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La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del re greco e del medico Duban

C’era, nel paese di Zuman, in Persia, un re i cui sudditi erano di origine greca. Questo re era coperto di lebbra e i suoi medici, dopo aver ricorso a tutti i loro rimedi per guarirlo, non sapevano più che cosa prescrivergli, quando arrivò alla sua corte un medico abilissimo, di nome Duban.

Questo medico aveva attinto la sua scienza nei libri greci, persiani, turchi, arabi, latini, siriaci ed ebraici; e, oltre ad aver approfondito la filosofia, conosceva alla perfezione le buone e le cattive qualità di ogni sorta di piante e di droghe. Appena informato della malattia del re e del fatto che i suoi medici lo avevano abbandonato, si vestì il più convenientemente possibile e fece in modo di farsi presentare al re.

“Sire, – gli disse, – so che tutti i medici di cui Vostra Maestà si è servita non sono riusciti a guarirla dalla lebbra; ma, se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno a guarirvi senza pozioni e senza topici. Il re ascoltò la proposta e rispose:

  • Se siete così abile da fare quanto dite, prometto di arricchirvi, voi e i vostri discendenti; e, senza contare i doni che vi farò, sarete il mio più caro favorito. Mi assicurate dunque di guarirmi dalla lebbra senza farmi prendere alcuna pozione e senza applicarmi nessun rimedio esterno?
  • Sì, Sire, – rispose il medico, – mi lusingo di riuscirvi, con l’aiuto di Dio; e, a cominciare da domani, ne farò la prova.”

Infatti il medico Duban si ritirò a casa sua, fece un maglio che scavò dalla parte del manico e in cui mise la droga della quale intendeva servirsi. Fatto ciò, preparò anche una palla proprio come la voleva. Il giorno dopo si presentò al cospetto del re; e, prosternandosi ai suoi piedi, baciò la terra e, dopo aver fatto una profonda riverenza, disse al re che giudicava opportuno che sua Maestà montasse a cavallo e si recasse a giocare a pallamaglio. Il re fece quando gli si chiedeva e, quando giunse sul luogo destinato al giuoco del pallamaglio a cavallo, il medico gli si avvicinò con il maglio che aveva preparato e porgendoglielo disse:

“Tenete, Sire; esercitatevi con questo maglio, spingete con esso questa palla lungo la piazza finché non vi sentirete la mano e il corpo sudati. Quando il rimedio che ho racchiuso nel manico di questo maglio si sarà riscaldato col calore della vostra mano, vi penetrerà in tutto il corpo; e, appena comincerete a sudare, dovrete interrompere questo esercizio, perché il rimedio avrà raggiunto il suo effetto. Appena sarete di ritorno a palazzo, entrate in bagno e fatevi ben lavare e strofinare; poi andate a letto e domani mattina, alzandovi, sarete guarito.”

Il re prese il maglio e spinse il suo cavallo dietro la palla che aveva lanciato. La colpì e gli ufficiali che giocavano con lui gliela rinviarono. La colpì di nuovo, e insomma il gioco durò tanto a lungo che la sua mano sudò come tutto il suo corpo. Così il rimedio racchiuso nel manico del maglio agì come aveva detto il medico. Allora il re smise di giocare, se ne ritornò a palazzo, entrò nel bagno e osservò esattamente quanto gli era stato prescritto.

Se ne trovò benissimo. Infatti il giorno dopo, alzandosi, si accorse con stupore pari alla gioia, che la lebbra era scomparsa e che il suo corpo era così liscio come se non fosse mai stato colpito da questa malattia. Appena vestito, entrò nella sala delle pubbliche udienze, salì sul trono e si mostrò a tutti i suoi cortigiani, accorsi di buon’ora per la premura di conoscere il risultato del nuovo rimedio. Quando videro il re perfettamente guarito, tutti manifestarono una gioia immensa.

Il medico Duban entrò nella sala e andò a prosternarsi ai piedi del trono, col viso a terra. il re, avendolo scorto, lo chiamò, lo fece sedere accanto a sé e lo mostrò all’assemblea, rivolgendogli pubblicamente tutte le lodi che meritava. Ma il principe non si accontentò di questo. Poiché quel giorno offriva un banchetto a tutta la sua corte, lo fece mangiare alla sua tavola, solo con lui e, sul finire del giorno, quando volle congedare l’assemblea, lo fece rivestire di un abito lungo e ricchissimo, simile a quello che di solito i suoi cortigiani portavano alla sua presenza, e gli fece dare, inoltre, duemila zecchini. Il giorno dopo e gli altri che seguirono, non cessò di vezzeggiarlo. Insomma quel principe, credendo di non poter mai riconoscere abbastanza, gli obblighi che aveva verso un medico così abile, lo colmava ogni giorno di nuovi benefici.

