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La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere – 5

  • Sventurata, – riprese il sultano, – non capisci che voglio parlare di questa città e dei suoi abitanti, e delle quattro isole che hai distrutto con i tuoi incantesimi? Tutti i giorni, a mezzanotte, i pesci non mancano mai di sollevare la testa dallo stagno e di gridare vendetta contro di me e contro di te. Questa è la vera causa del ritardo della mia guarigione. Vai subito a ristabilire le cose nel loro stato primitivo e, al tuo ritorno, ti darò la mano e tu mi aiuterai ad alzarmi!”

La maga, piena di speranza per le parole del sultano, esclamò in un impeto di gioia:

“Cuor mio, anima mia, presto riacquisterete la vostra salute, perché vado a fare quanto mi comandate.”

Uscì infatti sull’istante e, giunta in riva allo stagno, prese un po’ d’acqua nel cavo della mano e ve la sparse sopra.

Appena ebbe pronunciato alcune parole sopra i pesci e sullo stagno, subito riapparve la città. I pesci ridivennero uomini, donne o bambini; maomettani, cristiani, Persiani o ebrei, gente libera o schiavi, ciascuno riprese la propria forma naturale. Le case e le botteghe furono in breve riempite dai loro abitanti, che vi trovarono ogni cosa nello stesso stato in cui l’avevano lasciata prima dell’incantesimo. Il numeroso seguito del sultano, che si trovò accampato nella piazza più grande, non fu poco stupito trovandosi in un batter d’occhio al centro di una bella città, vasta e molto popolata.

Per tornare alla maga, appena ella ebbe operato quella meravigliosa trasformazione, si recò in fretta al Palazzo delle lacrime per raccoglierne il frutto.

“Mio caro signore, – esclamò entrando, – vengo a rallegrarmi con voi per la vostra guarigione; ho fatto tutto quanto avete pretese da me: alzatevi dunque e datemi la mano.

  • Avvicinatevi, – le disse il sultano, sempre contraffacendo il linguaggio dei negri. – Ella si avvicinò. – Non è sufficiente, – riprese lui, – avvicinatevi ancora.”

Ella ubbidì. Allora il sultano si alzò e l’afferrò per il braccio così bruscamente che ella non ebbe il tempo di raccapezzarsi; poi, con una sola sciabolata, tagliò il suo corpo in due parti, che caddero l’una da un lato e l’altra da una parte opposta. Fatto ciò, lasciò il cadavere sul posto e, uscendo dal Palazzo delle lacrime, andò in cerca del giovane principe delle Isole Nere che lo aspettava con impazienza.

“Principe, – gli disse abbracciandolo, – rallegratevi, non avete più nulla da temere: la vostra crudele nemica non è più.”

Il giovane principe ringraziò il sultano in maniera tale da manifestargli tutta la riconoscenza che gli riempiva l’animo; e, per premiarlo di avergli reso un servigio così importante, gli augurò una lunga vita, piena di tutte le prosperità possibili.

“Ormai potete restare in pace nella vostra capitale, – gli disse il sultano, – a meno che non vogliate venire nella mia che è qui vicino; vi accoglierei con piacere, e non vi sareste meno onorato e rispettato di quanto lo siate a casa vostra.

  • Potente monarca al quale debbo tanto, – rispose il re, – voi credete di essere molto vicino alla vostra capitale?
  • Sì, – replicò il sultano, – lo credo; non vi sono più di quattro o cinque ore di cammino.
  • C’è un intero anno di viaggio, – riprese il giovane principe. – Voglio ben credere che siete venuto qui dalla vostra capitale nel breve tempo che dite, perché la mia era incantata. Ma, da quando non lo è più, le cose sono molto cambiate. Ciò non m’impedirà di seguirvi, anche se si trattasse di andare ai confini della terra. Voi siete il mio liberatore; e, per dimostrarvi per tutta la vita i segni della mia riconoscenza, pretendo di accompagnarvi, ed abbandono senza rimpianti il mio regno.”

