi e contrafforti, tuttora visibili. La posizione di San Marco in Sylvis in aperta campagna, a circa mezzo chilometro dal centro abitato, creava tuttavia non pochi disagi, specie nella stagione invernale, per cui si avvertì l’esigenza di costruire una nuova chiesa. Con un decreto della Curia del 1675 si stabilì di edificare la Chiesa di San Marco Nuovo all’Olmo, dedicata al Santissimo Sacramento. Inizialmente a una sola navata, l’edificio venne modificato nell’Ottocento con l’aggiunta di ampie cappelle sul lato sinistro. Sorse quindi, sul fianco destro della chiesa, l’Oratorio della Confraternita di Santa Croce, oggi unica corporazione attiva delle tante presenti un tempo in città. Continua.

Città e Paesi della Campania

Afragola – 1

Città in provincia di Napoli con una superficie di 17.99 kmq e un altitudine di 43 metri sul livello del mare con 64.817 abitanti.

Situato nella fertile campagna tra Napoli e Caserta, Afragola è il centro più popoloso della fascia industriale a nord del capoluogo campano. L’origine del toponimo è controversa ed è stata a lungo dibattuta. Il primo documento, scoperto da Bartolomeo Capasso, è del 1131 e riporta il toponimo Afraore. Nei decenni successivi la denominazione è stata via via Afragone, Afraone, Afraole, Afrangola e definitivamente Afragola nel 1272.

Un interpretazione attribuisce alla “a” di Afragola un valore privativo, cioè “senza produzione di fragole”, in contrapposizione ad altre tesi, che reputano la “a” derivativa, per significare “terra ricca di fragole”. E’ stato dato credito ora all’una, ora all’altra interpretazione e c’è anche chi ha trovato il modo di fonderle insieme in una terza suggestiva ipotesi. Così infatti, scrive nel 1897 il parroco Iazzetta nelle “Notizie storiche dell’antichissima chiesa di San Marco in Sylvis”: … i soldati vennero in questo luogo … e cominciarono a coltivare dicti territori et al principio ne piantarono fragole, ma poi perché lasciarono detto mestiero, se chiami Afragola, hoc est luogo detto a fragolis, o pure Afragola hoc est sine fragolis”.

Un’altra teoria farebbe derivare il nome dal latino Villa Fragorum, città delle fragole, come del resto testimonierebbe la presenza nello stemma cittadino di un ramoscello di fragole. L’ultima ipotesi in un senso cronologico è che il toponimo derivi da Afragore, dove il “fragore” era prodotto da un fiume oggi scomparso che formava all’epoca una cascata presso San Marco in Sylvis.

Studi e ritrovamenti archeologici dimostrano che il territorio era popolato e coltivato fin dal IV-III secolo a.C. L’area urbana era coperta all’epoca da numerosi pagi osco-sanniti, che avevano contatti commerciali con le vicine città della Magna Grecia.

La successiva dominazione romana è testimoniata invece da resti di ville e da alcune monete di età imperiale. Si ha notizia della scoperta in località Cantaro nel 1810 di ottanta tombe; in una di queste furono rinvenuti un elmo e due schinieri da gladiatore. Da alcune iscrizioni in onore di Augusto risulta che il villaggio si mostrò fedele a Roma.

Il primo documento su Afragola risale al 1131, mentre dai successivi (1143, 1144, 1162, 1164), emerge che il luogo era già organizzato in villaggio rurale ancora prima del 1140. E’ a questo anno che la storiografia tradizionale farebbe risalire la nascita di Afragola, quando cioè il territorio, detto delle fragole, fu donato da Ruggiero II d’Altavilla ad alcuni soldati a lui fedeli.

Dopo il XII secolo vi fu un forte incremento demografico, dovuto sia alla fertilità del suolo, sia al trasferimento degli abitanti dai vicini villaggi di Arco Pinto, Cantarello e San Salvatore.

Con gli angioini la storia di Afragola si lega alle vicende di Carlo I d’Angiò che la diede in vassallaggio all’arcivescovo di Napoli Bernardo Caracciolo, non potendo pagare la somma pattuita per l’investitura. Per disfarsi di questa sudditanza gli afragolesi offrirono circa duecento moggi di terreno. Nel 1381 Carlo III di Durazzo vendette la parte infeudata di Afragola ai Capece-Bozzuto. Nel 1571 un membro della famiglia, Paolo, chiese di accorpare alla proprietà anche quella parte di terreno che era invece demaniale.

