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La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 2

La dama che aveva condotto il facchino si accorse del turbamento cui era in preda il suo animo, e del soggetto che lo causava. Questa scoperta la divertì; e provava tanto piacere ad esaminare il contegno del facchino, da non badare alla porta aperta.

“Entrate, dunque, sorella mia, – le disse la bella portinaia. – Non vedete che questo pover’uomo è così carico da non poterne più?”

Quando la prima dama fu entrata insieme con il facchino, la dama che aveva aperto la porta la richiuse; e tutti e tre, dopo aver attraversato un bel vestibolo, passarono in una corte piuttosto ampia, circondata da una loggia a trafori, che comunicava con parecchi appartamenti situati sullo stesso piano, e di somma magnificenza. In fondo a questa corte c’era un sofà riccamente ornato, al centro del quale sorgeva un trono di ambra, sostenuto da quattro colonne di ebano (arricchite di diamanti e perle di straordinaria grossezza), guarnite di raso rosso con ricami in rilievo di un merletto d’oro delle Indie, di mirabile fattura. In mezzo alla corte, c’era una vasca orlata di marmo bianco e piena di acqua limpidissima che sgorgava in abbondanza dal muso di un leone di bronzo dorato.

Il facchino, per quanto fosse carico, non tralasciava di ammirare la magnificenza di questa casa e l’eleganza che dappertutto vi regnava; ma ciò che attirò particolarmente la sua attenzione fu una terza dama, che gli parve ancora più bella della seconda, che stava seduta sul trono di cui ho parlato. Scorgendo le due prime dame, la terza discese dal trono e avanzò verso di loro. Dai riguardi che le altre dame avevano verso quest’ultima, il facchino giudicò che si trattasse della più importante: in ciò non si sbagliava. Questa dama aveva nome Zobeide; quella che aveva aperto la porta si chiamava Safia; e Amina era il nome di quella che aveva fatto le provviste.

Zobeide, avvicinandosi alle due dame, disse loro:

“Sorelle mie, non vedete che questo brav’uomo soccombe sotto tanto peso? Che aspettate a scaricarlo?”

Allora Amina e Safia presero il paniere, l’una davanti, l’altra dalla parte posteriore. Anche Zobeide vi mise mano e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo e, quand’ebbero finito, la graziosa Amina prese del denaro e pagò generosamente il facchino.

Questi, molto sodisfatto, doveva prendere il suo paniere e ritirarsi; ma non poté risolversi a farlo: si sentiva, suo malgrado, trattenuto dal piacere di vedere tre bellezze così rare, che gli sembravano ugualmente affascinanti. Infatti anche Amina si era tolta il velo, ed egli non la giudicava meno bella delle altre. Non riusciva a capire perché in quella casa non si vedesse nessun uomo. Nondimeno la maggior parte delle provviste ch’egli aveva portato, come i frutti secchi e le diverse qualità di paste e di marmellate, si addicevano soltanto a persone che volessero bere e godere.

Zobeide pensò dapprima che il facchino si fermasse per prender fiato. Ma, vedendo che restava troppo a lungo, gli disse:

“Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella mia, – soggiunse rivolta ad Amina, – dategli ancora qualcosa, che vada via contento.

  • Signora, – rispose il facchino, – non è questo che mi trattiene; sono stato pagato anche troppo per il mio lavoro. Capisco di aver commesso un atto ineducato restando qui più di quanto dovevo; ma spero che abbiate la bontà di perdonarlo poiché è dovuto al mio stupore di non vedere nessun uomo con tre dame di così poco comune bellezza. Una compagnia di donne senza uomini è, tuttavia, una cosa triste, come una compagnia di uomini senza donne.” A queste parole soggiunse altre cose divertenti per provare quanto aveva detto. Non dimenticò di citare quanto si diceva a Bagdad: che non si sta bene a tavola se non si è in quattro; e insomma, finì concludendo che, poiché esse erano tre, avevano bisogno di un quarto.

