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La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario. – 2

La poesia fu recitata molto bene e il dicitore ebbe un gran successo. Tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente; ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere sino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo si sarebbe venuti a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila. Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali, all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degno di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, niente altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai-Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce d’acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza di spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 4

Sì, queste sono le poesie che si scrivono quando si è innamorati, ma se si ha un po’ di buonsenso ci si guarda bene dal pubblicarle. Il grado di tenente, la povertà e l’amore formano un triangolo, o meglio, una metà del dado spezzato della felicità. Il tenente lo sapeva bene e perciò appoggiando la testa al davanzale della finestra, sospirò profondamente e disse tra sé:

“Quel povero guardiano notturno giù per la strada è molto più felice di me. Non immagina neppure ciò di cui sento la mancanza! Ha una casa, una moglie e dei bambini che piangono con lui del suo dolore e si rallegrano della sua gioia. Sarei più felice di quello che sono se potessi subito cambiarmi in tutto e per tutto con lui, che è certamente più fortunato di me!”

In quello stesso momento il guardiano tornò ad essere guardiano; era divenuto tenente per merito delle soprascarpe della felicità, ma, come si è visto, era subito stato ancor meno contento di prima e aveva desiderato di essere quello che poi era in realtà. Così il guardiano tornò di nuovo a esser guardiano.

“Che brutto sogno! – si disse. – Ma era anche strano in fondo! Mi sembrava di essere il tenente, quello che abita lì su, ma non ero davvero soddisfatto di esserlo! Sentivo la mancanza di mia moglie e dei marmocchi, che son sempre pronti a soffocarmi di baci”.

Si sedette di nuovo, con la testa penzoloni; il sogno non gli si levava dalla mente, e aveva ancora le soprascarpe ai piedi. In quel mentre il cielo fu solcato da una stella filante.

  • E’ caduta, – esclamò il guardiano, – ma ce ne sono ancora tante lassù! Mi piacerebbe veder quelle cose più da vicino, specialmente la luna, perché quella non può davvero sgusciar tra le dita! Quando moriremo, ha detto a mia moglie lo studente al quale lei fa i servizi, voleremo da una stella all’altra. E’ certo una bugia, ma sarebbe bello se fosse così. Se potessi solo fare un salto lassù, non mi importerebbe di lasciare il corpo qui sulle scale!

Ma bisogna esser molto prudenti nel formulare certi desideri, e tanto più cauti bisogna essere quando si hanno ai piedi le soprascarpe della felicità. Guardate un po’, infatti cosa capitò al guardiano!

Per quel che ci riguarda, conosciamo quasi tutti la velocità provocata dal vapore acqueo; l’abbiamo sperimentata noi stessi in treno e traversando il mare su un battello, eppure essa è come l’avanzare di un tardigrado e la marcia di una lumaca in paragone alla velocità della luce, che corre diciannove milioni di volte più rapidamente del più celebre corsiero: ma l’elettricità è ancor più veloce. La morte non è che una scossa elettrica che ci colpisce al cuore, e l’anima liberato vola via sulle ali della velocità. In otto minuti e pochi secondi la luce solare compie un viaggio di più di venti milioni di miglia: trasportata dall’elettricità, l’anima ha bisogno di un numero ancora minore di minuti per lo stesso percorso. Lo spazio tra i corpi celesti non è per essa più grande di quel che sia per noi, che abitiamo in città, la distanza tra la nostra casa e quella dei nostri amici, sia pur questa minima. Questa scossa elettrica ci toglie in ogni modo l’uso del nostro corpo mortale, a meno che noi non abbiamo ai piedi, come il nostro guardiano, le soprascarpe della felicità.

In pochi secondi il guardiano aveva percorso le cinquantaduemila miglia che ci separano dalla luna, che, come tutti sanno, è composta di una materia molto più leggera di quella terrena, ed è soffice, diremmo noi, come la neve appena caduta. Egli si trovò su uno di quei crateri che conosciamo dalla grande carta della luna del Dottor Madler; l’hai vista anche tu, non è vero?

