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Gli Equidi – 8 – L’Asino domestico

La domesticazione dell’Asino è avvenuta assai prima di quella del Cavallo. Antenati dell’Asino Domestico (Equus asinus asinus) sono da considerarsi tutte e 3 le sottospecie dell’Asino selvatico africano, in particolare quella della Nubia; esemplari di quest’ultima sottospecie furono addomesticati per la prima volta attorno al 4000 a. C. nella valle inferiore del Nilo e successivamente anche in Arabia, in Nordafrica e nelle regioni orientali del continente. Ove il territorio di diffusione dell’Asino selvatico della Nubia si sovrapponeva a quello dell’Asino selvatico della Somalia, ad esempio nell’Etiopia settentrionale, nacquero degli ibridi; per tale ragione, nella maggior parte degli Asini domestici compaiono caratteri presenti in entrambe le sottospecie. In Europa l’Asino giunse nel II millennio a. C., e cioè nell’età del bronzo, probabilmente trasportatovi dagli Etruschi provenienti dall’Asia Minore, che si erano stabiliti in Italia; in Grecia fu introdotto, via mare, dalla Siria, e in seguito si espanse via via in altri paesi, diffondendosi in tutta l’Europa meridionale.

Per la sua utilità era assai apprezzato dai Romani, che se ne servivano anche per sacrifici agli dei; molti secoli più tardi, nel 1500, gli spagnoli, dopo aver conquistato il Sudamerica, insediarono nelle nuove terre anche questi Equidi, che si dimostrarono estremamente utili come animali da soma soprattutto nelle regioni delle Ande e cioè in Cile e in Perù.

Un tempo gli Asini erano utilizzati, tra l’altro, nel trasporto di persone, nel traino e nei più diversi lavori, ad esempio per far funzionare le macine dei mulini e per portare l’acqua dei pozzi in superficie. Oltre che dall’estrema utilità, la diffusione di questi animali venne tuttavia favorita anche dalla loro spiccata capacità di adattamento e dalla loro natura prudente ma, in caso di necessità, anche coraggiosa. Gli Asini domestici, d’altronde, non sono affatto stupidi, ma possono invece dimostrarsi molto furbi, e a differenza del Cavallo anche assai ostinati; come si è detto, hanno inoltre conservato l’indole coraggiosa dei loro antenati selvatici, per cui, se vengono aggrediti, anziché spaventarsi e darsi alla fuga si dispongono in cerchio e si difendono validamente a colpi di zoccolo. Non esiste forse alcun altro animale domestico che, a parità di lavoro, si nutra in misura così limitata; l’Asino infatti si sfama solo con erba e fieno, e non richiede altri alimenti energetici. Ciò deriva probabilmente dal fatto che i suoi antenati vivevano nei deserti e si erano adattati a cibarsi di quanto offriva un ambiente così povero. L’Asino è inoltre assai resistente alle malattie, e può lavorare sino a età avanzata, in genere dopo aver superato i 40 anni.

Il latte delle femmine, che ha un contenuto in zuccheri e proteine superiore a quello del latte di Mucca, venne usato fin dall’antichità non solo come alimento per neonati e malati, ma anche come prodotto di bellezza, destinato a mantenere la pelle morbida e fresca; le carni furono usate per l’alimentazione, talvolta miste a quelle di altri animali, ad esempio di maiali, per la produzione di insaccati, mentre il cuoio veniva un tempo utilizzato per la fabbricazione della pergamena.

Razze domestiche di Asini

Sebbene la domesticazione dell’Asino sia anteriore a quella del Cavallo, il numero delle razze finora ottenute è veramente modesto: la maggiore è senza dubbio la POITOU, che al garrese raggiunge un’altezza di oltre 150 cm e ha un mantello nero, piuttosto lungo e crespo sul dorso e via via più corto procedendo verso i fianchi, e il contorno della bocca chiaro. Dimensioni quasi simili hanno la razza di Martina Franca, in provincia di Taranto, e quella della Catalogna; originaria della Francia meridionale è invece una razza dal mantello raso e leggermente più slanciata delle precedenti, quella della Guascogna, mentre nelle regioni alpine viene allevato soprattutto l’Asino della Savoia, dalla struttura tozza, utilizzato come animale da soma. Continua – 8

Gli Equidi – 7 – L’Asino selvatico africano – 2

La gestazione dura 12 mesi, e i piccoli vengono partoriti nelle immediate vicinanze del branco. Entro un’ora essi sono in grado di seguire la madre e si sviluppano più rapidamente dei Cavalli: dopo 4 mesi vengono infatti svezzati, anche se di solito continuano di quando in quando a nutrirsi del latte materno fino al termine del primo anno e completano il proprio sviluppo all’età di 2 anni. Ogni branco dispone di un territorio personale, all’interno del quale si sposta in modo apparentemente “disorganizzato”, recandosi anche con estrema irregolarità all’abbeverata. Gli Asini selvatici sono molto timidi e paurosi e si ritirano immediatamente in zone inaccessibili non appena avvertono nelle vicinanze qualcosa che li insospettisce: in Somalia, ad esempio, furono scoperti dei piccoli gruppi, perlopiù in deserti rocciosi aridi e incolti, ove gli animali riescono a  spostarsi solo grazie all’estrema robustezza della base dei loro zoccoli. Sebbene la fattispecie della Somalia, l’unica ancora esistente, sia protetta da severi leggi che ne vietano la caccia, i beduini nomadi continuano a perseguitarla: allorché un gruppo si accorge di essere circondata da nemici, non esita un solo istante a lanciarsi con i piccoli lungo delle pendici pressoché verticali. Anche se nei territori abitati dagli Asini selvatici crescono solo mimose, cespugli irti di spine ed erba coriacea, gli animali non sono ugualmente sottoalimentati, in quanto (come d’altronde avviene per l’Asino domestico) sanno sfruttare ottimamente il cibo assunto.

