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La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 4

Zobeide e Amina ebbero qualche difficoltà ad accordare a Safia quello che chiedeva, ed ella stessa ne sapeva bene la ragione; ma la sorella mostrò un tale desiderio di ottenere da loro questo favore, che non poterono rifiutarglielo.

“Andate, – le disse Zobeide, – fateli entrare, dunque. Ma non dimenticate di avvertirli di non parlare di cose che non li riguardano e di far leggere loro quanto è scritto sopra la porta.” A queste parole, Safia corse con gioia ad aprire la porta e, dopo poco, ritornò accompagnata dai tre calender.

I tre calender, entrando, s’inchinarono profondamente davanti alle dame che si erano alzate per riceverli. Esse dissero loro cortesemente che erano i benvenuti, che erano molto liete dell’occasione di far loro un piacere e di contribuire a ristorarli dalla stanchezza del viaggio, e conclusero invitandoli a sedersi accanto a loro. La magnificenza del luogo e la gentilezza delle dame, diedero ai calender un’alta idea di quelle belle ospiti; ma, prima di prender posto, avendo per caso volto gli occhi sul facchino, e vedendolo vestito pressappoco come altri calender coi quali erano in controversia su parecchi punti della loro disciplina, e che non si radevano la barba e le sopracciglia, uno di loro prese la parola e disse:

“Ecco, a giudicare dall’apparenza, uno dei nostri fratelli arabi rivoltosi.”

Il facchino, mezzo addormentato e con la testa riscaldata dal vino che aveva bevuto, fu urtato da queste parole; e, senza alzarsi dal suo posto, rispose ai calender, guardandoli con fierezza:

“Sedetevi e non interessatevi di cose che non vi riguardano. Non avete letto l’iscrizione che si trova sopra la porta? Non pretendete di costringere il mondo a vivere secondo il vostro costume: vivete voi secondo il nostro.

  • Buon uomo, – riprese il calender che aveva parlato, – non andate in collera; ci dispiace molto avervene dato il minimo motivo e siamo, anzi, pronti a ricevere i vostri ordini.” La discussione si sarebbe protratta se le dame non fossero intervenute sistemando ogni cosa.

Quando i calender si furono seduti a tavola, le dame servirono loro da mangiare, e l’allegra Safia, in particolare, si prese cura di versar loro da bere.

Dopo che i calender ebbero mangiato e bevuto a discrezione, dissero alle dame che sarebbero stati lieti di dare un concerto per loro, se esse avevano gli strumenti e volevano farli portare. Esse accettarono l’offerta con gioia. La bella Safia si alzò per andare a prendere gli strumenti. Tornò un momento dopo portando un flauto del paese, un flauto persiano e un tamburello. Ogni calender ricevette da lei lo strumento scelto, e tutti e tre cominciarono a sonare un’aria. Poiché le dame conoscevano le parole di quell’aria, che erano delle più gaie, l’accompagnarono con le loro voci; ma, di tanto in tanto, s’interrompevano a causa delle grandi risate provocate dalle parole. Nel bel mezzo di questo divertimento, e quando la compagnia era al colmo dell’allegria, bussarono alla porta. Safia smise di cantare e andò a vedere chi era.

A questo punto Sherazad disse al sultano:

Sire, è bene che Vostra Maestà sappia per quale ragione bussavano così tardi alla porta delle dame; eccone la ragione. Il califfo Harun-al-Rashid aveva l’abitudine di andare in giro molto spesso, di notte, in incognito, per vedere personalmente se tutto era tranquillo in città, e se non vi fossero disordini.

Quella notte il califfo era uscito di buon’ora, accompagnato dal suo gran visir Giafar, e da Mesrur, capo degli eunuchi del suo palazzo: tutti e tre erano travestiti da mercanti. Passando per la via delle tre dame, il principe, udendo il suono degli strumenti e delle voci e il fragore delle risate, disse al visir:

“Andate, bussate alla porta di questa casa dove si fa tanto chiasso; voglio entrarvi e scoprirne la ragione.”

Il visir ebbe un bel fargli presente che si trattava di donne che quella sera offrivano un banchetto; che evidentemente il vino aveva riscaldato le loro teste, e che non doveva esporsi a ricevere qualche insulto da loro; che non era ancora un’ora sconveniente e non si doveva turbare il loro divertimento.

“Non importa, – replicò il califfo, – bussate, ve l’ordino.” Continua.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

Sul finire del giorno, Safia, prendendo la parola in nome delle tre dame, disse al facchino:

“Alzatevi e andatevene: è ora di ritirarvi. – Il facchino non potendo risolversi a lasciarle, rispose:

  • Eh! signore, dove volete che vada nello stato in cui sono? Sono fuori di me, a furia di vedervi e di bere; non ritroverò mai la strada di casa. Lasciate ch’io resti qui per tutta la notte affinché abbia il tempo di tornare in me: la passerò dove vorrete; ma non mi occorre minor tempo per tornare nello stato in cui ero quando sono entrato in casa vostra; e, anche con ciò, son sicuro che ci lascerò la parte migliore di me stesso.”

Amina prese ancora una volta le parti del facchino.

“Sorelle mie, – disse, – ha ragione. Gli sono grata per la sua richiesta. Egli ci ha molto divertite. Se volete starmi a sentire, o meglio se mi amate tanto come credo, lo tratterremo qui affinché passi la serata con noi.

  • Sorella mia, – disse Zobeide, – non possiamo rifiutare nulla alla vostra preghiera. Facchino, – continuò rivolgendosi a lui, – vi concediamo volentieri anche questa grazia; ma vi poniamo una nuova condizione. Qualunque cosa faremo in vostra presenza, riguardo a noi stesse o ad altre cose, guardatevi bene dall’aprire soltanto la bocca per chiedercene la ragione, perché, rivolgendoci delle domande su cose che non vi riguardano affatto, potreste udire qualcosa di non gradito. Fate attenzione, e non vi salti in mente di essere troppo curioso, desiderando approfondire i motivi delle nostre azioni.
  • Signora, – replicò il facchino, – vi prometto di osservare questa condizione così rigorosamente che non avrete motivo di rimproverarmi per avervi disubbidito, e ancor meno di punire la mia indiscrezione. In questa occasione, la mia lingua sarà immobile e i miei occhi saranno uno specchio, che non conserva niente delle immagini ricevute.
  • Per farvi vedere, – riprese Zobeide in tono molto serio, – che quanto vi chiediamo non l’abbiamo stabilito in questo momento, alzatevi e andate a leggere ciò che è scritto sopra la nostra porta, dalla parte interna.”

Il facchino andò fino alla porta e vi lesse queste parole, scritte in grossi caratteri d’oro:

CHI PARLA DI COSE CHE NON LO RIGUARDANO, ODE CIO’ CHE NON GLI PIACE.

Ritornò dalle tre sorelle e disse loro:

“Signore, vi giuro che non mi udrete parlare di nessuna cosa che non mi riguarda e che vi concerne.”

