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La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 10

L’avventura più bella

Il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, mentre il copista era ancora a letto, bussarono alla sua porta. Era l’inquilino di fronte, uno studente di teologia, che entrò poi nella stanza.

  • Prestami le soprascarpe, disse, – il giardino è tutto bagnato, ma c’è un così bel sole che vorrei proprio andarmene giù a fare una fumatina.

Si infilò le soprascarpe e fu subito in giardino, dove c’erano un pero e un prugno. Per Copenaghen, anche un giardino piccolo come quello è un lusso.

Lo studente passeggiava in su e in giù; erano solo le sei, e dalla strada risuonò il corno di un postiglione.

  • Oh, viaggiare, viaggiare! – esclamò. – E’ certo la cosa più bella del mondo! E’ la meta suprema dei miei desideri! Allora si placherebbe l’inquietudine che sento in me. Ma dovrei andare molto lontano! Vorrei vedere le meraviglie della Svizzera, andare in Italia…

E’ una vera fortuna che l’effetto delle soprascarpe fosse istantaneo – altrimenti sarebbe certo andato a finire troppo lontano – sia per lui che per noialtri. Eccolo in viaggio. Era nel cuore della Svizzera, ma pigiato insieme ad altre otto persone, nell’interno di una diligenza. Aveva mal di capo, e la schiena gli doleva per la stanchezza; il sangue si era come arrestato nelle gambe, gonfie e strette negli stivali. Era in uno stato di dormiveglia. Nella tasca destra aveva una lettera di credito, in quella sinistra il passaporto, e sul petto un sacchetto di pelle con cuciti dentro alcuni luigi d’oro. Non faceva che sognare di aver perso l’uno o l’altro dei suoi tesori, e perciò continuava a svegliarsi di soprassalto, e il primo movimento era quello di tracciare con la mano una specie di triangolo da destra a sinistra, e poi su verso il petto, per sentire se aveva ancora tutto con sé o no. Ombrelli, bastoni e cappelli ballonzolavano nella rete sopra di lui e gli impedivano la vista, che era veramente splendida; egli tentava di guardar fuori con la coda dell’occhio, mentre il suo cuore cantava quello che almeno un poeta di nostra conoscenza ha scritto in Svizzera, ma che poi non ha pubblicato, almeno sinora:

Come è bello il paesaggio!

Che splendore il Montebianco!

Finirei certo qui il viaggio

Sol che avessi dei quattrin!

La natura all’intorno era grandiosa, solenne e cupa. I boschi di abete sembravano erica sulle alte rocce, le cui cime si perdevano nelle nubi: cominciava a nevicare e soffiava un vento gelido.

  • Brr, – sospirò. – Fossimo già dall’altra parte delle Alpi! Allora sarebbe estate e avrei già riscosso il denaro con la mia lettera di credito. La paura di restar senza soldi non mi fa godere il paesaggio svizzero: oh, se fossi già al di là dei monti! – Ed eccolo dall’altra parte, nel cuore dell’Italia, tra Firenze e Roma. Il lago Trasimeno nella luce della sera fiammeggiava come oro tra i monti scuri. Dove già Annibale aveva vinto Flaminio, ora i tralci di vite intrecciavano pacificamente le dita verdi; splendidi bambini mezzo nudi sorvegliavano un branco di maialini neri come il carbone, in un boschetto di allori profumati, al margine della strada. Era un quadro, e se potessimo riprodurlo fedelmente, tutti griderebbero felici: Italia bella! Ma non dicevano davvero così né il teologo né alcun altro dei suoi compagni, stipati con lui nella diligenza del vetturino.

Migliaia e migliaia di mosche velenose e di zanzare entravano a volo nella carrozza, ed essi invano frustavano l’aria con dei rami di mirto, le mosche li pungevano lo stesso: nella carrozza non c’era nessuno che non avesse il viso gonfio e sanguinante per le punture. I poveri cavalli poi sembravano carogne, con sciami di mosche appiccicati sulla schiena, in grosse chiazze. Il vetturino scendeva, e riusciva a raschiarle via, ma dopo un momento erano lì di nuovo. Il sole tramontava, e un breve, ma intenso brivido di freddo percorse tutta la natura. Non era affatto una sensazione gradevole, ma i monti e le nuvole all’intorno presero il più bel tono di verde, chiaro e luminoso.