Il sultano fu straordinariamente stupito quando seppe di essere così lontano dai suoi Stati, e non capiva come fosse possibile. Ma il giovane re delle Isole Nere lo convinse così bene di questa possibilità che non ne dubitò più.

“Non importa, – riprese allora il sultano, – la pena di ritornarmene nei mie Stati è sufficientemente ricompensata dal piacere che vi ho reso, e dall’aver acquistato in voi un figlio; infatti, poiché volete farmi l’onore di accompagnarmi e non ho figli, vi considero tale, e vi nomino fin da ora mio erede e successore.”

Il colloquio fra il sultano e il re delle Isole Nere si concluse con i più teneri abbracci. Dopo di che, il giovane principe pensò soltanto ai preparativi del viaggio. Essi furono portati a termine in tre settimane, con gran rimpianto di tutta la corte e dei suoi sudditi, ai quali egli stesso diede come re uno dei suoi parenti prossimi.

Finalmente il sultano e il giovane re si misero in cammino con cento cammelli carichi d’inestimabili ricchezze, attinte dai tesori del giovane re, che si fece seguire da cinquanta cavalieri di bell’aspetto, perfettamente adornati ed equipaggiati. Il viaggio fu felice; e quando il sultano, il quale aveva mandato dei corrieri per avvertire del suo ritardo e della avventura che l’aveva motivato, giunse nei pressi della sua capitale, i principali ufficiali che vi aveva lasciato vennero a riceverlo, e l’assicurarono che la sua lunga assenza non aveva portato nessun mutamento nel suo impero. Anche gli abitanti, usciti in folla, lo accolsero con grandi acclamazioni, e organizzarono festeggiamenti che si protrassero per parecchi giorni.

Il giorno dopo il suo arrivo, il sultano fece a tutti i suoi cortigiani riuniti un racconto molto meticoloso delle cose che, contro la sua attesa, avevano protratto tanto a lungo la sua assenza. Poi annunciò loro l’adozione del re delle quattro Isole Nere, che aveva voluto abbandonare un grande regno per accompagnarlo e vivere con lui. Infine, per ricompensare la fedeltà serbatagli da tutti, fece loro dei doni proporzionati al grado che ciascuno di loro aveva alla sua corte.

Quanto al pescatore, poiché era la causa principale della liberazione del giovane principe, il sultano lo colmò di beni e lo rese, insieme con la sua famiglia, felice per il resto della vita.

Arrivederci al prossimo giro con la “Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di bagdad”.

La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere – 4

Il giorno dopo, il sultano si alzò al sorgere del sole e, per dare inizio all’esecuzione del suo piano, nascose in un angolo la sua sottoveste che gli sarebbe stata d’impaccio, e se ne andò al Palazzo delle lacrime. Lo trovò illuminato da un’infinità di fiaccole di cera bianca, e sentì un delizioso odore che usciva da parecchi bruciaprofumi di oro fino, di mirabile fattura, tutti allineati in bellissimo ordine. Appena scorse il letto in cui era coricato il negro, sguainò la spada e tolse, senza incontrare resistenza, la vita a quel miserabile; ne trascinò il corpo nel cortile del castello e lo gettò in un pozzo. Fatto ciò, andò a coricarsi nel letto del negro, si mise la spada a fianco sotto la coperta, e attese di completare quanto si era proposto.

Poco dopo arrivò la maga. Il suo primo pensiero fu quello di recarsi nella camera in cui si trovava il re delle Isole Nere, suo marito. Lo spogliò e cominciò a dargli sulle spalle le cento nerbate con una ferocia senza esempio. Il povero principe aveva un bel riempire il palazzo con le sue grida e scongiurarla nel modo più commovente possibile di avere pietà di lui: la crudele smise di colpirlo soltanto dopo avergli dato i cento colpi.