Le pareti interne del cratere scendevano a picco formando una conca per circa un miglio danese. Sul fondo c’era una città, tale e quale al chiaro d’uovo in un bicchier d’acqua, molle, con torri, cupole, balconi a forma di vela, trasparenti e fluttuanti nell’area leggera. La nostra terra si librava sulla sua testa, simile a un grande globo incandescente.

C’erano molti esseri viventi, tutti della specie che noi chiameremmo umani, ma diversissimi da noi nell’aspetto. Sapevano anche parlare, ma chi potrebbe pretendere che l’anima del guardiano comprendesse quello che dicevano? Eppure era proprio così.

Egli capiva benissimo la lingua degli abitanti della luna; essi stavano discutendo della nostra terra, e si domandavano se potesse esser abitata. Secondo loro, l’aria era troppo pesante perché degli esseri lunari ragionevoli potessero abitarvi. Solo la luna, secondo loro, era abitata da esseri viventi; essa era il corpo celeste per eccellenza, e l’unico abitato sin dalla antichità.

Ma ritorniamo giù nella Ostergade e vediamo un po’ cosa era intanto capitato al corpo del guardiano.

Era rimasto seduto su un gradino, senza vita, e l’insegna del mestiere, la bacchetta con su una stella di latta gli era caduta di mano, e stava lì, con gli occhi rivolti alla luna, alla ricerca dell’anima onesta che era fuggita lassù.

  • Guardiano, che ora è? – gli chiese un passante. Lui non rispose, e allora quello gli dette un buffetto sul naso, e il corpo, perso l’equilibrio, rotolò a terra lungo disteso: l’uomo era morto. Il passante che gli aveva dato il buffetto fu colto allora da una grande paura: era morto, non c’era niente da fare. Fu data la notizia, e se ne parlò molto, e nelle prime ore del mattino il corpo fu portato all’ospedale.

Che bello scherzo sarebbe stato per l’anima, al suo ritorno, se, com’è logico, fosse andata a cercarlo nella Ostergade, dove naturalmente non l’avrebbe trovato. Allora per prima cosa sarebbe dovuta correre dalla polizia, poi all’ufficio informazioni, per farlo mettere nell’elenco degli oggetti smarriti, e, alla fine, all’ospedale: ma possiamo star tranquilli: l’anima, quando è sola, è intelligentissima: è il corpo che la rende ottusa.

Continua Lunedì.   

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 3

  • E’ lui il nostro primo stampatore, – confermò l’uomo. La conversazione continuò così discretamente bene: uno dei bravi cittadini parlò poi di una grave pestilenza che aveva infuriato qualche anno prima: lui intendeva quella del 1484, ma il consigliere pensò si trattasse del colore, e così la conversazione continuò senza impacci. La guerra corsara del 1490 era finita da poco ed era inevitabile che se ne parlasse; quelli dissero che il corsari inglesi si erano impadroniti delle navi ancorate nella rada, e il consigliere, che conosceva a menadito gli avvenimenti del 1801, fu pienamente d’accordo con loro nel parlar male degli inglesi. Il resto della conversazione non filò però altrettanto bene, e il tono solenne degli interlocutori non faceva che complicar le cose. Il buon baccelliere era troppo ignorante, e le più semplici affermazione del consigliere gli sembravano troppo audaci e fantastiche. Si guardavano l’un con l’altro, e quando le cose andavano troppo male il baccelliere si metteva a parlar in latino, sperando così di esser capito meglio, ma ciò non serviva a nulla.
  • Come sta ora? – chiese la padrona tirando il consigliere per la manica. Egli tornò subito in sé: nella foga della conversazione si era completamente dimenticato di tutto quello che gli era accaduto.
  • Dio mio! Dove mai i trovo? – esclamò, e solo a pensarci gli girava la testa.
  • Voglio del chiaretto! – gridò uno dei clienti. – Idromele e birra di Brema mescolati insieme, e voi dovete bere con noi!

Vennero allora due ragazze; una aveva una cuffia a due colori. Mentre esse versavano da bere, facendo degli inchini, il consigliere si sentì un brivido di freddo per la schiena.

“Che roba è mai questa! Che roba è mai questa!” borbottava tra sé, ma dovette per forza bere con gli altri che lo afferrarono senza più lasciarlo andare; lui era disperato, e quando lo accusarono di essere ubriaco, fu il primo a crederci, e li pregò di volergli solo procurare una carrozzella, ma tutti pensarono che parlasse russo.

Non si era mai trovato in una compagnia così rozza e ordinaria: “Ci sarebbe da credere di esser tornati ai tempi del paganesimo, – pensava. – Questo è il momento più terribile della mia vita!” Ma in quel momento gli venne l’idea di scivolare sotto la tavola e di raggiunger così a carponi la porta, per vedere di svignarsela, ma prima che ci fosse riuscito, gli altri compresero la sua intenzione e lo afferrarono per le gambe; allora per sua fortuna, le soprascarpe gli sfuggirono dai piedi, e con esse fuggì tutto l’incantesimo.

Il consigliere vide chiaramente davanti a sé un lampione bene acceso, con dietro una palazzina che riconobbe subito, come anche le altre case vicine: era la Ostergade che noi tutti conosciamo. Era sdraiato lungo disteso per terra, con le gambe contro un portone, e proprio di fronte c’era il guardiano notturno, che dormiva pacificamente.

  • Santo cielo! – esclamò. – Me ne sono stato qui lungo e disteso a sognare! Questa è proprio la Ostergade: quante belle luci, e quanta vita! Che effetto terribile ha avuto quell’unico bicchiere di ponce!

Due minuti dopo sedeva in carrozza, diretto a Christianshavn. Ripensando alla paura e alla angoscia che aveva provato, lodava di tutto cuore la felice realtà, il nostro tempo, che con tutte le sue manchevolezze era certamente molto migliore di quello in cui si era trovato poco prima. Non possiamo davvero dire che ora non fosse un uomo ragionevole.

Le avventure del guardiano notturno

  • Ma guarda un po’, – esclamò il guardiano notturno, – un paio di soprascarpe! Appartengono certo al tenente che abita qui sopra: son proprio qui davanti alla sua porta!

Il brav’uomo avrebbe voluto suonare il campanello, per riconsegnarle al proprietario, dato che dentro vedeva ancora luce, ma vi rinunciò per non svegliare gli altri inquilini.

“Che bel calduccio devono dare ai piedi due cosi come questi, – si disse. – E che pelle morbida!” Gli andavano proprio a pennello.

“Come è strano il mondo! – continuò. – Lui ora potrebbe andarsene a letto, e non lo fa! Eccolo lì invece che passeggia su e giù per la stanza! Che uomo fortunato! Non ha né moglie né figli, e va tutte le sere in società. Se fossi io al suo posto, sarei certo un uomo felice!”

Non aveva ancora terminato di formulare questo desiderio, che le soprascarpe, che si era infilate, produssero il loro effetto, ed egli prese le sembianze e il modo di pensare del tenente.

Si trovò così a camminare su e giù per la stanza, con un foglietto rosa tra le dita, dove era scritta una poesia, composta dal signor tenente in persona. Non c’era nessuno che non si sia sentito, almeno una volta in vita sua, in vena poetica, e allora basta trascrivere il proprio pensiero, ed ecco i versi belli e fatti. C’era scritto così:

Se fossi ricco!

Se fossi ricco! Un giorno mi son detto

quando ancora ero solo un fanciulletto.

Se fossi ricco, farei l’ufficiale,

con uniforme, sciabola e mantello.