Ma andate a vederlo voi stessi! Sarà meglio che leggere delle descrizioni! Era uno spettacolo incomparabile. Sembrava così anche ai viaggiatori, ma… lo stomaco era vuoto, il corpo stanco, e tutta la nostalgia del cuore era tesa ad un alloggio per la notte: ma come sarebbe stato? Non cercavano che questo con lo sguardo, senza curarsi della bellezza del paesaggio.

La strada attraversava un oliveto: era come passare, in Danimarca, tra salici nodosi. Ecco finalmente la locanda solitaria. Davanti vi era accampata una mezza dozzina di mendicanti sciancati: quello dall’aspetto migliore sembrava il “figlio maggiore della fame arrivato alla maggiore età”; continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 9      

La metamorfosi del copista – 3

Il pappagallo non rispose neppure una parola, ma continuò a dondolarsi con eleganza avanti e indietro, mentre invece un bel canarino, che era stato portato l’estate precedente dai suoi caldi paesi in fiore, cominciò a gorgheggiare.

  • Strillone! – gli gridò la padrona di casa, gettando sulla gabbia un fazzoletto bianco.
  • Cip, cip, – sospirò quello, – che terribile nevicata! – e tacque.

Il copista, o meglio l’uccello dei campi, come lo chiamava la padrona, fu messo in una gabbietta vicino vicino al canarino, non lontano da Loreto. L’unico discorso umano che il pappagallo era capace di fare, e che suonava spesso molto buffo, era: “Suvvia, siamo uomini!” Tutte le altre cose che strillava erano altrettanto incomprensibili dei gorgheggi del canarino: naturalmente però il copista, essendo oramai un uccello, comprendeva benissimo i suoi compagni.

  • Volavo sotto la palma verde e il mandorlo in fiore! – cantava il canarino, – volavo con i miei fratelli e le mie sorelle sui fiori meravigliosi e sul lago trasparente come il vetro, sul cui fondo si muovevano le piante. Vidi anche molti splendidi pappagalli che raccontavano delle storie divertentissime, tante storie, e lunghe lunghe.
  • Erano uccelli selvatici, – rispose il pappagallo, – senza istruzione. Ma siamo uomini! Perché non ridi? Se la padrona di casa e tutti gli ospiti ridono, potresti ben farlo anche tu. E’ un gran difetto quello di non saper gustare il lato umoristico delle cose! Ma siamo uomini!
  • – Oh, ricordi le belle fanciulle che danzavano sotto le tende, vicino agli alberi in fiore? Ricordi i dolci frutti e il succo rinfrescante delle erbe selvatiche?
  • Sì, che ricordo, – rispose il pappagallo, – ma qui sto molto meglio! Ho da mangiare bene e son trattato come uno di casa: so di avere una bella intelligenza e non pretendo di più. Ma siamo uomini! Tu hai l’anima di un poeta, come si dice, e io ho solide cognizioni e spirito; tu avrai il famoso genio, ma ti manca il buon senso, ti lanci, senza pensare, negli acuti più alti, e allora ti gettano addosso qualcosa, per farti star zitto. Ma con me questo non osano farlo, perché son venuto a costar loro un po’ di più. E poi metto soggezione col mio becco che è così tagliente!
  • Oh, mia calda terra in fiore! – gorgheggiava intanto il canarino. – Canterò dei tuoi alberi verde scuro, delle tue tranquille insenature marine, dove la chiara superficie dell’acqua è baciata dai rami degli alberi, canterò del giubilo di tutti i miei variopinti fratelli e delle mie splendenti sorelle, là dove cresce l’albero del deserto, il cactus!
  • Ma finiscila con questi piagnistei, – brontolò il pappagallo. – Di’ qualche cosa che faccia ridere! Il riso è l’indice del più alto livello spirituale. Guarda un po’, se un cane o un cavallo sanno ridere! No, son capaci di piangere, ma il riso è stato concesso unicamente all’uomo. Oh, oh, oh, – fece poi, ripetendo la sua spiritosaggine, – ma siamo uomini!
  • Grigio uccellino danese, – cantò il canarino, – sei stato fatto prigioniero anche tu! Nei tuoi boschi certo fa freddo, ma c’è la libertà!  Vola via! Hanno dimenticato di chiudere la tua gabbia, e l’ultima finestra è aperta: vola via!

Il copista non se lo fece dire due volte, ed eccolo fuori dalla gabbia. In quel momento la porta socchiusa, che metteva nella stanza accanto, scricchiolò, e sgusciò dentro il gatto di casa, agile, con i suoi verdi occhi lucenti, e si mise a dargli la caccia. Il canarino svolazzava nella gabbia, il pappagallo sbatteva le ali gridando: – Siamo uomini! – e il copista, spaventato da morire, volò via attraverso la finestra, oltre le case e le strade. Alla fine dovette fermarsi per riposare un poco.

La casa di fronte gli sembrò familiare; c’era una finestra aperta, ed egli vi volò dentro. Era la sua camera, ed egli si posò allora sulla tavola. – Ma siamo uomini! – esclamò poi, senza pensare a quel che diceva, proprio come il pappagallo, e in quello stesso momento fu di nuovo un copista, solo che era seduto sulla tavola.

  • Dio mi assista! – esclamò. – Come ho fatto a salire sin quassù e ad addormentarmi così? Che sogni agitati ho fatto! Tutta la faccenda però non è stata che una stupidaggine! Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

La metamorfosi del copista – 2

Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in un tono non troppo gentile.

  • Hem, hem – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo, colse uno dei fiori più vicini; era una semplice margheritina, e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti dei fiori, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi si suoi petali, quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia; data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre le nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti sopravvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale, pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saran solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, perché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto essere poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: – Monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello, se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, della più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden. “Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in quest’uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel “semplice uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe poter sbagliare anche la polizia? Se le infilò, si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noialtri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta.
  • Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è il padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta a un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qui tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza, sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla borsa. Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto l’equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prender poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Questi mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario. – 2

La poesia fu recitata molto bene e il dicitore ebbe un gran successo. Tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente; ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere sino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo si sarebbe venuti a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila. Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali, all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degno di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, niente altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai-Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce d’acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza di spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 4

Sì, queste sono le poesie che si scrivono quando si è innamorati, ma se si ha un po’ di buonsenso ci si guarda bene dal pubblicarle. Il grado di tenente, la povertà e l’amore formano un triangolo, o meglio, una metà del dado spezzato della felicità. Il tenente lo sapeva bene e perciò appoggiando la testa al davanzale della finestra, sospirò profondamente e disse tra sé:

“Quel povero guardiano notturno giù per la strada è molto più felice di me. Non immagina neppure ciò di cui sento la mancanza! Ha una casa, una moglie e dei bambini che piangono con lui del suo dolore e si rallegrano della sua gioia. Sarei più felice di quello che sono se potessi subito cambiarmi in tutto e per tutto con lui, che è certamente più fortunato di me!”

In quello stesso momento il guardiano tornò ad essere guardiano; era divenuto tenente per merito delle soprascarpe della felicità, ma, come si è visto, era subito stato ancor meno contento di prima e aveva desiderato di essere quello che poi era in realtà. Così il guardiano tornò di nuovo a esser guardiano.

“Che brutto sogno! – si disse. – Ma era anche strano in fondo! Mi sembrava di essere il tenente, quello che abita lì su, ma non ero davvero soddisfatto di esserlo! Sentivo la mancanza di mia moglie e dei marmocchi, che son sempre pronti a soffocarmi di baci”.

Si sedette di nuovo, con la testa penzoloni; il sogno non gli si levava dalla mente, e aveva ancora le soprascarpe ai piedi. In quel mentre il cielo fu solcato da una stella filante.

  • E’ caduta, – esclamò il guardiano, – ma ce ne sono ancora tante lassù! Mi piacerebbe veder quelle cose più da vicino, specialmente la luna, perché quella non può davvero sgusciar tra le dita! Quando moriremo, ha detto a mia moglie lo studente al quale lei fa i servizi, voleremo da una stella all’altra. E’ certo una bugia, ma sarebbe bello se fosse così. Se potessi solo fare un salto lassù, non mi importerebbe di lasciare il corpo qui sulle scale!