“Tu non hai avuto compassione del mio amante, – gli diceva, – e non devi attenderne da me.” Poi lo rivestì con lo spesso abito di pelo di capra, mettendogli sopra la veste di broccato. Si recò quindi al Palazzo delle lacrime; e, nell’entrarvi, rinnovò i suoi pianti, le sue grida e i suoi lamenti. Avvicinandosi al letto, dove credeva vi fosse sempre il suo amante, esclamò:

“Quale crudeltà quella di aver turbato in questo modo il piacere di un’amante tanto tenera e appassionata come io sono! O tu, che mi rimproveri di essere troppo inumana quando ti faccio sentire gli effetti del mio risentimento, principe crudele, la tua ferocia non supera forse quella della mia vendetta? Ah, traditore! Attentando alla vita dell’essere che adoro, non mi hai forse rapito la mia? Ahimè! – soggiunse rivolgendo la parola al sultano, credendo di parlare al negro, – sole mio, vita mia, manterrete sempre il silenzio? Siete risoluto a lasciarmi morire senza darmi la consolazione di dirmi ancora che mi amate? Anima mia, ditemi almeno una parola, ve ne scongiuro.”

Allora il sultano, fingendo di uscire da un sonno profondo, e contraffacendo il linguaggio dei negri, rispose in tono grave alla regina:

“Non esiste forza o potere se non in Dio solo, che è onnipotente. – A queste parole, la maga, che non se lo aspettava, lanciò un alto grido per manifestare l’eccesso della sua gioia.

  • Mio caro signore, – esclamò, – non m’inganno? E’ vero ch’io vi odo e che mi parlate?
  • Sventurata, – riprese il sultano, – sei forse degna ch’io risponda alle tue parole?
  • E perché, – replicò la regina, – mi rivolgete questo rimprovero?
  • Le grida, – riprese il sultano, – i pianti e i gemiti di tuo marito, che tu tratti ogni giorno con tanta indegnità e tanta ferocia, m’impediscono di dormire notte e giorno. Sarei guarito da molto tempo e avrei riacquistato l’uso della parola, se tu l’avessi liberato dall’incantesimo: ecco la causa di questo lungo silenzio del quale ti lamenti.
  • Ebbene, – disse la maga, – per placarvi sono pronto a fare quanto mi ordinerete: volete che gli restituisca la sua forma primitiva?
  • Sì, – rispose il sultano, – e affrettati a metterlo in libertà affinché non mi disturbi più con le sue grida.”

La maga uscì subito dal Palazzo delle lacrime. Prese una tazza d’acqua, e vi pronunciò sopra delle parole che la fecero bollire come se fosse stata sul fuoco. Poi si recò nella sala dov’era il giovane re suo marito, gli gettò addosso un po’ di quell’acqua dicendo:

“Se il creatore di tutte le cose ti ha fatto come sei in questo momento, o se è in collera contro di te, non cambiare; ma, se sei in questo stato soltanto in virtù del mio incantesimo, riprendi la tua forma naturale e ritorna quello che eri prima. – Appena ebbe pronunciato queste parole, il principe si ritrovò nel suo stato primitivo, si alzò liberamente, con tutta la gioia che si può immaginare, e ne rese grazie a Dio. La maga, riprendendo la parola, gli disse: – Vai, allontanati da questo castello e non tornarci mai più, altrimenti ti costerà la vita.”

Il giovane re, cedendo alla necessità, si allontanò dalla maga senza replicare e si ritirò in un luogo nascosto, dove attese con impazienza il risultato del piano, la cui esecuzione era iniziata con tanta fortuna.

Nel frattempo la maga tornò al Palazzo delle lacrime; e, nell’entrare, credendo sempre di parlare al negro, gli disse:

“Caro amante, ho fatto quanto mi avete ordinato; nulla v’impedisce di alzarvi e di darmi così una soddisfazione di cui mi private da tanto tempo.”

Il sultano continuò a contraffare il linguaggio dei negri e rispose in tono brusco:

“Ciò che hai fatto non basta a guarirmi; hai tolto soltanto una parte del male, bisogna estirparlo sino alla radice.

  • Mio amabile negro, – riprese la donna, – che cosa intendete per radice? Continua domani.

