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La favola del giorno

I dodici fratelli – 2

Prese le dodici camicie e andò e subito si addentrò nella gran foresta. Camminò tutto il giorno, e a sera giunse alla casetta incantata. Entrò e trovò un ragazzino, che le chiese: – Donde vieni e dove vai? – e si meravigliò che fosse così bella, portasse abiti regali e avesse una stella in fronte. Ed ella rispose: – Sono una principessa e cerco i miei dodici fratelli, e voglio andare fin dove il cielo è azzurro, pur di trovarli -. E gli mostrò le loro dodici camicie. Allora Beniamino si avvide che era sua sorella e disse: – Io sono Beniamino il minore dei tuoi fratelli -. Ed ella si mise a piangere di gioia, come Beniamino; e si baciarono e si abbracciarono con grande affetto. Poi egli disse: – Cara sorella, c’è ancora un inciampo: avevamo stabilito che ogni ragazza che c’incontrasse dovesse morire, perché per una ragazza fummo costretti a lasciare il nostro regno -. Allora ella disse: – Morirò volentieri, se in tal modo posso liberare i miei dodici fratelli. – No, – egli rispose, – tu non devi morire: nasconditi sotto questa tinozza fino all’arrivo degli undici fratelli; mi metterò certo d’accordo con loro -. La fanciulla obbedì, e quando scese la notte, gli altri tornarono dalla caccia e la cena era pronta. Sedettero a tavola e durante il pasto domandarono: – Che c’è di nuovo? – Disse Beniamino: – Non sapete nulla? – No, – risposero. Egli proseguì: – Voi siete andati nella foresta e io son rimasto a casa, eppure ne so più di voi. – Racconta, dunque! – esclamarono gli altri. Rispose: – Mi promettete anche che la prima fanciulla da voi incontrata non sarà uccisa? – Sì, – esclamarono tutti, – le faremo grazia; ma racconta! – Allora egli disse: – C’è qui nostra sorella -. Sollevò la tinozza e ne uscì la principessa in abiti regali, con la stella d’oro in fronte; ed era tanto bella, delicata e gentile. Tutti se ne rallegrarono, le saltarono al collo, la baciarono e l’amarono con tutto il cuore.

Ora ella rimaneva a casa con Beniamino e l’aiutava nei lavori domestici. Gli undici fratelli andavano nel bosco, prendevano selvaggina, caprioli, uccelli e piccioncini, per aver da mangiare; e la sorella e Beniamino pensavano a prepararli. Ella cercava la legna per cuocere le erbe per la verdura e metteva le pentole sul fuoco, sicché la cena era sempre pronta quando gli undici tornavano a casa. Inoltre teneva in ordine la casetta e preparava i lettini con biancheria ben pulita, e i fratelli erano sempre contenti e vivevano con lei in grande armonia.

Per un po’ di tempo, i due che restavano a casa prepararono ottimi pasti; e quando eran tutti riuniti, sedevano, mangiavano, bevevano ed eran felici. Ma alla casetta incantata era annesso un minuscolo giardino, dov’eran cresciuti dodici gigli (che si chiamano anche fiori di Sant’Antonio). Un giorno ella volle far piacere ai fratelli, colse i dodici fiori e pensava di regalarglieli a cena, uno per ciascuno. Ma appena colti i fiori, ecco i dodici fratelli trasformarsi in dodici corvi e volar via per la foresta; e casa e giardino erano spariti. Ora la povera fanciulla era sola nella foresta selvaggia; e, quando si guardò intorno, accanto a lei c’era una vecchia, che disse: – Bimba mia, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, che ora son trasformati in corvi per sempre! – La fanciulla disse piangendo: – Non c’è nessun mezzo per liberarli? – No, – disse la vecchia, – non ce n’è che uno in tutto il mondo, ma è così difficile che non li libererai: perché devi esser muta per sette anni, non devi parlare né ridere e se dici una sola parola, e manca soltanto un’ora ai sette anni, tutto è vano e i tuoi fratelli saranno uccisi da quella tua sola parola.

E la fanciulla disse in cuor suo: “So di certo che libererò i miei fratelli”; andò a cercare un albero alto e ci si arrampicò; e lassù filava e non parlava né rideva. Ora avvenne che un re andò a caccia nella foresta; aveva un gran veltro che corse all’albero dov’era la fanciulla, e ci saltò intorno latrando e abbaiando verso la cima.

Il re si avvicinò e vide la bella principessa con la stella d’oro in fronte, e fu così rapito dalla sua bellezza che le domandò se voleva diventare sua moglie. Ella non rispose, ma fece un lieve cenno col capo. Allora egli salì sull’albero, la portò giù, la mise sul suo cavallo e la condusse a casa.

Le nozze furon celebrate con gran pompa e tripudio, ma la sposa non parlava e non rideva. Vissero insieme felici un paio d’anni; ma poi la madre del re, una donna cattiva, cominciò a calunniare la giovane regina, e disse al figlio: – E’ una volgare accattona quella che ti sei portato in casa, chissà che tiri scellerati combina di nascosto. Se è muta e non può parlare, potrebbe almeno ridere; ma chi non ride, ha cattiva coscienza -. Il re in principio non voleva crederci, ma la vecchia insistette tanto e la incolpò di tante brutte cose, che alla fine egli si lasciò persuadere e la condannò a morte.