Ora, il re aveva un gran visir che era avaro, invidioso e capace per natura di ogni sorta di delitti. Questi non era riuscito a guardare senza pena i doni che erano stati fatti al medico, d’altronde, cominciava a dargli ombra. Risolse perciò di farlo cadere in disgrazia presso il re. Per riuscirvi, andò a trovare il principe e gli disse in privato che doveva dargli un consiglio della massima importanza. Avendogli il re chiesto di che cosa si trattasse, rispose:

“Sire, è molto pericoloso per un monarca aver fiducia in un uomo la cui fedeltà non sia stata messa alla prova. Colmando di benefici il medico Duban, facendogli tutte le carezze che Vostra Maestà gli prodiga, non vi accorgete che è un traditore introdottosi in questa corte per assassinarvi.

  • Da chi avete appreso quanto osate dirmi? – replicò il re. – Avete pensato che state parlando a me e che non crederò alla leggiera a quanto affermate?
  • Sire, – replicò il visir, – sono perfettamente a conoscenza di quel che ho l’onore di farvi presente. Non adagiatevi dunque più su una pericolosa fiducia. Se Vostra Maestà dorme, si svegli; perché, insomma, lo ripeto ancora una volta, il medico Duban è partito dal fondo della Grecia, suo paese, è venuto a stabilirsi alla vostra corte soltanto per eseguire l’orribile piano di cui vi ho parlato.
  • No, no, visir, – interruppe il re, – son sicuro che quest’uomo, che voi trattate da perfido e da traditore, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini; non c’è nessuno al mondo che io ami quanto lui. Voi sapete con che rimedio, o meglio con quale miracolo mi ha guarito dalla lebbra. Se attenta alla mia vita, perché me l’ha salvata? Sarebbe bastato che mi avesse abbandonato al mio male: non potevo sfuggirgli, la mia vita era già consumata a metà. Smettete dunque d’ispirarmi ingiusti sospetti: invece di ascoltarli, vi avverto che, a cominciare da oggi, donerò a quel grand’uomo una pensione di mille zecchini al mese per tutta la sua vita. Quand’anche dividessi con lui tutte le mie ricchezze e persino i miei Stati, non lo ripagherei mai abbastanza per quanto ha fatto per me. Capisco di che si tratta: la sua virtù suscita la vostra invidia, ma non crediate ch’io mi lasci ingiustamente prevenire contro di lui. Ricordo troppo bene quello che un visir disse al re Sindbad, suo padrone, per impedirgli di far morire il principe suo figlio.
  • Sire, – disse il visir, – supplico Vostra Maestà di perdonarmi se ho l’ardire di chiedere che cosa il visir del re Sindbad disse al suo padrone per distoglierlo dal far morire il principe suo figlio. – Il re greco ebbe la compiacenza di soddisfarlo.
  • Quel visir, – rispose, – dopo aver fatto presente al re Sindbad che, per l’accusa di una suocera, egli doveva temere di compiere un’azione della quale avrebbe potuto pentirsi, gli raccontò questa storia.” Fine per il momento e al prossimo giro con Storia del marito e del pappagallo.
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La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Il fattore, meno pietoso di me, la sacrificò. Ma, nello scuoiarla, si vide che aveva soltanto ossa, nonostante ci fosse sembrata grassissima. Ne provai un vero dolore.

“Prendetela voi, – dissi al fattore, – ve la lascio. Fatene regali ed elemosine a chi vorrete e, se avete un vitello ben grasso, portatemelo al suo posto.” Non m’informai di quel che fece della vacca. Ma, poco tempo dopo avermela tolta di sotto gli occhi, lo vidi arrivare con un vitello grassissimo. Sebbene ignorassi che quel vitello era mio figlio, ciò nonostante sentii le mie viscere commuoversi alla sua vista. Da parte sua, appena mi scorse, fece un tale sforzo per venire verso di me che spezzò la corda. Si gettò ai miei piedi, con la testa a terra come se avesse voluto suscitare la mia compassione e scongiurarmi di non avere la crudeltà di togliergli la vita, avvertendomi come poteva che era mio figlio.

Quest’atto mi stupì e mi colpì ancor più di quanto non lo avessero fatto i pianti della vacca. Sentivo una tenera pietà che mi spinse a commuovermi per lui; o, per meglio dire, il sangue fece in me il suo dovere.

“Andate, – dissi al fattore, – riportate via questo vitello, abbiatene gran cura e portatemene subito un altro al posto suo.”