Una volta stabilita questa convenzione, Amina portò la cena; e, dopo aver illuminato la sala con un gran numero di bugie preparate con legno di aloe ed ambra grigia, che emanarono un piacevole odore e crearono una bella luce, si sedette a tavola con le sorelle e il facchino. Ricominciarono a mangiare, a bere, a cantare e a recitare versi. Le dame si divertivano a inebriare il facchino, col pretesto di farlo bere alla loro salute. Insomma erano tutti del miglior umore possibile, quando udirono bussare alla porta.

Le tre dame si alzarono contemporaneamente per andare ad aprire; ma Safia, alla quale spettava in particolare questo compito, fu la più svelta. Le altre due, vedendosi precedute, rimasero ad attendere che ella venisse a comunicare chi poteva arrivare in casa loro così tardi. Safia ritornò e disse:

“Sorelle mie, si presenta una bella occasione per passare una parte della notte molto piacevolmente; se siete del mio stesso parere, non ce la lasceremo sfuggire. Alla nostra porta vi sono tre calender, almeno a giudicare dai loro abiti mi sembrano tali; ma certamente vi meraviglierà il fatto che sono tutti e tre orbi dell’occhio destro, e hanno la testa, il viso e le sopracciglia rasi. Sono appena arrivati, dicono, a Bagdad, dove non sono mai venuti prima; e poiché è notte e non sanno dove andare ad alloggiare, hanno bussato per caso alla nostra porta e ci pregano, per l’amor di Dio, di avere la carità di riceverli. Non fanno caso al posto che gli offriremo, purché sia al coperto; si accontenteranno di una scuderia. Sono giovani e di aspetto piuttosto bello, sembrano anche molto spiritosi; ma non posso pensare senza ridere al loro volto buffo ed uniforme. – A questo punto Safia s’interruppe e si mise a ridere di così buon cuore, che le altre due dame e il facchino non poterono impedirsi di ridere a loro volta. – Mie buone sorelle, – riprese Safia, – volete lasciarli entrare? E’ impossibile che con persone come quelle che vi ho descritto non si finisca la giornata ancora meglio di quanto l’abbiamo iniziata. Ci divertiranno molto e non ci saranno a carico, poiché ci chiedono asilo soltanto per questa notte, ed è loro intenzione lasciarci appena sarà giorno.” Continua domani

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

  • Signore, – riprese il facchino, – mi è bastato il vostro aspetto per farmi giudicare che siete persone di rarissimo merito; e mi accorgo di non essere sbagliato. Sebbene la fortuna non mi abbia elargito beni sufficienti per elevarmi a una professione superiore alla mia, ho ugualmente coltivato il mio spirito come ho potuto, con la lettura di libri di scienze e di storia; e permettetemi, vi prego, di dirvi che ho anche letto una massima di un altro autore che ho sempre felicemente praticato: “Noi nascondiamo il nostro segreto, essa dice, soltanto a quelle persone riconosciute da tutti per indiscrete, che abuserebbero della nostra fiducia; ma non abbiamo nessuna difficoltà a svelarlo ai saggi, perché siamo convinti che saprebbero serbarlo.” Il segreto è con me così sicuro come se fosse in un gabinetto la cui chiave fosse andata perduta, e la cui porta fosse ben sigillata.”

Zobeide riconobbe che il facchino non mancava di spirito; ma, pensando che volesse partecipare al banchetto che esse volevano offrirsi, replicò sorridendo:

“Voi sapete che ci apprestiamo a banchettare; ma sapete anche che abbiamo fatto una spesa considerevole, e non sarebbe giusto che voi foste della partita senza contribuirvi. – La bella Safia sostenne l’opinione della sorella. – Amico mio, – disse al facchino, – non avete mai udito dire quel che si dice abbastanza comunemente? “Se portate qualche cosa, sarete qualche cosa con noi; se non portate niente, ritiratevi con niente!”

Il facchino, nonostante la sua retorica, sarebbe forse stato costretto a ritirarsi imbarazzato, se Amina, prendendo risolutamente le sue parti, non avesse detto a Zobeide e a Sofia:

“Care sorelle, vi scongiuro di permettergli di restare con noi: non c’è bisogna di dirvi che ci divertirà; vedete bene che ne è capace. Vi assicuro che, senza la sua buona volontà, la sua agilità e il suo coraggio nel seguirmi, non sarei riuscita a fare tante compere in così breve tempo. D’altra parte, se vi ripetessi tutti i complimenti che mi ha rivolto durante il percorso, il fatto ch’io lo protegga non vi stupirebbe molto.”

A queste parole di Amina, il facchino, in un impeto di gioia, si lasciò cadere sulle ginocchia, baciò la terra ai piedi di quella graziosa dama, e rialzandosi le disse:

“Mia amabile signora, oggi avete dato inizio alla mia felicità; ora la portate al colmo con un’azione così generosa. Non posso manifestarvi come vorrei la mia riconoscenza. D’altronde, signore, – soggiunse rivolgendosi alle tre sorelle, – poiché mi fate un così grande onore, non crediate ch’io ne abusi e pensi di meritarlo. No, mi considererò sempre come il più umile dei vostri schiavi. – Dette queste parole, fece per restituire il denaro che aveva ricevuto; ma la seria Zobeide gli ordinò di tenerlo. – Quello che è uscito una volta dalle nostre mani, – disse, – per ricompensare coloro che ci hanno reso servigio, non vi rientra più. Acconsentendo che voi restiate con noi, vi avverto che, non soltanto lo facciamo a condizione che voi serbiate il segreto che esigiamo da voi; pretendiamo anche che osserviate strettamente le regole della convenienza e dell’onestà.”

Mentre così parlava, la bella Amina si tolse l’abito di città, sollevò la veste legandola alla cintura per agire più liberamente, e preparò la tavola. Ella servì parecchie qualità di cibi, e mise sopra una credenza bottiglie di vino e coppe d’oro. Fatto ciò, le dame presero posto e fecero sedere accanto a loro il facchino, soddisfatto oltre ogni dire nel vedersi a tavola con tre persone di così straordinaria bellezza.

Dopo il primo boccone, Amina che si era seduta accanto alla credenza, prese una bottiglia e una coppa, si versò da bere, e bevve per prima secondo il costume arabo. Poi versò alle sorelle, che bevvero l’una dopo l’altra; infine, riempiendo per la quarta volta la stessa coppa, la offrì al facchino. Questi, nel prenderla, baciò la mano di Amina e, prima di bere, cantò una canzone il cui senso diceva che come il vento porta con sé il buon odore dei luoghi profumati per i quali passa, così il vino che stava per bere, venendo dalla mano di Amina, aveva un gusto più squisito del solito. Questa canzone rallegrò le dame, che cantarono a loro volta. La compagnia fu, insomma, di ottimo umore per tutto il pranzo, che durò molto a lungo e fu accompagnato da tutto quanto poteva renderlo piacevole. Continua domani.   