La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere – 3

Vi confesso, signore, che queste parole m’indignarono, perché, insomma, questo amante accarezzato, questo mortale adorato, non era come voi potete immaginare: era un indiano negro, originario di quei paesi. Fui, dico, indignato a tal punto da questo discorso che mi mostrai bruscamente e, apostrofando la stessa tomba, esclamai:

“O tomba! perché non inghiotti questo mostro che fa orrore alla natura, o meglio perché non distruggi i due amanti?”

Appena ebbi detto queste parole, la regina, seduta accanto al negro, si alzò come una furia.

“Ah! crudele! – mi disse, – sei tu la causa del mio dolore. Non penserai che io lo ignori, l’ho dissimulato anche troppo a lungo. E’ stata la tua barbara mano a ridurre l’oggetto del mio amore nel pietoso stato in cui si trova; e hai il coraggio di venire a insultare un’amante in preda alla disperazione?

  • Si, sono io, – interruppi sopraffatto dalla collera, – io ho castigato questo mostro come meritava; dovevo trattarti nella stessa maniera: mi pento di non averlo fatto, e da troppo tempo abusi della mia bontà. – Dicendo ciò, sguainai la sciabola e alzai il braccio per punirla. Ma, osservando con tranquillità il mio gesto, ella mi disse con un sorriso ironico:

“Modera il tuo corruccio. – Nello stesso tempo pronunciò delle parole che non capii, e poi soggiunse: – Grazie alla virtù dei miei incantesimi, ti ordino di diventare subito metà marmo e metà uomo.” Sull’istante, signore divenni così come mi vedete, già morto fra i vivi, e vivo fra i morti.

Dopo che la crudele maga, indegna di portare il nome di regina, mi ebbe trasformato in questo modo e fatto passare in questa sala grazie a un altro incantesimo, distrusse la mia capitale che era molto fiorente e popolata, annientò le case, le pubbliche piazze e i mercati, e li mutò nello stagno e nella campagna deserta che avete potuto vedere.

I pesci di quattro colori che si trovano nello stagno, sono gli abitanti di quattro differenti religioni che vi dimoravano: i bianchi erano i musulmani; i rossi, i Persiani, adoratori del fuoco; gli azzurri, i cristiani; i gialli, gli ebrei. Le quattro colline erano le quattro isole che davano il nome a questo regno. Ho saputo tutto ciò dalla maga che, per colmo di sventura, mi annunciò ella stessa gli effetti della sua rabbia. E non è tutto: la regina non ha limitato il suo furore alla distruzione del mio impero e alla mia metamorfosi; viene ogni giorno a darmi sulle spalle nude cento nerbate, che mi fanno sanguinare tutto. Finito questo supplizio, mi copre con una spessa stoffa di pelo di capra, e vi pone sopra quest’abito di broccato che indosso in questo momento, non per farmi onore, ma per farsi beffe di me.

A questo punto, il giovane re delle Isole Nere non riuscì a trattenere le lacrime; ed il sultano si commosse a tal punto che non riuscì a pronunciare una sola parola per consolarlo. Poco dopo, il giovane re, alzando gli occhi al cielo, esclamò:

“Potente Creatore di tutte le cose, mi sottometto ai vostri giudizi e ai decreti della vostra provvidenza! Sopporto con pazienza tutti i miei mali, poiché questa è la vostra volontà. Ma spero che la vostra infinita bontà me ne ricompenserà.”

Il sultano, colpito dal racconto di una storia così strana, e animato alla vendetta di quell’infelice principe, gli disse:

“Ditemi dove si trova quella perfida maga, e dove può essere quell’indegno amante, sepolto prima della sua morte.

