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Curiosando qui e là

Come bevono gli elefanti

Utilizzano la proboscide, una struttura costituita dal labbro superiore e dal naso.

Dopo avere risucchiato l’acqua nella proboscide, più di 10 litri alla volta, gli elefanti infilano la punta dell’organo in bocca e ne fanno zampillare l’acqua.

Un elefante maschio può bere 212 litri di acqua in quattro minuti e 36 secondi.

Con la proboscide in bocca, gli elefanti possono ingerire l’acqua e respirare contemporaneamente perché le parti iniziali dei canali per la respirazione e l’alimentazione sono separate, a differenza di quanto avviene per l’uomo: acqua e aria dunque non si possono mescolare.

Anche i neonati umani sono in grado di poppare e insieme respirare dal naso, come gli altri mammiferi. Dopo pochi mesi, però, cambiamenti nella struttura del palato molle, fanno sì che il canale dell’aria e quello per bere si uniscano: ciò rende l’uomo incapace di respirare e bere insieme.

Quando gli elefanti sono molto giovani, non sono in grado di coordinare i muscoli della proboscide, e risolvono il problema bevendo direttamente con la bocca, piegandosi sulle zampe anteriori. Comunque, fin dalla nascita bevono e respirano contemporaneamente con facilità.

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Come mai le portate a pranzo hanno l’ordine che conosciamo.

L’ordine delle portate è stato ufficialmente stabilito dallo chef Auguste Escoffier che, in Le livres des menus (1912), enunciò il principio della “sequenza armonica e intelligente”

Fino ad allora, durante il pranzo ciascuno si serviva a piacimento di varie portate, lasciate contemporaneamente sulla tavola.

Escoffier suggerì di introdurre il “servizio alla russa” nel quale ogni piatto viene servito singolarmente al commensale.

Il menu si apre con la minestra, asciutta o in brodo, seguita dall’antipasto. Tra i secondi, il pesce va servito prima delle carni, le carni bianche prima di quelle rosse. Nel contorno e nelle guarnizioni non ci devono essere ripetizioni. Il dessert comprende formaggi, dolci o gelati e frutta.

Alcuni consigli su come scandire il pranzo risalgono però a periodi precedenti: nel 1266 “dominus Pancia” prescrive un limone per cominciare e frutta per terminare il pasto.

Sulle tavole rinascimentali si suggeriva di alternare servizi freddi e caldi.

Vincenzo Corrado nel 1778, introdusse la regola della zuppa al primo posto e del caffè all’ultimo.

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Esperimento di magia

Una banconota o addirittura il dito di una mano prende fuoco senza però bruciare.

Materiale occorrente

Una banconota preferibilmente di grosso taglio, il dito di una mano, normale benzina super raffinata (va benissimo quella che si usa per ricaricare gli accendini del tipo Zippo) e un accendino.

Esecuzione

Prendete una banconota preferibilmente di grosso taglio, arrotolatela dal lato lungo fino ad avere un tubo lungo quanto la banconota e largo un dito, versate su un terzo del tubo la benzina e subito date fuoco mantenendolo in posizione verticale…

Dopo qualche secondo soffiate con decisione sulle fiamme e mostrate a tutti la banconota, perfettamente integra.

Con lo stesso procedimento potreste bagnarvi il dito pollice di benzina, dargli fuoco tenendolo in verticale… e poi soffiare!

Spiegazione

Questi due esperimenti “magici” sono possibili grazie alla forte evaporazione della benzina, che crea un’invisibile patina protettiva.

Attenzione

La patina protettiva dura pochi secondi: prima di usare vere banconote, esercitatevi con un qualunque foglio di carta.

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Perché nacquero gli scontri tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord?

La questione irlandese ha origini antiche. L’Irlanda è stata cristianizzata nel V secolo da San Patrizio, che ne è ancora oggi il patrono.

L’isola è stata però colonizzata dalla monarchia inglese nel 1300. In seguito, quando re Enrico VIII impone la riforma protestante anglicana (1534) e si proclama re d’Irlanda (1541), lo scontro con l’Inghilterra cessa di essere solo espansionistico e diventa anche religioso.

Nel secolo successivo altre terre vengono affidate a coloni protestanti, ma è solo alla fine del 1600, grazie alla vittoria del nuovo re protestante Guglielmo III d’Orange sul pretendente cattolico al trono, Giacomo II Stuart, che il controllo inglese sull’isola diventa totale: vengono introdotte le Leggi Penali, che di fatto impediscono la professione della religione cattolica in Irlanda.

Nel 1916 viene proclamata la Repubblica d’Irlanda, non riconosciuta dagli inglesi e con essa nasce anche l’esercito che dovrebbe difenderne i confini e che esiste ancora oggi: l’Irish Republican Army (Ira).

Tra il 1919 e 1921, la guerra d’indipendenza irlandese impone al parlamento inglese la Partizione dell’Irlanda: le 6 contee nord-orientali, con la città di Belfast, a maggioranza protestante, restano parte del Regno Unito, le altre 26 contee, tradizionalmente cattoliche, formano lo Stato Libero d’Irlanda, che nel 1948 assume ufficialmente il nome di Repubblica.