Al ragionamento del facchino, le dame si misero a ridere. Dopo di che, Zobeide gli disse in tono serio:

“Amico mio, voi spingete un po’ troppo oltre la vostra indiscrezione; ma, sebbene non meritiate ch’io scenda con voi in particolari, voglio tuttavia dirvi che siamo tre sorelle, e facciamo i nostri affari così segretamente che nessuno ne sa niente. Abbiamo una ragione troppo valida da temere di comunicarli a degli indiscreti; e un buon autore che abbiamo letto dice: “Mantieni il tuo segreto e non rivelarlo a nessuno: chi lo rivela non ne è più padrone. Se il tuo cuore non può più contenere il tuo segreto, come potrà contenerlo quello di colui al quale lo avrai confidato?” Continua domani.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad

Sire, disse Sherazad rivolgendo la parola al sultano, sotto il regno del califfo (nome dato al alcuni signori maomettani. Questa parola significa, in arabo, successore, rispetto a Maometto.) Harun-al-Rashid. (Harun-al-Rashid, quinto califfo della stirpe degli abbasidi, era contemporaneo di Carlo Magno. Morì l’anno 800 dell’era cristiana e il ventritreesimo del suo regno. Più rispettato dei suoi predecessori, egli seppe farsi obbedire fino in Spagna e nelle Indie; ridiede splendore alle scienze, fece fiorire le arti belle e utili, attirò gli uomini di lettere, compose versi, e fece succedere nei suoi vasti domini la civiltà alla barbarie. Sotto di lui, gli Arabi che adottavano già i numeri indiani, li diffusero in Europa. In Germania e in Francia si conobbe il movimento degli astri proprio per mezzo degli stessi Arabi. La parola almanacco ne è da sola la migliore testimonianza.) c’era a Bagdad, dove risiedeva, un facchino che, nonostante la sua professione umile e penosa, era ugualmente uomo di spirito e di buon umore. Una mattina, mentre come al solito stava in piazza con un gran paniere traforato accanto, in attesa di qualcuno che avesse bisogno dei suoi servigi, una giovane dama dalla bella figura, coperta da un gran velo di mussolina, gli si avvicinò e gli disse con aria graziosa:

“Sentite, facchino, prendete il vostro paniere e seguitemi.”

Il facchino, incantato da quelle poche parole pronunciate in un tono così gradevole, prese subito il paniere, se lo mise in testa, e seguì la dama dicendo:

“O giorno felice! O giorno di buon incontro!”

Prima di tutto la dama si fermò davanti a una porta chiusa e bussò. Un cristiano, venerando per una lunga barba bianca, aprì. La dama gli mise del denaro in mano senza dirgli una sola parola. Ma il cristiano, il quale sapeva che cosa voleva la dama, rientrò e poco dopo portò una grossa brocca di un vino eccellente.

“Prendete questa brocca, – disse la dama al facchino, – e mettetela nel vostro paniere.”

Fatto ciò, gli ordinò di seguirla; poi riprese a camminare e il facchino ricominciò a dire:

“O giorno di felicità! O giorno di piacevole novità e di gioia!”

La dama si fermò alla bottega di un fruttivendolo-fioraio, dove scelse parecchie qualità di mele albicocche, pesche, cotogne, limoni, arance, mirto, basilico, gigli, gelsomini e altre varietà di piante e di fiori profumati. Disse al facchino di mettere tutto nel paniere e seguirla. Passando davanti alla vetrina di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre della migliore carne che avesse, e ordinò al facchino di mettere anche questa nel paniere. In un’altra bottega comprò capperi, dragoncello, cetriolini, finocchi marini ed altre verdure, tutte sott’aceto; in un’altra acquistò pistacchi, noci, nocelle, pinoli, mandorle ed altri frutti del genere; poi passò ancora in un’altra bottega dove comprò ogni sorta di paste di mandorla. Il facchino metteva tutte queste cose nel paniere e, notando ch’esso stava riempendosi, disse alla dama:

“Mia buona signora, dovevate avvertirmi che avreste fatto tante provviste, avrei preso un cavallo o piuttosto un cammello per portarle. Se continuerete a fare acquisti, il mio paniere si riempirà più del consentito.” La dama rise di questa facezia, e gli ordinò ancora una volta di seguirla.