Or, che son proprio divenuto tale,

che son tenente, e porto un gran mantello,

ricco non son davvero, lo sa Iddio!

Ricco di giovinezza e di allegria

di fiabe, di racconti e di poesia,

stavo una sera con una bambina;

ancora ingenua, in tutto mi credeva,

e forte mi baciò, cara piccina!

Avea sett’anni, e in tutto mi credeva,

ma ricco io non lo ero, lo sa Iddio!

Se fossi ricco! Mi dico oggi ancora,

e la bambina è cresciuta da allora:

è grande, bella, sensibile, buona;

se ancora mi volesse un po’ di bene,

se come allora fosse con me buona,

terminate sarebber le mie pene.

Ricco però non sarò mai, mio Dio!

Se fossi ricco di pace e armonia

non avrei scritto questa poesia;

ma tu, che io amo, il mio dolor comprendi,

la mia tribolazione disperata?

Ma forse è meglio se non lo comprendi,

è meglio se non sai di essere amata!

Povero resterò, mi aiuti Iddio!

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 2

Mi sembra che la cosa migliore sia prendere una carrozza!” pensò. Ma dov’erano le carrozze? Non se ne vedeva nemmeno una. “Mi toccherà tornare sino a Kongensnytorv, dove ci saranno certamente delle carrozze; altrimenti non arriverò mai a Christianshavn!”

Allora tornò indietro, ed era quasi arrivato in fondo alla Ostergade quando sorse la luna.

  • Santo cielo! Che razza di impalcatura! – esclamò, scorgendo la porta che a quei tempi si trovava in fondo alla Ostergade.

Alla fine trovò un cancelletto aperto e di lì giunse a quella che ora è Kongensnytorv, ma allora non c’era che un vasto prato, interrotto solo da qualche cespuglio solitario, e lo attraversava un lungo canale, o fiume che fosse. Sulla riva opposta sorgevano alcune miserande baracche di legno per i marinai di Halland, che avevano dato il nome al corso d’acqua.

  • O questa è la cosiddetta Fata Morgana, o io sono ubriaco! – si lamentò il consigliere. – Ma che roba! Ma che roba!

Tornò indietro, fermamente convinto di star male, e non appena fu di nuovo nella Ostergade, guardò un po’ più attentamente le case: la maggior parte di esse era a travature esterne, e molte avevano un tetto di paglia.

  • Non mi sento bene per niente! – disse sospirando. – eppure ho bevuto solo un bicchiere di ponce, ma per me, che non lo sopporto, è anche troppo! Che bella stupidaggine è poi stata quella di offrirci del ponce col salone caldo! Lo dirò alla padrona di casa! E se tornassi indietro, per far veder loro in che stato mi trovo? Ma temo di far brutta figura! E poi, chissà se sono ancora alzati!

Cercò allora la casa ma senza trovarla.

  • E’ una cosa terribile! Non son capace di riconoscere la Ostergade! Non c’è nemmeno un negozio! Non vedo che delle vecchie catapecchie miserabili, come se mi trovassi a Roskilde o a Ringsted! Son certo ammalato! Ma è inutile vergognarsi! Dove diavolo si trova la casa dell’agente? Non è più la stessa! Eppure dentro c’è ancora della gente alzata! Dio mio, sono certo ammalato!

Vide poi una porta socchiusa, da cui filtrava un po’ di luce. Era una delle locande di allora, una specie di bettola, e il salone sembrava il vestibolo di un alberguccio dello Holstein; un buon numero di brava gente, marinai, borghesi della capitale e qualche persona dotta, assorti in discorsi profondi attorno ai boccali di birra, badarono appena al nuovo venuto.

  • Scusi, – disse il consigliere all’ostessa venutagli incontro, – mi sento tanto male! Non potrebbe procurarmi una carrozza per tornare a Christianshavn?

La donna lo guardò scuotendo la testa, e poi si mise a parlargli in tedesco. Pensando che essa non conoscesse il danese, il consigliere ripeté in tedesco la sua richiesta, e questo, unitamente al suo modo di vestire, confermò l’ostessa nella sua idea di aver davanti a sé un forestiero. Che stava male però lo capì subito, e gli portò un boccale pieno d’acqua un po’ salmastra, che era stata attinta al pozzo.

Il consigliere si prese la testa tra le mani e tirò fuori un profondo sospiro, ripensando a tutte le strane cose che gli erano accadute.

  • Questo è l’ ”Oggi” di stasera? – chiese poi, tanto per dir qualcosa, vedendo la donna riporre un gran foglio di carta.

Ella non capì cosa voleva dire, ma gli porse il foglio: era una incisione rappresentante un fenomeno di miraggio apparso nel cielo della città di Colonia. – E’ molto vecchia! – esclamò il consigliere, tornando di buon umore alla vista di un simile oggetto da antiquario. – Come mai lei è venuta in possesso di un pezzo così raro? E’ interessantissimo, nonostante si tratti di una fantasia! Oggi, queste visioni si spiegano con l’aurora boreale, ma si tratta certo di fenomeni elettrici.

Sentendo le sue parole, quelli che erano seduti più vicino lo guardarono meravigliati, e uno di essi si alzò, si levò rispettosamente il cappello e disse, con l’aria più seria di questo mondo:

  • Lei, monsieur, è certo un uomo molto dotto!
  • Oh no, – si schermì il consigliere, – son solo capace di parlare di questo e di quello, come è necessario saper fare.
  • La modestia è la più bella delle virtù, – rispose l’uomo. – Del resto, dopo quel che avete detto, devo rispondere mihi secus videtur, per quanto sospenda volentieri il mio Judicium.
  • Posso chiedere con chi ho l’onore di parlare? – domandò il consigliere.
  • Sono baccelliere nella Sacra Scrittura! – rispose quello.

Al consigliere questo bastò, tanto più che l’abbigliamento di quel tipo era in carattere col suo titolo. “Si tratta certo, – pensò, – di un vecchio maestro di campagna, un originale, come se ne trovano ancora su nella Jutlandia”.

  • Questo non è certo un locus docendi, – riprese quello, – ma vi prego di voler darvi la pena di parlare. Siete certo molto competente in fatto di cose antiche.
  • Sì, certo, – rispose il consigliere, – leggo volentieri tutti i vecchi libri utili, ma mi piacciono anche quelli moderni, fatta eccezione per le ”storie di tutti i giorni”: di cose di tutti i giorni ne abbiamo già abbastanza nella realtà!
  • Storie di tutti i giorni? – chiese il nostro baccelliere.
  • Penso a questi nostri nuovi romanzi.
  • Ora capisco, – disse l’uomo sorridendo, – però in essi c’è dell’ingegno, e vengono letti a corte; al re piace specialmente il romanzo di Messer Iffvent e di Messer Gaudian, che tratta di re Arturo e dei suoi cavalieri della Tavola rotonda: a questo proposito, egli ha anche scherzato con i suoi cortigiani!
  • Non l’ho ancora letto, – rispose il consigliere, – deve certo trattarsi di un nuovo romanzo pubblicato da Heiberg!
  • No, – replicò quello, – non lo ha pubblicato Heiberg, ma Godfred von Ghemen!
  • E’ lui l’autore? –  Chiese il consigliere. – E’ un nome molto antico! Si chiamava così il primo  stampatore che abbiamo avuto in Danimarca! Continua domani.  

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità

Antefatto

In una casa della Ostergade, a Copenaghen, non lontano da Kongensnytrv, c’era un gran ricevimento: son cose che è bene fare di tanto in tanto, così non se ne parla più, e inoltre si può venire invitati a nostro turno dagli altri. Una buona metà degli ospiti era già seduta attorno ai tavolini da gioco, e l’altra metà aspettava di vedere cosa avrebbe fatto la padrona di casa dopo aver esclamato: – Adesso dobbiamo fare qualcosa di bello! – Si era a questo punto, e la conversazione andava avanti come poteva. Tra l’altro il discorso cadde anche sul Medioevo, che alcuni consideravano un’epoca molto migliore della nostra. Il consigliere Knap difese così animatamente questa tesi che la padrona di casa prese subito le sue parti, e tutte e due insieme si misero a criticare quanto aveva scritto Orsted nell’Almanacco sui tempi antichi e su quelli moderni, dando chiaramente la preferenza a questi ultimi. L’epoca più bella e più felice era stata, secondo il consigliere, quella di re Giovanni. (morto nel 1513)

Ma andiamo un po’ a vedere cosa avveniva nell’atrio, dove stavano i soprabiti, i bastoni, gli ombrelli e le soprascarpe, mentre nel salone si facevano tutti questi discorsi pro e contro (furono interrotti solo un momento per dare un’occhiata al giornale appena arrivato, ma non c’era nulla che valesse la pena di esser letto). Nell’atrio erano dunque sedute due domestiche, una giovane e una vecchia. Si sarebbe potuto pensare che fossero venute per accompagnare a casa la loro padrona, qualche vecchia signorina o una vedova, ma a guardarle un po’ più attentamente si capiva subito che non si trattava di comuni persone di servizio: le loro mani eran troppo delicate per esserlo e il loro portamento troppo regale; anche i vestiti avevano un taglio troppo ardito e singolare. Erano due fate: la più giovane non era la fata della felicità in persona, ma era la cameriera di una delle sue ancelle, e suo compito era distribuire i doni più minuti della felicità; la vecchia, che aveva un aspetto molto serio, era la fata del dolore: essa sbriga sempre da sola tutte le sue commissioni, per esser sicura che vengano eseguite come si deve.

Chiacchieravano tra loro, raccontandosi come avevano impiegato la giornata. La cameriera dell’ancella della felicità aveva eseguito solo pochi incarichi di scarsa importanza, come salvare un cappello nuovo da un acquazzone, far sì che un pezzo grosso, vero pallone gonfiato, salutasse un galantuomo, e altre inezie del genere; le restava da fare ancora una cosa, ma quella era però fuori dell’ordinario.

  • Devi sapere, – soggiunse, – che oggi è il mio compleanno, e per festeggiarlo mi è stato consegnato un paio di soprascarpe da dare agli uomini. Esse hanno la proprietà di trasferire immediatamente chi le indossa nel luogo e nell’epoca preferiti: ogni desiderio riguardante il tempo e lo spazio viene esaudito, così, finalmente, potrà esserci qualcuno felice quaggiù!
  • Lo dici tu, – obiettò la fata del dolore, – quello invece si dispererà certamente, benedicendo il momento in cui potrà levarsi le tue soprascarpe.
  • Ma che vai dicendo? – replicò l’altra. – Ora le metto qui vicino alla porta, e chi per isbaglio le indosserà sarà una persona felice!

Ecco quali erano i loro discorsi.

Che cosa accadde al consigliere

Era già tardi. Il consigliere Knap, sempre sprofondato col pensiero nei tempi di re Giovanni, pensò che era ora di andarsene a casa, e destino volle che fosse proprio lui a mettersi le soprascarpe della felicità invece delle sue. Uscì così in istrada, ma il magico potere delle soprascarpe lo trasportò immediatamente ai tempi di re Giovanni, e così affondò subito nella poltiglia e nel fango, perché allora non si usava ancora lastricare le strade.

  • Ma che tremendo sudiciume! – esclamò il consigliere, – il marciapiedi non c’è più e tutti i lampioni sono spenti!