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 2

La dama che aveva condotto il facchino si accorse del turbamento cui era in preda il suo animo, e del soggetto che lo causava. Questa scoperta la divertì; e provava tanto piacere ad esaminare il contegno del facchino, da non badare alla porta aperta.

“Entrate, dunque, sorella mia, – le disse la bella portinaia. – Non vedete che questo pover’uomo è così carico da non poterne più?”

Quando la prima dama fu entrata insieme con il facchino, la dama che aveva aperto la porta la richiuse; e tutti e tre, dopo aver attraversato un bel vestibolo, passarono in una corte piuttosto ampia, circondata da una loggia a trafori, che comunicava con parecchi appartamenti situati sullo stesso piano, e di somma magnificenza. In fondo a questa corte c’era un sofà riccamente ornato, al centro del quale sorgeva un trono di ambra, sostenuto da quattro colonne di ebano (arricchite di diamanti e perle di straordinaria grossezza), guarnite di raso rosso con ricami in rilievo di un merletto d’oro delle Indie, di mirabile fattura. In mezzo alla corte, c’era una vasca orlata di marmo bianco e piena di acqua limpidissima che sgorgava in abbondanza dal muso di un leone di bronzo dorato.

Il facchino, per quanto fosse carico, non tralasciava di ammirare la magnificenza di questa casa e l’eleganza che dappertutto vi regnava; ma ciò che attirò particolarmente la sua attenzione fu una terza dama, che gli parve ancora più bella della seconda, che stava seduta sul trono di cui ho parlato. Scorgendo le due prime dame, la terza discese dal trono e avanzò verso di loro. Dai riguardi che le altre dame avevano verso quest’ultima, il facchino giudicò che si trattasse della più importante: in ciò non si sbagliava. Questa dama aveva nome Zobeide; quella che aveva aperto la porta si chiamava Safia; e Amina era il nome di quella che aveva fatto le provviste.

Zobeide, avvicinandosi alle due dame, disse loro:

“Sorelle mie, non vedete che questo brav’uomo soccombe sotto tanto peso? Che aspettate a scaricarlo?”

Allora Amina e Safia presero il paniere, l’una davanti, l’altra dalla parte posteriore. Anche Zobeide vi mise mano e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo e, quand’ebbero finito, la graziosa Amina prese del denaro e pagò generosamente il facchino.

Questi, molto sodisfatto, doveva prendere il suo paniere e ritirarsi; ma non poté risolversi a farlo: si sentiva, suo malgrado, trattenuto dal piacere di vedere tre bellezze così rare, che gli sembravano ugualmente affascinanti. Infatti anche Amina si era tolta il velo, ed egli non la giudicava meno bella delle altre. Non riusciva a capire perché in quella casa non si vedesse nessun uomo. Nondimeno la maggior parte delle provviste ch’egli aveva portato, come i frutti secchi e le diverse qualità di paste e di marmellate, si addicevano soltanto a persone che volessero bere e godere.

Zobeide pensò dapprima che il facchino si fermasse per prender fiato. Ma, vedendo che restava troppo a lungo, gli disse:

“Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella mia, – soggiunse rivolta ad Amina, – dategli ancora qualcosa, che vada via contento.

  • Signora, – rispose il facchino, – non è questo che mi trattiene; sono stato pagato anche troppo per il mio lavoro. Capisco di aver commesso un atto ineducato restando qui più di quanto dovevo; ma spero che abbiate la bontà di perdonarlo poiché è dovuto al mio stupore di non vedere nessun uomo con tre dame di così poco comune bellezza. Una compagnia di donne senza uomini è, tuttavia, una cosa triste, come una compagnia di uomini senza donne.” A queste parole soggiunse altre cose divertenti per provare quanto aveva detto. Non dimenticò di citare quanto si diceva a Bagdad: che non si sta bene a tavola se non si è in quattro; e insomma, finì concludendo che, poiché esse erano tre, avevano bisogno di un quarto.

Al ragionamento del facchino, le dame si misero a ridere. Dopo di che, Zobeide gli disse in tono serio:

“Amico mio, voi spingete un po’ troppo oltre la vostra indiscrezione; ma, sebbene non meritiate ch’io scenda con voi in particolari, voglio tuttavia dirvi che siamo tre sorelle, e facciamo i nostri affari così segretamente che nessuno ne sa niente. Abbiamo una ragione troppo valida da temere di comunicarli a degli indiscreti; e un buon autore che abbiamo letto dice: “Mantieni il tuo segreto e non rivelarlo a nessuno: chi lo rivela non ne è più padrone. Se il tuo cuore non può più contenere il tuo segreto, come potrà contenerlo quello di colui al quale lo avrai confidato?” Continua domani.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad

Sire, disse Sherazad rivolgendo la parola al sultano, sotto il regno del califfo (nome dato al alcuni signori maomettani. Questa parola significa, in arabo, successore, rispetto a Maometto.) Harun-al-Rashid. (Harun-al-Rashid, quinto califfo della stirpe degli abbasidi, era contemporaneo di Carlo Magno. Morì l’anno 800 dell’era cristiana e il ventritreesimo del suo regno. Più rispettato dei suoi predecessori, egli seppe farsi obbedire fino in Spagna e nelle Indie; ridiede splendore alle scienze, fece fiorire le arti belle e utili, attirò gli uomini di lettere, compose versi, e fece succedere nei suoi vasti domini la civiltà alla barbarie. Sotto di lui, gli Arabi che adottavano già i numeri indiani, li diffusero in Europa. In Germania e in Francia si conobbe il movimento degli astri proprio per mezzo degli stessi Arabi. La parola almanacco ne è da sola la migliore testimonianza.) c’era a Bagdad, dove risiedeva, un facchino che, nonostante la sua professione umile e penosa, era ugualmente uomo di spirito e di buon umore. Una mattina, mentre come al solito stava in piazza con un gran paniere traforato accanto, in attesa di qualcuno che avesse bisogno dei suoi servigi, una giovane dama dalla bella figura, coperta da un gran velo di mussolina, gli si avvicinò e gli disse con aria graziosa:

“Sentite, facchino, prendete il vostro paniere e seguitemi.”

Il facchino, incantato da quelle poche parole pronunciate in un tono così gradevole, prese subito il paniere, se lo mise in testa, e seguì la dama dicendo:

“O giorno felice! O giorno di buon incontro!”

Prima di tutto la dama si fermò davanti a una porta chiusa e bussò. Un cristiano, venerando per una lunga barba bianca, aprì. La dama gli mise del denaro in mano senza dirgli una sola parola. Ma il cristiano, il quale sapeva che cosa voleva la dama, rientrò e poco dopo portò una grossa brocca di un vino eccellente.

“Prendete questa brocca, – disse la dama al facchino, – e mettetela nel vostro paniere.”

