Tag: favole di andersen

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 8

  • C’è grandine e tempesta, – disse, – non mi son mai trovata fuori con un tempo simile.
  • Effettivamente, il troppo stroppia, – rispose il troll. Allora la principessa gli raccontò che Giovanni aveva indovinato per la seconda volta: se avesse fatto lo stesso la mattina seguente, avrebbe vinto, e allora a lei non sarebbe più stato possibile di venire nella montagna, non avrebbe più potuto fare le solite stregonerie, e questo l’addolorava molto.
  • Stavolta non dovrà indovinare! – esclamò il troll. – Troverò ben io qualcosa a cui non ha mai pensato, a meno che egli sia un mago più potente di me! Ma ora stiamo allegri! – Così dicendo prese per le mani la principessa, e ballarono intorno intorno con i minuscoli folletti e i fuochi fatui che erano nel salone. I ragni rossi saltarono su e giù per le pareti con altrettanta allegria, e i fiori di fuoco sembravano sprizzar scintille. Il gufo batté il tamburo, i grilli fischiarono, mentre le cavallette nere soffiavano nello scacciapensieri. Che ballo allegro!

Quando ebbero ballato abbastanza, la principessa dovette pensare al ritorno, altrimenti al castello avrebbero notato la sua assenza; il troll disse allora che voleva accompagnarla, così avrebbero potuto stare ancora un po’ insieme.

Volarono via nella tempesta, e il compagno di Giovanni consumò addirittura le sue verghe sulle loro spalle: non era mai capitato al troll di essere fuori con una simile grandinata. Arrivati davanti al castello, egli le sussurrò nel salutarla: – Pensa alla mia testa -. Ma il compagno di Giovanni sentì benissimo lo stesso, e proprio nel momento in cui la principessa sgusciava di nuovo dentro la sua camera da letto e il troll stava voltandosi per tornare via, lo afferrò per la lunga barba nera, e con un gran fendente della sua spada spiccò via dalle spalle quell’orribile testa senza, che il troll avesse nemmeno il tempo di vederlo. Gettò il corpo nel lago, in pasto ai pesci, ma la testa la sciacquò solo un momento nell’acqua, poi la legò nel suo fazzoletto di seta, la portò a casa e si mise a dormire.

La mattina dopo dette il fazzoletto a Giovanni raccomandandogli però di non aprirlo prima che la principessa gli domandasse a che cosa aveva pensato.

C’era tanta gente nel salone del castello, che stavano tutti gli uni sugli altri, come ravanelli legati in un mazzo. I consiglieri sedevano nei loro scanni con i morbidi cuscini, il vecchio re aveva messo un vestito nuovo; la sua corona d’oro e lo scettro erano lucidati di fresco che era una bellezza. La principessa però era pallidissima e tutta vestita di nero, come se dovesse andare a un funerale.

  • A che cosa ho pensato? – chiese a Giovanni, e subito quello sciolse il fazzoletto, e rimase lui stesso costernato nel vedere l’orrida testa del troll. Rabbrividirono tutti, perché era veramente uno spettacolo spaventoso, ma la principessa rimase immobile come una statua, incapace di dire una sola parola; alla fine si alzò e porse la mano a Giovanni, perché aveva indovinato; senza guardare in faccia nessuno, sospirò profondamente dicendo: – Ora sei il mio signore e padrone. Questa sera celebreremo le nozze!
  • Così sì che va bene, – esclamò il vecchio re, – e così deve essere! Tutti gridarono evviva, la fanfara militare passò per le strade, le campane suonarono a festa, e le venditrici ambulanti di dolci tolsero il nastro nero ai loro maialini di zucchero; ora era tornata l’allegria! In mezzo alla piazza furono portati tre buoi interi arrostiti e ripieni di anatre e di polli, e ognuno poté tagliarsene una fetta a piacere; dalle fontane sgorgò il vino più prelibato, e chi comprava dal fornaio una ciambellina da un soldo riceveva in regalo sei maritozzi, di quelli con l’uva passa dentro.

La sera vi fu grande illuminazione in tutta la città, i soldati spararono i loro cannoni e i ragazzi le loro castagnole e su al castello si mangiò, si bevve, si fecero brindisi e si ballò; parteciparono alle danze tutti i distinti cavalieri e tutte le graziose damigelle. Da lontano si sentivano cantare:

Ma quante graziose fanciulle,

che vogliono tutte ballar!

Ballano al suono del tamburello,

come una trottola sanno girar!

Ma le fanciulle danzeranno

sino a che i tacchi si staccheranno.

