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La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 4

Zobeide e Amina ebbero qualche difficoltà ad accordare a Safia quello che chiedeva, ed ella stessa ne sapeva bene la ragione; ma la sorella mostrò un tale desiderio di ottenere da loro questo favore, che non poterono rifiutarglielo.

“Andate, – le disse Zobeide, – fateli entrare, dunque. Ma non dimenticate di avvertirli di non parlare di cose che non li riguardano e di far leggere loro quanto è scritto sopra la porta.” A queste parole, Safia corse con gioia ad aprire la porta e, dopo poco, ritornò accompagnata dai tre calender.

I tre calender, entrando, s’inchinarono profondamente davanti alle dame che si erano alzate per riceverli. Esse dissero loro cortesemente che erano i benvenuti, che erano molto liete dell’occasione di far loro un piacere e di contribuire a ristorarli dalla stanchezza del viaggio, e conclusero invitandoli a sedersi accanto a loro. La magnificenza del luogo e la gentilezza delle dame, diedero ai calender un’alta idea di quelle belle ospiti; ma, prima di prender posto, avendo per caso volto gli occhi sul facchino, e vedendolo vestito pressappoco come altri calender coi quali erano in controversia su parecchi punti della loro disciplina, e che non si radevano la barba e le sopracciglia, uno di loro prese la parola e disse:

“Ecco, a giudicare dall’apparenza, uno dei nostri fratelli arabi rivoltosi.”

Il facchino, mezzo addormentato e con la testa riscaldata dal vino che aveva bevuto, fu urtato da queste parole; e, senza alzarsi dal suo posto, rispose ai calender, guardandoli con fierezza:

“Sedetevi e non interessatevi di cose che non vi riguardano. Non avete letto l’iscrizione che si trova sopra la porta? Non pretendete di costringere il mondo a vivere secondo il vostro costume: vivete voi secondo il nostro.

  • Buon uomo, – riprese il calender che aveva parlato, – non andate in collera; ci dispiace molto avervene dato il minimo motivo e siamo, anzi, pronti a ricevere i vostri ordini.” La discussione si sarebbe protratta se le dame non fossero intervenute sistemando ogni cosa.

Quando i calender si furono seduti a tavola, le dame servirono loro da mangiare, e l’allegra Safia, in particolare, si prese cura di versar loro da bere.

Dopo che i calender ebbero mangiato e bevuto a discrezione, dissero alle dame che sarebbero stati lieti di dare un concerto per loro, se esse avevano gli strumenti e volevano farli portare. Esse accettarono l’offerta con gioia. La bella Safia si alzò per andare a prendere gli strumenti. Tornò un momento dopo portando un flauto del paese, un flauto persiano e un tamburello. Ogni calender ricevette da lei lo strumento scelto, e tutti e tre cominciarono a sonare un’aria. Poiché le dame conoscevano le parole di quell’aria, che erano delle più gaie, l’accompagnarono con le loro voci; ma, di tanto in tanto, s’interrompevano a causa delle grandi risate provocate dalle parole. Nel bel mezzo di questo divertimento, e quando la compagnia era al colmo dell’allegria, bussarono alla porta. Safia smise di cantare e andò a vedere chi era.

A questo punto Sherazad disse al sultano:

Sire, è bene che Vostra Maestà sappia per quale ragione bussavano così tardi alla porta delle dame; eccone la ragione. Il califfo Harun-al-Rashid aveva l’abitudine di andare in giro molto spesso, di notte, in incognito, per vedere personalmente se tutto era tranquillo in città, e se non vi fossero disordini.

Quella notte il califfo era uscito di buon’ora, accompagnato dal suo gran visir Giafar, e da Mesrur, capo degli eunuchi del suo palazzo: tutti e tre erano travestiti da mercanti. Passando per la via delle tre dame, il principe, udendo il suono degli strumenti e delle voci e il fragore delle risate, disse al visir:

“Andate, bussate alla porta di questa casa dove si fa tanto chiasso; voglio entrarvi e scoprirne la ragione.”

Il visir ebbe un bel fargli presente che si trattava di donne che quella sera offrivano un banchetto; che evidentemente il vino aveva riscaldato le loro teste, e che non doveva esporsi a ricevere qualche insulto da loro; che non era ancora un’ora sconveniente e non si doveva turbare il loro divertimento.