La luna non era ancora abbastanza alta nel cielo e l’aria era piuttosto pesante, così che tutto era immerso nell’oscurità. Alla prima svolta, in ogni modo, c’era una lampada accesa davanti a un’immagine della Madonna, ma faceva così poca luce che egli la notò solo quando ci fu proprio sotto, e gli occhi gli caddero sulla immagine dipinta della Madre col bambino.

“Forse è un museo, – disse tra sé, – e hanno dimenticato di tirar dentro l’insegna”.

Gli passarono poi davanti alcune persone vestite alla maniera dell’epoca.

Come erano conciate! Venivano certo da un ballo in maschera!

All’improvviso si sentì un suono di tamburi e di pifferi, e la strada fu illuminata dal chiarore delle torce; il consigliere allora si fermò e vide passare uno strano corteo. Davanti a tutti marciava un gruppo di tamburini che suonavano con molta abilità i loro strumenti, li seguivano dei soldati armati di archi e di balestre. Il personaggio più importante di tutto il corteo era un prelato. Il consigliere chiese, molto stupito, cosa significasse quel corteo e chi fosse quell’uomo.

Gli risposero che era il vescovo della Selandia.

“Dio mio! Ma che diamine gli è venuto in mente?” si chiese il consigliere, sospirando e scuotendo il capo. Non era possibili che quello fosse il vescovo! Continuò poi la sua strada rimuginando i suoi pensieri, senza guardare né a destra né a sinistra; e giunse così alla Piazza del Ponte Alto. Non gli fu possibile trovare il ponte che porta al castello, e si accorse anzi di essere sulla sponda di un fiumiciattolo paludoso; alla fine vide due persone in una barchetta.

  • Il signore vuol essere traghettato all’isola? – chiesero quelli.
  • L’isola? – ripeté il consigliere, che non sapeva in che tempo si trovava. – Voglio andare a Christianshavn, nel Vicolo del Mercato.

I due lo guardarono stupiti.

  • Ditemi solo dov’è il ponte, – chiese. – E’ una vera vergogna che non ci sia neanche un lampione acceso, e per di più c’è una tale fanghiglia che sembra di camminare in un pantano.

Più parlava con i due e meno li capiva.

  • Non comprendo il vostro dialetto di Bornholm! – esclamò alla fine e volse loro le spalle, furibondo. Il ponte era impossibile trovarlo e non c’era neppure un parapetto. – Questo stato di cose è un vero scandalo! – sbuffò. Il suo tempo non gli era mai sembrato così miserevole come quella sera.

Continua domani.

La favola del giorno

I vestiti nuovi dell’imperatore – 2

  • Non è forse una bella stoffa? – dissero i due impostori, e gli mostravano e gli spiegavano il bellissimo disegno che non c’era per niente.

“Stupido non sono! – pensò l’uomo. – Dunque vorrà dire che non sono degno della mia alta carica? Sarebbe molto strano! Ma non bisogna farsene accorgere!”  E così prese a lodare il tessuto che non vedeva, e parlò del piacere che gli davano quei bei colori e quei graziosi disegni. – Sì, è proprio la stoffa più bella del mondo! – disse all’imperatore.

Tutti i cittadini discorrevano di quella stoffa magnifica. Allora l’imperatore stesso volle andare a vederla mentre era ancora sul telaio. Con tutto uno stuolo di uomini scelti, tra i quali anche quei due bravi funzionari che già c’erano stati, egli si recò dai due astuti imbroglioni, che stavano tessendo con grande lena, ma senza un’ombra di filo.

  • Eh!? non è magnifique? – dissero i due bravi funzionari. – Guardi Sua Maestà che disegni, che colori! – e indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli la vedevano la stoffa.