A causa della forte riduzione delle popolazioni viventi allo stato libero, la maggior parte degli Asini selvatici ospitati attualmente nei giardini zoologici discende da esemplari importati verso il 1930, dai quali si è originato anche il branco, divenuto poi famoso, allevato nel parco zoologico Hellabrun di Monaco. Alcuni esemplari di questo branco furono inviati verso il 1950 alla Catskill Game Farm (Stati Uniti). Lo zoo di Basilea riuscì soltanto nel 1970 ad acquistare cinque Asini selvatici della Somalia, che erano stati catturati nella vallata del Nogal: sin dall’inizio questi animali si dimostrarono tranquilli e abbastanza mansueti, e sebbene al mattino, dopo aver abbandonato la stalla, si lanciassero sovente al galoppo sfrenato nell’interno del recinto, sorprendevano tuttavia come riferì il direttore dello zoo, Ernst M. Lang per la loro calma e l’atteggiamento guardingo.

Di quando in quando si sollevavano anche sugli arti posteriori, per strappare le foglie dai rami; un simile comportamento non è mai stato osservato nelle Zebre. Gli esemplari di Basilea sono attualmente gli unici Asini selvatici della Somalia, di razza pura, catturati allo stato libero e successivamente adattati alla vita in cattività.

A Catskill, ove gli animali sono stati divisi in due gruppi in base alle caratteristiche esteriori (Asini selvatici della Nubia e Asini selvatici della Somalia), gli allevatori hanno incontrato molte difficoltà per la riproduzione; sebbene si tratti di animali che vivono in cattività da più generazioni, i maschi si comportano infatti quasi sempre in modo “brutale” nei confronti delle femmine, e vengono perciò tenuti separati da queste. Solo quando una femmina entra in calore, viene condotta dal maschio prescelto; la gestazione dura circa 360 giorni, e appena 9-15 giorni dopo il parto la femmina cade di nuovo in calore, per cui viene ricondotta dal maschio. Durante il primo mese il piccolo Asino selvatico non può bere acqua, altrimenti è destinato inevitabilmente a morire. Quando la madre va all’abbeverata, il cucciolo rimane quindi indietro di alcuni passi senza dissetarsi, e poiché notoriamente questi Equidi possono resistere a lungo senza bere (allo stato libero con ogni probabilità non si recano all’abbeverata ogni giorno), non risente minimamente di questa privazione. In cattività, solo all’età di circa sei mesi si comincia a somministrare ai piccoli un po’ di liquido, dapprima riscaldandolo e a modestissime dosi. Le femmine degli Asini selvatici possono raggiungere la maturità sessuale già a due anni, i maschi di solito a 5; un maschio adulto è così aggressivo da risultare talvolta pericoloso per l’allevatore, che deve peraltro trattare con notevole circospezione anche le femmine con piccoli nati da pochi giorni. A Catskill gli Asini selvatici si sono dimostrati assai resistenti alle variazioni climatiche e agli sbalzi di temperatura, ma come tutti gli Equidi sono anche più insofferenti a un’umida giornata di pioggia che non a un giorno d’inverno caratterizzato da un freddo asciutto o da precipitazioni nevose. Poiché gli zoccoli sono molto robusti e crescono con notevole rapidità, devono essere tagliati due volte l’anno agli animali che vivono nei giardini zoologici, anche se il loro recinto è sassoso.

Gli Asini selvatici africani rivestono un particolare interesse anche per quanto riguarda le loro facoltà “intellettive” e da questo punto di vista dovrebbero essere classificati al primo posto fra tutti gli Equidi selvatici. Tenendo conto del fatto che negli ultimi anni in alcune remote ragioni somale è stata riscontrata l’esistenza di branchi ancora abbastanza numerosi, è auspicabile che questa rarissima specie riesca a salvarsi dall’estinzione. Continua gli Equidi 7

Animali in genere – Gli Equidi – 6

Nei giardini zoologici le Zebre si ambientano facilmente, se hanno a loro disposizione uno spazio abbastanza ampio per muoversi, e mangiano lo stesso cibo che viene dato ad altri Equidi, le Zebre delle steppe si riproducono più facilmente e con maggiore regolarità delle Zebre di montagna e delle Zebre reali; in ogni caso la gestazione dura 345-390 giorni, e a ogni parto nasce un solo piccolo. Benché siano stati più volte allevati e addestrati nei circhi o utilizzati come animali da tiro, questi Equidi non sono mai stati ridotti allo stato domestico. A Basilea e a Saint Louis due Zebre di Chapman raggiunsero l’età di 28 anni.

