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Arte – Cultura – Personaggi Un commento alla Poesia

Adelchi

Nell’Adelchi, la tragedia in cinque atti che il Manzoni scrisse dal 1820 al 1822, si narra la drammatica fine del dominio del Longobardi in Italia per opera del re dei Franchi Carlo Magno, e l’azione comprende le vicende di tre anni, dal 772 al 774.

Carlo Magno, invocato dal papa Adriano I, scende in Italia, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio e sorella del valoroso e generoso Adelchi; dopo che invano l’esercito franco ha cercato di attraversare il valico situato tra le montagne alpine che segnavano il confine tra i due regni, Carlo Magno riesce a sorprendere alle spalle l’esercito longobardo col provvidenziale aiuto del diacono Martino, e successivamente espugna ad una ad una le città nelle quali sono andati a chiudersi Desiderio, Adelchi e i pochi duchi rimasti fedeli.

L’infelice Ermengarda, che, malgrado la terribile offesa ricevuta, è ancora innamorata del marito Carlo, si spegne, consunta dal dolore, nel monastero di Brescia, prima che la città cada nelle mani dei Franchi.

La tragedia si conclude con la morte di Adelchi dinanzi allo sguardo fatto pietoso di Carlo ed a quello di Desiderio prigioniero.

Il coro di Ermengarda

L’azione del coro si svolge nel giardino del monastero di San Salvatore, a Brescia, dove Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi, si è ritirata, in cerca di una pace dello spirito che non riesce a trovare, innamorata com’è, ancora, del marito Carlo Magno che per ragion di Stato l’ha ripudiata.

Ermengarda muore consunta dal dolore, mentre il regno longobardo crolla sotto i colpi dei Franchi vittoriosi. Ma la vicenda terrena della sventurata donna perde in questo coro le sue caratteristiche di concretezza e di contingenza per innalzarsi su un piano ideale, quello, per dirla col Manzoni, della “provida sventura”.

Note e commenti alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Un’immagine della Roma Belliana – Un particolare di Piazza di Spagna

L’angolo della Poesia

Un commento alla Poesia di Carlo Porta “La nomina del Cappellan

In questo brano del Porta la satira è amara: ci fa pensare al Parini del Giorno ma con una diversa coscienza morale e civile. Per Parini la nobiltà era ancora la vera classe dominante ed egli ne lamentava i vizi proprio perché non si addicevano a chi doveva dirigere la società; per il borghese Porta nobiltà e clero sono ormai classi parassitarie e non esercitano su di lui alcun fascino, al contrario gli si rivelano nel loro egoismo e nella loro meschinità. La denuncia non è aperta, la condanna non viene espressa direttamente dal poeta, ma attraverso le condizioni che il maggiordomo, portavoce della marchesa, detta agli aspiranti: ecco il vero volto della aristocrazia ricca, vuota, che gioisce nell’umiliare gli altri, ed ecco il vero volto del clero i cui interessi materiali feriscono profondamente la sincera religiosità portiana.

D’altronde la satira contro il clero raramente è ateistica, in genere viene esercitata proprio da chi ha una sincera fede religiosa e non sopporta comportamenti interessati e gretti in chi dovrebbe seguire gli insegnamenti del Vangelo. E quindi il poeta si impegna qui civilmente a denunciare piccoli vizi, piccoli peccati che però sono la causa di più grandi mali; ed uno dei mali peggiori è per lui la mancanza di religiosità. Egli pone, così, sul piano del quotidiano, che è pur sempre nella storia, lo stesso problema che Manzoni pone sul piano più grandioso della morale e della storia.

Le condizioni stabilite dal maggiordomo dovrebbero fare andar via indignati i sacerdoti: essi invece pensano solo ai vantaggi materiali che potranno trovare a casa della nobildonna (pranzi abbondanti, conoscenze importanti, piccoli privilegi) e quando avviene la selezione spontanea dei concorrenti, è a causa del fatto che non sanno giocare a tarocchi o perché non se la sentono di portare a spasso la cagnetta, ma nessuno si indigna per dover dire la messa quando la marchesa è comoda o per doverla celebrare in un quarto d’ora.

Note alla poesia Il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet – postata ieri e oggi.