A quel punto l’Universitas (l’antico nome con cui venivano chiamati i comuni in Italia meridionale) di Afragola insorse proponendo di acquistare sia il territorio feudale che quello demaniale per 27.000 ducati, in base allo jus praelationis istituito da Carlo V d’Asburgo. Ma il pericolo di subire nuavamente le angherie feudali no cessò: nel 1639, infatti, quando il viceré di Napoli, duca di Medina, propose di vendere le proprietà del Demanio regio, Afragola fu costretta a versare un ingente tributo in denaro: l’esborso forzato provocò un generale malcontento accresciutosi in seguito per via del repentino impoverimento economico, che determinò una rivolta scoppiata in concomitanza con quella sollevata a Napoli da Masaniello nel 1647.

Da un documento del 1696 risulta che Afragola era amministrata da un governatore vicereale. Nel 1737 fu stilato il cosiddetto Codice di Afragola: le nove norme di cui era costituito vennero incise su una lastra di marmo che fu murata, per volontà del Sindaco Domenico Antonio Castaldo Giangrande, nella sede municipale. Il codice attualmente si trova nell’atrio del nuovo Palazzo comunale. Agli inizi del XIX secolo, in seguito alla riforma delle leggi municipali varata durante il decennio francese e all’istituzione del Decurionato che si basava sul censo, i comuni regi persero l’autonomia democratica legata al suffragio universale. Con la Restaurazione borbonica questa forma istituzionale non fu modificata e soltanto dopo il 1884 si avvertì la necessità di dare un nuovo assetto amministrativo e giuridico ai comuni vicini a Napoli e tra questi anche ad Afragola.

Nei primi decenni del Novecento la popolazione aumentò vertiginosamente, tanto da determinare una densità demografica addirittura superiore a quella del vicino capoluogo. Infine, a partire dal secondo dopoguerra, si è avviato un notevole processo di urbanizzazione, tuttora molto forte. Continua

Città e Paesi della Campania

Acerra – 4

In via del Purgatorio, si affaccia la Chiesa del Suffragio, costruita nel XVI secolo, quindi rifatta e ingrandita nel 1743. Al suo interno, sul primo altare di destra, è custodito un quadro raffigurante l’Addolorata ai piedi della Croce con due angeli, opera forse di Luca Giordano. Nella nicchia sottostante è un mezzo busto intagliato in legno che rappresenta una donna piangente dai bei lineamenti. Il primo altare di sinistra, ottocentesco, è dedicato a San Giovanni Evangelista.

Sull’altare maggiore campeggia una tela con Sant’Anna, la Vergine e il Bambino tra le nuvole e in basso le anime tra le fiamme purificatrici, opera del XVII secolo; l’altare, lavorato in marmo con decorazione a foglie, teste di angeli e con altri ornamenti, è opera di Cosimo Fanzago.

Nelle nicchie laterali sono due pregevoli statue settecentesche che rappresentano San Giuseppe e Santa Lucia; gli altri quadri e tutti gli altari sono del XVIII secolo. A destra della sagrestia per mezzo di una scala si accede alla stanza della congrega sulla cui porta è inciso l’anno di costruzione, il 1707. Sull’altare della congrega è posta una tela con Cristo implorato dalla Vergine e da San Bonaventura in suffragio delle sottostanti anime del Purgatorio; vi sono altre quattro tele laterali con Storie della vita di Gesù.

Altri due quadri ai lati della finestra e tre dipinti della volta sono opera di Giovanni Cimmino del 1764. Angelo Mozzillo dipinse invece il parapetto con ornati e figure a guazzo che rappresentano virtù, angeli e santi; sono affrescate anche le lunette dell’altare.

Opere molto pregevoli del Seicento, forse della scuola di Giovanni Merliano, sono tre statue lignee di grandi dimensioni raffiguranti la Vergine e due angeli.

Il centro storico e i dintorni

Nella vasta piazza del Castello si trovano il monumento ai caduti dello scultore Ferrazzano e il busto marmoreo di Gaetano Caporale, storico e statista della seconda metà del XIX secolo.

Il Castello, una volta sede del Municipio, ospita il Museo del Folclore e delle Tradizioni Popolari. Da una porta situata sulla destra si può accedere al sottostante Teatro Romano. Il Castello è ancora circondato dal fossato, ma sono rimasti soltanto pochi elementi della costruzione originaria, come il grande torrione cilindrico.