  • Signore, – gli rispose il principe, – l’amante, come vi ho già detto, è nel Palazzo delle lacrime, in una tomba a forma di cupola; quel palazzo comunica con questo castello dal lato della porta. Per quanto riguarda la maga, non posso dirvi con precisione dove si ritira. Ma ogni giorno, al sorgere del sole, si reca a visitare l’amante, dopo aver fatto su di me la sanguinosa esecuzione di cui vi ho parlato e, come potete immaginare, non posso difendermi da una così grande crudeltà. Ella gli porta la pozione che è il solo alimento grazie al quale gli ha finora impedito di morire, e non cessa di lamentarsi con lui per il silenzio che ha sempre mantenuto da quando è stato ferito.
  • O principe, che non sarete mai compianto a sufficienza, – riprese il sultano, – non si potrebbe essere più vivamente colpiti dalla vostra disgrazia di quanto io non lo sia. Mai nulla di così straordinario è accaduto a qualcuno; e gli autori che narreranno la vostra storia, avranno il vantaggio di riportare un fatto che supera tutto quanto è mai stato scritto di più stupefacente. Manca una sola cosa: la vendetta dovutavi; ma non tralascerò nulla per procurarvela.”

Il sultano, infatti, intrattenendosi col principe su questo argomento, dopo avergli dichiarato chi era e perché era entrato nel castello, escogitò un mezzo per vendicarlo e glielo comunicò. Si accordarono sulle misure da adottare per far riuscire il piano, la cui esecuzione fu rimandata al giorno seguente. Frattanto, essendo notte inoltrata, il sultano si riposò un poco. Quanto al giovane principe, la trascorse secondo il solito, in una continua insonnia (da quando era sotto l’effetto dell’incantesimo non poteva dormire), ma, nondimeno, con qualche speranza di essere ben presto liberato dalle sue sofferenze. Continua domani.

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del re greco e del medico Duban

C’era, nel paese di Zuman, in Persia, un re i cui sudditi erano di origine greca. Questo re era coperto di lebbra e i suoi medici, dopo aver ricorso a tutti i loro rimedi per guarirlo, non sapevano più che cosa prescrivergli, quando arrivò alla sua corte un medico abilissimo, di nome Duban.

Questo medico aveva attinto la sua scienza nei libri greci, persiani, turchi, arabi, latini, siriaci ed ebraici; e, oltre ad aver approfondito la filosofia, conosceva alla perfezione le buone e le cattive qualità di ogni sorta di piante e di droghe. Appena informato della malattia del re e del fatto che i suoi medici lo avevano abbandonato, si vestì il più convenientemente possibile e fece in modo di farsi presentare al re.

“Sire, – gli disse, – so che tutti i medici di cui Vostra Maestà si è servita non sono riusciti a guarirla dalla lebbra; ma, se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno a guarirvi senza pozioni e senza topici. Il re ascoltò la proposta e rispose:

  • Se siete così abile da fare quanto dite, prometto di arricchirvi, voi e i vostri discendenti; e, senza contare i doni che vi farò, sarete il mio più caro favorito. Mi assicurate dunque di guarirmi dalla lebbra senza farmi prendere alcuna pozione e senza applicarmi nessun rimedio esterno?
  • Sì, Sire, – rispose il medico, – mi lusingo di riuscirvi, con l’aiuto di Dio; e, a cominciare da domani, ne farò la prova.”

Infatti il medico Duban si ritirò a casa sua, fece un maglio che scavò dalla parte del manico e in cui mise la droga della quale intendeva servirsi. Fatto ciò, preparò anche una palla proprio come la voleva. Il giorno dopo si presentò al cospetto del re; e, prosternandosi ai suoi piedi, baciò la terra e, dopo aver fatto una profonda riverenza, disse al re che giudicava opportuno che sua Maestà montasse a cavallo e si recasse a giocare a pallamaglio. Il re fece quando gli si chiedeva e, quando giunse sul luogo destinato al giuoco del pallamaglio a cavallo, il medico gli si avvicinò con il maglio che aveva preparato e porgendoglielo disse:

“Tenete, Sire; esercitatevi con questo maglio, spingete con esso questa palla lungo la piazza finché non vi sentirete la mano e il corpo sudati. Quando il rimedio che ho racchiuso nel manico di questo maglio si sarà riscaldato col calore della vostra mano, vi penetrerà in tutto il corpo; e, appena comincerete a sudare, dovrete interrompere questo esercizio, perché il rimedio avrà raggiunto il suo effetto. Appena sarete di ritorno a palazzo, entrate in bagno e fatevi ben lavare e strofinare; poi andate a letto e domani mattina, alzandovi, sarete guarito.”

