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Un commento alla poesia del giorno.

La morte del padre segnò indelebilmente l’esistenza e il carattere del poeta, che risentì sempre di quella tragedia familiare, trasferendola anche sul piano della meditazione esistenziale e giungendo alla conclusione che gli uomini sono cattivi e che la terra è un atomo opaco del male. La cattiveria degli assassini del padre si allarga a comprendere tutti gli uomini: il poeta ne ritrarrà un atteggiamento di sgomento di fronte alla vita, una sua tendenza a considerare la famiglia il nido tranquillo fuori del quale c’è cattiveria e violenza.

In questa poesia è messo in risalto il dolore della madre che, rassegnata alla perdita del marito, non si rassegna, però, al fatto che gli assassini non vengono scoperti, e, nella sua ansia di sapere, nella consapevolezza che chi sa tace per viltà o per omertà, chiede alla cavalla di confermare i suoi sospetti. Così l’animale si contrappone alla malvagità degli uomini: la cavalla selvaggia ha per il suo padrone tanto amore che, libera dalle briglie, vincendo il suo istinto alla corsa, lo conduce a casa lentamente come se avesse capito che egli è in agonia; l’uomo civile, invece, uccide a bruciapelo e senza motivo un padre buono e giusto. 

Un commento alla poesia del giorno

Gli intellettuali italiani, sebbene in modi e con prospettive diverse, avevano partecipato attivamente e generosamente, attraverso le loro opere, al moto risorgimentale e naturalmente, proprio perché intellettuali, lo avevano fortemente idealizzato. Era inevitabile che la realizzazione politica di quel gran moto di idee, dovesse essere deludente, ma la svolta presa dal nostro Risorgimento fu davvero troppo diversa dalle aspettative e non solo i mazziniani ma tutti i nostri intellettuali più sensibili ne furono profondamente amareggiati. Essi furono coinvolti nella frattura che si determinò fra i politici e le masse, anche perché peccarono spesso di astrattezza e non furono in grado di comprendere o di accettare svolte politiche determinate di volta in volta dagli eventi reali e dai problemi del nuovo Stato.

Carducci contrappone, all’Italietta in cui gli tocca vivere, i tempi passati, i momenti storici grandi, quelli della Roma antica, quelli dei Comuni. L’Italia ormai avviata sulla via dell’industrializzazione ha sostituito ai vecchi valori morali quelli nuovi dell’arrivismo e dell’aspirazione al benessere: la differenza è troppo netta perché Carducci non senta nostalgia per il passato “eroico”, il disprezzo per l’età presente meschina e piccola in cui gli uomini sono tutti presi dalle “lor picciole cose”. L’eredità di Roma antica è ancora viva e può, secondo Carducci, risvegliare negli Italiani il senso del valore e dell’operosità; tuttavia questa speranza non riesce a fugare il tono triste e venato di pessimismo che aleggia per tutta l’ode: gli uomini sembrano sordi al messaggio che emana da queste grandiose rovine.

Tristezza e pessimismo sono determinati dalla volgarità degli uomini, dalla speculazione edilizia, dalla burocrazia, se non corrotta, inefficiente del nuovo Stato e si visualizzano nell’immagine dei corvi gracidanti e nel suono lento e lugubre delle campane: nemmeno la Chiesa si salva dalla polemica carducciana contro il presente mediocre e indifferente ai veri valori.

Un commento alle poesie del Pascoli postate questa settimana.

Spesso il Pascoli si rifugia nella memoria della fanciullezza e dell’infanzia, viste come uniche età felici. I momenti più autentici della poesia pascoliana sono quelli in cui il contrasto fra presente e passato, fra impressione diretta e simbolo, fra maturità e infanzia si presenta nel modo più consapevole e dà luogo ad un sentimento di turbamento e angoscia e questo si nota soprattutto nelle liriche in cui il poeta si annulla nella natura, in cui la sua coscienza è tutt’uno con i palpiti, i bisbigli, i moti impercettibili della natura.

Nascono da questa disposizione il paesaggio nebbioso con presentimento di morte, il campo mezzo bianco e mezzo nero in cui la malinconia del poeta si esprime attraverso l’accenno all’aratro abbandonato e si identifica nella triste cantilena delle lavandaie nella quale è anche accennato, in due parole, il dramma dell’emigrazione vista come strappo, come dissoluzione del nido e causa di solitudine per chi resta.