“Non importa, – replicò il califfo, – bussate, ve l’ordino.” Continua.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

Sul finire del giorno, Safia, prendendo la parola in nome delle tre dame, disse al facchino:

“Alzatevi e andatevene: è ora di ritirarvi. – Il facchino non potendo risolversi a lasciarle, rispose:

  • Eh! signore, dove volete che vada nello stato in cui sono? Sono fuori di me, a furia di vedervi e di bere; non ritroverò mai la strada di casa. Lasciate ch’io resti qui per tutta la notte affinché abbia il tempo di tornare in me: la passerò dove vorrete; ma non mi occorre minor tempo per tornare nello stato in cui ero quando sono entrato in casa vostra; e, anche con ciò, son sicuro che ci lascerò la parte migliore di me stesso.”

Amina prese ancora una volta le parti del facchino.

“Sorelle mie, – disse, – ha ragione. Gli sono grata per la sua richiesta. Egli ci ha molto divertite. Se volete starmi a sentire, o meglio se mi amate tanto come credo, lo tratterremo qui affinché passi la serata con noi.

  • Sorella mia, – disse Zobeide, – non possiamo rifiutare nulla alla vostra preghiera. Facchino, – continuò rivolgendosi a lui, – vi concediamo volentieri anche questa grazia; ma vi poniamo una nuova condizione. Qualunque cosa faremo in vostra presenza, riguardo a noi stesse o ad altre cose, guardatevi bene dall’aprire soltanto la bocca per chiedercene la ragione, perché, rivolgendoci delle domande su cose che non vi riguardano affatto, potreste udire qualcosa di non gradito. Fate attenzione, e non vi salti in mente di essere troppo curioso, desiderando approfondire i motivi delle nostre azioni.
  • Signora, – replicò il facchino, – vi prometto di osservare questa condizione così rigorosamente che non avrete motivo di rimproverarmi per avervi disubbidito, e ancor meno di punire la mia indiscrezione. In questa occasione, la mia lingua sarà immobile e i miei occhi saranno uno specchio, che non conserva niente delle immagini ricevute.
  • Per farvi vedere, – riprese Zobeide in tono molto serio, – che quanto vi chiediamo non l’abbiamo stabilito in questo momento, alzatevi e andate a leggere ciò che è scritto sopra la nostra porta, dalla parte interna.”

Il facchino andò fino alla porta e vi lesse queste parole, scritte in grossi caratteri d’oro:

CHI PARLA DI COSE CHE NON LO RIGUARDANO, ODE CIO’ CHE NON GLI PIACE.

Ritornò dalle tre sorelle e disse loro:

“Signore, vi giuro che non mi udrete parlare di nessuna cosa che non mi riguarda e che vi concerne.”

Una volta stabilita questa convenzione, Amina portò la cena; e, dopo aver illuminato la sala con un gran numero di bugie preparate con legno di aloe ed ambra grigia, che emanarono un piacevole odore e crearono una bella luce, si sedette a tavola con le sorelle e il facchino. Ricominciarono a mangiare, a bere, a cantare e a recitare versi. Le dame si divertivano a inebriare il facchino, col pretesto di farlo bere alla loro salute. Insomma erano tutti del miglior umore possibile, quando udirono bussare alla porta.

Le tre dame si alzarono contemporaneamente per andare ad aprire; ma Safia, alla quale spettava in particolare questo compito, fu la più svelta. Le altre due, vedendosi precedute, rimasero ad attendere che ella venisse a comunicare chi poteva arrivare in casa loro così tardi. Safia ritornò e disse:

“Sorelle mie, si presenta una bella occasione per passare una parte della notte molto piacevolmente; se siete del mio stesso parere, non ce la lasceremo sfuggire. Alla nostra porta vi sono tre calender, almeno a giudicare dai loro abiti mi sembrano tali; ma certamente vi meraviglierà il fatto che sono tutti e tre orbi dell’occhio destro, e hanno la testa, il viso e le sopracciglia rasi. Sono appena arrivati, dicono, a Bagdad, dove non sono mai venuti prima; e poiché è notte e non sanno dove andare ad alloggiare, hanno bussato per caso alla nostra porta e ci pregano, per l’amor di Dio, di avere la carità di riceverli. Non fanno caso al posto che gli offriremo, purché sia al coperto; si accontenteranno di una scuderia. Sono giovani e di aspetto piuttosto bello, sembrano anche molto spiritosi; ma non posso pensare senza ridere al loro volto buffo ed uniforme. – A questo punto Safia s’interruppe e si mise a ridere di così buon cuore, che le altre due dame e il facchino non poterono impedirsi di ridere a loro volta. – Mie buone sorelle, – riprese Safia, – volete lasciarli entrare? E’ impossibile che con persone come quelle che vi ho descritto non si finisca la giornata ancora meglio di quanto l’abbiamo iniziata. Ci divertiranno molto e non ci saranno a carico, poiché ci chiedono asilo soltanto per questa notte, ed è loro intenzione lasciarci appena sarà giorno.” Continua domani