L’han giurato… Pontida: il 7 aprile 1167 nel convento di San Giacomo a Pontida, presso Bergamo, si riunirono i rappresentanti delle città aderenti alla Lega Lombarda contro il Barbarossa e giurarono di difendere la libertà dei Comuni dagli abusi dell’autorità imperiale.

venti città: le città furono in effetti 19.

pennon: bandiera.

sul cener… abituro: sulle ceneri della casa incendiata dagli invasori. Sembra evidente l’allusione alla distruzione di Milano, per opera di Federico Barbarossa, nel 1162.

la lombarda… siede: la donna lombarda non se ne sta più inerte e affranta.

Ella è sorta: ella si è scossa, ha deciso di lottare.

frugali: semplici, modeste, contente di poco.

contente agli sposi: contente dell’amore coniugale.

voi che i figli… dubbiosi: voi, della cui forza i figli non nutrono alcun dubbio.

spiraste il voler: ispiraste, determinaste la volontà di lottare.

Perché ignoti… retaggio?: perché degli stranieri che non ebbero antenati nella nostra terra vi stanno come se l’avessero avuta in eredità (retaggio) dai padri?

una terra… fruir: forse che Dio non ha dato anche a loro una patria ed il possesso (fruir) di usi (costumi) e lingua propria? Così come in Manzoni (una d’arme, di lingua, d’altare/di memoria, di sangue e di cor) l’idea di nazione non è solo politica o geografica, ma comprende tutte le espressioni, gli usi, le credenze di un intero popolo e costituisce il suo patrimonio.

Maladetto… rapir: è già l’idea mazziniana del diritto-dovere alla libertà; pertanto è maledetto chi si appropria (usurpa) ciò che è di altri, ma anche chi si lascia depredare (rapir) della patria che Dio gli ha assegnata. Dio ha creato gli uomini liberi, ha assegnato loro una patria e nessuno ha diritto di appropriarsi di quella altrui; è questo il concetto romantico del nazionalismo, il diritto-dovere di ogni nazione.

squilla: campana.

Chi ha in feudo una villa: chi ha in beneficio un paese.

ch’ei giurò: al quale giurò fedeltà.

dubbiezze: incertezze, dubbi.

Federigo?: Federico I di Svevia detto il Barbarossa (1152-1190) lottò a lungo contro i Comuni italiani scendendo in Italia ben sei volte e la sesta volta fu definitivamente sconfitto a Legnano il 29 maggio 1176 dalla Lega Lombarda. Morì nel fiume Salef in Cilicia durante la III Crociata.

brando: spada.

Questi: i soldati di Federico.

predando: depredando, rubando.

Che monta?: che conta, che importa?

onde ai figli fer dono: che diedero ai loro figli.

irto: rozzo, incivile.

increscioso: odioso.

vi sortì: vi ha dato in sorte, vi ha assegnato.

Vaghe figlie… amore: belle fanciulle in attesa di offrire il vostro cuore.

chi un sopruso… ricordi: chi ha subìto (patito) una ingiustizia (sopruso) se ne ricordi ora per vendicarsi.

ingordi: uomini avidi, predatori.

del fulvo lor sir: del loro re dalla barba rossa.

Libertà… volenti: la libertà non viene meno (non fallisce) a chi fortemente la desidera (ai volenti).

addita: indica.

promessa a chi… desir: è una promessa a chi dedica (ponvi = vi pone) la vita alla sua conquista, non un premio per chi senza far nulla (inerte) si limita a desiderarla.

i paterni suoi fochi: i fuochi della sua casa paterna.

qui sconti dolor per dolor: sia punito qui scontando con le proprie sofferenze le sofferenze inflitte agli altri.

Un commento alla poesia del giorno

L’urne de’ forti

E’ questa la parte centrale del carme Dei Sepolcri, il capolavoro foscoliano, composto nel 1806 e pubblicato l’anno successivo a Brescia. Il motivo occasionale del carme è indicato, dai più, nelle conversazioni che il poeta ebbe con il Pindemonte, che stava componendo un poemetto sui Cimiteri, e nella minacciata estensione all’Italia dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, del 1804, che vietava il seppellimento dei morti nelle chiese e negli abitati cittadini e istituiva una commissione di vigilanza sulle epigrafi funebri: questo problema, però, non era nuovo, perché era stato affrontato in sede legislativa e in sede morale e letteraria anche prima dell’editto napoleonico.