Solitudine che risveglia la tristezza dell’aratro abbandonato in un campo, che ci dà il senso di un profondo sgomento e di una sfumata tristezza.

Nasce sempre da questa disposizione ad identificarsi nella natura come fonte di serenità in confronto alla vita che dà paura, la descrizione della sensazione di pace che dà il crepuscolo sereno di un giorno che è stato sconvolto dalla burrasca.

In questa poesia, la sera tranquilla diviene la mia sera ed assurge a simbolo autobiografico, a simbolo della disposizione del poeta ad annullarsi in quella pace della natura che lo riporta prima indietro nel tempo e poi all’idea dell’indefinito, della morte.

Man mano che il paesaggio si rasserena, il Pascoli si allontana sempre più dall’immediatezza delle vicende quotidiane considerate tempestose e si abbandona ai sussurri, ai rumori degli uccelli e del fiume, al fascino rasserenante della natura che persuade alla pace: è una pace, la sua, che ha echi di morte, ma di una morte serena e a lungo vagheggiata come fine della tempesta e dello sgomento diurno.

Note alla poesia del giorno

tacite: dopo la tempesta del giorno il cielo si è rasserenato: l’aggettivo tacite serve appunto a distinguere e sottolineare il fragore del giorno e la pace della sera.

Le tremule foglie… leggiera: la leggera brezza della sera, passando attraverso le foglie (trascorre), le fa vibrare come di gioia.

Si devono aprire: le stelle, addirittura, sbocciano, si aprono come petali di fiori.

fulmini fragili: che son durati poco, fragili nel senso di passeggeri, non duraturi. Il senso della fragilità, cioè della labilità delle cose, è spesso presente nella poesia pascoliana.

cirri… d’oro: rimangono nuvolette sparse che prendono i colori del sole che tramonta  e sembrano rosse alcune, dorate altre.

o stanco dolore… sera: finora il confronto ha riguardato la natura, la tempesta del giorno e la pace della sera, ora la riflessione si trasferisce sul piano personale, autobiografico, ed il poeta, annullandosi in queste voci serene e consolatrici, dimentica il giorno sconvolto dalla tempesta (la vita con le sue delusioni e i suoi dolori) e si raccoglie tutto nelle suggestioni della natura che riesce a far dimenticare la nube del giorno.

La fame… cena: gli uccelli che a causa della tempesta non erano potuti uscire in cerca di cibo, ora finalmente possono cenare e la cena è più lunga e piena di gioia nell’aria rasserenata.

La parte, si piccola… sera: durante il giorno sconvolto dalla tempesta, le rondini (i nidi) hanno sofferto; anche il poeta ha tanto sofferto, la sua vita è stata sconvolta da ansie e dolori, ma ora, al declinare della vita, recupera, come gli uccelli, la sua serenità, la sua sera.

voci di tenebra azzurra: il suono delle campane si effonde nelle tenebre della sera, fino al cielo azzurro.

Mi sembrano… sera: i suoni delle campane, che sembrano invitarlo dolcemente al riposo, ad un lungo riposo, lo riportano al passato, alla sua infanzia ed alla presenza tenera della madre, ma subito la riflessione si smarrisce in una sensazione di infinito (poi nulla), di indeterminato, che è un presagio ed un desiderio di morte, di un porto di quiete, di una sera definitiva che metta per sempre fine alle tempeste.

Note alle poesie

Note alla poesia Sera d’ottobre

ridere: risplendere.

al presepe: alla stalla.

tarde: che procedono lentamente.

foglie stridule: le foglie secche scricchiolano sotto il piede del povero.

Note alla poesia Sogno

Nulla era mutato: da quando il poeta vi era stato l’ultima volta.

Stanco… come da un viaggio: parole semplicissime per indicare anni di pena, di miseria, di umiliazioni, di disperazione, che il poeta dovette affrontare dopo la serie di lutti per cui risultò quasi completamente distrutta la sua già numerosa famiglia; e quello stanco ripetuto al principio del verso successivo rende con efficacia l’immagine di chi, in un attimo di quiete stupita e dolorosa, torna indietro con l’immaginazione e solo allora avverte la stanchezza che quasi non sentiva durante il faticoso cammino.