Il re prese il maglio e spinse il suo cavallo dietro la palla che aveva lanciato. La colpì e gli ufficiali che giocavano con lui gliela rinviarono. La colpì di nuovo, e insomma il gioco durò tanto a lungo che la sua mano sudò come tutto il suo corpo. Così il rimedio racchiuso nel manico del maglio agì come aveva detto il medico. Allora il re smise di giocare, se ne ritornò a palazzo, entrò nel bagno e osservò esattamente quanto gli era stato prescritto.

Se ne trovò benissimo. Infatti il giorno dopo, alzandosi, si accorse con stupore pari alla gioia, che la lebbra era scomparsa e che il suo corpo era così liscio come se non fosse mai stato colpito da questa malattia. Appena vestito, entrò nella sala delle pubbliche udienze, salì sul trono e si mostrò a tutti i suoi cortigiani, accorsi di buon’ora per la premura di conoscere il risultato del nuovo rimedio. Quando videro il re perfettamente guarito, tutti manifestarono una gioia immensa.

Il medico Duban entrò nella sala e andò a prosternarsi ai piedi del trono, col viso a terra. il re, avendolo scorto, lo chiamò, lo fece sedere accanto a sé e lo mostrò all’assemblea, rivolgendogli pubblicamente tutte le lodi che meritava. Ma il principe non si accontentò di questo. Poiché quel giorno offriva un banchetto a tutta la sua corte, lo fece mangiare alla sua tavola, solo con lui e, sul finire del giorno, quando volle congedare l’assemblea, lo fece rivestire di un abito lungo e ricchissimo, simile a quello che di solito i suoi cortigiani portavano alla sua presenza, e gli fece dare, inoltre, duemila zecchini. Il giorno dopo e gli altri che seguirono, non cessò di vezzeggiarlo. Insomma quel principe, credendo di non poter mai riconoscere abbastanza, gli obblighi che aveva verso un medico così abile, lo colmava ogni giorno di nuovi benefici.

Ora, il re aveva un gran visir che era avaro, invidioso e capace per natura di ogni sorta di delitti. Questi non era riuscito a guardare senza pena i doni che erano stati fatti al medico, d’altronde, cominciava a dargli ombra. Risolse perciò di farlo cadere in disgrazia presso il re. Per riuscirvi, andò a trovare il principe e gli disse in privato che doveva dargli un consiglio della massima importanza. Avendogli il re chiesto di che cosa si trattasse, rispose:

“Sire, è molto pericoloso per un monarca aver fiducia in un uomo la cui fedeltà non sia stata messa alla prova. Colmando di benefici il medico Duban, facendogli tutte le carezze che Vostra Maestà gli prodiga, non vi accorgete che è un traditore introdottosi in questa corte per assassinarvi.