Fatto ciò, gli ordinò di seguirla; poi riprese a camminare e il facchino ricominciò a dire:

“O giorno di felicità! O giorno di piacevole novità e di gioia!”

La dama si fermò alla bottega di un fruttivendolo-fioraio, dove scelse parecchie qualità di mele albicocche, pesche, cotogne, limoni, arance, mirto, basilico, gigli, gelsomini e altre varietà di piante e di fiori profumati. Disse al facchino di mettere tutto nel paniere e seguirla. Passando davanti alla vetrina di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre della migliore carne che avesse, e ordinò al facchino di mettere anche questa nel paniere. In un’altra bottega comprò capperi, dragoncello, cetriolini, finocchi marini ed altre verdure, tutte sott’aceto; in un’altra acquistò pistacchi, noci, nocelle, pinoli, mandorle ed altri frutti del genere; poi passò ancora in un’altra bottega dove comprò ogni sorta di paste di mandorla. Il facchino metteva tutte queste cose nel paniere e, notando ch’esso stava riempendosi, disse alla dama:

“Mia buona signora, dovevate avvertirmi che avreste fatto tante provviste, avrei preso un cavallo o piuttosto un cammello per portarle. Se continuerete a fare acquisti, il mio paniere si riempirà più del consentito.” La dama rise di questa facezia, e gli ordinò ancora una volta di seguirla.

Entrò da un droghiere, dove si rifornì di ogni sorta di acque profumate, di chiodi di garofano, di noce moscata, di zenzero, di un grosso pezzo d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie: il che finì di riempire il paniere del facchino al quale ella disse di seguirla ancora.

Camminarono finché giunsero ad un magnifico palazzo, la cui facciata era ornata da belle colonne e aveva una porta d’avorio. Vi si fermarono, e la dama batté un colpetto.

Mentre aspettavano che la porta del palazzo venisse aperta, il facchino faceva mille riflessioni. Era stupito che una dama come quella si occupasse personalmente delle provviste; perché, insomma, egli si rendeva ben conto che non si trattava di una schiava: osservava che aveva un’aria troppo nobile da lasciar pensare che non fosse libera e che si trattasse di una persona di distinzione. Le avrebbe rivolto volentieri qualche domanda per informarsi sulla sua condizione; ma, mentre si accingeva a parlarle, un’altra dama, venuta ad aprire la porta, le parve così bella che né restò estasiato, o meglio fu così vivacemente colpito dallo splendore delle sue attrattive, che per poco non lasciò cadere il suo paniere con tutto quanto conteneva, a tal punto la vista di quella dama l’aveva messo fuori di sé. Non aveva mai visto una bellezza paragonabile a quella che aveva sotto gli occhi. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 8

Trovò sei draghi coperti di squame più difficili a penetrare del ferro. Per quanto fosse spaventoso un simile incontro, egli rimase intrepido, e servendosi della sua formidabile spada non ne lasciò alcuno senza prima averlo tagliato a metà.

Sperava di aver superato i maggiori ostacoli, quando ne incontrò uno nuovo e quanto mai imbarazzante: ventiquattro ninfe, bellissime e graziose, gli vennero incontro tenendo in mano una lunga ghirlanda di fiori con la quale gli sbarravano il passaggio.

  • Dove volete andare, signore? – gli dissero. – Noi siamo qui a guardia di questi luoghi: se vi lasciamo passare, infinite disgrazie accadrebbero sia a noi che a voi; per pietà non vi ostinate; vorreste forse inzuppare la vostra mano vittoriosa nel sangue di ventiquattro fanciulle innocenti che non vi hanno mai fatto alcun male?

Il Re, a tale vista, rimase interdetto ed esitante; non sapeva che fare: lui, che si era sempre fatto un vanto di rispettare il gentil sesso, e di esserne a oltranza il paladino, adesso era costretto a distruggerlo! Ma udì una voce che improvvisamente lo incoraggiò: “Colpisci! Colpisci! Non risparmiare alcuno, – diceva questa voce, – o perderai per sempre la tua Principessa!”

Allora senza rispondere nulla alla ninfe, egli si getta in mezzo ad esse, spezza le loro ghirlande, le combatte senza pietà e le disperde in un attimo. Era uno degli ultimi ostacoli che doveva trovare: entrò nel boschetto dove aveva visto Tuttabella, e la trovò accanto allo stessa fonte, pallida e disfatta. Le si accosta tremando, fa per gettarsi ai suoi piedi, ma lei si alza e si allontana con altrettanta fretta e indignazione che se il Principe fosse stato il Nano Giallo!

  • Non condannatemi senza ascoltarmi, Altezza, – disse lui; – io non sono infedele né colpevole: sono un infelice che, senza volerlo, si è reso ingrato ai vostri occhi!
  • Ah, crudele! – ella esclamò. – Vi ho visto volare pei cieli insieme a una fanciulla di straordinaria bellezza; era forse a malincuore che facevate quel viaggio?
  • Si, Principessa, – disse lui, – era a malincuore; la perfida Fata del Deserto non si accontentò d’incatenarmi a una roccia, ma mi portò nel suo cocchio in capo al mondo, ove sarei ancora a languire, senza l’insperato soccorso d’una benefica sirena che m’ha condotto sin qui. Vengo, Principessa, a strapparvi dalle mani che vi tengono prigioniera; non rifiutate l’aiuto del più fedele di tutti gli amanti!

Si gettò ai piedi di lei, e cercando di trattenerla per le vesti inavvertitamente si lasciò cadere di mano l’invincibile spada. Il Nano Giallo ch’era lì, nascosto sotto un cespo di lattuga, non aveva ancora fatto in tempo a vederla in terra che, conoscendone l’immenso potere, vi si buttò sopra e l’afferrò.

Scorgendo il Nano, la Principessa lanciò un grido terribile, ma il suo terrore non servì che a inasprire il piccolo mostro: con due paroline magiche egli fece apparire due giganti, i quali si avventarono sul Re e lo caricarono di catene di ferro.

  • E adesso, – disse il Nano, – la sorte del mio rivale è nelle mie mani: ma son disposto ad accordargli la libertà d’andarsene di qui a patto che, senza indugi, voi acconsentiate a sposarmi.
  • Preferisco morire mille volte! – esclamò il Re innamorato.
  • Morire, ahimè, – disse la Principessa, – signore, cosa c’è di più terribile?
  • Che voi diventiate la vittima di questo mostro, – rispose il Re; – non è ancora più terribile?
  • Allora, moriamo insieme, – disse lei.
  • Lasciatemi, Principessa, la consolazione di morire per voi.
  • Piuttosto acconsento a quel che desiderate, – ella disse al Nano.
  • Sotto i miei occhi, – continuò il Re, – sotto i miei occhi ne farete il vostro sposo? O crudele Principessa, la vita mi sarebbe odiosa!
  • No, – disse il Nano Giallo, – non sarà sotto i tuoi occhi ch’io diverrò il suo sposo: un rivale amato è troppo temibile!