Molto antica è la piccola Chiesa di San Pietro posta all’ingresso della città, nei pressi della porta per Napoli: anche di questa non è possibile determinare in modo preciso l’epoca di costruzione perché è stata più volte rifatta. La chiesa ha un altare ottocentesco con tela dedicata a San Pietro attribuita a Mattia Preti. Sull’altare a sinistra si osserva la Vergine del Carmine, dipinto attribuito alla scuola di Andrea Vaccaro; sull’altare a destra una tela ovale con Santa Elisabetta, della scuola di Fabrizio Santafede.

Poco distante dal centro urbano si trova la Casina Spinelli, oggi in completo degrado. Essa è costituita da un corpo centrale posto tra due terrazze: alle numerose stanze collocate in fila si accedeva per mezzo di una scala addossata alla base di un’antica torre a forma circolare.

Quest’ultima è chiamata Pagliara perché un tempo era sede di una industria di latticini di bufala. La Casina fu fatta edificare dal conte Ferdinando III di Cardenas in soli sei mesi per accogliervi degnamente Ferdinando IV di Borbone durante le sue batture di caccia nel bosco di Calabricito.

Interessante è la struttura abitativa tipica in passato della zona di Acerra: il tipo più diffuso di casa era caratterizzato dal tetto a due spioventi e aveva il suo fulcro nella corte dove erano collocati il pozzo, il lavatoio e il forno.

Una scala conduceva al piano superiore le cui stanze si aprivano su di un ballatoio di disimpegno. In alcune case lo spazio interno si presentava come un insieme di corti comunicanti con la strada per mezzo di portoni e ampi androni a volta. La struttura è da porsi in relazione con la coltivazione della canapa, in questi luoghi molto diffusa soprattutto nel passato: le arcate facilitavano infatti il passaggio dei carri che si occupavano del trasporto della fibra.

Primo incontro con Pulcinella, maschera millenaria

Secondo una tradizione seicentesca Acerra sarebbe la patria di Pulcinella perché città natale sia del sarto Paolo Cinella, presunto inventore della maschera, sia di Andrea Calcese detto Ciuccio, forse il primo esempio del “tipo Pulcinella”.

Non esistono documenti che diano certezza alla voce popolare, la quale invece ha persino individuato l’abitazione di Pulcinella, un’antica casa nel quartiere della Maddalena che purtroppo non ha resistito all’usura del tempo.

Il tipo di Pulcinella esisteva già nelle Atellanae, genere comico dell’età romana, mentre il nome dovrebbe derivare da pullicenus, pulcino, voce del latino tardo.

Questa maschera, al pari di Maccus, fu l’immagine del tipico contadino campano, la cui sapientia si condensava nel saper vivere alla meno peggio, nel saper servire contemporaneamente due o più padroni, nel saper dire sempre la sua con garbo, ma anche con fermezza a tutti e in ogni occasione. In Pulcinella si manifesta una filosofia di vita, una saggezza schietta e popolare, una ratio vivendi che ha caratterizzato i secoli passati e che talvolta è riscontrabile nei ceti sociali non ancora emancipati. La sua fortuna teatrale, iniziata con la Commedia dell’Arte, non ha conosciuto cali. Intere generazioni di attori hanno indossato l’ampio camicione bianco, la nasuta maschera nera e hanno dato vita a un personaggio che accompagna le parole con una mimica grottesca ma sapiente, buffa e malinconica insieme.

Acerra si ricorda di Pulcinella con una piazza a lui intitolata, una statua di marmo nel cortile del Castello, e una sezione del Museo del folclore.