Comunque il Foscolo, pur concesso che abbia tratto la sua ispirazione da vicende reali e appassionanti, innalza il suo canto al di sopra di ogni contingenza, portandolo su un piano ideale nei quali convergono gli eterni miti e le universali aspirazioni dell’umanità posta dinanzi al mistero della morte. La tomba è l’unico tramite che unisce i defunti ai viventi, è il mezzo concreto e spirituale assieme che alimenta l’aspirazione ad una sopravvivenza che ci è concessa solamente in tal senso: la tomba, insomma, stabilisce una “corrispondenza d’amorosi sensi” addirittura divina, che ci fa credere, finché siamo vivi, che di noi sopravvivrà qualcosa nel ricordo dei nostri cari.

Il brano scelto, occupa, come s’è detto, la parte centrale del carme (che complessivamente consta di 295 endecasillabi sciolti), e con esso ha inizio la seconda parte dell’opera, quella in cui è celebrato il valore delle tombe degli uomini illustri: in tempi di miseria politica delle nazioni, dice il poeta, rimane sempre intatto il patrimonio spirituale della patria custodito nelle tombe dei grandi; l’Italia, in un solo tempio, accoglie i resti mortali di Machiavelli, di Michelangelo, di Galileo e di Alfieri; e da quel tempio, da Santa Croce in Firenze, gli italiani trarranno gli auspici quando “speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all’Italia”.

Note sul Carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo

L’affermazione introduttiva al discorso di tutto il brano: “Le tombe (l’urne) dei forti, o Pindemonte, spingono (accendono) l’animo degli uomini forti ad imprese egregie, e rendono bella e santa agli occhi del forestiero (al peregrin) la terra che le accoglie”. Ippolito Pindemonte, veronese, visse dal 1753 al 1828, e di lui ancor oggi si ricorda la traduzione dell’Odissea: come poeta, non si solleva dalla mediocrità, per la mancanza di originalità e di fantasia.

Io è soggetto di gridai, undici versi più sotto. Il senso è questo: quando io vidi le tombe di Machiavelli, di Michelangelo e di Galileo, a Santa Croce, gridai: beata te Firenze ecc.

Niccolò Machiavelli, il grande pensatore politico e storiografo fiorentino vissuto dal 1469 al 1527, è qui ricordato come autore del Principe, ma il suo pensiero è interpretato erroneamente: infatti il Machiavelli nell’opera sua maggiore non volle rivelare alle genti quanti dolori e quante infamie si celassero dietro il fasto dello scettro (interpretazione errata che fu di molti studiosi e, specialmente, di Rousseau e degli Illuministi), ma volle più semplicemente ammaestrare i principi nell’arte del governo degli Stati.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) fu scultore, pittore, architetto, poeta fra i più grandi di ogni tempo. Qui è ricordato come ideatore della cupola di San Pietro, in Roma, la cui grandiosità è paragonabile a un monte.

Galileo Galilei (1564-1642), studioso genialissimo di geometria, di astronomia, di fisica, fu assertore della teoria copernicana, o eliocentrica, e perciò egli sotto la volta celeste (l’etereo padiglion) vide in movimento attorno al Sole, che fermo (immoto) li irradia, pianeti e satelliti (più mondi); le sue scoperte sgombrarono degli errori le vie del firmamento, per le quali più libero poté spaziare successivamente  il genio dell’Anglo, cioè di Isacco Newton (1642-1727), che per primo intuì la legge di gravità universale.

Te: Firenze.

lavacri: corsi d’acqua.

Lieta: quasi compiaciuta della benignità del tuo clima.

mille di fiori… incensi: mandato al cielo mille profumi (incensi) di fiori.

“tu, o Firenze, fosti la prima ad ascoltare la poesia di Dante (il Ghibellin fuggiasco), con la quale egli dette sfogo al suo animo esacerbato (allegrò l’ira)” Dante Alighieri (1265-1321) visse nel periodo delle lotte tra guelfi e ghibellini nel senso proprio della parola; egli in verità sosteneva che entrambi i poteri, quelli del papato (guelfo) e quello dell’impero (ghibellino), dovessero essere esercitati rispettivamente nel campo spirituale ed in quello temporale; fu, insomma, un “guelfo bianco”, come si disse ai suoi tempi, e con il suo pensiero mirava a conciliare le due opposte concezioni che dividevano il mondo di allora. Ma venne esiliato da Firenze, e il suo canto fu, secondo il Foscolo, uno sfogo alla sua ira. Che poi Firenze abbia ascoltato per prima il canto del suo grande figlio, che, cioè, Dante abbia cominciato a comporre la Divina Commedia mentre era ancora a Firenze, prima dell’esilio, è questione assai controversa, che trova sostenitori (pochi) ed oppositori (molti) accaniti.