E nel dir queste parole, nonostante i gemiti e le preghiere di Tuttabella colpì il Re direttamente al cuore e lo distese ai suoi piedi. La Principessa, non potendo sopravvivere al suo dolce innamorato, si lasciò cadere sul suo corpo e non tardò molto a unire la sua anima a quella di lui. Fu così che morirono i due infelici giovani, senza che la buona sirena potesse aiutarli in alcun modo; giacché

tutta la forza dell’incantesimo stava nella spada di diamante.

Il perfido nano preferì vedere la Principessa priva di vita piuttosto che vederla fra le braccia di un altro; e la Fata del Deserto, essendo venuta a conoscenza dell’avventura, distrusse il mausoleo che aveva innalzato e fu presa da tanto odio per la memoria del Re delle Miniere d’Oro quant’era stata forte la sua passione per la bella persona di lui. La soccorrevole sirena, desolata da sì grande sciagura, non poté ottenere altro dal Destino che di tramutare i giovani amanti in due palme. Quei corpi così perfetti divennero due bellissimi alberi e serbando sempre un amore fedele l’uno per l’altro, si accarezzano intrecciando i loro rami e in questa tenera unione rendono la loro fiamma immortale.

Morale

C’è chi in mezzo al naufragio promette di sacrare

Un’intera ecatombe agl’Immortali,

E poi neppur si prostra davanti alle lor are,

Quando ha toccato le rive ospitali.

A ognun succede, in qualche dannata congiuntura,

Di prodigar promesse. Ma Tuttabella insegna

Che giurare non val, se quei che giura

Col cuor non s’impegna.

Fiabe francesi della corte del re Sole e del secolo XVIII

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 7

  • Ed ora posso dirvi, – continuò la Sirena, – che, quando il perfido Nano Giallo ebbe rapita Tuttabella, la pose, malgrado la ferita fattale dalla Fata del Deserto, dietro di sé, in groppa al suo terribile gatto spagnolo; ella perdeva tanto sangue ed era così sconvolta per l’accaduto che le forze le mancarono e rimase svenuta durante tutto il viaggio; ma il Nano Giallo non volle fermarsi a soccorrerla sin quando non si fosse visto al sicuro nel suo terribile palazzo d’acciaio: trovò ad accoglierlo le più belle fanciulle del mondo ch’egli aveva trasportato lì. Queste fecero a gara a dimostrargli la loro premura nel servire la Principessa; ella fu messa in un letto di broccato d’oro e trapunto di perle più grosse che nocciole.
  • – Povero me! – esclamò il Re delle Miniere d’oro interrompendo la Sirena, – e così l’ha sposata, mi mancano le forze, addio! muoio!
  • No, – disse lei, – per carità, signore, tranquillizzatevi: la fermezza di Tuttabella ha saputo proteggerla dalle violenze dell’orribile nano.
  • Allora andate avanti, – disse il Re.
  • Che altro ho da dirvi? – continuò la Sirena. – Lei si trovava nel boschetto quando voi siete passato; vi ha visto in compagnia della Fata del Deserto (ella era così contraffatta che le sembrò di una bellezza superiore alla sua) e non si ha idea della sua disperazione: crede che l’amiate!
  • Crede che io l’ami! Giusti Dèi! – esclamò il Re, – come ha potuto ingannarsi così e che debbo fare perché si ricreda?
  • Consultate il vostro cuore, – rispose la Sirena con un grazioso sorriso: – per chi è veramente innamorato non c’è bisogno di consigli!

Nel dir queste parole arrivarono al castello d’acciaio; la parte verso il mare era la sola che il Nano Giallo non avesse rivestito di quelle formidabili muraglie che incenerivano chiunque.

  • Io so benissimo, – disse la Sirena al Re, – che Tuttabella si trova presso quella stessa fonte ove la vedeste passando nell’aria; ma, poiché prima di giungervi, avrete dei nemici da combattere, ecco una spada con la quale potrete intraprendere qualsiasi cosa e affrontare ogni pericolo, a patto che non la lasciate cadere. Addio, adesso vado a nascondermi in quella grotta che vedete; se avete bisogno di me per condurre a buon fine la vostra impresa con la Principessa, non vi verrò mai meno: la Regina sua madre è la mia miglior amica ed è per servirla che sono venuta a cercarvi.

Detto questo, ella diede al Re una spada fatta d’un unico diamante; i raggi del sole brillano di meno; egli ne comprese tutta l’utilità e non potendo trovare espressioni abbastanza calorose per mostrarle la sua riconoscenza la pregò di supplirvi immaginando tutto quel che un cuore ben fatto può provare quando si sente grato fino a tal punto.

Ma qui bisogna dire qualcosa della Fata del Deserto. Non vedendo tornare il suo leggiadro spasimante, ella si affrettò ad andarlo a cercare; si recò alla spiaggia con una scorta di cento fanciulle tutte incaricate di offrire al Re doni meravigliosi.

Alcune portavano grandi ceste tutte piene di diamanti, altre vasi d’oro meravigliosamente cesellati, più d’una recava ambra grigia, coralli, perle; certe portavano sul capo rotoli di stoffa d’indescrivibile ricchezza, altre ancora frutta, fiori e perfino degli uccelli!

Quale fu lo stupore della Fata, che camminando precedeva la folta ed elegante schiera, quando scorse il fantoccio d’alghe marine, così rassomigliante al Re delle Miniere d’Oro che nessuno avrebbe potuto trovarvi la minima differenza? A tale vista, sbigottita e come pazza per il dolore, ella lanciò un urlo così straziante da penetrare i cieli, far tremare i morti e risuonare fin nell’inferno. Divenuta una megera furiosa della quale né Aletto né Tisifone avrebbero saputo prendere un aspetto più sconvolgente, ella si gettò sul corpo del Re, pianse, gridò, fece a pezzi cinquanta delle più belle fanciulle che l’avevano accompagnata, immolandole così ai Mani del caro defunto. Poi chiamò a sé undici sorelle che aveva, tutte fate come lei, pregandole di aiutarla a innalzare un superbo mausoleo al giovane eroe. Non ve ne fu una che non rimanesse ingannata dalle alghe marine. Un caso simile vi stupirà abbastanza, giacché le Fate sapevano tutto, ma l’astuta Sirena ne sapeva ancora di più.

Nel mentre che quelle facevano portare porfido, diaspro, agata, marmo, statue, emblemi, oro e bronzo per immortalare la memoria del Re che credevano morto, quest’ultimo stava ringraziando la gentile Sirena e la scongiurava di accordargli la sua protezione; ella s’impegnò a farlo con la migliore grazia del mondo e scomparve ai suoi occhi. A lui non restò che inoltrarsi verso il castello d’acciaio.

Guidato dal suo amore egli andò avanti spedito, scrutando attentamente se per caso non scorgesse l’adorata Principessa, ma non rimase a lungo con le mani in mano: quattro orribili sfingi lo circondarono, e gettandoglisi addosso coi loro adunchi artigli, lo avrebbero fatto a brandelli se la spada di diamante non gli fosse stata utile come la Sirena aveva predetto. L’aveva appena fatta brillare innanzi agli occhi di quei mostri che questi caddero esamini ai suoi piedi: egli inferse a ciascuno un colpo mortale, poi continuò ad andare avanti. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 6

Arrivarono in un’estesa prateria, tutta smaltata da mille fiori diversi; un fiume profondo la circondava e parecchi ruscelli di sorgente scorrevano dolcemente sotto alberi fronzuti, ove si respirava una perpetua frescura; si vedeva lontano elevarsi un sontuoso palazzo, le cui mura erano di trasparente smeraldo. Non appena i cigni che conducevano la Fata si furono calati sotto un porticato, il cui pavimento era di diamanti e la volta di rubini, sbucarono fuori da tutte le parti mille belle fanciulle che vennero a riceverla con grandi acclamazioni di gioia; esse cantavano le seguenti parole:

Quando Amore su un’anima vuole aver la vittoria,

Ogni sforzo a resistergli non può nulla ottenere;

Non si fa che aumentare la sua gloria,

E i più forti per primi cedono al suo potere.

La Fata del Deserto andava in brodo di giuggiole nel sentir cantare il suo amore; ella condusse il Re nel più sontuoso appartamento che mai si sia visto in memoria di fata, e lo lasciò per qualche istante affinché non si credesse del tutto prigioniero; lui sospettò che non fosse andata troppo lontana e che, celata in qualche nascondiglio, ella spiasse quel che lui faceva; questo lo costrinse ad avvicinarsi a una specchiera, e rivolgendosi a se stesso: – Fedele consigliere, – gli disse, – permetti ch’io veda quel che posso fare per rendermi gradito all’incantevole Fata del Deserto; giacché il desiderio di piacerle non mi dà più requie -. E qui si pettinò, s’incipriò, si mise perfino un finto nèo e vedendo su un tavolo un vestito più splendido del suo, lo indossò in tutta fretta.

Allora la Fata irruppe nella stanza, pazza di gioia, al punto che non riusciva a dominarsi.

  • Vi son grata, – gli disse, – di tutta la pena che vi date per piacermi, ma ne avete trovato il segreto anche senza cercarlo; dunque vedete signore, se la cosa vi sarà difficile non appena voi la vorrete!

Il Re, che aveva le sue buone ragioni per fare un mucchio di smancerie alla vecchia fata, non si risparmiò, e ottenne a poco a poco la libertà di poter passeggiare lungo la riva del mare. La Fata aveva reso quel mare, con l’arte sua, così terribile e tempestoso che non v’era un nocchiero abbastanza coraggioso per osare affrontarlo; e quindi lei non aveva nulla da temere dall’accondiscendenza avuta verso il suo prigioniero; egli provò un certo sollievo alle sue pene nel poter liberamente correre dietro ai propri pensieri senz’essere sempre disturbato dalla sua malvagia carceriera.

Dopo aver camminato abbastanza a lungo sulla spiaggia, si chinò e con un bastoncello che aveva in mano scrisse sulla sabbia i versi seguenti:

Finalmente son libero

Di sfogare il mio affanno in lungo pianto.

Ahi, più non vedo la beltà adorabile

Di colei che mi tiene nel suo incanto.

Tu tempestoso mar, mare terribile

Che questa spiaggia rendi inaccessibile

Agli esseri viventi,

Tu sospinto dai venti

Or fino al cielo ed ora fino agli inferi,

Il mio cuore è a te simile:

Non men di te agitato,

Anzi vieppiù turbato.

O Tuttabella, o barbaro destino!

O ciel, la cui sentenza

M’ha condannato a sì crudele assenza,

Non risparmiarmi un colpo repentino!

Divinità dell’onde,

Voi che sapete il potere d’amore

Uscite fuor dalle grotte profonde,

Soccorrete al mio misero dolore!

Mentre scriveva, udì una voce che, suo malgrado, destò tutta la sua attenzione, e nel vedere le onde farsi sempre più grandi, egli guardava da tutte le parti, quando vide emergere una donna di straordinaria bellezza; ella non era vestita che dei suoi lunghi capelli e questi, dolcemente agitati dal vento, fluttuavano sulle onde. In una delle mani teneva un pettine, nell’altro uno specchio e una lunga coda di pesce piena di pinne terminava il suo corpo. Dinanzi a una così straordinaria visione il Re rimase senza fiato ed ella, non appena fu abbastanza vicina per farsi udire, così gli parlò:

  • Ben conosco tutta la tristezza che vi tormenta per la lontananza della vostra Principessa, e per colpa della strana passione che la Fata del Deserto ha concepita per voi; se volete, posso trarvi in salvo da questo luogo fatale ove altrimenti potrete anche languire per più di trent’anni!

Il Re, a tale proposta, non sapeva cosa rispondere; non che gli mancasse la voglia d’uscire dalla sua prigionia, ma aveva paura che la Fata del Deserto avesse preso questo nuovo sembiante per trarlo in inganno. Mentre egli esitava, la Sirena, che aveva indovinato i suoi pensieri, gli disse:

  • Non crediate ch’io vi tenda un tranello, sono troppo sincera per voler favorire i vostri nemici: tutti i soprusi della Fata del Deserto e del suo Nano Giallo m’hanno esacerbata contro di loro; io vedo ogni giorno la vostra infelice Principessa: la sua bellezza e i suoi meriti mi muovono a compassione e, ve lo ripeto, se avete un poco di fiducia in me, sono disposta a salvarvi.
  • La mia fiducia in voi è così totale, – esclamò il Re, – che farò tutto ciò che mi direte; ma, poiché avete visto la mia Principessa, non tardate a darmi sue notizie.
  • Non perdiamo troppo tempo in chiacchiere, – disse lei; – venite subito con me, vi condurrò al castello d’acciaio, e lascerò su questa spiaggia un fantoccio così simile a voi che la stessa Fata sarà tratta in inganno.

E ammassando alcune alghe ne fece un fantoccio, poi, soffiandovi sopra per tre volte:

  • Alghe marine, amiche care, – disse, – vi ordino di starvene distese sulla sabbia, senza muovervi di qui, sino a quando la Fata del Deserto non venga a prendervi.

Le alghe si ricoprirono di pelle e presero un aspetto così simile a quello del Re delle Miniere d’Oro, ch’egli non riusciva a credere ai suoi occhi; si rivestirono di un abito uguale al suo e presero una cera pallida e disfatta, come quella d’un annegato; nel frattempo la buona sirena invitò il Principe a sedersi sulla sua coda di pesce e ambedue presero il largo con eguale soddisfazione. Continua lunedì.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 5

Il Re immobile, sbalordito, e al colmo della disperazione, era lì, costretto ad assistere a un così straordinario avvenimento senza poter far nulla per impedirlo, allorquando, per colmo di sventura, gli sembrò che si suoi occhi si velassero, non vide più la luce, e al tempo stesso si sentì sollevare nello spazio celeste da un essere misterioso dalla forza prodigiosa… Quante sciagure! Amore, o crudele Amore, è questo il modo di trattare quelli che ti riconoscono per loro vincitore?

La perfida Fata del Deserto era venuta insieme al Nano Giallo a prestargli man forte per rapire la Principessa, ma non aveva ancora posata gli occhi sul bel Re delle Miniere d’Oro, che il suo barbaro cuore non aveva potuto resistere al fascino del giovane principe: senza pensarvi due volte lo rapì e lo portò in fondo a un’orribile spelonca ove lo legò con molte catene ch’erano attaccate alla roccia; ella sperava che la paura d’una morte imminente gli avrebbe fatto presto dimenticare Tuttabella e lo avrebbe spinto ad assecondare i suoi desideri.

Arrivati alla spelonca, la Fata gli rese la vista, senza però rendergli la libertà, e valendosi delle sue arti magiche per ottenere i vezzi e le bellezze che la natura le aveva negati, ella gli apparve sotto il leggiadro sembiante di una ninfa capitata per caso in quei luoghi.

  • Cosa vedono i miei occhi? – ella esclamò. – Come, siete voi, amabile Principe; quale sciagura vi colpisce e vi trattiene in così triste luogo?

Il Re, ingannato da quelle mendaci apparenze le rispose:

  • Ahimè, mia bella ninfa, io non so a che cosa mira la furia infernale che m’ha condotto qui; ma, quantunque ella m’abbia tolto l’uso della vista, quando mi ha rapito, e che da allora non mi si sia mostrata, non ho esitato tuttavia a riconoscere dalla sua voce che si tratta della Fata del Deserto.
  • Ah, signore! – esclamò la falsa ninfa, – se siete caduto fra le mani di quella donna, voi non ne uscirete senza prima averla sposata; ella ha giocato un tiro simile a più d’un eroe, e non esiste al mondo una persona più cocciuta nelle proprie idee.

Intanto ch’ella fingeva di prender viva parte al dolore del Principe, egli scorse i piedi della ninfa, che erano simili a quelli di un grifone: era questo il segno da cui la Fata si poteva riconoscere in tutte le sue varie metamorfosi; giacché, per quanto concerneva i piedi di grifone, lei non era in grado di cambiarli.

Il Re fece finta di nulla, e parlandone in tono confidenziale:

  • Io non ho nulla contro la Fata del Deserto, – disse, – ma non sopporto ch’ella protegga il Nano Giallo contro di me e mi tenga incatenato come un criminale. Cosa le ho fatto? Ho amato un’incantevole principessa, ma so benissimo che se la Fata mi restituisce la libertà, la riconoscenza non tarderà a far sì che io dia a lei il mio amore.
  • Dite sul serio? – gli chiese la ninfa presa al laccio.
  • Certamente, – rispose il Re, – sono incapace di fingere; anzi, vi confesso che una fata può lusingare maggiormente la mia vanità che non una semplice principessa; però, anche se dovessi morire d’amore per lei farei vista d’odiarla sino a quando non m’avesse ridato la libertà.

La Fata del Deserto, ingannata da queste parole, prese la decisione di portare il Re in un luogo altrettanto ameno quanto era tetra quella spelonca e quindi, invitandolo a salire nel suo cocchio, al quale aveva attaccato dei cigni al posto dei pipistrelli che abitualmente lo conducevano, ella si trasportò all’altro polo.

Ma cosa fu del Principe allorché, attraversando il vasto spazio celeste, egli scorse la sua cara Principessa prigioniera in un castello tutto d’acciaio le cui mura, colpite dai raggi del sole, divenivano altrettanti specchi accecanti i quali incenerivano tutti coloro che volevano accostarvisi? Ella si trovava entro la sua cerchia, in un boschetto, distesa accanto a una fonte: aveva un braccio ripiegato sotto il capo e con l’altra mano sembrava asciugarsi le lagrime; alzando gli occhi al cielo come per chiedere soccorso, vide passare il Re insieme alla Fata del Deserto la quale allora, grazie alle sue arti magiche, apparve agli occhi della Principessa come la più meravigliosa fanciulla del mondo.

  • Misera me! – ella esclamò, – non son forse abbastanza infelice in quest’inaccessibile castello, ove l’orribile Nano Giallo mi tiene prigioniera? E adesso, per colmo di disgrazia, occorre che anche il demone della gelosia mi venga a tormentare? Occorre che, grazie a una così straordinaria avventura, io venga a sapere che il Re delle Miniere d’Oro mi è infedele? Di certo egli ha creduto, non vedendomi più, d’essere liberato da tutti i giuramenti che mi ha fatti. Chi mai sarà quella temibile rivale la cui bellezza è superiore alla mia?

Nel mentre ch’ella ragionava così, il Re innamorato provava un dolore mortale per doversi allontanare così in fretta dal caro oggetto dei suoi desideri. S’egli avesse creduto la Fata meno potente, avrebbe fatto tutto il possibile per allontanarsi da lei, vuoi cercando di ucciderla, vuoi in qualche altro modo suggeritogli dal suo amore e dal suo coraggio: ma che poteva fare contro una creatura così potente? Soltanto il tempo e l’astuzia potevano farlo sfuggire alle sue mani.

La Fata aveva scorto Tuttabella e cercava negli occhi del Re di penetrare l’effetto che quella vista aveva prodotto sul cuore di lui.

  • Nessuno meglio di me, – egli le disse, – può dirvi quel che volete sapere: l’incontro imprevisto con un’infelice principessa per la quale un tempo ho provato un certo attaccamento, prima d’innamorarmi di voi, m’ha un poco scosso; ma nel mio cuore voi siete talmente al di sopra di lei che preferirei morire piuttosto che esservi infedele.
  • Ah, Principe, – disse lei, – potrò mai illudermi di avervi ispirato sentimenti così lusinghieri per me?
  • Il tempo ve ne convincerà, signora, – lui rispose; ma se volete darmi la prova che io sono entrato nelle vostre grazie non rifiutatemi il vostro aiuto per soccorrere Tuttabella.
  • Vi rendete conto di quel che mi chiedete? – gli disse la Fata aggrottando le sopracciglia e guardandolo per storto. – Se non mi sbaglio, voi volete che adoperi la mia scienza contro il Nano Giallo che è il mio miglior amico; dovrei togliere dalle sue mani un’orgogliosa principessa ch’io non posso considerare altrimenti che come una rivale?