Entrò da un droghiere, dove si rifornì di ogni sorta di acque profumate, di chiodi di garofano, di noce moscata, di zenzero, di un grosso pezzo d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie: il che finì di riempire il paniere del facchino al quale ella disse di seguirla ancora.

Camminarono finché giunsero ad un magnifico palazzo, la cui facciata era ornata da belle colonne e aveva una porta d’avorio. Vi si fermarono, e la dama batté un colpetto.

Mentre aspettavano che la porta del palazzo venisse aperta, il facchino faceva mille riflessioni. Era stupito che una dama come quella si occupasse personalmente delle provviste; perché, insomma, egli si rendeva ben conto che non si trattava di una schiava: osservava che aveva un’aria troppo nobile da lasciar pensare che non fosse libera e che si trattasse di una persona di distinzione. Le avrebbe rivolto volentieri qualche domanda per informarsi sulla sua condizione; ma, mentre si accingeva a parlarle, un’altra dama, venuta ad aprire la porta, le parve così bella che né restò estasiato, o meglio fu così vivacemente colpito dallo splendore delle sue attrattive, che per poco non lasciò cadere il suo paniere con tutto quanto conteneva, a tal punto la vista di quella dama l’aveva messo fuori di sé. Non aveva mai visto una bellezza paragonabile a quella che aveva sotto gli occhi. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 3

Al tempo stesso, la povere Principessa li udì arrivare con terribili ruggiti.

  • Che fine farò? – esclamò lei. – Misera me! i miei verdi anni sono destinati a finire così?

Il perfido nano la guardava e rideva sdegnosamente:

  • Avrete almeno la gloria di morire zitella! – le disse, – e di non offuscare le vostre doti preclare imparentandovi imparentandovi con un con un miserabile nano par mio.
  • Per carità, non abbiatevene a male, – gli disse la Principessa pregandolo a mani giunte: – preferirei sposare tutti i nani dell’universo piuttosto che morire in modo così spaventoso!
  • Guardatemi bene, Principessa, prima di darmi la vostra parola, – egli insisté, – giacché non pretendo passare per quello che non sono.
  • Ma vi ho guardato, vi ho guardato, – disse lei; i leoni si stanno avvicinando, mi tremano le gambe, salvatemi, salvatemi, o morirò dalla paura!

Difatti non aveva finito di dire queste parole che cadde svenuta; senza saper come, si ritrovò nel suo letto con indosso la più bella camicia da notte del mondo, i più bei nastri, e un anellino, fatto d’un unico capello rosso, e così stretto che le sarebbe stato più facile strapparsi la pelle che toglierselo dal dito.

Quando la Principessa si accorse di tutto questo e ricordò quello che era accaduto la notte, fu presa da una malinconia che stupì e preoccupò tutta la Corte; la Regina ne fu più allarmata di ogni altro; le domandava e ridomandava cosa avesse, ma lei s’intestava a nasconderle la propria avventura.

Alla fine tutti gli Stati del reame, impazienti di veder maritata la loro cara Principessa, si riunirono in consiglio e vennero quindi a trovare la Regina, per pregarla di sceglierle uno sposo il più presto possibile. Ella rispose che non domandava di meglio, ma sua figlia dimostrava a questo proposito una tale ripugnanza che consigliava loro di andare a parlarle e di rivolgerle una solenne ramanzina: non se lo fecero dire due volte. Tuttabella aveva abbassato un bel po’ la sua cresta dopo la brutta avventura col Nano Giallo; non vedeva ormai un miglior mezzo per cavarsi d’impaccio che quello di sposare un grande re, con il quale quel buffo mostriciattolo non sarebbe stato in grado di contendere una così gloriosa conquista. Le sue risposte furono dunque più favorevoli di quanto si sperava: ella diceva che si sarebbe stimata felice nel poter restare zitella tutta la vita, tuttavia poiché era necessario acconsentiva a maritarsi col Re delle Miniere d’Oro; questi era un sovrano potentissimo e molto avvenente il quale da alcuni anni l’amava con il massimo ardore e che, sino a quel giorno, non aveva avuto alcun motivo di sperare d’esser contraccambiato.