  • Da chi avete appreso quanto osate dirmi? – replicò il re. – Avete pensato che state parlando a me e che non crederò alla leggiera a quanto affermate?
  • Sire, – replicò il visir, – sono perfettamente a conoscenza di quel che ho l’onore di farvi presente. Non adagiatevi dunque più su una pericolosa fiducia. Se Vostra Maestà dorme, si svegli; perché, insomma, lo ripeto ancora una volta, il medico Duban è partito dal fondo della Grecia, suo paese, è venuto a stabilirsi alla vostra corte soltanto per eseguire l’orribile piano di cui vi ho parlato.
  • No, no, visir, – interruppe il re, – son sicuro che quest’uomo, che voi trattate da perfido e da traditore, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini; non c’è nessuno al mondo che io ami quanto lui. Voi sapete con che rimedio, o meglio con quale miracolo mi ha guarito dalla lebbra. Se attenta alla mia vita, perché me l’ha salvata? Sarebbe bastato che mi avesse abbandonato al mio male: non potevo sfuggirgli, la mia vita era già consumata a metà. Smettete dunque d’ispirarmi ingiusti sospetti: invece di ascoltarli, vi avverto che, a cominciare da oggi, donerò a quel grand’uomo una pensione di mille zecchini al mese per tutta la sua vita. Quand’anche dividessi con lui tutte le mie ricchezze e persino i miei Stati, non lo ripagherei mai abbastanza per quanto ha fatto per me. Capisco di che si tratta: la sua virtù suscita la vostra invidia, ma non crediate ch’io mi lasci ingiustamente prevenire contro di lui. Ricordo troppo bene quello che un visir disse al re Sindbad, suo padrone, per impedirgli di far morire il principe suo figlio.
  • Sire, – disse il visir, – supplico Vostra Maestà di perdonarmi se ho l’ardire di chiedere che cosa il visir del re Sindbad disse al suo padrone per distoglierlo dal far morire il principe suo figlio. – Il re greco ebbe la compiacenza di soddisfarlo.
  • Quel visir, – rispose, – dopo aver fatto presente al re Sindbad che, per l’accusa di una suocera, egli doveva temere di compiere un’azione della quale avrebbe potuto pentirsi, gli raccontò questa storia.” Fine per il momento e al prossimo giro con Storia del marito e del pappagallo.

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Il fattore, meno pietoso di me, la sacrificò. Ma, nello scuoiarla, si vide che aveva soltanto ossa, nonostante ci fosse sembrata grassissima. Ne provai un vero dolore.

“Prendetela voi, – dissi al fattore, – ve la lascio. Fatene regali ed elemosine a chi vorrete e, se avete un vitello ben grasso, portatemelo al suo posto.” Non m’informai di quel che fece della vacca. Ma, poco tempo dopo avermela tolta di sotto gli occhi, lo vidi arrivare con un vitello grassissimo. Sebbene ignorassi che quel vitello era mio figlio, ciò nonostante sentii le mie viscere commuoversi alla sua vista. Da parte sua, appena mi scorse, fece un tale sforzo per venire verso di me che spezzò la corda. Si gettò ai miei piedi, con la testa a terra come se avesse voluto suscitare la mia compassione e scongiurarmi di non avere la crudeltà di togliergli la vita, avvertendomi come poteva che era mio figlio.

Quest’atto mi stupì e mi colpì ancor più di quanto non lo avessero fatto i pianti della vacca. Sentivo una tenera pietà che mi spinse a commuovermi per lui; o, per meglio dire, il sangue fece in me il suo dovere.

“Andate, – dissi al fattore, – riportate via questo vitello, abbiatene gran cura e portatemene subito un altro al posto suo.”

Appena mia moglie mi udì parlare in questi termini, non mancò di esclamare ancora:

“Che fate, marito mio? Statemi a sentire, non sacrificate un altro vitello al posto di questo.

  • Moglie mia, – le risposi, – non l’immolerò. Voglio fargli grazia e vi prego di non opporvi.”

Ella era ben lungi, la perfida, dal cedere alle mie preghiere; odiava troppo mio figlio per consentire ch’io lo salvassi. Me ne chiese il sacrificio con tanta ostinazione che fui costretto ad accordarglielo. Legai il vitello e, prendendo il funesto coltello…

A questo punto Sherazad, scorgendo l’alba, smise di parlare.

“Sorella mia, – disse allora Dinarzad, – sono incantata da questo racconto che tiene desta così piacevolmente la mia attenzione.

  • Se il sultano mi lascia in vita ancora per oggi, – rispose Sherazad, – vedrete che quanto vi racconterò domani, vi divertirà molto di più.” Shahriar, curioso di sapere che cosa sarebbe accaduto al figlio del vecchio della cerva, disse alla sultana che sarebbe stato molto felice di ascoltare, la notte seguente, la fine di quel racconto.

Continua lunedì.

