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La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

La metamorfosi del copista – 2

Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in un tono non troppo gentile.

  • Hem, hem – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo, colse uno dei fiori più vicini; era una semplice margheritina, e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti dei fiori, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi si suoi petali, quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia; data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre le nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti sopravvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale, pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saran solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, perché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto essere poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: – Monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello, se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, della più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden. “Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in quest’uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel “semplice uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe poter sbagliare anche la polizia? Se le infilò, si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noialtri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta.
  • Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è il padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta a un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qui tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza, sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla borsa. Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto l’equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prender poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Questi mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario. – 2

La poesia fu recitata molto bene e il dicitore ebbe un gran successo. Tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente; ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere sino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo si sarebbe venuti a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila. Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali, all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degno di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, niente altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai-Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce d’acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza di spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.

La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita – 2

Un racconto del Donegal

La compagnia smontò da cavallo vicino ad una finestra e Jamie vide in un letto meraviglioso uno splendido volto appoggiato sul cuscino. Vide che la damigella veniva sollevata e portata via mentre il bastone che era stato messo nel letto al suo posto ne riprendeva esattamente la forma.

La fanciulla fu posta davanti a un cavaliere e portata per un breve tratto e poi passata ad un altro; intanto i nomi delle città venivano annunciati come nel viaggio d’andata.

Si stavano avvicinando a casa; Jamie udì i nomi “Rathmullan, Milford, Tamney” e allora seppe che erano ormai vicini alla sua capanna.

  • Tutti voi a turno avete portato la fanciulla, – disse; – perché non dovrei portarla un pezzetto anch’io?
  • Certo che puoi averla anche tu per un po’, Jamie, – gli dissero gentilmente.

Tenendo stretto stretto il suo tesoro, Jamie smontò vicino alla porta di casa di sua madre.

  • Jamie freel, Jamie freel! E’ questo il modo di trattarci? – gli gridarono, e scesero anche loro da cavallo vicino alla porta.

Jamie strinse forte le braccia anche se non sapeva neppure più lui che cosa stesse stringendo, perché la “piccola gente” trasformava continuamente la fanciulla in ogni genere di strane forme. Un momento era un cane nero che abbaiava e tentava di mordere, un altro era una sbarra di ferro incandescente che però non aveva calore, poi ancora era un sacco di lana.

Ma nonostante ciò Jamie la teneva stretta; e già i folletti di cui si era preso gioco se ne stavano andando, quando una fatina minuscola, la più piccola del gruppo, esclamò: – Jamie Freel ce l’ha presa ma non gliene verrà alcun bene, perché la farò diventare sorda e muta, – e gettò qualcosa sulla ragazza.

Mentre si allontanavano a cavallo tutti delusi, Jamie sollevò il chiavistello ed entrò in casa.

  • Jamie, ragazzo! – esclamò la madre, – sei stato fuori tutta la notte. Che cosa ti hanno fatto?
  • Niente di brutto, mamma; ho avuto la miglior fortuna che mi potesse capitare. Ecco qui una bellissima fanciulla che ti ho portato per farti compagnia.
  • Che Dio ci benedica e ci protegga, – esclamò la madre, e per qualche minuto restò così sorpresa che non le riuscì di pensare a nient’altro da dire.

Jamie le raccontò la storia dell’avventura notturna e finì dicendo: – Certamente non avreste permesso che io la lasciassi andare con loro e che fosse perduta per sempre!

  • Ma una signora, Jamie! Come può una signora mangiare il nostro povero cibo e vivere alla nostra misera maniera? Vorrei proprio saperlo, sciocco d’un ragazzo.
  • Beh, mamma, è meglio per lei essere qui che non là, – e puntò l’indice in direzione del castello.

Intanto la ragazza, sorda e muta, rabbrividendo nei suoi abiti leggeri, si avvicinò all’umile fuoco di torba.

  • Povera creatura, è strana e bella. Non mi meraviglia che abbiano messo gli occhi su di lei, – disse la vecchia donna guardando con ammirazione e pietà la sua ospite. – Prima di tutto dobbiamo pensare a vestirla; ma io, disgraziata, cosa posso avere da far indossare a una come lei?