“Che mi succede? – pensò l’imperatore, – non vedo nulla! terribile, davvero! Sono stupido? o non sono degno di essere imperatore? Questa è la cosa più spaventosa che mi poteva capitare!” – Oh! bellissimo! – disse. – Vi concedo, la mia suprema approvazione! – e annuiva soddisfatto, contemplando il telaio vuoto; non poteva mica dirlo, che non vedeva niente. Tutti quelli che s’era portato dietro, guardavano, guardavano, ma, per quanto guardassero, il risultato era uguale; eppure dissero, come l’imperatore: – Oh! bellissimo! – e gli suggerirono di farsi fare, con quella stoffa meravigliosa, un vestito nuovo da indossare al grande corteo che era imminente.

  • Maqnifique! carina, excellent! – dicevano l’uno all’altro ed erano tutti profondamente felici dicendo queste cose.

L’imperatore diede ai due impostori la Croce di Cavaliere da appendere all’occhiello e il titolo di Nobili Tessitori.

Per tutta la notte prima del pomeriggio in cui doveva aver luogo il corteo, gli imbroglioni restarono alzati con più di sedici candele accese; tutti potevano vedere quanto avevano da fare per ultimare i vestiti nuovi dell’imperatore. Finsero di staccare la stoffa dal telaio, con grandi forbici tagliarono l’aria, cucirono con ago senza filo e dissero infine: – Ecco, i vestiti sono pronti!

Giunse, allora, l’imperatore in persona, con i suoi più illustri cavalieri, e i due imbroglioni tenevano il braccio alzato come reggendo qualcosa e dicevano: – Ecco i calzoni, ecco la giubba, ecco il mantello! – e così via di seguito. – E’ una stoffa leggera come una tela di ragno! Si potrebbe quasi credere di non aver niente indosso, ma è appunto questo il suo pregio!

  • Sì! – dissero tutti i cavalieri, ma non vedevano niente, perché non c’era niente.
  • E adesso, vuole la Sua Imperiale Maestà graziosamente concederci di spogliarsi? – dissero i due imbroglioni, – così noi Le potremo mettere questi vestiti nuovi proprio qui dinanzi alla specchiera!

L’imperatore si spogliò e i due imbroglioni fingevano di porgergli, pezzo per pezzo, gli abiti nuovi, che secondo loro, andavano terminando di cucire; lo presero per la vita come per legargli qualcosa stretto stretto, era lo strascico; e l’imperatore si girava e si rigirava davanti allo specchio.

  • Dio, come sta bene! Come donano al suo personale questi vestiti! – dicevano tutti. – Che disegno! che colori! E’ un costume prezioso!
  • Qui fuori sono arrivati quelli col baldacchino che sarà tenuto aperto sulla testa di Sua Maestà durante il corteo! disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
  • Sì, eccomi pronto! – rispose l’Imperatore. – Non è vero che sto proprio bene? – e si rigirò un’altra volta davanti allo specchio fingendo di contemplare la sua tenuta di gala.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico, finsero di raccoglierlo tastando per terra; e si mossero stringendo l’aria; non potevano mica far vedere che non vedevano niente.

E così l’imperatore aprì il corteo sotto il sontuoso baldacchino e la gente per le strade e alle finestre diceva: – Dio! sono di una bellezza incomparabile i vestiti nuovi dell’imperatore! che splendida coda dietro la giubba! Ma come gli stanno bene! – Nessuno voleva mostrare che non vedeva niente, perché se no significava che non era degno della carica che occupava, oppure che era molto stupido. Nessuno dei tanti costumi dell’imperatore aveva avuto tanta fortuna.

  • Ma se non ha niente indosso! – disse un bambino. – Signore Iddio! La voce dell’innocenza! – disse il padre, e ognuno sussurrava all’altro quello che aveva detto il bambino.
  • Non ha niente indosso! C’è un bambino che dice che non ha niente indosso!
  • Non ha proprio niente indosso! – urlò infine tutta la gente. E l’imperatore si sentì rabbrividire perché era sicuro che avevano ragione; ma pensò: “Ormai devo guidare questo corteo fino alla fine!” e si drizzò ancor più fiero e i ciambellani camminarono reggendo la coda che non c’era per niente.

Hans Christian Andersen