Appena mia moglie mi udì parlare in questi termini, non mancò di esclamare ancora:

“Che fate, marito mio? Statemi a sentire, non sacrificate un altro vitello al posto di questo.

  • Moglie mia, – le risposi, – non l’immolerò. Voglio fargli grazia e vi prego di non opporvi.”

Ella era ben lungi, la perfida, dal cedere alle mie preghiere; odiava troppo mio figlio per consentire ch’io lo salvassi. Me ne chiese il sacrificio con tanta ostinazione che fui costretto ad accordarglielo. Legai il vitello e, prendendo il funesto coltello…

A questo punto Sherazad, scorgendo l’alba, smise di parlare.

“Sorella mia, – disse allora Dinarzad, – sono incantata da questo racconto che tiene desta così piacevolmente la mia attenzione.

  • Se il sultano mi lascia in vita ancora per oggi, – rispose Sherazad, – vedrete che quanto vi racconterò domani, vi divertirà molto di più.” Shahriar, curioso di sapere che cosa sarebbe accaduto al figlio del vecchio della cerva, disse alla sultana che sarebbe stato molto felice di ascoltare, la notte seguente, la fine di quel racconto.

Continua lunedì.

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Verso la fine della notte seguente, Sherazad, col permesso del sultano, continuò così a narrare:

Sire, quando il vecchio della cerva vide che il genio aveva afferrato il mercante e stava per ucciderlo senza pietà, si gettò ai piedi di quel mostro e, baciandoglieli, gli disse:

“Principe dei geni, vi supplico molto umilmente di sospendere la vostra collera e di farmi la grazia di ascoltarmi. Vi voglio raccontare la mia storia e quella di questa cerva; ma, se la trovate più meravigliosa e più strabiliante dell’avventura di questo mercante al quale volete togliere la vita, posso sperare che voi vogliate rimettere a questo povero sventurato il terzo del suo delitto? – Il genio rimase pensieroso per qualche momento; ma infine rispose:

  • Ebbene, via, acconsento.”

Storia del primo vecchio e della cerva

Dunque ora comincerò il racconto, riprese il vecchio. Vi prego di ascoltarmi con attenzione. Questa cerva che porto con me è mia cugina e in più mia moglie. Aveva soltanto dodici anni quando la sposai, perciò posso dire che doveva considerarmi come un padre, oltre che come parente e marito.

Eravamo vissuti trent’anni insieme senza aver avuto figli; ma la sua sterilità non mi ha impedito di provare per lei molta tenerezza e amicizia. Soltanto il desiderio di avere dei figli m’indusse a comprare una schiava dalla quale ebbi un figlio che prometteva molto. Mia moglie ne divenne gelosa, prese in avversione la madre e il figlio, e nascose così bene i suoi sentimenti, che io li conobbi soltanto quando fu troppo tardi.

Nel frattempo mio figlio cresceva e aveva già dieci anni, quando fui costretto a fare un viaggio. Prima di partire, raccomandai a mia moglie, della quale non diffidavo assolutamente, la schiava e suo figlio e la pregai di averne cura durante la mia assenza che si protrasse per un intero anno. Ella approfittò di questo tempo per appagare il suo odio. Ricorse alla magia e, quando fu abbastanza edotta in quest’arte diabolica per eseguire l’orribile piano che meditava, la scellerata condusse mio figlio in un luogo nascosto. Poi, grazie ai suoi incantesimi, lo mutò in vitello e lo dette al mio fattore, dicendogli di aver comprato il vitello e ordinandogli di allevarlo. Non limitò il suo furore a quest’atto abominevole: trasformò la schiava in vacca, e affidò anch’essa al mio fattore.

Al mio ritorno le chiesi notizie della madre e del figlio.

“La vostra schiava è morta, – mi rispose mia moglie. – E, quanto a vostro figlio, non lo vedo da due mesi e non so che cosa gli sia capitato.”

Fui commosso dalla morte della schiava, ma poiché mio figlio era soltanto scomparso, mi illusi di rivederlo presto. Nondimeno trascorsero otto mesi senza che egli tornasse e non ne avevo nessuna notizia, quando giunse la festa del gran Bairam. Per celebrarla, mandai a dire al mio fattore di portarmi una delle vacche più grasse per farne sacrificio. La vacca che mi portò era la schiava stessa, la disgraziata madre di mio figlio. La legai, ma, nel momento in cui mi preparavo a sacrificarla, si mise a muggire pietosamente, e mi accorsi che dai suoi occhi scendevano fiumi di lacrime. La cosa mi parve molto straordinaria e sentendomi, mio malgrado, in preda a un moto di pietà, non potei risolvermi a colpirla. Ordinai al fattore di andare a prendermene un’altra.