Il Re sospirò e non rispose nulla; che avrebbe potuto rispondere a una persona così perspicace? Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 4

Finalmente, il giorno tanto atteso e tanto desiderato arrivò: ogni cosa era pronta per le nozze di Tuttobella; pifferi e trombe annunciavano il grande avvenimento per tutta la città; le strade erano ricoperte da un tappeto di fiori; il popolo accorse sul grande piazzale dinanzi al palazzo; la Regina, felice, non aveva fatto neppure in tempo a coricarsi, che già si era alzata per impartire gli ordini necessari e scegliere i gioielli destinati ad adornare la Principessa: ella non portava che diamanti, ma ne aveva dalla testa ai piedi, perfino le sue scarpe ne erano tempestate e sul suo vestito di broccato d’argento erano ricamati una dozzina di raggi di sole che non costavano poco davvero! Era proprio il caso di dire che non vi era nulla di più brillante, e che soltanto la bellezza della giovane Principessa poteva dirsi ancora più splendente! Un ricco diadema le ornava il capo; le chiome le scendevano in belle onde fino ai piedi, e la maestà della sua persona spiccava fra tutte le dame che la scortavano. Il Re delle Miniere d’Oro non era meno elegante né sfarzoso: la gioia traspariva dal suo volto e da tutti i suoi gesti; nessuno che lo avvicinasse, si allontanava da lui senza aver ricevuto una grazia o senza un qualche ricordo della sua liberalità: difatti, egli aveva fatto sistemare attorno alla sala dei festeggiamenti mille barili pieni d’oro, e grandi sacchi di velluto ricamato di perle, destinati ad essere riempiti di zecchini sonanti; ognuno di essi poteva contenerne centomila, e lì si dava senza distinzione a tutti quelli che tendevano la mano, e così questa piccola cerimonia, che non era una delle meno utili e piacevoli della festa, vi attirò molte persone assai poco sensibili ad ogni altro divertimento.

La Regina e la Principessa, prima di raggiungere il Re ed uscire con lui, stavano attraversando una lunga galleria, quando videro entrare due grossi galli d’India, i quali si tiravano dietro una brutta scatola sconquassata; li seguiva una vecchia, la cui decrepitezza non era meno sorprendente della sua bruttezza estrema: ella si appoggiava a una stampella, portava un collare arricciato di seta nera, un cappuccio di velluto rosso, un guardinfante a brandelli; senza dire una parola fece tre giri coi suoi galli d’India, poi, fermandosi nel bel mezzo della galleria e brandendo la stampella con aria minacciosa:

  • Ehi voi, Regina, e voi, Principessa, – esclamò, – a quanto pare, credete di poter impunemente venir meno alla parola data al Nano Giallo, mio ottimo amico? Io son la Fata del Deserto; senza di lui, senza il suo melarancio, non sapete forse che i miei terribili leoni vi avrebbero sbranate? Nel regno delle fate tali offese non si sopportano: decidete subito quel che dovete fare, giacché, lo giuro per il mio cuffione, voi lo sposerete oppure la mia stampella vi darà il fatto suo!
  • Ah, Principessa, – disse la Regina esterrefatta, – cosa sento? Che mai avete promesso?
  • Ah, madre mia, – rispose piangendo Tuttabella, – e voi, allora, che avete promesso?

Il Re delle Miniere d’Oro, indignato per quel che vedeva e per il fatto che la perfida vecchia venisse a ostacolare la sua felicità, si avvicinò a lei con la spada sguainata e, puntandogliela sulla gola:

  • Disgraziata, – le disse, – allontanati per sempre da questi luoghi, oppure la tua morte mi vendicherà della tua perfidia!

Non aveva ancora detto queste parole che il coperchio della scatola si sollevò con un orribile fracasso e schizzò fino al soffitto: ne saltò fuori il Nano Giallo, a cavallo di un gatto spagnolo, il quale venne a mettersi fra la Fata del Deserto e il Re delle Miniere d’Oro.

  • Giovane temerario, – gli disse, – che non ti venga in mente di oltraggiare quest’illustrissima fata; è soltanto con me che tu hai a che fare: sono io il tuo rivale, il tuo nemico; l’infedele Principessa che adesso si vuol dare a te, diede a me la sua parola, e ricevette la mia; guarda un po’ s’ella non porta un anello fatto con uno dei miei capelli; prova a toglierglielo, e la cosa ti farà capire come il tuo potere sia di gran lunga inferiore al mio.
  • Miserabile mostro, – disse il Re, – come puoi avere la temerarietà di professarti adoratore della mia divina Principessa e di pretendere un così glorioso possesso? Ma non t’accorgi che sei un mostriciattolo, la cui odiosa figura fa venir male agli occhi, e che ti avrei già tolto la vita, se tu fossi degno di una morte così gloriosa?

Il Nano Giallo, offeso nel profondo dell’anima, appoggiò lo sperone nel ventre del gatto che si diede a miagolare in modo spaventoso, e saltando qua e là, faceva indietreggiare tutti, ad eccezione del prode Re, il quale si faceva sempre più accosto al Nano, allorché a un certo punto, questi brandì un largo coltellaccio di cui era armato, e sfidando il Re a duello, discese nel piazzale davanti al palazzo accompagnato da uno strano fragore.

Il Re, corrucciato, lo seguì a gran passi. Non appena furono uno di fronte all’altro e al cospetto di tutta la Corte affacciata ai balconi, il sole, all’improvviso, si fece rosso come se fosse stato coperto di sangue, e si offuscò a tal punto che a malapena ci si vedeva: tuoni e fulmini sembravano voler annunciare la fine del mondo; i due galli d’India apparvero a scortare il perfido Nano quali due giganti alti come montagne, e gettavano fuoco e fiamme dagli occhi e dalla bocca con tale abbondanza che li si sarebbero scambiati per una fornace ardente. Tutte queste cose non sarebbero bastate a intimorire il magnanimo cuore del nostro giovane monarca; negli sguardi e nei gesti egli si mostrava così intrepido da tranquillizzare tutti coloro che tremavano per la sua salvezza e da mettere forse in imbarazzo il Nano Giallo. Ma il suo coraggio non fu in grado di resistere alla prova, quando egli vide in quale stato era ridotta la sua cara Principessa: la Fata del Deserto, più tremenda di Tisifone, con la testa brulicante di serpenti, montata su un grifone alato e armata di una lancia, la colpì con tanta forza che la povera Principessa cadde fra le braccia della Regina, tutta bagnata del proprio sangue. La tenera madre, più crudelmente ferita di quanto non lo fosse stata sua figlia, cominciò a gridare e a straziarsi in indicibili lamenti.

Allora il senno e il coraggio abbandonarono il Re; egli lasciò il campo, e si precipitò a soccorrere la Principessa o a morire con lei; ma il Nano Giallo non gli lasciò il tempo di raggiungerla: in groppa al suo gatto spagnolo, balzò sul balcone ove lei si trovava, la strappò dalle mani della Regina e delle dame, indi, saltando sul tetto del palazzo, sparì con la sua preda. Continua domani.