Andò verso l’armadio a muro della stanza comune e prese la sua gonna della festa di rozzo panno scuro; poi aprì un cassetto e tirò fuori un paio di calze bianche, una lunga veste di buon lino, bianca come la neve, e una cuffia: i suoi vestiti “da morta”, come li chiamava di solito.

Questi capi del suo guardaroba erano pronti da tempo per una certa triste cerimonia della quale un giorno lei sarebbe stata la protagonista, e venivano esposti solo di tanto in tanto quando li si appendeva a prendere aria, ma si era decisa a dare anche queste cose alla bella e tremante visitatrice che si volgeva da lei a Jamie e da Jamie di nuovo a lei con un’espressione di muto dolore e di sorpresa.

La povera ragazza si lasciò vestire, poi si sedette su di una bassa panchetta nell’angolo del camino e affondò il viso tra le mani.

  • Cosa faremo per non sfigurare di fronte a una signora come voi? – esclamò la vecchia donna.
  • Lavorerò per tutte e due, mamma, – rispose il figlio.
  • E come potrà una signora adattarsi al nostro misero cibo? – ripeté la donna.
  • Lavorerò per lei, – disse Jamie per tutta risposta.

E mantenne la sua parola.

Per lungo tempo la fanciulla fu molto triste e più di una sera le lacrime le scesero sulle guance mentre la vecchia madre filava vicino al fuoco e Jamie faceva reti per i salmoni, abilità che aveva acquistato di recente nella speranza di offrire qualche agio in più alla sua ospite.

Questa era sempre gentile e si sforzava di sorridere quando vedeva che la stavano guardando; poco per volta si adattò alle loro abitudini e al loro genere di vita. Non passò molto tempo che cominciò a dare da mangiare ai maiali, a preparare pastoni di grano e patate per i polli e a fare calzini di forte lana blu. Continua domani.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita

Un racconto del Donegal

Laggiù a Fannet, in tempi ormai lontani, vivevano Jamie Freel e sua madre. Jamie era per la vedova l’unico sostegno: le sue forti braccia lavoravano per lei instancabilmente e quando arrivava il sabato sera le versava in grembo tutta la sua paga, ringraziandola rispettosamente per la moneta da mezzo penny che lei gli rendeva per comprarsi il tabacco.

I vicini ne parlavano come del miglior figlio mai visto e conosciuto. Eppure Jamie aveva vicini della cui opinione era completamente all’oscuro, personaggi che vivevano a pochissima distanza da lui ma che egli non aveva mai visto e che, infatti, sono visti molto raramente dai mortali se non alla vigilia del Primo Maggio e di Ognissanti.

Si diceva che un vecchio castello in rovina a un quarto di miglio circa dalla capanna di Jamie fosse la dimora della “piccola gente”. Ogni vigilia di Ognissanti le antiche finestre si illuminavano e i passanti potevano vedere minuscole figure svolazzare avanti e indietro nell’edificio mentre si udiva la musica delle zampogne e dei flauti.

Era risaputo che le fate vi tenevano i loro festini magici, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di mettervi piede.

Jamie aveva più volte osservato da lontano le figurette e ascoltato quella musica così attraente chiedendosi come fosse l’interno del castello; ma una sera, alla vigilia di Ognissanti, si alzò e, preso il cappello, disse a sua madre: – Me ne vado al castello a cercar fortuna.

  • Cosa! – gridò la donna; – avresti il coraggio di andare là? Tu che sei l’unico figlio di una povera vedova! Non essere così sciocco e temerario, Jamie! Ti uccideranno, e che ne sarà allora di me?
  • Non aver paura, madre, che non mi capiterà niente di male. Ma devo proprio andare.

E se ne partì. Attraversato il campo di patate, giunse in vista del castello: le finestre erano tutte splendenti di luci sì da trasformare in oro le foglie rossicce ancora attaccate ai rami del melo selvatico.

Fermatosi nel boschetto presso un lato del rudere, Jamie stette ad ascoltare la baldoria degli elfi, e quelle risate e quei canti lo resero ancora più risoluto ad entrare.

Un gran numero di piccoli esseri, i più alti grandi come un bambino di cinque anni, stavano danzando alla musica dei flauti e dei violini, mentre altri bevevano e si divertivano.