Ma la principessa era ancora una strega e non voleva bene al suo sposo; il compagno di Giovanni lo sapeva, e perciò diede al suo amico tre piume di ala di cigno e una bottiglietta con alcune gocce, consigliandogli di far mettere accanto al letto nuziale una grossa vasca piena d’acqua: quando la principessa avesse voluto mettersi a letto, lui doveva darle una spinta per farla cadere nell’acqua, e poi doveva immergervela ben tre volte, dopo averci però gettato le piume e le gocce. Si sarebbe così liberata dall’incantesimo e gli avrebbe voluto molto bene.

Giovanni fece tutto quello che gli aveva consigliato il suo compagno; quando lui la spinse sott’acqua, la principessa gettò uno strillo e gli si divincolò tra le mani, trasformata in un grande cigno nero dagli occhi lucenti. Quando tornò a galla per la seconda volta era un cigno candido come la neve, con solo un cerchio nero al collo; Giovanni pregò allora devotamente il Signore e immerse per la terza volta l’uccello nell’acqua, e quello si mutò subito in una splendida principessa. Era ancora più bella di prima e lo ringraziò con i suoi magnifici occhi pieni di lagrime, per averla liberata dall’incantesimo.

La mattina dopo venne il vecchio re con tutta la corte, e le congratulazioni durarono gran parte della giornata: per ultimo venne il compagno di Giovanni, col bastone in mano e il sacco sulle spalle. Giovanni lo baciò ripetutamente, pregandolo di non andar via, ma di restare con lui, che gli era debitore di tutta la sua felicità. Ma quello scosse il capo e gli disse con dolce amorevolezza: –  No, ora il tempo concessomi è passato! Non ho fatto che pagare il mio debito. Ti ricordi di quel morto che degli individui infami volevano oltraggiare? Tu desti allora tutto quello che possedevi perché egli potesse riposare in pace nella sua tomba. Quel morto sono io! – Ciò detto sparì.

I festeggiamenti nuziali durarono un mese intero. Giovanni e la principessa si vollero molto bene, e il vecchio re visse molti giorni felici, facendo saltare i nipotini sulle ginocchia e lasciandoli giocare con lo scettro. Intanto Giovanni diventò re di tutto il paese.

Hans Christian Andersen

Fine, spero che vi sia piaciuta cosi come è piaciuta a me.

Annunci

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 7

Giovanni si svegliò nelle prime ore del mattino; anche il suo compagno si alzò presto e gli raccontò di aver fatto nella notte un sogno molto strano, con la principessa e una sua scarpa, e lo pregò perciò con insistenza di chiedere alla principessa se per caso non aveva pensato proprio a una scarpa. Era quello che aveva sentito dal troll che stava dentro la montagna, ma non voleva dirlo a Giovanni, e lo pregò solo di farle questa domanda.

  • Per me chiedere una cosa o l’altra è proprio lo stesso, – rispose Giovanni. – Può anche darsi che il tuo sogno sia giusto, perché io son sempre convinto che il Signore mi aiuterà! Ora però voglio dirti addio, perché se sbaglio a indovinare, non ti vedrò mai più.

Così si baciarono, e Giovanni andò in città e salì al castello. Il salone era tutto pieno di gente, e i giudici stavano seduti nei loro scanni con dei cuscini di piuma dietro la testa: avevano tante cose a cui pensare! Il vecchio re si alzò asciugandosi gli occhi con un fazzoletto bianco. Entrò poi la principessa, ancor più bella del giorno prima e salutò tutti con molta grazia, ma a Giovanni dette la mano dicendo: – Ciao!

Giovanni doveva dunque indovinare quello che lei aveva pensato. Dio mio, come lo guardava amabilmente! Non appena però sentì pronunciare la parola “scarpa”, divenne terrea in volto e fu scossa da un tremito per tutto il corpo; ma ormai non c’era niente da fare, tanto lui aveva indovinato.

Caspita, come fu contento il vecchio re! Fece una capriola magistrale, e tutti batterono le mani a lui e a Giovanni che aveva superato la prima prova.

Quando sentì la buona notizia, il compagno non stette più in sé dalla gioia, ma Giovanni congiunse le mani e ringraziò il buon Dio che lo avrebbe certamente aiutato anche le altre volte.

L’indomani doveva aver luogo una seconda prova.

La sera passò come quella precedente. Mentre Giovanni dormiva, il suo compagno seguì in volo la principessa sino alla montagna, e gliene dette ancor di più della prima volta perché aveva con se due verghe: nessuno lo vide, ma egli sentì tutto. La principessa avrebbe dovuto pensare al suo guanto, e lui lo ripeté poi all’amico, come se si fosse trattato di un sogno. Così Giovanni indovinò giusto anche questa volta, e in tutto in castello regnò una grande allegria. Tutta la corte si mise a far capriole, come aveva visto fare al re la prima volta, mentre la principessa, sdraiata sul sofà, non voleva dire neppure una parola. Tutto dipendeva ormai dalla terza prova. Se gli fosse andata bene, Giovanni avrebbe avuto la bella principessa, e alla morte del vecchio re avrebbe ereditato tutto il regno, ma se si fosse sbagliato, avrebbe perso la vita, e il troll avrebbe mangiato i suoi begli occhi azzurri.

La sera Giovanni andò a letto presto, disse le sue preghiere e si addormentò tranquillamente, ma il suo compagno si fissò le ali sulle spalle, si cinse la spada al fianco e, prese tutte e tre le verghe, volò sino al castello.

Era una notte nera come il carbone; la tempesta era così forte che strappava le tegole dalle case, e nel giardino gli alberi, con gli scheletri appesi, oscillavano al vento come giunchi. Tuoni e fulmini si alternarono senza interruzione tutta la notte, tanto che si sentiva un unico lungo boato. La finestra si spalancò, e la principessa spiccò il volo: era pallida come la morte, ma si rideva del cattivo tempo; per lei, peggio era e più era contenta, e il suo mantello bianco ondeggiava al vento come un’ampia vela. Il compagno di Giovanni però la batté così forte con le sue tre verghe che il sangue colò fino a terra, e alla fine lei non aveva quasi più la forza di volare. Finalmente, giunse alla montagna. Continua e finisce domani.

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 6

Proprio in quel momento la fanciulla entrò cavalcando insieme alle sue damigelle nella corte del castello, e così andarono a salutarla. Era veramente graziosa, e quando porse la mano a Giovanni, egli sentì di amarla ancora più di prima. Era impossibile che fosse una strega cattiva e maligna come tutti dicevano. Salirono poi nel salone, e i paggetti offrirono loro marmellata e panpepato, ma il vecchio re era così triste che non poté mangiar nulla, e poi il panpepato era troppo duro per lui.

Fu deciso allora che la mattina dopo Giovanni sarebbe tornato al castello, e tutti i giudici e l’intero consiglio si sarebbero riuniti per sentire come se la cavava con gli indovinelli. Se gli fosse andata bene, sarebbe dovuto ritornare altre due volte, ma sino allora nessuno aveva indovinato, nemmeno la prima volta, e tutti avevano dovuto morire.

Giovanni non era affatto preoccupato per come gli sarebbe andata a finire, anzi era contento, pensava solo alla bella principessa ed era sicurissimo che il buon Dio lo avrebbe aiutato: in che modo non lo sapeva, né voleva pensarci; fece tutta la strada a passo di danza, e così tornò alla locanda dove lo stava aspettando il suo compagno di viaggio.

Giovanni non smetteva mai di raccontare come era stata gentile con lui la principessa e come era bella: non vedeva l’ora che venisse il giorno dopo, per andare su al castello e tentare la sorte indovinando.

Ma il compagno scrollò la testa, molto addolorato. – Ti voglio tanto bene, – esclamò, – saremmo potuti stare ancora parecchio tempo insieme; e ora invece devo già perderti! Povero, caro Giovanni! Vorrei piangere, ma non voglio turbare la tua gioia stasera, l’ultima sera, forse, che passiamo insieme. E’ meglio stare allegri e darci alla pazza gioia; domani, quando te ne sarai andato via, potrò sfogarmi a piangere!

Per tutta la città intanto si era sparsa la voce che era arrivato un nuovo pretendente della principessa, e regnava dovunque una grande tristezza. Il teatro venne chiuso, le venditrici ambulanti di dolci legarono dei nastri di crespo nero intorno ai loro maialini di zucchero, e il re e i preti si gettarono ginocchioni in chiesa, tutti disperati, perché a Giovanni non sarebbe certamente andata meglio che a tutti gli altri pretendenti.

A tarda sera il compagno di Giovanni preparò un bel ponce e disse che dovevano darsi all’allegria e brindare alla salute della principessa. Dopo aver bevuto due soli bicchieri però Giovanni sentì un tal sonno che gli fu impossibile tenere gli occhi aperti e cadde addormentato. L’amico lo sollevò dolcemente dalla seggiola e lo posò sul letto; a notte alta poi, quando fu tutto buio, prese le due grandi ali che aveva tagliato al cigno, se le legò saldamente sulle spalle, si ficcò in tasca la più grossa delle verghe che aveva avuto dalla vecchia che era caduta e che si era rotto una gamba spalancò la finestra e volò attraverso la città sino al castello, e lì si nascose in una nicchia, proprio sotto la finestra della camera da letto della principessa.

In tutta la città regnava un gran silenzio, e quando l’orologio segnò le undici e tre quarti la finestra si spalancò, e la principessa traversò a volo la città, con un gran mantello bianco e delle lunghe ali nere, diretta verso una grande montagna, ma il compagno di Giovanni, resosi invisibile per non farsi vedere da lei, le volò dietro, assestandole una tal gragnuola di colpi con la verga da far sprizzare il sangue dove picchiava. Che volo fu quello per l’aria, col vento che lo gonfiava il mantello da ogni lato, come una grande vela, e la luna che lo attraversava con i suoi raggi!

  • Come grandina! Come grandina! – si lamentava la principessa a ogni colpo di verga che riceveva: le stava proprio bene.

Arrivata in cima alla montagna bussò. Si sentì come il fragore del tuono, la montagna si aperse, e la principessa entrò, seguita dal compagno di Giovanni, senza che nessuno potesse impedirglielo, dato che era invisibile. Percorsero così un lungo e ampio corridoio, le cui pareti brillavano stranamente: erano più di mille ragni lucenti che correvano su e giù, brillando come il fuoco. Arrivarono poi in un salone d’oro e d’argento: dei fiori rossi e blu, grandi come girasoli, lucevano alle pareti, ma nessuno poteva coglierli, perché i gambi erano degli orribili serpenti velenosi, e i fiori stessi non erano altro che il fuoco che usciva loro dalle fauci. Il soffitto era tutto pieno di lucciole rilucenti e di pipistrelli azzurri che sbattevano le ali sottili. Che strano spettacolo! In mezzo alla sala c’era un trono sostenuto da quattro carcasse di cavallo, coi finimenti formati da ragni fiammanti; il trono poi era di un vetro bianco come il latte, e i cuscini per sedercisi sopra erano dei topolini neri che si mordevano la coda uno con l’altro. Al di sopra si alzava un baldacchino di ragnatele rosa, guarnite di graziosi moscerini verdi che brillavano come pietre preziose. Sul trono stava seduto un vecchio troll, con una corona sull’orrida testa e uno scettro in mano. Questi baciò in fronte la principessa, se la fece sedere al fianco sul trono prezioso e poi cominciò la musica. Delle grandi cavallette nere si misero a suonare lo scacciapensieri, e il gufo, in mancanza di tamburo, si batté il ventre. Era un concerto ben strano. Dei minuscoli folletti, con un fuoco fatuo sul berretto, danzavano in tondo nel salone. Nessuno poteva vedere il compagno di Giovanni che, messosi dietro al trono, sentiva tutto. Entrarono poi i cortigiani, belli e distintissimi, ma a guardar bene non era difficile capire di che cosa si trattava. Non erano che dei manici di scopa con sopra una testa di cavolo, cui il troll, con arti magiche, aveva infuso la vita e dato abiti ricamati. Ma tanto era lo stesso servivano solo per bellezza.

Dopo aver ballato un po’, la principessa raccontò al troll che era venuto un altro pretendente, e gli chiese perciò a che cosa doveva pensare il giorno dopo, quando fosse venuto su al castello.

  • Sta a sentire quel che ti dico! – rispose il troll. – Devi pensare a qualcosa di molto facile, così non potrà immaginarselo. Pensa semplicemente a una delle tue scarpe: non indovinerà davvero! Allora fagli tagliar la testa, ma domani notte, quando tornerai da me, non ti dimenticare di portarmi i suoi occhi, perché me li voglio mangiare.

La principessa fece un profondo inchino e promise di non dimenticarsi degli occhi. Allora il troll aprì di nuovo la montagna, e la principessa volò verso casa, ma il compagno di Giovanni la seguì, dandole tante e poi tante vergate, che essa sospirava profondamente per quella gragnuola di grandine, e si affrettò il più possibile a raggiungere la sua camera da letto, attraverso la finestra. Il compagno di Giovanni invece tornò a volo nella locanda dove il suo amico dormiva ancora, si tolse le ali e si coricò sul suo letto: aveva tutte le ragioni di esser stanco! Continua domani – 6

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 5

Anche il suo compagno, fermo e con le mani giunte, guardò al di là dei boschi e delle città, nel caldo splendore del sole. In quel momento sentirono sopra di loro un suono di una dolcezza mirabile, e alzarono il capo: un grande cigno bianco si librava nell’aria, bellissimo, e cantava come essi non avevano mai sentito cantare nessun uccello, ma il canto si affievolì sempre più, il bell’uccello chinò la testa e cadde lentamente ai loro piedi, dove giacque senza vita.

  • Due ali così belle, – disse il compagno di Giovanni, – bianche e grandi come le ha questo uccello, valgono un bel po’; voglio prenderle con me! Hai visto che ho fatto bene a farmi dare una spada? – E con un colpo solo recise tutte e due le ali del cigno morto: quelle lì voleva tenersele lui.

Avanzarono poi per miglia e miglia oltre le montagne, finché si videro davanti una grande città, con più di cento torri che brillavano ai raggi del sole come argento: in mezzo si ergeva uno splendido castello di marmo coperto di oro rosso, e lì abitava il re.

Giovanni e il suo compagno non entrarono subito in città, ma si fermarono in una locanda fuori porta, per potersi mettere in ordine e fare così una bella figura quando fossero andati per le strade. L’oste raccontò loro che il re era tanto buono e che non faceva mai male a nessuno, mentre sua figlia, Dio ne scampi e liberi! era una principessa cattiva. Non le mancava davvero la bellezza, nessuno sapeva essere così graziosa e affascinante come lei, ma a che cosa serviva? Era una strega cattiva e maligna, ed era colpa sua se tanti bei principi avevano perso la vita. Aveva concesso a tutti di chiedere la sua mano: chiunque, principe o straccione, poteva presentarsi, ed era proprio lo stesso; doveva solo indovinare tre cose; se ci fosse riuscito lei l’avrebbe sposato, e alla morte del padre sarebbe stato re di tutto il paese, ma se non era capace di indovinare le tre cose lo faceva impiccare o comandava di tagliargli la testa, così malvagia era quella bella principessa. Suo padre, il vecchio re, ne era molto addolorato, ma non poteva impedirle di esser così cattiva, avendo dichiarato una volta per sempre che non voleva aver nulla a che vedere con i suoi pretendenti, e che lei poteva fare quello che voleva. Ogni volta che si era presentato un principe per tentare di indovinare e avere la principessa in isposa, non era riuscito a cavarsela, ed era stato impiccato o decapitato. Ma era pur stato messo in guardia, e avrebbe ben potuto fare a meno di presentarsi. Il vecchio re era così addolorato per tutti quei lutti e tutti quei guai che ogni anno passava un’intera giornata in ginocchio, insieme con tutti i suoi soldati, a pregar Dio che la principessa diventasse buona, ma lei non ci pensava neppure. Le vecchie, abituate a prender l’acquavite, la tingevano di nero prima di berla, ed era il loro modo di essere in lutto. Cosa potevano fare di più?

  • Che principessa malvagia! – esclamò Giovanni. – Dovrebbe proprio buscarne un po’, le starebbe proprio bene. Se fossi io il vecchio re, la bastonerei di santa ragione.

In quel momento sentirono che la gente fuori gridava: – Evviva! – Passava la principessa, ed era veramente così bella, che tutti dimenticavano quanto fosse malvagia, e gridavano evviva! Docici splendide giovinette, tutte vestite di seta bianca e con un tulipano d’oro in mano, le cavalcavano ai lati su dei cavalli neri come il carbone. La principessa aveva invece un cavallo bianco come la neve, ornato di diamanti e di rubini, e il suo vestito era di oro zecchino, e in mano aveva uno scudiscio che sembrava un raggio di sole, la corona d’oro che aveva in capo era come formata da tante stelline cadute dal cielo e più di mille splendide ali di farfalla cucite insieme erano il suo mantello.

Nonostante tutto ciò, era molto più bella dei suoi vestiti.

Quando Giovanni la vide, il suo viso si fece di fiamma, ed egli non poté pronunciare una parola: la principessa era tale e quale alla bellissima fanciulla con la corona d’oro in testa che aveva visto in sogno la notte della morte del padre. La trovava tanto bella che era impossibile non volerla bene. – Non può certo esser vero, – disse, – che sia una strega cattiva, che fa impiccare e decapitare la gente se questa non riesce a indovinare quello che vuole da lei. Tutti possono chiedere la sua mano, anche il più miserabile straccione, e perciò andrò anche io su al castello. Non posso rinunziarci!

Tutti lo sconsigliarono, dicendogli che certo sarebbe finito come gli altri. Cercò di dissuaderlo anche il compagno di viaggio, ma Giovanni era convinto che tutto sarebbe andato bene. Si spazzolò le scarpe e i vestiti, si lavò il viso e le mani, si pettinò i bei capelli biondi e se ne andò poi solo soletto in città, per salire su al castello.

  • Avanti! – gridò il vecchio re quando Giovanni bussò alla porta. Il giovane aprì e il vecchio re gli venne incontro in vestaglia e con le pantofole ricamate ai piedi: in testa aveva la corona, in una mano lo scettro, e il globo imperiale nell’altra. – Aspetta un momento! – pregò, mettendosi il globo sotto il braccio, per poter tendere la mano a Giovanni. Ma non appena sentì che era un pretendente della figlia, cominciò a piangere tanto forte che lo scettro e il globo gli caddero per terra, ed egli dovette asciugarsi gli occhi con la vestaglia. Povero vecchio re!
  • Rinuncia alla tua idea! – gli disse subito. – Andrai a finir male anche tu, come tutti gli altri. Vieni a vedere! – Lo condusse fuori, nel giardino della principessa: che orrore! Da ogni albero pendeva un principe di sangue reale che aveva chiesto la mano della fanciulla senza riuscire poi a indovinare le cose che lei gli aveva domandato. Ad ogni soffio di vento gli scheletri venivano sbatacchiati l’uno contro l’altro, e così gli uccellini si spaventavano, e non avevano più il coraggio di tornare nel giardino; tutti i fiori poggiavano su sostegni di ossa umane, e nei vasi da fiori sghignazzavano dei teschi. Era proprio un bel giardino per una principessa!
  • Hai visto? – chiese il vecchio re. – Succederà anche a te come agli altri che vedi qui, e perciò è meglio che tu ci rinunci! Mi daresti veramente un gran dolore; io soffro tanto per queste cose!

Giovanni baciò la mano del buon vecchio re rassicurandolo che tutto sarebbe finito bene, perché lui amava tanto la bella principessa. Continua domani. – 5

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 4

Camminarono poi ancora un bel pezzo.

  • Caspita, che cosa si prepara! – esclamò Giovanni, indicando col dito davanti a sé. – Che nuvoloni spaventosi!
  • Ma no, replicò il suo compagno, – non sono nuvole, sono montagne; le belle, alte montagne sulle quali ci si trova al di sopra delle nubi, nell’aria limpida! E’ una cosa splendida, credi a me. Domani certo saremo là.

Le montagne non erano così vicine come sembrava e ci volle un’intera giornata prima di arrivarci; là si levavano verso il cielo dei boschi immensi e c’erano rocce grandi come un’intera città. Ci sarebbe voluta una bella camminata per arrivare dall’altra parte, e perciò Giovanni e il suo compagno entrarono in una locanda per riposarsi bene e raccogliere le forze per l’ascensione del giorno dopo.

Giù nel gran salone della locanda erano riunite molte persone perché c’era un uomo con un teatro di marionette: aveva già preparato il suo teatrino, e la gente era seduta all’intorno per assistere allo spettacolo. Davanti a tutti però era seduto un macellaio, grande e grosso; si era preso il posto migliore, e di fianco a lui era accovacciato il suo grosso mastino. Uh, che aria feroce! Faceva anche lui tanto d’occhi, come tutti gli altri.

E lo spettacolo cominciò; era una bella commedia, con un re e una regina che stavano seduti su un trono di velluto, con la corona d’oro in testa e lunghi strascichi ai vestiti: erano tanto ricchi che potevano permetterselo. Le più belle marionette del mondo, con occhi di vetro e grandi mustacchi,, stavano vicino a tutte le porte e le aprivano e le chiudevano per fare entrare nella stanza dell’area fresca. Era proprio una bella commedia, e non era per nulla triste, ma quando la regina si alzò e cominciò ad avanzare sul pavimento, il cane mastino, Dio sa cosa gli venne in mente, dato che il macellaio non lo teneva legato, spiccò un salto verso il teatrino, afferrò la regina per la vite sottile, e… cric… crac… che paura!

Il povero burattinaio si spaventò molto e fu addoloratissimo per la regina: era la più bella marionetta che aveva, e ora il mastino le aveva staccato la testa con un morso; quando però gli spettatori se ne furono andati, il forestiero, quello che era venuto con Giovanni, disse che l’avrebbe aggiustata lui. Tirò fuori il suo barattolo e unse la marionetta con l’unguento che aveva aiutato la povere vecchia che si era rotto la gamba. Non appena spalmato l’unguento, la marionetta tornò sana come prima, anzi, poteva muovere da sola le braccia e le gambe senza che si dovessero tirare i fili: era proprio come una persona viva, le mancava solo la parola. Il proprietario del teatrino fu contentissimo di non doverla più tener su coi fili: ora poteva danzare da sola. Questo nessun’altra delle marionette era capace di farlo.

Nel cuore della notte, quando tutti erano già a letto, qualcuno tirò un sospiro così spaventosamente profondo e così lungo che si alzarono per vedere di che cosa si trattava. Il burattinaio si diresse verso il suo teatrino, perché il sospiro veniva di lì dentro. Le marionette erano tutte coricate l’una sull’altra: erano loro che sospiravano; il re con tutto quanto il suo seguito; e spalancavano i loro grandi occhi di vetro, perché desideravano di tutto cuore di essere unti un po’ come la loro sovrana, per poter riuscire a muoversi da soli. La regina si buttò subito in ginocchio e, tenendo sollevata in alto la sua bella corona d’oro, supplicò: – Prendila pure, ma ungi il mio sposo e la mia corte -. Il burattinaio non poté fare a meno di mettersi a piangere, tanta era la compassione che provava per loro, e promise subito al compagno di Giovanni di dargli tutti i soldi che avrebbe incassato la sera dopo, purché ungesse quattro o cinque delle sue più belle marionette; ma il compagno di Giovanni gli chiese solo la spada che aveva al fianco e, avutala, spalmò col suo unguento sei marionette. Queste si misero allora subito a ballare, e con tanta grazia che, detto fatto, parteciparono immediatamente alle danze, anche tutte le serve, quelle di carne e d’ossa, che stavano a guardare. Ballò il cocchiere e ballò la cuoca, ballò il servitore e la cameriera, ballarono tutti gli ospiti, ballarono anche le palette e le molle, ma, non appena spiccarono il primo salto, caddero a terra. Che allegria quella notte!

La mattina dopo Giovanni e il suo compagno lasciarono tutta la compagnia e andarono su per le montagne, attraverso grandi boschi di abeti. Salirono in alto in alto, tanto che alla fine i campanili giù in fondo sotto di loro sembravano piccole bacche rosse tra il verde, e loro potevano spaziare lontano lontano con lo sguardo, per miglia e miglia, dove non erano mai stati. Giovanni non aveva mai visto tante cose belle in una volta. L’area fresca era traversata dai caldi raggi del sole, ed egli sentiva i cacciatori dar fiato ai corni tra le montagne: era così bello e sublime che gli vennero le lagrime agli occhi dalla gioia e non poté fare a meno di esclamare: – Signore Iddio! Vorrei poterti baciare per la tua bontà, e perché ci hai donato tutta la bellezza che è nel mondo. continua domani – 4.

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 3

Da tutte le parti, dove la luna riusciva a penetrare attraverso gli alberi, vide delle silfidi minuscole e graziosissime che giocavano allegramente e non erano affatto turbate, perché sapevano che egli era buono e innocente, e solo ai cattivi non è concesso di veder le silfidi. Alcune di loro non erano più alte di un dito, con lunghi capelli biondi tenuti su da un pettine d’oro, e si dondolavano a due a due sulle grandi gocce di rugiada cadute sui petali e sull’erba alta: a volte una goccia cascava giù, ed esse ruzzolavano tra i lunghi steli d’erba, provocando grandi risate e gran chiasso da parte delle altre creaturine fatate. C’era da divertirsi un mondo! Esse cantavano, e Giovanni riconobbe benissimo tutte le belle canzoncine che aveva imparato da piccolo. Grandi ragni variopinti, con la corona d’argento in testa, dovevano tessere da una siepe all’altra dei lunghi ponti sospesi e dei palazzi, che la delicata rugiada cadutavi sopra faceva brillare al chiaro di luna come fossero vetro. E fu così sino al sorgere del sole. Le piccole silfidi si rimpiattarono allora nei boccioli dei fiori, e il vento portò via ponti e castelli che svolazzarono nell’aria come grandi ragnatele.

Giovanni era appena uscito dal bosco, quando una forte voce maschie gli gridò dietro: – Ehi, amico, dove te ne vai?

  • Per il mondo, – rispose Giovanni, – non ho né padre né madre, sono un povero ragazzo, ma il Signore vorrà pure aiutarmi!
  • Vado per il mondo anch’io! – esclamò lo straniero. – Vogliamo farci compagnia?
  • Volentieri, – rispose Giovanni, e così proseguirono insieme.

Si affezionarono ben presto l’uno all’altro perché erano buoni tutti e due. Ma il forestiero era molto più svelto di Giovanni, questi se ne accorse subito: aveva viaggiato quasi per tutto il mondo e sapeva raccontare di tutto quel che c’è da vedere.

Il sole era già alto quando i due sedettero sotto un grande albero per fare colazione, e in quel momento arrivò una vecchia. Di anni certo ne aveva molti e camminava tutta curva, appoggiata a una stampella, e sulle spalle aveva un fastello di legna secca che aveva raccolto nel bosco. Dal suo grembiule rimboccato alla cintura uscivano, Giovanni lo vide bene, tre grosse verghe intrecciate di felce e di salice. Era già vicinissima a loro quando le scivolò un piede e cadde lanciando un forte grido: si era rotto una gamba, povera vecchia!

Giovanni voleva portarla subito a casa, dove abitava, ma il forestiero aprì il suo sacco da viaggio, ne tolse un barattolo e disse che dentro c’era un unguento che avrebbe subito reso la gamba sana e robusta, così la vecchia avrebbe potuto andarsene a casa da sola, come non gli si fosse mai rotto niente. In cambio però lei avrebbe dovuto dargli le tre verghe che teneva nel grembiule.

  • Come prezzo non c’è male davvero – disse la vecchia facendo strani cenni col capo: non era molto contenta di dover cedere le sue verghe, ma non era neppure piacevole starsene lì distesa con la gamba rotta. Perciò gli diede le verghe, e non appena egli ebbe strofinata la gamba con l’unguento, si rialzò e riprese a camminare, molto più veloce di prima. Ecco che cosa poteva fare quell’unguento! Ma era anche roba che in farmacia non si trova!
  • Che cosa vuoi fartene delle verghe? – chiese Giovanni al compagno.
  • Sono tre bei bastoni di scopa, e son proprio quelli che fanno per me, che sono un tipo strano. Continua domani – 3.