Ma bisogna esser molto prudenti nel formulare certi desideri, e tanto più cauti bisogna essere quando si hanno ai piedi le soprascarpe della felicità. Guardate un po’, infatti cosa capitò al guardiano!

Per quel che ci riguarda, conosciamo quasi tutti la velocità provocata dal vapore acqueo; l’abbiamo sperimentata noi stessi in treno e traversando il mare su un battello, eppure essa è come l’avanzare di un tardigrado e la marcia di una lumaca in paragone alla velocità della luce, che corre diciannove milioni di volte più rapidamente del più celebre corsiero: ma l’elettricità è ancor più veloce. La morte non è che una scossa elettrica che ci colpisce al cuore, e l’anima liberato vola via sulle ali della velocità. In otto minuti e pochi secondi la luce solare compie un viaggio di più di venti milioni di miglia: trasportata dall’elettricità, l’anima ha bisogno di un numero ancora minore di minuti per lo stesso percorso. Lo spazio tra i corpi celesti non è per essa più grande di quel che sia per noi, che abitiamo in città, la distanza tra la nostra casa e quella dei nostri amici, sia pur questa minima. Questa scossa elettrica ci toglie in ogni modo l’uso del nostro corpo mortale, a meno che noi non abbiamo ai piedi, come il nostro guardiano, le soprascarpe della felicità.

In pochi secondi il guardiano aveva percorso le cinquantaduemila miglia che ci separano dalla luna, che, come tutti sanno, è composta di una materia molto più leggera di quella terrena, ed è soffice, diremmo noi, come la neve appena caduta. Egli si trovò su uno di quei crateri che conosciamo dalla grande carta della luna del Dottor Madler; l’hai vista anche tu, non è vero?

Le pareti interne del cratere scendevano a picco formando una conca per circa un miglio danese. Sul fondo c’era una città, tale e quale al chiaro d’uovo in un bicchier d’acqua, molle, con torri, cupole, balconi a forma di vela, trasparenti e fluttuanti nell’area leggera. La nostra terra si librava sulla sua testa, simile a un grande globo incandescente.

C’erano molti esseri viventi, tutti della specie che noi chiameremmo umani, ma diversissimi da noi nell’aspetto. Sapevano anche parlare, ma chi potrebbe pretendere che l’anima del guardiano comprendesse quello che dicevano? Eppure era proprio così.

Egli capiva benissimo la lingua degli abitanti della luna; essi stavano discutendo della nostra terra, e si domandavano se potesse esser abitata. Secondo loro, l’aria era troppo pesante perché degli esseri lunari ragionevoli potessero abitarvi. Solo la luna, secondo loro, era abitata da esseri viventi; essa era il corpo celeste per eccellenza, e l’unico abitato sin dalla antichità.

Ma ritorniamo giù nella Ostergade e vediamo un po’ cosa era intanto capitato al corpo del guardiano.

Era rimasto seduto su un gradino, senza vita, e l’insegna del mestiere, la bacchetta con su una stella di latta gli era caduta di mano, e stava lì, con gli occhi rivolti alla luna, alla ricerca dell’anima onesta che era fuggita lassù.

  • Guardiano, che ora è? – gli chiese un passante. Lui non rispose, e allora quello gli dette un buffetto sul naso, e il corpo, perso l’equilibrio, rotolò a terra lungo disteso: l’uomo era morto. Il passante che gli aveva dato il buffetto fu colto allora da una grande paura: era morto, non c’era niente da fare. Fu data la notizia, e se ne parlò molto, e nelle prime ore del mattino il corpo fu portato all’ospedale.

Che bello scherzo sarebbe stato per l’anima, al suo ritorno, se, com’è logico, fosse andata a cercarlo nella Ostergade, dove naturalmente non l’avrebbe trovato. Allora per prima cosa sarebbe dovuta correre dalla polizia, poi all’ufficio informazioni, per farlo mettere nell’elenco degli oggetti smarriti, e, alla fine, all’ospedale: ma possiamo star tranquilli: l’anima, quando è sola, è intelligentissima: è il corpo che la rende ottusa.

Continua Lunedì.