  • Benvenuto Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie! – esclamò la compagnia scorgendo il visitatore. La parola “benvenuto” fu raccolta e ripetuta da ogni voce nel castello.

Il tempo volava; Jamie si stava divertendo moltissimo, quando i suoi ospiti dissero: – Questa notte andremo a cavallo fino a Dublino per rapire una fanciulla. Vuoi venire anche tu, Jamie Freel?

  • Certo che voglio, – disse l’intrepido giovanotto che aveva sete di avventure.

Dei cavalli aspettavano alla porta. Jamie ne montò uno e il suo destriero si levò in aria con lui. Di lì a poco sorvolava la casa di sua madre, circondato dalla schiera degli elfi: continuarono ad andare e andare volando sopra aspre montagne e basse colline, sopra il profondo Lough Swilley e sopra i villaggi e i casolari dove la gente tostava nocciole e mangiava mele per festeggiare in allegria la notte di Ognissanti. A Jamie sembrò che avessero volato su tutta quanta l’Irlanda prima di arrivare a Dublino.

  • Questa e Derry, – dissero le fate passando sopra le guglie della cattedrale; e quello che una voce aveva detto fu ripetuto da tutte le altre, finché si udirono cinquanta vocette gridare:
  • Derry! Derry! Derry!

In questo modo Jamie venne tenuto al corrente di ogni città che, trovandosi sulla loro rotta, sorvolavano, e alla fine udì le voci argentine gridare: – Dublino! Dublino!

Non era certo una misera dimora quella che stava per essere onorata dalla visita dei folletti, ma una delle più belle case di Stephen’s Green. Continua domani.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

Fratellino e sorellina – 2

Ma la sorellina si spaventò terribilmente quando vide che il piccolo capriolo era ferito. Lavò la ferita, ci mise sopra certe erbe e disse: – Va sul tuo giaciglio, caprioletto mio, così guarisci -. Ma la ferita era così piccola, che al mattino il capriolo non sentiva più nulla. E quando udì nuovamente il tripudio della caccia, disse: – Non posso più resistere, devo andarci; non sarà così facile che mi acchiappino -. La sorellina diceva piangendo: – Adesso ti uccideranno e io sono qui sola nel bosco, abbandonata da tutti: non ti lascio uscire. – E io ti morirò di tristezza, – rispose il piccolo capriolo: – quando sento il corno da caccia, mi pare di non star più nella pelle! – Allora la sorellina dovette cedere e gli aprì la porta col cuore grosso; e il piccolo capriolo corse nel bosco, vispo e felice. Quando il re lo vide, disse ai suoi cacciatori: – Inseguitelo per tutta la giornata fino a notte, ma che nessuno gli faccia del male -. Appena il sole fu tramontato, il re disse al cacciatore: – Vieni, e mostrami la casetta nel bosco -. E quando fu davanti alla porticina, bussò e gridò: – Sorellina cara, lasciami entrare! – Allora la porta si aprì e il re entrò e trovò una fanciulla così bella come non ne aveva ancor vista nessuna. La fanciulla si spaventò quando vide entrare non il suo piccolo capriolo, ma un uomo che aveva una corona d’oro in testa. Ma il re la guardò amorevolmente, le porse la mano e disse:

  • Vuoi venire con me al mio castello ed essere la mia cara sposa?
  • Ah sì, – rispose la fanciulla, – ma deve venire anche il capriolo, quello non l’abbandono -.

Disse il re: –  Rimarrà con te finché vivi e non gli mancherà nulla -. Intanto entrò a salti il capriolo; la sorellina lo legò ancora alla fune di giunco, che prese in mano lei stessa, e con lui si allontanò dalla casetta nel bosco.