Città e Paesi della Campania – Acerra – 3

L’area oggi occupata dalla piazza del Duomo è stata da sempre una zona sacra: il Duomo, costruito nel cinquecento, poggia infatti le sue fondamenta su un antico tempio forse dedicato a Ercole. In seguito al crollo del tetto, avvenuto nel 1789, esso fu ricostruito dal 1791 al 1843 in forme più grandiose. Sette anni dopo la chiesa si lesionò a tal punto da rendere necessaria la sua demolizione. I lavori per la nuova costruzione vennero ultimati nel 1874. La cattedrale, che si apre sulla piazza antistante con un atrio in stile ionico, è suddivisa all’interno in tre navate scandite da pilastri. Tra le opere che fanno parte del patrimonio artistico dell’Assunta è da annoverare un Crocifisso ligneo, particolarmente venerato, e la tela dell’altare maggiore raffigurante l’Assunta, dipinta da Giacinto Diana nel 1798. Quella che possiamo oggi ammirare in chiesa è però solo una copia del quadro: l’originale è in realtà conservato presso la Galleria di Capodimonte. Sempre nel presbiterio si trovano il grande coro ligneo e il trono episcopale di marmo rosso e giallo di Sicilia che apparteneva alla Cattedrale cinquecentesca. Purtroppo nell’ottocento è stato mutilato degli ornamenti che lo abbellivano: maschere, uccelli, cesti con fiori e frutta. Pochi gli oggetti rimasti dell’antica chiesa: oltre al trono è visibile un altorilievo di marmo con la Vergine e il Bambino tra San Pietro e San Paolo e due coppie di angeli, un’opera di notevole fattura della scuola di Giovanni da Nola. Sull’acquasantiera della sagrestia si trova un piccolo bassorilievo marmoreo di 35 centimetri raffigurante, nella sua parte inferiore, due gruppi di oranti in ginocchio, forse i governatori del Pio Monte e i confratelli del Santissimo Rosario. Quasi tutte le cappelle sono arricchite di tele o statue raffiguranti i santi ai quali sono dedicate: nella cappella della crociera un ritratto di San Cuono, protettore della città, una statua del santo e una tela con la Deposizione. Nelle cappelle di destra tele con San Nicola, San Girolamo che contempla il Giudizio Universale e la Madonna delle Grazie tra il Beato Pietro da Pisa e San Girolamo. La prima cappella di sinistra è ornata da un quadro ottocentesco di Paolo Alberty con Santa Margherita da Cortona. Il soffitto è affrescato: la figura del Cristo seduto è circondata da angeli; a destra la Vergine con corona d’oro e serto di rose, a sinistra un uomo inginocchiato. Alle spalle si vedono un angelo custode e l’arcangelo Michele con una bilancia a doppia coppa: una contiene il rosario, l’altra le colpe del penitente.

Al di sotto della chiesa attuale doveva esserci un’altra chiesa, risalente al Mille, di cui restano pochi, deteriorati affreschi.

Fronteggia la cattedrale la Chiesa del Corpus Domini: sull’altare maggiore è una pregevole Pietà attribuita a Massimo Stanzione, circondata da due piccoli quadri rettangolari con due angeli. Sugli altari laterali sono poste due grandi tele con le Nozze di Cana e l’Ultima Cena, entrambe settecentesche e restaurate nel 1889. Le due cappelle laterali sono dedicate alla Madonna del Carmine e all’Immacolata e in ambedue le statue sono sistemate in una nicchia.

Sempre nel centro storico, in via Annunziata, è la Chiesa di San Cuono, martirizzato nel III secolo a Iconium in Asia Minore. Da alcuni documenti si viene a conoscenza che nell’anno 1079 esisteva un piccolo monastero con annessa una chiesa donata alla città dalle famiglie Sanguigno e Zahora che abitavano in quella via; la porta laterale, su cui compare un affresco con la Vergine delle Grazie e devoti, costituiva l’ingresso riservato per i componenti delle due famiglie. Nell’ottobre del 1826 la chiesa crollò e fu riedificata qualche anno dopo a spese del comune: vi si custodiscono le antiche statue di San Cuono e figlio.

Uno degli edifici sacri più antichi di Acerra è la Chiesa dell’Annunziata, che risale al XV secolo. L’appellativo di Confraternita della Pace con cui era conosciuta in passato è dovuto al quadro posto nella cappella a destra della crociera che rappresenta la pace stipulata tra due persone coronate. Sull’altare maggiore si nota un quadro on l’Annunciazione della Vergine. Si tratta di una pittura su legno di epoca angioina con sullo sfondo un’architettura con una fuga di volte: sul trono è seduta la Vergine, mentre l’angelo ha grandi ali dorate; d’oro sono anche le lunette, gli ornati architettonici, gli orli delle vesti.