Gli incroci tra Zebre e Asini o Cavalli vengono chiamati Zebroidi. Questi animali differiscono ovviamente dai genitori, presentano numerosi caratteri intermedi tra quelli del padre e della madre, e taluni del tutto personali: le strisce del mantello, ad esempio, sono di solito molto strette, indipendentemente dal fatto che uno dei genitori fosse una Zebra reale, una Zebra di montagna o una Zebra delle steppe, e in corrispondenza delle spalle si incrociano nettamente, cosa che non si verifica mai nelle Zebre; inoltre la striatura delle zampe è particolarmente accentuata negli Zebroidi. Purtroppo questi animali sono in genere così paurosi che solo in qualche caso è possibile utilizzarli per trainare carri leggeri e per trasportare carici.

Mentre nei giardini zoologici le diverse sottospecie di Zebre delle steppe possono essere incrociate facilmente l’una con l’altra, si è riuscito solo in rari casi, ad esempio una volta a Parigi e un’altra a Varsavia, a ottenere incroci tra esse e le Zebre di montagna; ancora più difficile è far accoppiare con successo una Zebre reale (che rappresenta un sottogenere a sé) e un esemplare di una delle altre specie. Allo stato libero, d’altronde, non sono mai stati osservati incroci tra le diverse specie, sebbene i loro territori di diffusione talvolta si sovrappongano: ciò dipende probabilmente dal fatto che esse vivono in ambienti diversi, hanno particolari abitudini d’accoppiamento e stanno riunite in gruppi, entro cui non tollerano la presenza di individui appartenenti ad altre specie.

Al sottogenere Asinus appartiene una sola specie: l’Asino Selvatico Africano (Equus asinus; altezza al garrese 113-140 cm), che ha le orecchie molto lunghe, una colorazione del mantello abbastanza uniforme, di solito più chiara sull’addome e all’interno delle zampe, le spalle e talvolta anche gli arti solcati da strisce, la coda rivestita di lunghi peli soltanto nella parte terminale; il numero dei cromosomi è 2n = 62.

Si distinguono 3 sottospecie: 1) Asino Selvatico della Nubia (Equus asinus africanus; di modeste dimensioni e dal mantello griogio-giallognolo solcato da una striscia scura lungo la colonna vertebrale e da una striscia trasversale sulle spalle; diffuso un tempo dall’Egitto al Sudan orientale, è stato completamente sterminato allo stato libero, mentre nei giardini zoologici sopravvivono pochi esemplari, forse non più puri. 2) Asino Selvatico del Nordafrica (Equus asinus atlanticus); un tempo diffuso nella regione meridionale dell’Atlante, è stato ormai sterminato; i suoi caratteri sono forse rimasti in Asini domestici rinselvatichiti del Sahara. 3) Asino Selvatico della Somalia (Equus asinus somalicus; altezza al garrese fino a 140 cm; più grosso di quello della Nubia, ha il mantello grigio con sfumature rosate e con la sottile striscia scura lungo la colonna vertebrale, ma senza quella trasversale sulle spalle; tutte e quattro le zampe sono ornate da strisce trasversali nere ben marcate, la criniera è scura e il ciuffo della coda è quasi nero; esistono attualmente solo alcune centinaia di esemplari diffusi in Somalia, e forse pochi individui nella depressione della Daancalia (Etiopia).

Da molti anni ormai non si hanno più notizie della sottospecie della Nubia e di quella del Nordafrica, dalle quali si è originato l’Asino domestico: in questo arco di tempo, peraltro, sono apparsi di quando in quando nel Sahara, e soprattutto nelle vicinanze del Tibesti (Libia), branchi isolati di animali che erano più grandi degli Asini domestici locali e che in precedenza non erano mai stati visti in questi territori; ciò ha indotto lo studioso Malbrant a supporre che si trattasse di Asini selvatici immigrati da altre regioni. Poiché le forme domestiche tornano allo stato selvatico con estrema facilità, è tuttavia assai più probabile che questi animali si siano mescolati con gli ultimi Asini del Nordafrica o della Nubia.

A causa della forte riduzione o addirittura della scomparsa delle popolazioni degli Asini selvatici, si conosce ben poco sulle abitudini allo stato libero di questi animali: perlopiù essi vivono in branchi di 10-15 individui, che di solito vengono guidati da una femmina anziana e assai prudente. Continua 6

Animali in genere

Gli Equidi – 5

La vita sociale delle Zebre delle steppe è stata studiata attentamente da Hans Klingel, che ne ha fornito una dettagliata descrizione. Nel Serengeti, ove Klingel condusse le proprie osservazioni, sono diffuse circa 150.000 Zebre di Grant, che durante la stagione delle piogge si riuniscono talvolta in branchi giganteschi, comprendenti decine di migliaia di individui. Di solito dopo alcuni giorni tali branchi si smembrano, frazionandosi in gruppi più ridotti, che possono essere di tipo familiare, composti cioè da un maschio, una o più femmine e i loro piccoli, oppure esclusivamente maschili; klingel osservò anche maschi che conducevano vita isolata. Nel Serengeti le Zebre si spostano, durante l’anno, entro un territorio di 25.000 kmq di superficie; Klingel e i suoi collaboratori riuscirono senza particolari difficoltà a marcare i 6000 esemplari diffusi nel cratere di Ngorongoro, e prepararono le “carte di identità” di tutti i membri di determinati gruppi, al fine di seguire con precisione le sorti di ogni animale. Ciò permise di accertare che i membri adulti delle schiere familiari rimangono insieme fino alla morte e soltanto i maschi, quando sono troppo anziani o malati, devono cedere il posto a compagni più forti. I giovani abbandonano invece la famiglia quando raggiungono la maturità sessuale, e costituiscono il nucleo di una nuova schiera familiare oppure vengono accettati in quelle già esistenti.  Essi possono abbandonare il gruppo già qualche tempo prima di raggiungere la maturità sessuale se la madre cambia il proprio atteggiamento nei loro confronti e si dimostra meno premurosa: in tale eventualità i giovani si uniscono ad altri coetanei, formando dei gruppi particolari.

Anche i branchi formati solo da maschi sono abbastanza stabili, e gli animali rimangono insieme talvolta per parecchi anni. Quando un giovane si forma una famiglia, fa in modo che gli altri maschi non si avvicinino troppo alle proprie femmine; mentre di solito raggiunge tale scopo con la sua sola presenza, deve invece ricorrere a una vera e propria tattica difensiva allorché una femmina entra in calore. Fra i doveri spettanti al capofamiglia vi è quello di salutare sempre i maschi che si trovano nelle vicinanze: in tal caso i due animali dapprima si annusano il naso e l’addome, quindi sfregano ciascuno il capo contro il fianco dell’altro, si annusano nuovamente, compiono un piccolo balzo in segno di commiato e si allontanano. In caso di prolungata assenza del capofamiglia altri maschi cominciano a interessarsi al gruppo delle femmine; queste dapprima, anziché essere lusingate dalle attenzioni di un estraneo, cercano di scacciarlo, ma dopo alcuni giorni si sono talmente abituate alla sua presenza da riconoscergli il rango di capo. Non appena l’effettivo capofamiglia si riunisce però al gruppo, l’intruso comprende immediatamente di non avere più alcuna importanza, per cui lascia le femmine all’altro maschio, allontanandosi.

All’interno di un gruppo esiste un preciso ordine gerarchico, che vede al primo posto il maschio e via via le diverse femmine. Durante gli spostamenti la schiera viene di solito guidata dalla femmina di rango più elevato, seguita dalle compagne disposte in ordine decrescente d’importanza, in mezzo alle quali si insinuano i piccoli; il maschio forma la retroguardia o avanza al fianco del gruppo, di cui solo sporadicamente assume la guida. Allorché il gruppo viene attaccato da Carnivori, gli animali si danno alla fuga, disperdendosi, ma in seguito cercano di ritrovare i loro compagni e di ricostituire il branco; ciò porta a concludere che essi si riconoscono tutti personalmente e inoltre che rimangono uniti di propria volontà e non per l’azione coercitiva del maschio. Per ritrovare i loro compagni, gli animali lanciano anche delle grida, ma ciò non è necessario se essi hanno la possibilità di vedersi direttamente. Quando i piccoli, dopo aver dormito tra l’erba, al risveglio vanno in cerca della madre, riescono di solito a individuarla senza alcuna fatica: dopo essersi guardati attentamente intorno, osservando le Zebre che si trovano nelle vicinanze, si dirigono infatti senza esitazione verso la madre. Evidentemente essi osservano bene la striatura, che differisce lievemente in ogni animale, soprattutto nella regione delle spalle; se però il piccolo non è in grado di riconoscere la madre da questa caratteristica, la cerca servendosi dell’olfatto. Un puledro appena nato non sa ovviamente ancora quale aspetto e quale caratteristico odore abbia la madre, per cui considera come tale qualsiasi oggetto di una certa mole che si muova nelle sue vicinanze, sia esso un’altra Zebra, una jeep o un uomo; i neonati che vengono sorpresi nel sonno rimangono pertanto tranquilli, si lasciano accarezzare e non esitano (com’è comprensibile) a seguire l’uomo allorché si allontana, ovviamente con grande terrore della madre, che tenendosi a una certa distanza chiama il figlio correndo qua e là. Soltanto dopo alcuni giorni il puledro impara a conoscere la madre così bene da non dimenticarla più, e nello stesso tempo comincia a prendere contatto con gli altri membri della famiglia; in seguito entra in confidenza anche con i piccoli di altri gruppi, gioca con essi e li aiuta nella pulizia del mantello, mordicchiandoli al collo e alle spalle, come fanno gli adulti. Continua.