Il re mise la bella fanciulla sul suo cavallo e la condusse al castello, dove le nozze furono celebrate con gran pompa; ed ella fu Sua Maestà la regina, e per molto tempo vissero insieme felici; il capriolo era ben nutrito e ben curato e ruzzava nel giardino del castello. Ma la cattiva matrigna, che aveva costretto i bambini a vagare per il mondo, credeva che la sorellina fosse stata sbranata dalle belve nella foresta e che il fratellino, sotto forma di capriolo, fosse stato ucciso dai cacciatori. Quando sentì che erano felici e stavano così bene, invidia e gelosia le si destarono in cuore e non le davan requie, ed ella pensava soltanto come gettarli entrambi in una nuova sciagura. La sua figlia vera, che era brutta come la notte e aveva un occhio solo, la rimproverava e diceva: – Spettava a me questa fortuna di diventar regina. – Sta’ tranquilla, – disse la vecchia, e aggiunse allegramente:  – Al momento buono, sarò pronta -. E al momento buono, quando la regina diede alla luce un bel maschietto, mentre il re era a caccia, la vecchia strega prese l’aspetto della cameriera, entrò nella stanza in cui giaceva la regina e disse alla paziente: – Venite, il bagno è pronto, vi farà bene e vi rinforzerà; presto, prima che diventi freddo -. C’era anche sua figlia; insieme portarono la regina, debole com’era, nella stanza da bagno e la misero nella vasca; poi chiusero la porta e corsero via. Ma nella stanza da bagno avevano acceso un fuoco d’inferno, cosicché la bella giovane regina ne fu presto soffocata.

Ciò fatto, la vecchia prese sua figlia, le ficcò in testa una cuffia e la mise a letto, al posto della regina. Le diede anche la sua figura e il suo aspetto; solo non poté restituirle l’occhio perduto. Ma perché il re non se ne accorgesse, ella dovette sdraiarsi sul fianco, per nascondere l’occhio cieco. La sera, quando il re tornò e seppe che gli era nato un maschietto, fu tutto contento, e volle andare al letto della sua cara moglie per veder come stava. Subito la vecchia gridò: – Per amor di Dio, lasciate chiuse le cortine; la regina non sopporta ancora la luce e deve riposare -. Il re si ritirò, e non sapeva che nel letto c’era una falsa regina.

Ma quando fu mezzanotte e tutto dormiva, la bambinaia, che sedeva presso la culla nella camera del bambino, e sola vegliava ancora, vide aprirsi la porta ed entrare la vera regina. Questa tolse il bimbo dalla culla, lo prese fra le braccia e lo allattò; poi sprimacciò il suo piccolo cuscino, lo rimise a letto e lo coprì con la piccola coltre. Ma non dimenticò neanche il capriolo, andò nell’angolo dov’era steso e gli accarezzò il dorso. Poi uscì silenziosamente dalla porta e la mattina dopo la bambinaia domandò alle guardie se durante la notte qualcuno fosse entrato nel castello; ma esse risposero: – No, non abbiam visto nessuno -. La regina venne per molte notti, senza dire mai una parola; la bambinaia la vedeva sempre, ma non osava dir nulla a nessuno.

Passato un certo tempo, una notte la regina cominciò a dire:

  • Che fa il mio bimbo? Che fa il mio capriolo?

Verrò due volte ancora, e poi non verrò più.

La bambinaia non le rispose, ma quando fu scomparsa, andò dal re e gli raccontò tutto. Disse il re: – Mio Dio, che è mai questo! La prossima notte veglierò accanto a mio figlio -. La sera andò nella camera del bambino, e a mezzanotte apparve ancora la regina e disse:

  • Che fa il mio bimbo? Che fa il mio capriolo?

Vengo una volta ancora e poi non verrò più.

E si occupò del piccino, come sempre, prima di sparire. Il re non osò rivolgerle la parola, ma vegliò anche la notte successiva. Ella disse di nuovo:

  • Che fa il mio bimbo? Che fa il mio capriolo?

Vengo stavolta ancora e poi non verrò più!

Allora il re non poté più trattenersi, corse da lei e disse: – Tu non puoi essere che la mia cara sposa.

Ed ella rispose: – Si sono la tua cara sposa -. E, per grazia di Dio, eccola tornata in vita, fresca, rosea e sana. Poi raccontò al re il delitto commesso dalla cattiva strega e da sua figlia. Il re le fece giudicare entrambe ed esse furono condannate: la figlia fu condotta nel bosco e sbranata dalle bestie feroci; la strega invece fu gettata nel fuoco e dovette miseramente bruciare. E quando fu ridotta in cenere, il piccolo capriolo si trasformò e riacquistò figura umana; e sorellina e fratellino vissero felici insieme fino alla morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare