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Curiosando qui e là

Quando è nato l’orologio da polso e perché si porta a sinistra

I primi congegni rudimentali in cui l’orologio da tasca compare al polso, furono introdotti nel 1820. Si trattava di grossi bracciali con orologio incorporato, a uso esclusivamente femminile.

Nei primi anni del 1900 questo modello fu perfezionato, e all’orologio vennero attaccate due anse per fissare il cinturino.

L’orologio si porta d’abitudine al polso sinistro, prima di tutto per questioni di praticità. La mano destra, infatti e, per la maggior parte delle persone, quella più usata. Dunque deve restare più libera possibile. L’orologio, sul braccio che svolge molte azioni, è poi più soggetto a rischio di rotture.

I mancini però non sempre invertono la posizione, perché subentrano questioni di tradizioni.

In alcuni Paesi, per esempio quelli arabi, l’orologio si porta più spesso al polso destro.

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A quando risale l’usanza di celebrare i matrimoni suonando la marcia nuziale?

La prima a scegliere la marcia nuziale, per le sue nozze con Guglielmo di Prussia nel 1858, fu la principessa Victoria, figlia della regina Vittoria d’Inghilterra.

Il brano è tratto dal Lohengrin di Richard Wagner, e sottolinea nell’opera il matrimonio tra Lohengrin ed Elsa di Bramante. L’opera era stata messa in scena per la prima volta nel 1850. La grande diffusione è però legata al fascino che il gusto europeo esercitava sulle classi agiate americane di fine ‘800: un diplomatico, di ritorno a New York dopo un viaggio in Europa, suggerì a un’ereditiera che stava per sposarsi di scegliere la musica di Wagner per il corteo d’ingresso.

Da allora ebbe inizio la fortuna del brano, che ora accompagna, in concorrenza con la marcia nuziale tratta dal Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelsshon, i cortei matrimoniali in tutto il mondo.

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Dalla pianta alla scrivania: la fabbricazione dei “pastelli” – Matite colorate ecco come nascono.

La qualità dipende dal legno: per quelle più pregiate è di cedro incenso californiano, ma ottime sono anche quelle di pino o di ginepro.

Atossica

Il cuore di una matita colorata è però la mina, un impasto di caolino (argilla bianca pregiata) e cera d’api, cui vengono aggiunti i pigmenti coloranti. Una buona matita ha la mina di colore uniforme, senza striature: significa che l’impasto è stato ben dosato. I pigmenti sono gli stessi usati nell’industria alimentare, visto che i pastelli finiscono soprattutto in mano ai bambini in età prescolare, che li usano per disegnare.

Selezionata

Per fabbricare una matita si parte dalla pianta, che viene selezionata in appositi vivai e poi fatta crescere in piantagioni molto vaste (molte si trovano in America del Sud). Dalle piante si ottiene il legname, tenero, privo di nodi e a fibra diritta, dal quale ricavare delle tavolette spesse circa 5 mm.

Laccata

Le tavolette vengono asciugate e sagomate in modo da poter accogliere la mina. A ogni tavoletta con la mina ne viene sovrapposta e incollata un’altra, speculare. Il sandwich così ottenuto viene tagliato da un’apposita macchina in singole matite grezze, che vengono laccate in media con cinque strati di lacca colorata per renderle inattaccabili dai batteri, temperate da un’altra macchina e infine inscatolate.

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Come fanno gli attori a imparare a memoria un lungo copione?

Ciò che consente agli attori di ricordare un intero copione non è la ripetizione delle battute, ma l’analisi approfondita del testo da recitare.

L’attore infatti, per capire come interpretare il personaggio analizza la parte parola per parola, questo lavoro di scomposizione è utile alla memoria perché costringe a collegare ogni parola a un pensiero, un giudizio o una sensazione.

L’associazione fa sì che le parole si fissino poiché il cervello procede per assimilazione, collegando le nuove informazioni a conoscenze che già possiede.

Un elenco di vocaboli si ricorda meglio persino quando alle parole si associano anche solo aggettivi come “bello” o “brutto”. Uno studio pubblicato ha dimostrato che gli attori di teatro sono in grado di recitare una commedia anche cinque mesi dopo l’ultima rappresentazione e, per riuscirvi, non hanno bisogno dei riferimenti forniti da scenografia e contesto.

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Perché l’abbronzatura al mare è diversa da quella in montagna?

La differenza di tonalità tra la pelle abbronzata al mare, che assume un colore rosso-ramato, e quella in montagna, più gialla e bruna, è dovuta ai diversi tipi di raggi ultravioletti che predominano in questi ambienti.

Le variazioni di colore sono molto marcate i primi giorni di vacanza, ma svaniscono dopo 15 giorni di esposizione al sole.

Al mare sono gli ultravioletti B, o Uvb, a prevalere nella luce solare: inizialmente sollecitano una categoria di cellule dell’epidermide.

I cheratinociti, che producono, per reazione, sostanze con proprietà vasodilatatrici, che provocano un aumento dell’afflusso sanguigno e l’arrossamento tipico dei primi giorni di esposizione al sole.

Solo in un secondo momento gli Uvb sollecitano altre cellule, i melanociti, che contengono il pigmento melanina. L’abbronzatura passa allora progressivamente dal rosso al bruno.

In montagna, invece, prevalgono gli Uva. Questi ultimi agiscono prevalentemente sui melanociti: dunque provocano fin dall’inizio un’abbronzatura più scura.

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Perché sui vini c’è solo il luogo di produzione, mai la provincia?

Sull’etichetta di un vino è obbligatorio indicare volume, imbottigliatore, gradazione, alcool effettivo, sede di produzione (se il vino è Doc) o di imbottigliamento (negli altri vini).

Bisogna però indicare solo il Comune (o la frazione) e lo Stato, mentre è vietato indicare la provincia. L’etichettatura dei vini è regolata da una normativa europea, nata dall’esigenza di uniformare il tipo d’informazione fornita, in modo che sia identica in tutti gli Stati comunitari.

Amministrativamente infatti, le province sono in Italia, mentre in Francia ci sono i départements e in Inghilterra le county.

In realtà in Italia la sigla della provincia viene riportata, ma la si trova accanto al numero del registro di imbottigliamento, assegnato ad ogni produttore dall’Istituto Repressione Frodi, sulla capsula, in alluminio, stagno o plastica, che avvolge il tappo.

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Che cos’è e come funziona una piattaforma inerziale.

La piattaforma inerziale è uno strumento che si trova a bordo di aerei e razzi con il compito di calcolare la posizione dell’aeromobile e la rotta da seguire. Questo permette una navigazione autonoma.

Le prime piattaforme che erano dotate di giroscopi meccanici (oggetti cilindrici o sferici in rotazione, in grado di indicare direzioni prefissate), hanno ormai ceduto il posto a quelle basate su giroscopi laser, all’interno dei quali due fasci di luce si muovono in verso opposto lungo un percorso triangolare o quadrato. Quando, a seguito dei movimenti di rollio e beccheggio dell’aereo o del razzo, il tratto che i due fasci devono percorrere per giungere a uno specchio, dove vengono miscelati non è uguale per entrambi, sullo specchio stesso si formano frange d’interferenza.

Da queste è possibile estrapolare matematicamente con estrema precisione gli angoli di rotazione del veicolo, ricavandone così gli assetti che possono essere cambiati di conseguenza.

L’abbinamento del giroscopio laser con accelerometri ad alta precisione ha permesso di realizzare piattaforme inerziali di un’estrema accuratezza.