Mia moglie, che era presente, fremette per la mia compassione e, opponendosi a un ordine che rendeva inutile la sua perfidia, esclamò:

“Che fate, amico mio? Immolate questa vacca. Il vostro fattore non ne ha di più belle né di più adatte all’uso che vogliamo farne.”

Per accontentare mia moglie, mi avvicinai alla vacca e, combattendo contro la pietà che ne sospendeva il sacrificio, stavo per inferirle il colpo mortale, quando la vittima, raddoppiando i pianti e i muggiti, mi disarmò una seconda volta. Allora misi il mazzuolo fra le mani del fattore, dicendogli:

“Prendete e sacrificatela voi stesso; i suoi muggiti e le sue lacrime mi spezzano il cuore.” Continua domani 

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Terza notte

La notte seguente, Dinarzad rivolse alla sorella la stessa preghiera delle due precedenti.

“Cara sorella, – le disse, – se non dormite, vi supplico di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete.”

Ma il sultano disse che voleva ascoltare il seguito di quello del mercante e del genio. Perciò Sherazad riprese così:

Sire, mentre il mercante e il vecchio con la cerva chiacchieravano, arrivò un altro vecchio, seguito da due cani neri. Avanzò fino ad essi e li salutò domandando che cosa facessero in quel luogo. Il vecchio della cerva lo informò dell’avventura del mercante e del genio, di quanto era avvenuto fra i due e del giuramento del mercante. Aggiunse che quello era il giorno stabilito dalla promessa, e che egli era risoluto a restare in quel luogo per vedere che cosa sarebbe accaduto.

Il secondo vecchio, trovando anch’egli la cosa degna della sua curiosità, prese la stessa risoluzione. Si sedette accanto agli altri, e aveva appena cominciato a prender parte alla loro conversazione, quando sopraggiunse un terzo vecchio il quale, rivolgendosi ai primi due, chiese loro per quale motivo il mercante che era in loro compagnia sembrasse così triste. Gliene dissero il motivo, e gli parve così straordinario, che anche lui desiderò assistere a quanto sarebbe avvenuto fra il genio e il mercante. Perciò si sedette insieme con gli altri.

Dopo un po’ scorsero nella campagna una fitta nube, come un turbine di polvere sollevato dal vento. Questa nube avanzò fino a loro e, dissipandosi d’un tratto, mostrò loro il genio che, senza salutarli, si avvicinò al mercante con la spada in pugno e, afferrandolo per il braccio, gli disse:

“Alzati affinché io ti uccida come tu hai ucciso mio figlio.”

Il mercante e i tre vecchi spaventati, si misero a piangere e a far risonare l’aria delle loro grida…

A questo punto Sherazad, scorgendo l’alba, interruppe il suo racconto, che aveva a tal punto acceso la curiosità del sultano da indurre il principe, il quale voleva assolutamente conoscerne la fine, a rinviare ancora una volta al giorno dopo la morte della sultana.

Non si può esprimere la gioia del gran visir, quando vide che il sultano non gli ordinava di far morire Sherazad. La sua famiglia, la corte, tutti ne furono generalmente stupefatti. Continua domani.

La favola del giorno

L’ASINO, IL BUE E IL BIFOLCO

Un ricchissimo mercante possedeva parecchie case in campagna dove faceva allevare una gran quantità di ogni razza di bestiame. Egli si ritirò con la moglie e i figli in una delle sue terre per farla fruttare personalmente. Aveva il dono di capire il linguaggio delle bestie, ma a condizione di non poterlo spiegare a nessuno senza esporsi a perdere la vita: ciò gli impediva di comunicare le cose che apprendeva grazie a questo dono.

A una stessa mangiatoia c’erano un bue e un asino. Un giorno il mercante, seduto vicino a essi, mentre si divertiva a vedere giocare i figli sotto i suoi occhi, udì il bue che diceva all’asino:

“Sveglio, come ti reputo fortunato quando penso al riposo di cui godi e al poco lavoro che esigono da te! Un uomo ti governa con cura, ti lava, ti dà dell’orzo passato al vaglio e acqua fresca e limpida. La tua più grande fatica è quella di portare il mercante nostro padrone, quando deve compiere qualche viaggetto. Se non fosse per questo, tutta la tua vita trascorrerebbe nell’ozio. Il modo in cui mi trattano è ben diverso, e la mia condizione è tanto disgraziata quanto la tua è piacevole. E’ appena mezzanotte quando mi attaccano a un aratro e me lo fanno tirare per tutto il giorno solcando la terra; ciò mi stanca a tal punto che a volte mi mancano le forze. Frattanto il bifolco, che mi vien sempre dietro, mi frusta di continuo. A furia di tirar l’aratro, ho il collo tutto scorticato. Infine, dopo aver lavorato dalla mattina alla sera, quando torno mi dànno da mangiare delle cattive fave secche (dalle quali non si prendono neanche la pena di togliere la terra), e altre cose le equivalgono. Per colmo di sventura, dopo essermi pasciuto di un cibo così poco appetitoso, son costretto a passar la notte coricato nella mia sporcizia. Vedi, dunque, che ho ragione di invidiare la tua sorte.”

L’asino non interruppe il bue e gli lasciò dire tutto quel che volle. Ma, quando ebbe finito di parlare, gli disse:

“Voi non smentite il nome d’idiota che vi hanno dato; siete troppo semplice, vi lasciate trattare come vogliono e non siete capace di prendere una buona risoluzione. Tuttavia, quale vantaggio ricavate da tutte le indegnità che patite? Vi uccidete voi stesso per il piacere e il profitto di coloro che non ve ne sono affatto grati. Non vi tratterebbero in questo modo se il vostro coraggio fosse pari alla vostra forza. Quando vengono ad attaccarvi alla mangiatoia, perché non opponete resistenza? perché non date delle buone cornate? perché non manifestate la vostra collera battendo la zampa sulla terra? perché, insomma, non ispirate il terrore con muggiti spaventosi? La natura vi ha dato i mezzi di farvi rispettare e non ve ne servite. Se vi portano cattive fave e cattiva paglia, non mangiate; annusatele soltanto e lasciatele. Se seguirete i consigli che vi do, vedrete presto un cambiamento di cui mi ringrazierete.”

Il bue prese in buona parte i suggerimenti dell’asino e gli manifestò quando gli era grato. “Caro Sveglio, – soggiunse, – non mancherò di fare tutto quanto mi hai detto, e vedrai in che modo me la caverò.” Dopo questa conversazione, di cui il mercante non aveva perso una parola, tacquero.

Il giorno dopo, di buon mattino, il bifolco venne a prendere il bue; lo attaccò all’aratro e lo condusse al consueto lavoro. Il bue, che non aveva dimenticato il consiglio dell’asino, quel giorno si comportò molto male; e la sera, quando il bifolco dopo averlo ricondotto alla mangiatoia fece per attaccarlo come d’abitudine, il malizioso animale, invece di presentare spontaneamente le corna, si mise a fare il riottoso e a indietreggiare muggendo. Abbassò persino le corna come se volesse colpire il bifolco. Fece, insomma, tutti i maneggi che l’asino gli aveva insegnato. Il giorno seguente il bifolco venne a riprenderlo per riportarlo all’aratura; ma, trovando la mangiatoia ancora piena delle fave e della paglia che vi aveva messo la sera prima, e il bue coricato a terra coi piedi distesi, che ansimava in uno strano modo, lo credette ammalato; ne ebbe pietà e, giudicando inutile portarlo al lavoro, andò sull’istante ad avvertire il mercante.

Il mercante capì subito che i cattivi consigli dello Sveglio erano stati seguiti e, per punirlo come meritava, disse al bifolco:

“Va’, prendi l’asino al posto del bue e non dimenticarti di dargli molto da fare.” Il bifolco ubbidì. L’asino fu costretto a tirare l’aratro per tutto il giorno: ne fu spossato, tanto più che non era abituato a quel lavoro. Inoltre, ricevette tante bastonate che al ritorno non si reggeva più.

Frattanto il bue era molto contento. Aveva mangiato tutto quello che c’era nella sua mangiatoia e si era riposato tutto il giorno. Si felicitava con sé stesso per aver seguito i consigli dello Sveglio, gli mandava mille benedizioni per il bene che gli aveva procurato e non mancò di rallegrarsene ancora con lui quando lo vide arrivare. L’asino non rispose nulla al bue, a tal punto era indispettito di essere stato tanto maltrattato. “E’ colpa della mia imprudenza, – diceva tra sé,  – se mi sono attirato questa disgrazia; vivevo felice, tutto mi sorrideva, avevo tutto quanto potevo desiderare. E’ colpa mia se mi trovo in questo stato deplorevole, e se non escogito qualche stratagemma per cavarmi da questo impaccio, la mia rovina è certa.” Dicendo ciò, le forze gli si esaurirono a tal punto che si lasciò cadere mezzo morto ai piedi della sua mangiatoia. Continua domani, buona notte a tutti.