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

  • Signore, – riprese il facchino, – mi è bastato il vostro aspetto per farmi giudicare che siete persone di rarissimo merito; e mi accorgo di non essere sbagliato. Sebbene la fortuna non mi abbia elargito beni sufficienti per elevarmi a una professione superiore alla mia, ho ugualmente coltivato il mio spirito come ho potuto, con la lettura di libri di scienze e di storia; e permettetemi, vi prego, di dirvi che ho anche letto una massima di un altro autore che ho sempre felicemente praticato: “Noi nascondiamo il nostro segreto, essa dice, soltanto a quelle persone riconosciute da tutti per indiscrete, che abuserebbero della nostra fiducia; ma non abbiamo nessuna difficoltà a svelarlo ai saggi, perché siamo convinti che saprebbero serbarlo.” Il segreto è con me così sicuro come se fosse in un gabinetto la cui chiave fosse andata perduta, e la cui porta fosse ben sigillata.”

Zobeide riconobbe che il facchino non mancava di spirito; ma, pensando che volesse partecipare al banchetto che esse volevano offrirsi, replicò sorridendo:

“Voi sapete che ci apprestiamo a banchettare; ma sapete anche che abbiamo fatto una spesa considerevole, e non sarebbe giusto che voi foste della partita senza contribuirvi. – La bella Safia sostenne l’opinione della sorella. – Amico mio, – disse al facchino, – non avete mai udito dire quel che si dice abbastanza comunemente? “Se portate qualche cosa, sarete qualche cosa con noi; se non portate niente, ritiratevi con niente!”

Il facchino, nonostante la sua retorica, sarebbe forse stato costretto a ritirarsi imbarazzato, se Amina, prendendo risolutamente le sue parti, non avesse detto a Zobeide e a Sofia:

“Care sorelle, vi scongiuro di permettergli di restare con noi: non c’è bisogna di dirvi che ci divertirà; vedete bene che ne è capace. Vi assicuro che, senza la sua buona volontà, la sua agilità e il suo coraggio nel seguirmi, non sarei riuscita a fare tante compere in così breve tempo. D’altra parte, se vi ripetessi tutti i complimenti che mi ha rivolto durante il percorso, il fatto ch’io lo protegga non vi stupirebbe molto.”

A queste parole di Amina, il facchino, in un impeto di gioia, si lasciò cadere sulle ginocchia, baciò la terra ai piedi di quella graziosa dama, e rialzandosi le disse:

“Mia amabile signora, oggi avete dato inizio alla mia felicità; ora la portate al colmo con un’azione così generosa. Non posso manifestarvi come vorrei la mia riconoscenza. D’altronde, signore, – soggiunse rivolgendosi alle tre sorelle, – poiché mi fate un così grande onore, non crediate ch’io ne abusi e pensi di meritarlo. No, mi considererò sempre come il più umile dei vostri schiavi. – Dette queste parole, fece per restituire il denaro che aveva ricevuto; ma la seria Zobeide gli ordinò di tenerlo. – Quello che è uscito una volta dalle nostre mani, – disse, – per ricompensare coloro che ci hanno reso servigio, non vi rientra più. Acconsentendo che voi restiate con noi, vi avverto che, non soltanto lo facciamo a condizione che voi serbiate il segreto che esigiamo da voi; pretendiamo anche che osserviate strettamente le regole della convenienza e dell’onestà.”

Mentre così parlava, la bella Amina si tolse l’abito di città, sollevò la veste legandola alla cintura per agire più liberamente, e preparò la tavola. Ella servì parecchie qualità di cibi, e mise sopra una credenza bottiglie di vino e coppe d’oro. Fatto ciò, le dame presero posto e fecero sedere accanto a loro il facchino, soddisfatto oltre ogni dire nel vedersi a tavola con tre persone di così straordinaria bellezza.

Dopo il primo boccone, Amina che si era seduta accanto alla credenza, prese una bottiglia e una coppa, si versò da bere, e bevve per prima secondo il costume arabo. Poi versò alle sorelle, che bevvero l’una dopo l’altra; infine, riempiendo per la quarta volta la stessa coppa, la offrì al facchino. Questi, nel prenderla, baciò la mano di Amina e, prima di bere, cantò una canzone il cui senso diceva che come il vento porta con sé il buon odore dei luoghi profumati per i quali passa, così il vino che stava per bere, venendo dalla mano di Amina, aveva un gusto più squisito del solito. Questa canzone rallegrò le dame, che cantarono a loro volta. La compagnia fu, insomma, di ottimo umore per tutto il pranzo, che durò molto a lungo e fu accompagnato da tutto quanto poteva renderlo piacevole. Continua domani.   

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 2

La dama che aveva condotto il facchino si accorse del turbamento cui era in preda il suo animo, e del soggetto che lo causava. Questa scoperta la divertì; e provava tanto piacere ad esaminare il contegno del facchino, da non badare alla porta aperta.

“Entrate, dunque, sorella mia, – le disse la bella portinaia. – Non vedete che questo pover’uomo è così carico da non poterne più?”

Quando la prima dama fu entrata insieme con il facchino, la dama che aveva aperto la porta la richiuse; e tutti e tre, dopo aver attraversato un bel vestibolo, passarono in una corte piuttosto ampia, circondata da una loggia a trafori, che comunicava con parecchi appartamenti situati sullo stesso piano, e di somma magnificenza. In fondo a questa corte c’era un sofà riccamente ornato, al centro del quale sorgeva un trono di ambra, sostenuto da quattro colonne di ebano (arricchite di diamanti e perle di straordinaria grossezza), guarnite di raso rosso con ricami in rilievo di un merletto d’oro delle Indie, di mirabile fattura. In mezzo alla corte, c’era una vasca orlata di marmo bianco e piena di acqua limpidissima che sgorgava in abbondanza dal muso di un leone di bronzo dorato.

Il facchino, per quanto fosse carico, non tralasciava di ammirare la magnificenza di questa casa e l’eleganza che dappertutto vi regnava; ma ciò che attirò particolarmente la sua attenzione fu una terza dama, che gli parve ancora più bella della seconda, che stava seduta sul trono di cui ho parlato. Scorgendo le due prime dame, la terza discese dal trono e avanzò verso di loro. Dai riguardi che le altre dame avevano verso quest’ultima, il facchino giudicò che si trattasse della più importante: in ciò non si sbagliava. Questa dama aveva nome Zobeide; quella che aveva aperto la porta si chiamava Safia; e Amina era il nome di quella che aveva fatto le provviste.

Zobeide, avvicinandosi alle due dame, disse loro:

“Sorelle mie, non vedete che questo brav’uomo soccombe sotto tanto peso? Che aspettate a scaricarlo?”

Allora Amina e Safia presero il paniere, l’una davanti, l’altra dalla parte posteriore. Anche Zobeide vi mise mano e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo e, quand’ebbero finito, la graziosa Amina prese del denaro e pagò generosamente il facchino.

Questi, molto sodisfatto, doveva prendere il suo paniere e ritirarsi; ma non poté risolversi a farlo: si sentiva, suo malgrado, trattenuto dal piacere di vedere tre bellezze così rare, che gli sembravano ugualmente affascinanti. Infatti anche Amina si era tolta il velo, ed egli non la giudicava meno bella delle altre. Non riusciva a capire perché in quella casa non si vedesse nessun uomo. Nondimeno la maggior parte delle provviste ch’egli aveva portato, come i frutti secchi e le diverse qualità di paste e di marmellate, si addicevano soltanto a persone che volessero bere e godere.

Zobeide pensò dapprima che il facchino si fermasse per prender fiato. Ma, vedendo che restava troppo a lungo, gli disse:

“Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella mia, – soggiunse rivolta ad Amina, – dategli ancora qualcosa, che vada via contento.

  • Signora, – rispose il facchino, – non è questo che mi trattiene; sono stato pagato anche troppo per il mio lavoro. Capisco di aver commesso un atto ineducato restando qui più di quanto dovevo; ma spero che abbiate la bontà di perdonarlo poiché è dovuto al mio stupore di non vedere nessun uomo con tre dame di così poco comune bellezza. Una compagnia di donne senza uomini è, tuttavia, una cosa triste, come una compagnia di uomini senza donne.” A queste parole soggiunse altre cose divertenti per provare quanto aveva detto. Non dimenticò di citare quanto si diceva a Bagdad: che non si sta bene a tavola se non si è in quattro; e insomma, finì concludendo che, poiché esse erano tre, avevano bisogno di un quarto.

Al ragionamento del facchino, le dame si misero a ridere. Dopo di che, Zobeide gli disse in tono serio:

“Amico mio, voi spingete un po’ troppo oltre la vostra indiscrezione; ma, sebbene non meritiate ch’io scenda con voi in particolari, voglio tuttavia dirvi che siamo tre sorelle, e facciamo i nostri affari così segretamente che nessuno ne sa niente. Abbiamo una ragione troppo valida da temere di comunicarli a degli indiscreti; e un buon autore che abbiamo letto dice: “Mantieni il tuo segreto e non rivelarlo a nessuno: chi lo rivela non ne è più padrone. Se il tuo cuore non può più contenere il tuo segreto, come potrà contenerlo quello di colui al quale lo avrai confidato?” Continua domani.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad

Sire, disse Sherazad rivolgendo la parola al sultano, sotto il regno del califfo (nome dato al alcuni signori maomettani. Questa parola significa, in arabo, successore, rispetto a Maometto.) Harun-al-Rashid. (Harun-al-Rashid, quinto califfo della stirpe degli abbasidi, era contemporaneo di Carlo Magno. Morì l’anno 800 dell’era cristiana e il ventritreesimo del suo regno. Più rispettato dei suoi predecessori, egli seppe farsi obbedire fino in Spagna e nelle Indie; ridiede splendore alle scienze, fece fiorire le arti belle e utili, attirò gli uomini di lettere, compose versi, e fece succedere nei suoi vasti domini la civiltà alla barbarie. Sotto di lui, gli Arabi che adottavano già i numeri indiani, li diffusero in Europa. In Germania e in Francia si conobbe il movimento degli astri proprio per mezzo degli stessi Arabi. La parola almanacco ne è da sola la migliore testimonianza.) c’era a Bagdad, dove risiedeva, un facchino che, nonostante la sua professione umile e penosa, era ugualmente uomo di spirito e di buon umore. Una mattina, mentre come al solito stava in piazza con un gran paniere traforato accanto, in attesa di qualcuno che avesse bisogno dei suoi servigi, una giovane dama dalla bella figura, coperta da un gran velo di mussolina, gli si avvicinò e gli disse con aria graziosa:

“Sentite, facchino, prendete il vostro paniere e seguitemi.”

Il facchino, incantato da quelle poche parole pronunciate in un tono così gradevole, prese subito il paniere, se lo mise in testa, e seguì la dama dicendo:

“O giorno felice! O giorno di buon incontro!”

Prima di tutto la dama si fermò davanti a una porta chiusa e bussò. Un cristiano, venerando per una lunga barba bianca, aprì. La dama gli mise del denaro in mano senza dirgli una sola parola. Ma il cristiano, il quale sapeva che cosa voleva la dama, rientrò e poco dopo portò una grossa brocca di un vino eccellente.

“Prendete questa brocca, – disse la dama al facchino, – e mettetela nel vostro paniere.”

Fatto ciò, gli ordinò di seguirla; poi riprese a camminare e il facchino ricominciò a dire:

“O giorno di felicità! O giorno di piacevole novità e di gioia!”

La dama si fermò alla bottega di un fruttivendolo-fioraio, dove scelse parecchie qualità di mele albicocche, pesche, cotogne, limoni, arance, mirto, basilico, gigli, gelsomini e altre varietà di piante e di fiori profumati. Disse al facchino di mettere tutto nel paniere e seguirla. Passando davanti alla vetrina di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre della migliore carne che avesse, e ordinò al facchino di mettere anche questa nel paniere. In un’altra bottega comprò capperi, dragoncello, cetriolini, finocchi marini ed altre verdure, tutte sott’aceto; in un’altra acquistò pistacchi, noci, nocelle, pinoli, mandorle ed altri frutti del genere; poi passò ancora in un’altra bottega dove comprò ogni sorta di paste di mandorla. Il facchino metteva tutte queste cose nel paniere e, notando ch’esso stava riempendosi, disse alla dama:

“Mia buona signora, dovevate avvertirmi che avreste fatto tante provviste, avrei preso un cavallo o piuttosto un cammello per portarle. Se continuerete a fare acquisti, il mio paniere si riempirà più del consentito.” La dama rise di questa facezia, e gli ordinò ancora una volta di seguirla.

Entrò da un droghiere, dove si rifornì di ogni sorta di acque profumate, di chiodi di garofano, di noce moscata, di zenzero, di un grosso pezzo d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie: il che finì di riempire il paniere del facchino al quale ella disse di seguirla ancora.

Camminarono finché giunsero ad un magnifico palazzo, la cui facciata era ornata da belle colonne e aveva una porta d’avorio. Vi si fermarono, e la dama batté un colpetto.

Mentre aspettavano che la porta del palazzo venisse aperta, il facchino faceva mille riflessioni. Era stupito che una dama come quella si occupasse personalmente delle provviste; perché, insomma, egli si rendeva ben conto che non si trattava di una schiava: osservava che aveva un’aria troppo nobile da lasciar pensare che non fosse libera e che si trattasse di una persona di distinzione. Le avrebbe rivolto volentieri qualche domanda per informarsi sulla sua condizione; ma, mentre si accingeva a parlarle, un’altra dama, venuta ad aprire la porta, le parve così bella che né restò estasiato, o meglio fu così vivacemente colpito dallo splendore delle sue attrattive, che per poco non lasciò cadere il suo paniere con tutto quanto conteneva, a tal punto la vista di quella dama l’aveva messo fuori di sé. Non aveva mai visto una bellezza paragonabile a quella che aveva sotto gli occhi. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 8

Trovò sei draghi coperti di squame più difficili a penetrare del ferro. Per quanto fosse spaventoso un simile incontro, egli rimase intrepido, e servendosi della sua formidabile spada non ne lasciò alcuno senza prima averlo tagliato a metà.

Sperava di aver superato i maggiori ostacoli, quando ne incontrò uno nuovo e quanto mai imbarazzante: ventiquattro ninfe, bellissime e graziose, gli vennero incontro tenendo in mano una lunga ghirlanda di fiori con la quale gli sbarravano il passaggio.

  • Dove volete andare, signore? – gli dissero. – Noi siamo qui a guardia di questi luoghi: se vi lasciamo passare, infinite disgrazie accadrebbero sia a noi che a voi; per pietà non vi ostinate; vorreste forse inzuppare la vostra mano vittoriosa nel sangue di ventiquattro fanciulle innocenti che non vi hanno mai fatto alcun male?

Il Re, a tale vista, rimase interdetto ed esitante; non sapeva che fare: lui, che si era sempre fatto un vanto di rispettare il gentil sesso, e di esserne a oltranza il paladino, adesso era costretto a distruggerlo! Ma udì una voce che improvvisamente lo incoraggiò: “Colpisci! Colpisci! Non risparmiare alcuno, – diceva questa voce, – o perderai per sempre la tua Principessa!”

Allora senza rispondere nulla alla ninfe, egli si getta in mezzo ad esse, spezza le loro ghirlande, le combatte senza pietà e le disperde in un attimo. Era uno degli ultimi ostacoli che doveva trovare: entrò nel boschetto dove aveva visto Tuttabella, e la trovò accanto allo stessa fonte, pallida e disfatta. Le si accosta tremando, fa per gettarsi ai suoi piedi, ma lei si alza e si allontana con altrettanta fretta e indignazione che se il Principe fosse stato il Nano Giallo!

  • Non condannatemi senza ascoltarmi, Altezza, – disse lui; – io non sono infedele né colpevole: sono un infelice che, senza volerlo, si è reso ingrato ai vostri occhi!
  • Ah, crudele! – ella esclamò. – Vi ho visto volare pei cieli insieme a una fanciulla di straordinaria bellezza; era forse a malincuore che facevate quel viaggio?
  • Si, Principessa, – disse lui, – era a malincuore; la perfida Fata del Deserto non si accontentò d’incatenarmi a una roccia, ma mi portò nel suo cocchio in capo al mondo, ove sarei ancora a languire, senza l’insperato soccorso d’una benefica sirena che m’ha condotto sin qui. Vengo, Principessa, a strapparvi dalle mani che vi tengono prigioniera; non rifiutate l’aiuto del più fedele di tutti gli amanti!

Si gettò ai piedi di lei, e cercando di trattenerla per le vesti inavvertitamente si lasciò cadere di mano l’invincibile spada. Il Nano Giallo ch’era lì, nascosto sotto un cespo di lattuga, non aveva ancora fatto in tempo a vederla in terra che, conoscendone l’immenso potere, vi si buttò sopra e l’afferrò.

Scorgendo il Nano, la Principessa lanciò un grido terribile, ma il suo terrore non servì che a inasprire il piccolo mostro: con due paroline magiche egli fece apparire due giganti, i quali si avventarono sul Re e lo caricarono di catene di ferro.

  • E adesso, – disse il Nano, – la sorte del mio rivale è nelle mie mani: ma son disposto ad accordargli la libertà d’andarsene di qui a patto che, senza indugi, voi acconsentiate a sposarmi.
  • Preferisco morire mille volte! – esclamò il Re innamorato.
  • Morire, ahimè, – disse la Principessa, – signore, cosa c’è di più terribile?
  • Che voi diventiate la vittima di questo mostro, – rispose il Re; – non è ancora più terribile?
  • Allora, moriamo insieme, – disse lei.
  • Lasciatemi, Principessa, la consolazione di morire per voi.
  • Piuttosto acconsento a quel che desiderate, – ella disse al Nano.
  • Sotto i miei occhi, – continuò il Re, – sotto i miei occhi ne farete il vostro sposo? O crudele Principessa, la vita mi sarebbe odiosa!
  • No, – disse il Nano Giallo, – non sarà sotto i tuoi occhi ch’io diverrò il suo sposo: un rivale amato è troppo temibile!

E nel dir queste parole, nonostante i gemiti e le preghiere di Tuttabella colpì il Re direttamente al cuore e lo distese ai suoi piedi. La Principessa, non potendo sopravvivere al suo dolce innamorato, si lasciò cadere sul suo corpo e non tardò molto a unire la sua anima a quella di lui. Fu così che morirono i due infelici giovani, senza che la buona sirena potesse aiutarli in alcun modo; giacché

tutta la forza dell’incantesimo stava nella spada di diamante.

Il perfido nano preferì vedere la Principessa priva di vita piuttosto che vederla fra le braccia di un altro; e la Fata del Deserto, essendo venuta a conoscenza dell’avventura, distrusse il mausoleo che aveva innalzato e fu presa da tanto odio per la memoria del Re delle Miniere d’Oro quant’era stata forte la sua passione per la bella persona di lui. La soccorrevole sirena, desolata da sì grande sciagura, non poté ottenere altro dal Destino che di tramutare i giovani amanti in due palme. Quei corpi così perfetti divennero due bellissimi alberi e serbando sempre un amore fedele l’uno per l’altro, si accarezzano intrecciando i loro rami e in questa tenera unione rendono la loro fiamma immortale.

Morale

C’è chi in mezzo al naufragio promette di sacrare

Un’intera ecatombe agl’Immortali,

E poi neppur si prostra davanti alle lor are,

Quando ha toccato le rive ospitali.

A ognun succede, in qualche dannata congiuntura,

Di prodigar promesse. Ma Tuttabella insegna

Che giurare non val, se quei che giura

Col cuor non s’impegna.

Fiabe francesi della corte del re Sole e del secolo XVIII

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 7

  • Ed ora posso dirvi, – continuò la Sirena, – che, quando il perfido Nano Giallo ebbe rapita Tuttabella, la pose, malgrado la ferita fattale dalla Fata del Deserto, dietro di sé, in groppa al suo terribile gatto spagnolo; ella perdeva tanto sangue ed era così sconvolta per l’accaduto che le forze le mancarono e rimase svenuta durante tutto il viaggio; ma il Nano Giallo non volle fermarsi a soccorrerla sin quando non si fosse visto al sicuro nel suo terribile palazzo d’acciaio: trovò ad accoglierlo le più belle fanciulle del mondo ch’egli aveva trasportato lì. Queste fecero a gara a dimostrargli la loro premura nel servire la Principessa; ella fu messa in un letto di broccato d’oro e trapunto di perle più grosse che nocciole.
  • – Povero me! – esclamò il Re delle Miniere d’oro interrompendo la Sirena, – e così l’ha sposata, mi mancano le forze, addio! muoio!
  • No, – disse lei, – per carità, signore, tranquillizzatevi: la fermezza di Tuttabella ha saputo proteggerla dalle violenze dell’orribile nano.
  • Allora andate avanti, – disse il Re.
  • Che altro ho da dirvi? – continuò la Sirena. – Lei si trovava nel boschetto quando voi siete passato; vi ha visto in compagnia della Fata del Deserto (ella era così contraffatta che le sembrò di una bellezza superiore alla sua) e non si ha idea della sua disperazione: crede che l’amiate!
  • Crede che io l’ami! Giusti Dèi! – esclamò il Re, – come ha potuto ingannarsi così e che debbo fare perché si ricreda?
  • Consultate il vostro cuore, – rispose la Sirena con un grazioso sorriso: – per chi è veramente innamorato non c’è bisogno di consigli!