La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 2

La prima notte dovette mettersi a dormire su un mucchio di fieno, in un campo: un altro letto non lo aveva. Ma non ne fu per nulla scontento; secondo lui, il re non poteva star meglio. L’intero campo con il ruscello, il mucchio di fieno e il cielo azzurro sopra, formavano una bella camera da letto davvero. L’erba verde con i fiorellini rossi e bianchi era il tappeto, i cespugli di sambuco, e le siepi di rose selvatiche erano mazzi di fiori, e per catino aveva l’intero ruscello con la sua limpida acqua fresca, sulla quale si piegavano i giunchi, augurandogli buon giorno e buona sera. Aveva anche una grande lampada, la luna, appesa in alto al soffitto, e non c’era pericolo che attaccasse fuoco alle tendine: Giovanni poteva dormire tranquillo, e infatti fece così, e si svegliò solo al levar del sole, quando tutti gli uccellini intorno a lui si misero a cantare: – Buon dì! Buon dì! Non sei ancora alzato?

Le campane suonavano invitando i fedeli alla chiesa: era domenica, e la gente andava a sentire la predica. Giovanni seguì gli altri, cantò un salmo e udì la parola di Dio, e gli sembrò di essere nella sua chiesa, dove era stato battezzato e aveva cantato insieme a suo padre.

Fuori, nel camposanto, c’erano molte tombe, e su diverse l’erba cresceva alta. A Giovanni venne allora in mente che la tomba de padre sarebbe diventata come quelle lì, ora che lui non poteva strappare le erbacce e adornarla. Allora si chinò, tolse l’erba, rialzò le croci di legno che erano cadute, rimise a posto le corone che il vento aveva strappato via dalle tombe, e intanto pensava: “Chissà che qualcuno non faccia lo stesso sulla tomba di mio padre, ora che non posso farlo io!”

Davanti al cancello del cimitero c’era un vecchio mendicante appoggiato a una stampella; Giovanni gli diede i soldi d’argento che aveva e continuò contento e felice il suo cammino per il mondo.

Verso sera il tempo si fece veramente spaventoso, e Giovanni si affrettò in cerca di un rifugio, ma calò presto la notte buia. Giunse finalmente a una piccola chiesa che si levava solitaria su una collina; la porta, per fortuna, era socchiusa, ed egli vi sgusciò dentro, per rimanerci finché il temporale si fosse calmato.

  • Mi metterò in un angolo! – disse. – Sono proprio stanco ed è ora che mi riposi un po’ -. Poi si sedette, congiunse le mani e recitò la preghiera serale, ma prima di accorgersene era già addormentato; e mentre fuori tuonava e lampeggiava, egli sognò.

Quando si svegliò era notte fonda, ma il temporale era passato oltre, e dalla finestra gli giungevano i raggi della luna. In mezzo alla chiesa c’era una bara con dentro un cadavere che non era stato ancora seppellito. Giovanni non si spaventò affatto, perché aveva la coscienza tranquilla e sapeva bene che i morti non dànno noia a nessuno; sono i vivi, quando non sono buoni, a fare del male. Due uomini, vivi e cattivi, stavano vicino al cadavere che era stato deposto in chiesa prima di essere calato nella tomba: avevano delle brutte intenzioni, e invece di lasciarlo nella bara, lo volevano buttar fuori dalla chiesa: povero morto!

  • Ma perché volete fare questo? – chiese Giovanni. – E’ un’azione brutta e malvagia; lasciatelo riposare, in nome di Gesù!
  • Storie, – esclamarono quei due infami. – Quest’uomo ci ha ingannato! Ci doveva dei soldi e non poteva pagarli; ora poi, per di più, è anche morto, e così non ci toccherà neppure un soldo. Perciò vogliamo rendergli pan per focaccia sul serio, e lui dovrà star lungo disteso come un cane davanti alla porta della chiesa!
  • Io non possiedo che cinquanta talleri, – replicò Giovanni, – è tutto quello che ho avuto in eredità ma ve li cederò volentieri se mi darete la vostra parola di lasciare in pace il povero morto. Me la caverò anche senza denaro, sono forte e robusto, e il Signore mi aiuterà sempre.
  • Sta bene, – acconsentirono quegli infami, – se tu vuoi pagare per lui noi non gli faremo nulla, puoi stare tranquillo -. Presero il denaro che Giovanni dette loro, risero forte del suo buon cuore e se ne andarono per la loro strada. Giovanni invece ricompose il morto nella bara gli giunse le mani, si accomiatò da lui e continuò soddisfatto la sua strada attraverso il grande bosco. Continua domani.