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Gli Equidi – 4

Tenendo conto dell’elevato numero di sottospecie di Zebre delle steppe, è comprensibile che esistano anche individui veramente singolari: in taluni casi, ad esempio, sono state viste Zebre di Grant con le cosce, le spalle o il tronco picchiettati di puntini bianchi disposti in serie, oppure esemplari privi di criniera particolarmente frequenti soprattutto nel Sudan meridionale, nell’Uganda orientale, in kenia e in Somalia. Via via che si procede verso sud, le Zebre delle steppe presentano una striatura sempre meno marcata, con una serie di passaggi intermedi, i cui estremi sono costituiti dalla Zebra di Grant, con il mantello nettamente striato e ricco di contrasti cromatici, e dal Quagga con una striatura pressoché indistinta sulla metà posteriore del corpo. Ancora all’inizio dell’Ottocento quest’ultima sottospecie popolava in grandi branchi le steppe sudafricane, ma in seguito venne sottoposta a una caccia spietata da parte dei boeri, che ne uccisero migliaia e migliaia di esemplari sia per mangiarne le carni sia per utilizzarne le pelli. Allo stato libero l’ultimo Quagga venne abbattuto nel 1878, mentre un esemplare ospitato nello zoo di Amsterdam (l’unico ancora esistente in cattività) morì il 12 agosto 1883. Di questa sottospecie sudafricana rimangono oggi diciannove pelli, alcuni crani e tre fotografie, che vengono conservati come reperti di grande valore nei musei. Un’analoga sorte toccò alla Zebra di Burchell, che verso la fine dell’Ottocento veniva ospitata con notevole frequenza negli zoo europei, ove si distingueva per il suo vivace temperamento.

Con l’estendersi della colonizzazione, i branchi viventi allo stato libero furono ugualmente decimati in misura sempre più violenta, e scomparvero completamente nel 1910; l’ultimo esemplare in cattività morì nel 1911 nello zoo di Amburgo. Alcuni animali sopravvissuti allo stato libero si unirono forse ai branchi delle Zebre di Chapman, e non è quindi da escludere che negli attuali rappresentanti di questa sottospecie corra ancora un po’ di sangue delle Zebre di Burchell: nei giardini zoologici, infatti, nascono talvolta delle Zebre di Chapman con la parte posteriore del corpo pressoché priva di strisce.

Il comportamento sociale delle Zebre delle steppe differisce nettamente da quello delle Zebre trattate in precedenza: mentre infatti le Zebre di montagna vivono in gruppi non molto numerosi e neppure molto uniti, e le Zebre reali formano solo delle piccole schiere chiuse, le Zebre delle steppe costituiscono dei grandi branchi, i cui componenti pascolano l’uno accanto all’altro. Si è detto che i maschi della Zebra reale (come gli Asini) sono aggressivi verso i compagni del gruppo, soprattutto durante il periodo degli amori; nel caso delle Zebre di montagna sono invece le femmine in calore ad attaccare i maschi, i quali cercano di mantenersi ad una certa distanza e reagiscono solo in apparenza. Nel gruppo delle Zebre delle steppe esistono invece rapporti assai più pacifici: il maschio è infatti il protettore del branco e cerca di evitare uno scontro diretto con i compagni, per cui gli eventuali duelli avvengono più o meno per gioco. Sebbene le Zebre vengano aggredite di quando in quando anche da Licaoni, Iene macchiate e Leopardi, i loro più temibili nemici sono i Leoni, molto comuni nei territori in cui vivono i branchi di questi Equidi. Normalmente i Carnivori attaccano le Zebre di notte, quando esse si portano all’abbeverata: balzano sulla loro groppa, e con una sola zampata riescono a gettare a terra anche gli individui più forti. Continua

Animali – Gli Equidi – 3

Nei Giardini zoologici le Zebre reali vengono ospitate con notevole frequenza, e in condizioni favorevoli si riproducono senza difficoltà; abituate tuttavia allo stato libero a vivere in vasti  territori, mostrano una certa insofferenza nel trovarsi in un ambiente angusto.

Le vere zebre si differenziano dalla specie precedente per le dimensioni più modeste e per la striatura del mantello meno fitta e sottile. In questo sottogenere distinguiamo due specie: 1) Zebra di montagna (Equus zebra; altezza al garrese 118-132 cm); il capo, più sottile e minuto rispetto a quello della Zebra reale, ha orecchie appuntite e non accartocciate; le strisce del mantello sono fitte, parallele, piuttosto larghe soprattutto sulle cosce, e si estendono fino allo zoccolo, mentre scompaiono in corrispondenza dell’addome; la parte posteriore del dorso è invece percorsa da sottili strisce trasversali, che si congiungono in corrispondenza della fascia scura disposta lungo la colonna vertebrale; alla base della coda manca uno specchio bianco nettamente delimitato; i piccoli sono privi di criniera dorsale; il ciuffo della coda è cortissimo; gli zoccoli sono alti e stretti; gli animali emettono una vasta gamma di grida. Si conoscono due sottospecie: a) Equus zebra zebra; è la zebra più piccola, raggiunge al garrese un’altezza di circa 125 cm, e ne sopravvivono solo pochi esemplari in un territorio protetto della Provincia del Capo; b) Zebra di Hartmann (Equus zebra Hartmannae); è un po’ più grande della precedente, con strisce ancora più fitte e sottili che contrastano nettamente con il fondo scuro, e presenta dei grossi lobi sulla gola; vive nei territori montuosi dell’Africa del Sud Ovest e dell’Angola meridionale. 2) Zebra delle steppe (Equus quagga).