Nella prima cappella di destra è un pregevole Crocifisso ligneo del XII secolo, testimonianza delle influenze provenzali subite dall’ambiente artistico napoletano. Nel 1891 la chiesa venne interamente restaurata e decorata: un piccolo altare dedicato a Santa Maria del Buon Consiglio fu aggiunto in corrispondenza della piccola porta laterale. Nel 1760 i Padri domenicani, che occupavano il monastero accanto alla chiesa, costruirono un chiostro che venne stuccato e imbiancato l’anno successivo. L’edificio è sormontato da una cupola barocca eretta nel XVII secolo; seicenteschi sono anche i bei paliotti d’altare e altri elementi decorativi. Continua.

Città e Paesi della Campania – Acerra – 2

Nel lontano passato il bacino idrico del Clanio era tanto ramificato da porre seri problemi agli abitanti poiché si verificavano impaludamenti e inondazioni, che, tuttavia, in caso di battaglia, avevano una loro funzione strategica perché rendevano la città di Acerra una fortezza difficilmente espugnabile. Già Virgilio, nelle Georgiche, parlava dell’insalubrità dell’aria acerrana, sostenendo che la città era deserta perché infestata dalle esalazioni delle acque malsane: vacuis Clanius non aequus Acerris (il Clanio infesto alla deserta Acerra).

Verso la metà del cinquecento erano cominciati i lavori per il prosciugamento della piana del Clanio, per mezzo dei quali si ottenne un notevole miglioramento della produzione agricola e in parte si risolse la piaga della malaria.

I lavori di canalizzazione, che facevano parte di un imponente progetto di bonifica relativo a una vasta zona della pianura campana, presero il nome di Regi Lagni, da un’alterazione del nome latino del fiume Clanio, Clanis. I Lagni, che raccolgono anche le acque di scolo delle campagne, confluivano un tempo, attraverso tortuosi canali, a sud di Acerra per poi sfociare vicino al lago Patria.

Durante il periodo spagnolo furono attuate ulteriori bonifiche da Pietro di Toledo e dal Conte di Lemos. Quest’ultimo affidò la direzione dei lavori a Domenico Fontana, che fece ripulire il fondo dei canali, accrescere la pendenza e rettificare il corso di quelli più tortuosi, mantenendo le acque provenienti dai monti separate da quelle risultate dal drenaggio delle campagne. L’opera di bonifica fu sospesa per mancanza di fondi e non fu sufficiente a sanare in modo definitivo la zona.

Altri lavori sul terreno paludoso dei Regi Lagni furono fatti fra il 1730 e il 1750, e anch’essi contribuirono a migliorare la produttività agricola. Significativa fu anche la crescita del numero e dell’importanza dei mercati: ciò spiega la presenza in città di una comunità ebraica, probabilmente raccoltasi in un quartiere a sé stante. Ancora nell’Ottocento però, sotto il governo murattiano, la situazione economica non era florida: colture e allevamenti erano rovinati dall’allagamento delle campagne.

Nel 1858, anno in cui scrive su Acerra lo storico Gaetano Caporale, ci fu il completamento della pavimentazione delle strade e delle piazze che erano ancora in terra battuta e venne costruito un nuovo sistema fognario che incanalava le acque verso i Regi Lagni.

A partire dalla metà del XIX secolo la popolazione di Acerra grazie alla bonifica subì un notevole incremento, per cui le case non furono più sufficienti: la cittadina si estese allora lungo le vie per Pomigliano e per Benevento.

L’Unità d’Italia non arrecò particolari benefici alla città, che fu anche teatro di scontri tra Guardia nazionale e briganti: fra i tanti furono catturati anche i componenti della banda Curcio, uno dei gruppi più pericolosi. Nel 1895 la folla affamata fu protagonista di tre giorni di tumulti durante i quali furono danneggiati gli uffici del dazio e saccheggiate le case di alcuni ricchi possidenti.

Tra il 1900 e il 1914 si registrò in Terra di Lavoro un diffuso calo demografico dovuto alla cospicua emigrazione verso gli Stati Uniti. Tale fenomeno si avvertì particolarmente ad Acerra, dove le condizioni di vita erano particolarmente difficili: basti pensare che i lavoratori agricoli percepivano un reddito annuo di appena trecento lire.

La popolazione riprese a crescere solo dopo la prima guerra mondiale, quando Acerra riaffermò ancora la sua antica funzione di polo di attrazione, non soltanto agricolo, ma anche industriale. Dall’inizio del novecento a oggi la città ha subito nei quartieri sorti attorno al centro storico un rapido e caotico sviluppo, reso possibile dalla totale bonifica delle campagne circostanti.