La gioia di tornare ai luoghi cari è velata dalla pena che dà il pensiero di non trovare più i propri cari.

La gioia è divenuta dolcezza, qualcosa, cioè, di più intimo, di più tenero, ed analogamente la gran pena si è mutata in angoscia muta: lo stato d’animo di chi corre verso i luoghi amati si è trasformato in quello di chi, arrivatovi, si sofferma a considerare fatti antichi e presenti, nella loro irrevocabile e, in questo caso, drammatica realtà.

Note alla poesia del giorno

La bimba che tu, morendo, lasciasti con i lunghi capelli biondi ad anella, cioè la più grandicella delle due Ida. Il poeta si rivolge alla madre morta.

L’ultima, Maria.

Il pensiero de le pie sorelline in convento e della madre morta aveva avuto un effetto determinante nella redenzione del Pascoli che, dopo il carcere, aveva anche meditato il suicidio su la spalletta del Reno, coperta di neve come è da lui stesso ricordato nella nota poesia La voce. Per le sorelle il suo coraggio si ridestò e l’anima sua si purificò (mi detersi l’anima)

E’ questo il giusto orgoglio di chi è riuscito, tra difficoltà e mortificazioni indicibili, a raccogliere sotto lo stesso tetto i superstiti della già numerosa famiglia, costretti sino ad allora a vivere della pietà altrui. Il Pascoli rimase sempre molto legato a queste due sorelle, ed immenso fu il suo dolore quando Ida, nel 1895, lasciò la casa per andare a nozze; da allora rimase solo con Maria, che lo assistette fino alla morte e che, dopo, dedicò la sua vita al culto della memoria del grande scomparso, delle opere del quale curò essa stessa la pubblicazione. E’ morta nel 1953.

Il ricordo dei propri morti, delle sventure, dei patimenti non può consentire di esser felici; ma l’affetto delle persone più care può almeno dare quella serenità che si esterna con un sorriso velato di pia tristezza.

e sempre… le ciglia: e sempre sento che ai miei occhi si affaccia una lacrima come quella che, durante l’agonia, spuntò sulle tue ciglia. Il poeta, insomma, prova lo stesso sentimento di dolorosa tenerezza che dovette provare la madre morente al pensiero delle due sue creature più piccine.

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.

Arte – Cultura – Personaggi Un commento alla Poesia

Adelchi

Nell’Adelchi, la tragedia in cinque atti che il Manzoni scrisse dal 1820 al 1822, si narra la drammatica fine del dominio del Longobardi in Italia per opera del re dei Franchi Carlo Magno, e l’azione comprende le vicende di tre anni, dal 772 al 774.

Carlo Magno, invocato dal papa Adriano I, scende in Italia, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio e sorella del valoroso e generoso Adelchi; dopo che invano l’esercito franco ha cercato di attraversare il valico situato tra le montagne alpine che segnavano il confine tra i due regni, Carlo Magno riesce a sorprendere alle spalle l’esercito longobardo col provvidenziale aiuto del diacono Martino, e successivamente espugna ad una ad una le città nelle quali sono andati a chiudersi Desiderio, Adelchi e i pochi duchi rimasti fedeli.

L’infelice Ermengarda, che, malgrado la terribile offesa ricevuta, è ancora innamorata del marito Carlo, si spegne, consunta dal dolore, nel monastero di Brescia, prima che la città cada nelle mani dei Franchi.

La tragedia si conclude con la morte di Adelchi dinanzi allo sguardo fatto pietoso di Carlo ed a quello di Desiderio prigioniero.

Il coro di Ermengarda

L’azione del coro si svolge nel giardino del monastero di San Salvatore, a Brescia, dove Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi, si è ritirata, in cerca di una pace dello spirito che non riesce a trovare, innamorata com’è, ancora, del marito Carlo Magno che per ragion di Stato l’ha ripudiata.

Ermengarda muore consunta dal dolore, mentre il regno longobardo crolla sotto i colpi dei Franchi vittoriosi. Ma la vicenda terrena della sventurata donna perde in questo coro le sue caratteristiche di concretezza e di contingenza per innalzarsi su un piano ideale, quello, per dirla col Manzoni, della “provida sventura”.

Note e commenti alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Un’immagine della Roma Belliana – Un particolare di Piazza di Spagna