Le Zebre di montagna erano un tempo diffuse nelle regioni meridionali africane, ove vivevano riunite in piccoli branchi; con il progressivo estendersi dell’urbanesimo e la crescente trasformazione dell’ambiente, il loro numero si ridusse tuttavia così rapidamente che la sottospecie sudafricana sembrava ormai destinata a scomparire. All’ultimo momento furono emanate in suo favore delle leggi protezionistiche, e i 27 esemplari che ancora sopravvivevano nel 1913 furono insediati in un Parco Nazionale della Provincia del Capo, circa 40 km ad ovest di Cradock, ove si riprodussero gradualmente. Piccoli branchi di zebre di montagna vivono oggi in due territori protetti del Sudafrica, mentre alcuni esemplari sono ospitati nei giardini zoologici; tuttavia il numero complessivo degli individui di questa sottospecie non supera il centinaio di unità. Le Zebre di Hartmann, pur avendo ugualmente subito una violenta riduzione delle popolazioni originarie, sono più numerose ed oggi vengono in parte ospitate in territori protetti e in fattorie private. Al contrario delle Zebre delle steppe vivono in gruppetti composti da 7-12 animali, che solo di quando in quando si riuniscono in grandi branchi; i maschi più anziani conducono con ogni probabilità vita isolata. Queste zebre sono abili arrampicatrici e si sono tipicamente adattate a vivere nei territori desertici; a quanto riferiscono diversi osservatori, possono resistere per giorni senza dissetarsi. Le loro grida ricordano il nitrito di un Cavallo e si differenziano quindi nettamente dal latrato delle Zebre delle steppe.

Tra gli odierni Equidi viventi allo stato libero, solo le Zebre delle steppe sono ancora diffuse in numero elevato, benché due sottospecie siano state ormai sterminate dall’uomo. Queste Zebre hanno le orecchie piuttosto corte, il ciuffo della coda bene sviluppato, la parte posteriore del dorso attraversata solo da lunghe fasce che raggiungono la striscia centrale scura; il loro grido caratteristico, che non ha alcuna affinità con il raglio dell’Asino o con il nitrito del Cavallo, risuona come un “cva-ha-ha” bisillabico o trisillabico. Distinguiamo 5 sottospecie: 1) Quagga un tempo diffuso in Sudafrica, fino alla provincia del Capo, e completamente sterminato nel 1883, aveva il mantello bruno, marezzato di giallo e solcato da strisce solo sul capo, sul collo e sulla parte anteriore del dorso. 2) Zebra di Burchell diffusa tra la parte meridionale dell’odierno Botswana e l’Orange settentrionale, e sterminata nel 1910, aveva una colorazione base giallo-rossiccia e le striature della regione posteriore quasi indistinte. 3) Zebra di Chapman diffusa dall’Angola e dall’Africa del Sud Ovest fino al Transvaal, presenta spesso, intercalate tra quelle scure, delle strisce più sottili e più chiare, che sulle cosce si confondono con la tinta bruna del mantello e scompaiono più o meno completamente sulla parte inferiore delle zampe. 4) Zebra di Selous le strisce sono più ravvicinate e numerose rispetto a quelle della Zebra di Grant, e si estendono sulle zampe fino agli zoccoli; è diffusa dal corso inferiore dello Zambesi fino alla regione orientale dello Zambia e al Malawi. 5) Zebra di Grant vive nell’Africa orientale, dal Sudan meridionale fino al corso superiore dello Zambesi; ha il mantello solcato da strisce nere, più larghe e spaziate di quelle delle altre sottospecie, ed estese sulle zampe fino agli zoccoli. Continua.

Animali – gli Equidi – 2

La storia dell’evoluzione degli Equidi costituisce senza dubbio l’esempio di filogenesi di un gruppo animale, documentato dal maggior numero di reperti fossili. Già nel secolo scorso, quando la paleontologia era ancora agli inizi, l’americano Othniel Charles Marsh (1831-1899) poté ricostruire, basandosi sui fossili che aveva rinvenuto in sedimenti del terziario nordamericano, un albero genealogico naturale degli Equidi, apparentemente quasi senza lacune, che da forme tetradattili o tridattili, grandi quanto una Volpe e mangiatrici di foglie, portava alle specie attuali. Ricerche più recenti e nuovi ritrovamenti fossili hanno dimostrato l’esistenza di una serie di linee filetiche, la più importante delle quali, rappresentata dal genere Anchitherium, si è estinta ormai da lungo tempo; una sola linea è sopravvissuta fino all’epoca attuale, e le diverse specie appartenenti a essa hanno raggiunto più volte una diffusione pressoché mondiale. I reperti fossili hanno permesso anche di acquisire un dato di fondamentale importanza, e cioè che i caratteri relativi alle diverse parti del corpo (ad esempio encefalo, cranio, dentatura e arti) non si sono evoluti contemporaneamente durante la filogenesi, per cui si può parlare di sviluppo filogenetico a mosaico (legge di Watson).