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Sono utili i cerotti per il naso?

I cerotti nasali (dilatatori nasali) sono costituiti da due barrette di plastica semirigida.

Grazie ad un materiale adesivo che aderisce alla pelle dilatano la parte superiore della narice lasciando di conseguenza passare una maggiore quantità d’aria.

Vengono utilizzati soprattutto dagli atleti perché si ritiene migliorino le loro prestazioni.

Secondo alcuni studi scientifici, si limiterebbero però a facilitare la respirazione: in un indagine i ricercatori non hanno riscontrato differenze legate all’applicazione dei cerotti sui ciclisti. Tuttavia, applicati durante un’attività fisica moderata, ritardano il cosiddetto switch point, il momento in cui l’aumentato bisogno di ossigeno costringe a passare dalla respirazione nasale a quella per bocca, con la conseguenza che l’aria inspirata, non riscaldata dal passaggio nella cavità nasale, irrita gola e trachea favorendo le malattie da raffreddamento.

Chi russa può trarre beneficio dai cerotti, ma solo nel caso in cui il passaggio dell’aria sia ostacolato da una congestione delle vie aeree dovuta ad allergia o raffreddore. In una situazione simile i cerotti riescono a ridurre di circa il 30 per cento la resistenza che l’aria incontra quando viene inspirata. Se l’impedimento è invece dovuto a caratteristiche anatomiche, ossia alla struttura del setto nasale, i dilatatori non possono fare nulla.

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Chi copre i vagoni delle metropolitane coi graffiti è autorizzato a farlo?

I disegni che appaiono sui vagoni delle metropolitane vengono realizzati di notte da gruppi spontanei di graffitisti.

Si tratta di una espressione figurativa nata nel quartiere newyorkese del Bronx negli anni settanta, come forma di contestazione.

I treni, così come le stazioni, sono uno dei bersagli preferiti: i disegni infatti vengono visti da più persone rispetto a quelli che appaiono sui muri. Inoltre, personalizzare un convoglio, in teoria vigilato e sul quale non è facile agire indisturbati, ha il senso di una sfida.

Infine, decorare una superficie metallica permette di utilizzare meno vernice rispetto a quella necessaria per una parete porosa.

I graffitisti effettuano le spedizioni di notte, entrando nelle gallerie della metropolitana attraverso i tombini, o direttamente dalle banchine. I tempi di realizzazione variano da un minimo di 10 fino a 40-50 minuti, a seconda del soggetto scelto.

L’operazione è illegale, in quanto atto di danneggiamento della proprietà pubblica. Le sanzioni sono stabilite a livello comunale e a queste si aggiunge, in caso di denuncia da parte del proprietario della struttura interessata, il rimborso dei danni, che viene deciso in sede giudiziaria.

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Il cammino della scrittura

I primissimi simboli associabili con la scrittura, tralasciando i pittogrammi preistorici, compaiono sui gettoni utilizzati dai Sumeri per ufficializzare contratti commerciali (8500 a.C.), ma il primo sistema di scrittura articolato è il proto-cuneiforme, le cui tracce più antiche sono state localizzate con gli scavi nella città babilonese di Uruk (4100/3800 a.C.).

Dalla A alla Z. I geroglifici fanno la loro apparizione in Egitto intorno al 3000 a.C., mentre l’alfabeto fenicio, dal quale erano assenti le vocali, risale al 1500 a.C.

Le vocali fanno la loro apparizione nel primo alfabeto greco (750 a.C.), e nel 500 a.C., con la nascita dell’alfabeto latino, si pongono le basi definitive delle lettere che usiamo ancora oggi.

Si va in stampa. Per scrivere, i Sumeri utilizzavano tavolette d’argilla, gli egizi fogli di papiro, ma è con l’invenzione della pergamena (pelle di pecora trattata) a opera di Eumene II di Pergamo, nel 200 a.C., e soprattutto della carta (avvenuta in Cina nel 105 d.C.) che scrivere diventa pratico. Con l’invenzione della stampa a opera di Johann Gutenberg (1452), la scrittura diventa accessibile a tutti.

Nei secoli successivi nascono i vocabolari (il primo italiano è del 1612, per opera dell’Accademia della Crusca). Ma bisogna attendere il 20° secolo e le scuole pubbliche per parlare di alfabetizzazione di massa.

E Platone scrisse “No alla scrittura!”

Platone (427-347 a.C.) fu un convinto detrattore della scrittura, che “finge di ricreare fuori della mente ciò che può esistere solo al suo interno”.

Addio memoria. Sosteneva inoltre che la scrittura “distrugge la memoria, perché chi la usa cesserà di ricordare” e che “il testo scritto è inerte, perché interrogandolo non si hanno risposte”. Per dare forza alle sue riflessioni, però, Platone fu costretto a scriverle…