“e tu, o Firenze, desti i genitori (parenti, alla latina) e la lingua a Francesco Petrarca, a quel dolce labbro della musa Calliope il quale seppe dare un significato spirituale e divino (rendea nel grembo a Venere Celeste) all’amore, che presso i Greci e i Romani era stato inteso in modo sensuale e pagano (nudo), adornandolo di un velo candidissimo di purezza”. Francesco Petrarca (1304-1374) fu figlio di fiorentini ma nacque ad Arezzo: amò una certa Laura, e per lei scrisse moltissime poesie, raccolte nel cosiddetto Canzoniere. Qui è detto dolce di Calliope labbro impropriamente, perché Calliope era la musa della poesia epica, ma il Foscolo, tenendo presente il significato greco del nome (= bella voce), la indica come protettrice della poesia in generale.

un tempio: Santa Croce, in Firenze.

mal vietate: mal difese.

Ecco l’utilità delle tombe degli uomini illustri: quando la speranza di gloria rifulgerà prima nei coraggiosi petti di pochi e poi, trascinatrice, in quelle di tutti gli italiani, trarremo da esse ispirazione e sprone a egregie cose.

a questi marmi: alle tombe di Santa Croce.

Vittorio: Alfieri (1749-1803), il grande astigiano, autore tra l’altro, di famosissime tragedie. Egli, in un’opera autobiografica, la Vita, a proposito di un viaggio a Firenze compiuto nel 1766, scrive “… arrivammo a Firenze in fin d’ottobre… Vi si fece soggiorno per un mese; e là pure, sforzato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea, senza nessun senso del bello, massime in pittura: gli occhi miei essendo molto ottusi ai colori… La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fermassero; e sulla memoria di quell’uomo di tanta fama feci una qualche riflessione: e sin da quel punto sentii fortemente che non riuscivano veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciato alcuna cosa stabile fatta da loro”. Ma qui il Foscolo allude al lungo soggiorno dell’Alfieri a Firenze, durante gli ultimi dieci anni circa della sua vita, quando spesso visitava Santa Croce.

Irato a’ patrii Numi: i Numi tutelari della patria, che tolleravano che l’Italia fosse serva e derisa.

desioso: con la speranza, cioè di trovare consensi al suo muto dolore e di intravvedere segni di riscossa dal torpore e dall’inettitudine in cui tutti versavano.

vivente aspetto: vivo segno di una qualsiasi attività negli uomini e nelle cose.

molcea: addolciva, leniva.

qui posava l’austero: quell’uomo austero si rifugiava qui, a Santa Croce.

il pallor della morte vicina, o, meglio il pallore determinato dalle sofferenze morali per le sventure della patria, e la speranza che quello stato di abbandono cessasse per il risveglio degli italiani.

fremono: il verbo è qui attivo, latinamente; diremmo meglio: e le sue ossa fremono di amor di patria.

Un commento alla Poesia del giorno

  1. Ritorna in prigione: ripiomba cioè, nello stato d’animo che aveva mentre era in prigione. E’ da ricordare che la poesia fu scritta a Brancaleone Calabro, dove Pavese era confinato, nell’ottobre 1935.
  2. L’idea di libertà si identifica, per il carcerato, con la libera, velocissima corsa delle lepri. Ma, una volta libero, l’uomo si ritrova oppresso dalla nebbia d’inverno, dai muri di strade, dall’acqua fredda, e la “prigione” rivive ogni volta che morde in un pezzo di pane.
  3. dopo: quando sarà tornato in libertà.
  4. che sapeva di lepre in prigione: che richiamava il pensiero della libertà.

Un commento alla poesia

Il ricordo della prigione non abbandona mai l’uomo che vi è stato. La libertà sognata fra le mura di un carcere non si riacquista uscendone, perché l’isolamento materiale si trasforma in solitudine esistenziale per l’uomo. E’ il concetto essenziale di questa poesia.

I campi arati, il ciuffo di rovi spogliati lungo l’argine, già verde in agosto e, prima, i riferimenti alla città, all’osteria, alla stalla, richiamano il giudizio espresso dallo stesso Pavese su Lavorare stanca, sua prima raccolta poetica, definita “L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.