I Cavalli più antichi appartengono al genere Hyracotherium, e risalgono all’eocene inferiore; ne sono stati scoperti i resti sia in Nord-America sia in Europa. Avevano dimensioni comprese tra quelle di un Gatto e quelle di una Volpe, arti anteriori tetradattili e posteriori tridattili, e non sembravano affatto dei piccoli Cavalli, ma ricordavano piuttosto dei Cefalofi privi di corna. Differivano inoltre dai Cavalli anche nella struttura del cranio, dei molari e nel breve sviluppo del muso. Osservando i calchi della cavità cranica, viene spontaneo pensare che essi appartengono non tanto a Equidi arcaici, quanto a Marsupiali o primitivi Insettivori, e ciò perché i lobi olfattivi appaiono bene sviluppati, il cervelletto libero e gli emisferi cerebrali privi di circonvoluzioni. Sebbene i molari dell’Hyracotherium non fossero ancora ipsodonti, presentavano tuttavia una struttura in cui è riconoscibile lo schema caratteristico degli Equidi. Esistono del resto delle forme di transizione non ben definite, che portano a Equidi ancora tetradattili e tridattili dell’eocene medio e superiore, i quali a propria volta conducono, attraverso il Mesohippus e il Miohippus da un lato all’Anchitherium del terziario superiore, e dall’altro al Merychippus; da questo si sono originati alcuni generi del pliocene, tra cui Hipparion e il Pliohippus, che si può considerare l’antenato degli Equidi moderni, e quindi del genere Equus.

Capostipiti dell’Hyracoterium possono essere considerati Protoungulati del paleocene, anche se sono tuttora ignote le forme di collegamento tra quelle specie arcaiche e questi primi Perissodattili. Grazie al perfetto stato di conservazione che presenta lo scheletro dei diversi Equidi vissuti nel terziario inferiore e superiore, è possibile seguire nelle varie fasi la graduale trasformazione degli arti; il passaggio da forme tetradattili o tridattili a specie monodattili è connesso con numerose modificazioni, che hanno interessato non solo la struttura della regione metacarpo-falangea (e metatarso-falangea), ma anche dell’avambraccio e della parte inferiore della gamba. Al posto di un cuscinetto plantare comparve la struttura più adatta per compiere dei salti, e quindi si originò lo zoccolo; in conseguenza di tale fatto, anche il sistema di articolazioni dovette essere radicalmente modificato. Gli odierni Equidi presentano infatti nello scheletro delle zampe delle ossa simili a stiletti, che sono gli ultimi resti dei raggi laterali delle dita, progressivamente ridotti. Nell’Hipparion del pliocene gli arti erano ancora tridattili, ma le due dita laterali erano già ridotte a semplici speroni, analogamente a quanto si verifica per i Suidi. I molari degli Equidi conservarono fino al miocene medio delle corone piatte, che in seguito si fecero sempre più alte: una simile trasformazione è senza dubbio legata al cambiamento di cibo; gli Equidi infatti, da tipici mangiatori di foglie, divennero mangiatori di erba. Contemporaneamente il muso si fece più allungato, per cui gli occhi sembrano spostarsi all’indietro, mentre l’encefalo, che nell’Hyracotherium era anche costruito in modo analogo a quello dei Marsupiali, negli Equidi dell’oligocene divenne simile a quello degli Ungulati e nelle forme del miocene presentava già la struttura caratteristica degli odierni Cavalli.

L’evoluzione del ceppo principale degli Equidi si svolse in Nord-America durante il terziario inferiore; in Europa sono note diverse linee secondarie, che si estinsero tuttavia verso la fine dell’eocene, mentre le forme nordamericane continuavano a evolversi. All’inizio del miocene, pliocene e pleistocene gli Equidi si diffusero, rispettivamente con i generi Anchitherium, Hipparion ed Equus (cui appartengono le specie odierne), dal Nord-America in Asia, attraverso il ponte terrestre che allora univa i due continenti in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering, e successivamente in Europa; di qui essi raggiunsero poi l’Africa. Durante l’era glaciale, altre forme (generi Hippidion e Onohippidium) migrarono, attraverso l’America centrale, anche in Sudamerica, ove si insediarono nelle pampas e nelle steppe montane, estinguendosi peraltro verso la fine dell’era glaciale, come le specie nordamericane. La patria d’origine degli Equidi è dunque il Nordamerica, cosa che nessuno supporrebbe, dato che in America non esistono attualmente allo stato libero rappresentanti della famiglia.

Non si sa d’altronde con precisione in qual modo si siano sviluppate le specie odierne. Durante il primo periodo dell’era glaciale apparvero, sia in Nordamerica sia nell’Eurasia, parecchie forme che, pur ricordando Asini africani e asiatici e Zebre, non possono tuttavia essere incluse in alcuno di questi gruppi. Veri e propri Cavalli selvatici (sottogenere Equus) comparvero nel corso del quaternario inferiore (Equus bressanus ed Equus mosbachensis) ed erano diffusi in Europa ancora durante l’ultimo periodo dell’era glaciale, come dimostrano non solo i reperti fossili, ma anche le incisioni rupestri dell’uomo preistorico, che dava a essi la caccia. Al sottogenere Equus appartengono anche due forme estinte, il Tarpan dei boschi e il Tarpan delle steppe che attualmente vengono considerate sottospecie del Cavallo selvatico archetipo delle razze domestiche e unica specie sopravvissuta di tutto il gruppo. Alcune specie fossili nordamericane (Equus semplicatus ed Equus litoralis) assomigliavano agli Asini asiatici, ma non è accertato che si possa porli in rapporto con questi. Tra le Zebre, la specie più arcaica è la Zebra reale, la più evoluta la Zebra delle steppe.