E’ facile immaginare quale fu la sua gioia nell’apprendere una così lieta notizia, e il furore di tutti i suoi rivali nel dover abbandonare per sempre una speranza che la passione alimentava! Ma Tuttabella non poteva sposare venti re; già aveva faticato un bel po’ a sceglierne uno, giacché la sua vanità non era davvero diminuita, e lei era ancora persuasa che nessuno al mondo poteva valere quanto lei.

Si fecero i preparativi per la più grande festa di tutta la terra: il Re delle Miniere d’Oro si fece venire somme di denaro così prodigiose che tutto il mare brulicava di navi destinate a portargliele; si mandò a cercare presso gli Stati più eleganti e raffinati, e specialmente in Francia, tutto quello che c’era di più raro, per poter adornare degnamente la Principessa; ella aveva bisogno meno d’un’altra di tutti quei ninnoli che mettono in valore la bellezza: la sua era così perfetta che non c’era da aggiungervi nulla; il Re delle Miniere d’Oro, sentendosi prossimo a coronare il suo sogno d’amore, non si staccava mai dall’incantevole Principessa.

Poiché aveva interesse a conoscerlo, ella incominciò a studiarlo con cura e gli scoprì tanti meriti, tanta intelligenza, sentimenti così vivi e al tempo stesso delicati, insomma, un’anima tanto bella in un corpo così perfetto, che cominciò a provare per lui qualcosa di simile a ciò ch’egli provava per lei.

Quali felici momenti per ambedue, allorquando, nel più bel giardino del mondo, essi potevano rivelarsi a loro piacimento tutta la reciproca tenerezza! Tali gioie erano spesso accompagnate dai piaceri della musica; il Re, sempre galante e innamorato, componeva versi o canzoni in onore della Principessa. Una fra queste le fu particolarmente gradita:

Questi boschi, vedendovi, si son di foglie ornati,

E questi prati splendono di graziosi colori,

Ai vostri piedi Zefiro fa sbocciar mille fiori,

Raddoppiano i gorgheggi gli uccelli innamorati:

In questi luoghi ameni

Tutto vi arride in sembianti sereni.

Alla Corte non si connetteva più della gioia. Solo i rivali del Re, disperati per il successo di lui, se ne erano tornati nei loro stati, affranti dal più vivo dolore: l’assistere alle nozze di Tuttabella era troppo per loro! Ma le dissero addio in modo così commovente ch’ella non poté fare a meno d’impietosirsi sulla loro sorte.

  • Ah, signora! – le disse il Re delle Miniere d’Oro; – che scherzi son questi? Voi accordate la vostra compassione a degli spasimanti che uno solo dei vostri sguardi ha già fin troppo ripagati delle loro pene!
  • Mi rincrescerebbe, – replicò Tuttabella, – che voi foste indifferente alla compassione che ho dimostrata a quei principi che mi perdono per sempre; le vostre parole sono una prova del vostro affetto e le considero tali, ma signore, la loro situazione, com’è diversa dalla vostra! Voi dovete esser contento di me, loro, al contrario, hanno così poco motivo d’inorgoglirsene che non è giusto spingiate più oltre la vostra gelosia!

Il Re delle Miniere d’Oro, mortificato per il modo garbato col quale la Principessa trattava una cosa che avrebbe potuto offenderla, si gettò ai piedi di lei, e baciandole le mani, le chiese mille volte perdono. Continua domani.