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Verso la fine della notte seguente, Sherazad, col permesso del sultano, continuò così a narrare:

Sire, quando il vecchio della cerva vide che il genio aveva afferrato il mercante e stava per ucciderlo senza pietà, si gettò ai piedi di quel mostro e, baciandoglieli, gli disse:

“Principe dei geni, vi supplico molto umilmente di sospendere la vostra collera e di farmi la grazia di ascoltarmi. Vi voglio raccontare la mia storia e quella di questa cerva; ma, se la trovate più meravigliosa e più strabiliante dell’avventura di questo mercante al quale volete togliere la vita, posso sperare che voi vogliate rimettere a questo povero sventurato il terzo del suo delitto? – Il genio rimase pensieroso per qualche momento; ma infine rispose:

  • Ebbene, via, acconsento.”

Storia del primo vecchio e della cerva

Dunque ora comincerò il racconto, riprese il vecchio. Vi prego di ascoltarmi con attenzione. Questa cerva che porto con me è mia cugina e in più mia moglie. Aveva soltanto dodici anni quando la sposai, perciò posso dire che doveva considerarmi come un padre, oltre che come parente e marito.

Eravamo vissuti trent’anni insieme senza aver avuto figli; ma la sua sterilità non mi ha impedito di provare per lei molta tenerezza e amicizia. Soltanto il desiderio di avere dei figli m’indusse a comprare una schiava dalla quale ebbi un figlio che prometteva molto. Mia moglie ne divenne gelosa, prese in avversione la madre e il figlio, e nascose così bene i suoi sentimenti, che io li conobbi soltanto quando fu troppo tardi.

Nel frattempo mio figlio cresceva e aveva già dieci anni, quando fui costretto a fare un viaggio. Prima di partire, raccomandai a mia moglie, della quale non diffidavo assolutamente, la schiava e suo figlio e la pregai di averne cura durante la mia assenza che si protrasse per un intero anno. Ella approfittò di questo tempo per appagare il suo odio. Ricorse alla magia e, quando fu abbastanza edotta in quest’arte diabolica per eseguire l’orribile piano che meditava, la scellerata condusse mio figlio in un luogo nascosto. Poi, grazie ai suoi incantesimi, lo mutò in vitello e lo dette al mio fattore, dicendogli di aver comprato il vitello e ordinandogli di allevarlo. Non limitò il suo furore a quest’atto abominevole: trasformò la schiava in vacca, e affidò anch’essa al mio fattore.

Al mio ritorno le chiesi notizie della madre e del figlio.

“La vostra schiava è morta, – mi rispose mia moglie. – E, quanto a vostro figlio, non lo vedo da due mesi e non so che cosa gli sia capitato.”

Fui commosso dalla morte della schiava, ma poiché mio figlio era soltanto scomparso, mi illusi di rivederlo presto. Nondimeno trascorsero otto mesi senza che egli tornasse e non ne avevo nessuna notizia, quando giunse la festa del gran Bairam. Per celebrarla, mandai a dire al mio fattore di portarmi una delle vacche più grasse per farne sacrificio. La vacca che mi portò era la schiava stessa, la disgraziata madre di mio figlio. La legai, ma, nel momento in cui mi preparavo a sacrificarla, si mise a muggire pietosamente, e mi accorsi che dai suoi occhi scendevano fiumi di lacrime. La cosa mi parve molto straordinaria e sentendomi, mio malgrado, in preda a un moto di pietà, non potei risolvermi a colpirla. Ordinai al fattore di andare a prendermene un’altra.

Mia moglie, che era presente, fremette per la mia compassione e, opponendosi a un ordine che rendeva inutile la sua perfidia, esclamò:

“Che fate, amico mio? Immolate questa vacca. Il vostro fattore non ne ha di più belle né di più adatte all’uso che vogliamo farne.”

Per accontentare mia moglie, mi avvicinai alla vacca e, combattendo contro la pietà che ne sospendeva il sacrificio, stavo per inferirle il colpo mortale, quando la vittima, raddoppiando i pianti e i muggiti, mi disarmò una seconda volta. Allora misi il mazzuolo fra le mani del fattore, dicendogli:

“Prendete e sacrificatela voi stesso; i suoi muggiti e le sue lacrime mi spezzano il cuore.” Continua domani