Nel dir queste parole arrivarono al castello d’acciaio; la parte verso il mare era la sola che il Nano Giallo non avesse rivestito di quelle formidabili muraglie che incenerivano chiunque.

  • Io so benissimo, – disse la Sirena al Re, – che Tuttabella si trova presso quella stessa fonte ove la vedeste passando nell’aria; ma, poiché prima di giungervi, avrete dei nemici da combattere, ecco una spada con la quale potrete intraprendere qualsiasi cosa e affrontare ogni pericolo, a patto che non la lasciate cadere. Addio, adesso vado a nascondermi in quella grotta che vedete; se avete bisogno di me per condurre a buon fine la vostra impresa con la Principessa, non vi verrò mai meno: la Regina sua madre è la mia miglior amica ed è per servirla che sono venuta a cercarvi.

Detto questo, ella diede al Re una spada fatta d’un unico diamante; i raggi del sole brillano di meno; egli ne comprese tutta l’utilità e non potendo trovare espressioni abbastanza calorose per mostrarle la sua riconoscenza la pregò di supplirvi immaginando tutto quel che un cuore ben fatto può provare quando si sente grato fino a tal punto.

Ma qui bisogna dire qualcosa della Fata del Deserto. Non vedendo tornare il suo leggiadro spasimante, ella si affrettò ad andarlo a cercare; si recò alla spiaggia con una scorta di cento fanciulle tutte incaricate di offrire al Re doni meravigliosi.

Alcune portavano grandi ceste tutte piene di diamanti, altre vasi d’oro meravigliosamente cesellati, più d’una recava ambra grigia, coralli, perle; certe portavano sul capo rotoli di stoffa d’indescrivibile ricchezza, altre ancora frutta, fiori e perfino degli uccelli!

Quale fu lo stupore della Fata, che camminando precedeva la folta ed elegante schiera, quando scorse il fantoccio d’alghe marine, così rassomigliante al Re delle Miniere d’Oro che nessuno avrebbe potuto trovarvi la minima differenza? A tale vista, sbigottita e come pazza per il dolore, ella lanciò un urlo così straziante da penetrare i cieli, far tremare i morti e risuonare fin nell’inferno. Divenuta una megera furiosa della quale né Aletto né Tisifone avrebbero saputo prendere un aspetto più sconvolgente, ella si gettò sul corpo del Re, pianse, gridò, fece a pezzi cinquanta delle più belle fanciulle che l’avevano accompagnata, immolandole così ai Mani del caro defunto. Poi chiamò a sé undici sorelle che aveva, tutte fate come lei, pregandole di aiutarla a innalzare un superbo mausoleo al giovane eroe. Non ve ne fu una che non rimanesse ingannata dalle alghe marine. Un caso simile vi stupirà abbastanza, giacché le Fate sapevano tutto, ma l’astuta Sirena ne sapeva ancora di più.

Nel mentre che quelle facevano portare porfido, diaspro, agata, marmo, statue, emblemi, oro e bronzo per immortalare la memoria del Re che credevano morto, quest’ultimo stava ringraziando la gentile Sirena e la scongiurava di accordargli la sua protezione; ella s’impegnò a farlo con la migliore grazia del mondo e scomparve ai suoi occhi. A lui non restò che inoltrarsi verso il castello d’acciaio.

Guidato dal suo amore egli andò avanti spedito, scrutando attentamente se per caso non scorgesse l’adorata Principessa, ma non rimase a lungo con le mani in mano: quattro orribili sfingi lo circondarono, e gettandoglisi addosso coi loro adunchi artigli, lo avrebbero fatto a brandelli se la spada di diamante non gli fosse stata utile come la Sirena aveva predetto. L’aveva appena fatta brillare innanzi agli occhi di quei mostri che questi caddero esamini ai suoi piedi: egli inferse a ciascuno un colpo mortale, poi continuò ad andare avanti. Continua domani.