A conclusione di questa disamina paleontologica, ricordiamo brevemente una famiglia di Ippomorfi vissuta nel terziario inferiore e medio: quella dei Paleoteridi, che nell’eocene superiore era rappresentata da un elevato numero di specie, con gli arti più o meno slanciati, e si estinse nell’oligocene con forme grandi quanto un Tapiro.

La Zebra reale

La Zebra reale o Zebra di Grevy; altezza al garrese 140-160 cm; è la più grande del gruppo e si differenzia dalle altre in taluni caratteri primitivi e nel comportamento; per tale motivo è stata collegata in un sottogenere a sé. Vive nelle macchie e nelle zone steppose, ed è diffusa in Etiopia, Somalia e dal Sudan Meridionale fino al Kenia settentrionale; ha il capo grosso e massiccio e le orecchie molto grandi, rotonde e accartocciate. Le strisce del mantello sono molto fitte, si estendono fino agli zoccoli, raggiungono la massima larghezza sul collo e mancano soltanto sull’addome e sullo specchio attorno alla radice della coda. La voce è simile a quella dell’Asino; la criniera nei piccoli si estende sull’intero dorso.

Probabilmente questa grossa Zebra, scoperta dagli zoologi in epoca recente, è stata invece la prima conosciuta dagli antichi: sembra infatti che le Hippotigris di cui si parla nei testi classici non siano delle Zebre delle steppe, bensì delle Zebre reali. La dimostrazione che questo Equide era noto in Europa già molto tempo prima della sua scoperta scientifica viene fornita anche da antiche opere d’arte: nel Musée de l’Homme di Parigi, ad esempio, si trova un antichissimo arazzo in cui è raffigurata la nascita di Cristo; accanto alla mangiatoia non vi è tuttavia un asinello, bensì una Zebra reale, ritratta con estrema precisione. Desta quindi stupore il fatto che soltanto nel 1882 un esemplare di questa specie sia stato visto e descritto dal primo scienziato moderno, Menelik I, negus d’Etiopia, aveva donato al presidente francese Jules Grévy una Zebra originaria della propria patria: si trattava di un animale grande quanto un Cavallo, ma dalle orecchie e dalla voce simili a quelle di un Asino. Allorché lo zoologo francese Emile Oustalet, del Museo di Parigi, lo vide, capì che doveva trattarsi di una nuova specie. Esemplari analoghi furono successivamente inviati dal negus d’Etiopia anche in Inghilterra, Italia, Germania e Austria, e verso la fine del secolo scorso i commercianti cominciarono a importare alcune Zebre reali per i diversi giardini zoologici europei.

Questi Equidi differiscono notevolmente dalle altre Zebre nel comportamento sociale: di solito vivono infatti in piccoli gruppi chiusi, all’interno dei quali i maschi (come gli Asini) si dimostrano piuttosto aggressivi verso i compagni, soprattutto durante il periodo degli amori. Al di fuori di tale epoca molti maschi conducono anche vita solitaria, oppure formano piccole schiere. Ciascuno dispone di un territorio personale dalla superficie variabile da 2,5 a 10,5 kmq, entro cui generalmente tollera la presenza di altri maschi adulti. Se però questi si avvicinano a una femmina predisposta all’accoppiamento, il proprietario del territorio si lancia su di essi e li costringe ad allontanarsi, senza tuttavia scacciarli dal territorio. A causa dell’immediata reazione del loro compagno, i maschi estranei riescono solo eccezionalmente ad accoppiarsi con la femmina; in ogni caso, quando vengono scacciati, preferiscono fuggire anziché dare battaglia al proprietario del territorio. Al di fuori di questi possedimenti, i rivali si disputano invece le femmine con furiosi duelli: Klingel, ad esempio, vide nove maschi tentare invano di avvicinarsi a una femmina, poiché erano troppo impegnati a lottare tra loro e a disturbarsi a vicenda; alla fine la femmina si spostò in un territorio personale, e i nove rivali furono così costretti a cederla al proprietario di questo e ad assistere all’immediato accoppiamento dei due animali. Le ricerche compiute recentemente da Hans Klingel nel Kenia settentrionale hanno dimostrato che le Zebre reali formano gruppi costituiti solo da maschi, oppure da femmine con o senza piccoli, e anche gruppi misti; i diversi animali non sono peraltro legati da alcun rapporto personale, e taluni individui si spostano ripetutamente (addirittura nel corso dello stesso giorno) da un gruppo all’altro, oppure rimangono soli per ore. Questi Equidi si riuniscono in grandi branchi misti solo all’epoca della migrazione stagionale. I territori personali delle Zebre reali, al confronto di quelli di altri erbivori, sono vastissimi, e si estendono soprattutto lungo corsi d’acqua più o meno ampi, che peraltro sono praticamente in secca per quasi tutto l’anno, a eccezione di un breve periodo durante la stagione delle piogge. Con ogni probabilità, il territorio personale viene indicato in primo luogo dalla presenza stessa del proprietario; le grida e i cumuli di sterco rivestono un ruolo secondario. Questi cumuli si trovano soprattutto ai confini del territorio e in molti casi hanno un perimetro di parecchi metri e sono alti fino a 40 cm; la loro funzione non è stata ancora chiarita, ma probabilmente essi servono all’animale per orientarsi nella zona. Continua.