Nel cortile fu acceso un gran fuoco in cui ella doveva esser bruciata; e il re stava alla finestra e guardava con gli occhi pieni di lacrime, perché l’amava ancora tanto. E quando era già legata al palo, e rosse lingue di fuoco lambivan le sue vesti, ecco trascorso l’ultimo istante dei sette anni. Allora si udì nell’aria un frullar d’ali e giunsero in fila dodici corvi e calarono a terra: e quando toccarono il suolo, erano i suoi dodici fratelli, liberati da lei. Essi sconvolsero il rogo, spensero le fiamme, slegarono la loro cara sorella e la baciarono e l’abbracciarono. Ma ora che poteva schiudere le labbra e parlare, ella raccontò al re perché prima fosse muta e non ridesse mai.

Il re apprese con gioia la sua innocenza e da allora vissero tutti insieme in buona armonia fino alla morte.

La cattiva matrigna venne sottoposta a giudizio, fu messa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di mala morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

La favola del giorno

Lo strano violinista

C’era una volta uno strano violinista, che se ne andava solo solo per un bosco, e pensava a questo e a quello; e quando la sua mente non ebbe ove posarsi, disse fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un buon compagno”. Si tolse di dosso il violino e si mise a sonore, sicché il suono si diffuse fra gli alberi. Poco dopo, ecco venire un lupo, trottando per la boscaglia. – Ah, viene un lupo! quello non lo desidero proprio, – disse il violinista. Ma il lupo si avvicinò e gli disse: – Oh, caro violinista! come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – gli rispose il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il lupo, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. Il violinista gli ordinò di seguirlo, e, quando ebbero fatto un pezzo di strada insieme, giunsero a una vecchia quercia, che era cava internamente e spaccata nel mezzo. – Guarda, – disse il violinista, – se vuoi imparar a suonare il violini, metti le zampe davanti in questa spaccatura -. Il lupo obbedì, ma il violinista prese in fretta un sasso e d’un sol colpo gli conficcò le zampe nel legno così saldamente, che il lupo dovette starsene là prigioniero. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista, e se ne andò per la sua strada.

Dopo un po’, disse di nuovo fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e di nuovo si diffuse il suono nel bosco. Poco dopo, ecco venire una volpe strisciando fra gli alberi. – Ah, viene una volpe – disse il violinista, – quella non la desidero proprio -. Ma la volpe gli si accostò e disse: – Ah, caro violinista, come suoni bene! Vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista: devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – rispose la volpe, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. – Seguimi, – disse il violinista, e quando ebbero fatto un pezzo di strada, giunsero ad un sentiero fiancheggiato da alti cespugli. Allora il violinista si fermò, da un lato del sentiero curvò fino a terra un giovane nocciolo e ne premette la cima col piede; dall’altro lato incurvò un altro alberello e disse: – Orsù, volpicina, se vuoi imparar qualcosa, porgimi una delle tue zampe davanti, la sinistra -. La volpe obbedì ed egli le legò la zampa al fusto di sinistra. – Volpicina, – disse, – ora porgimi la destra -. E la legò al fusto di destra. E, dopo essersi assicurato che i nodi delle corde fossero abbastanza solidi, lasciò la presa, e gli alberelli si rizzarono e lanciarono in alto la volpe, che restò sospesa in aria a sgambettare. – Aspettami qui finché torno, – disse il violinista e se ne andò per la sua strada.

Di nuovo disse fra sé: “Mi annoio qui nel bosco; voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e il suono si diffuse per il bosco. Allora ecco venire a gran balzi un leprotto. – Ah, viene una lepre! – disse il violinista: – questa non la volevo. – Ah, caro violinista, – disse il leprotto, – come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il leprotto, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro -.

Fecero un pezzo di strada insieme, finché giunsero a una radura nel bosco, dove c’era una tremula. Il violinista legò un lungo spago al collo del leprotto e ne annodò l’altro capo all’albero. – Svelto, leprottino, ora salta venti volte intorno all’albero! – esclamò il violinista, e il leprotto obbedì, e quando ebbe fatto i suoi venti giri, lo spago si era attorto venti volte intorno al tronco; e il leprotto era prigioniero, e aveva un bel tirare e dar strattoni: si tagliava soltanto il collo delicato con lo spago. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista e proseguì.

Intanto il lupo aveva dato spinte e strattoni, aveva morso la pietra e si era tanto adoprato, che alla fine si era liberato tirando fuori le zampe dalla spaccatura. Pieno di collera e di rabbia, corse dietro al violinista e voleva sbranarlo. Quando la volpe lo vide, cominciò a lamentarsi e gridò con tutte le sue forze: – Fratello lupo, vieni ad aiutarmi: il violinista mi ha ingannata -. Il lupo curvò gli alberelli, con un morso spezzò le funi e liberò la volpe, che lo accompagnò, per vendicarsi del violinista. Trovarono il leprotto legato liberarono anche lui, e poi tutti insieme andarono in cerca del loro nemico.

Per la strada il violinista aveva ripreso a sonare, e questa volta era stato più fortunato. I suoni giunsero all’orecchio di un povero boscaiolo, che subito, lo volesse o no, interruppe il suo lavoro e con l’ascia sotto il braccio si avvicinò per sentire la musica. – Finalmente viene il compagno che fa per me, – disse il violinista: – un uomo cercavo, non bestie selvagge -. E cominciò a sonar così bene e con tanta dolcezza, che il pover’uomo se ne stava incantato e si sentiva allargare il cuore dalla gioia. E mentre se ne stava così, si avvicinarono il lupo, la volpe e il leprotto ed egli si accorse che tramavano qualcosa. Allora sollevò l’ascia rilucente e si mise davanti al violinista, come a dire: “Chi gli vuol male si guardi, l’avrà da fare con me”. Allora le bestie, impaurite, di corsa tornarono nel bosco; ma il violinista per ringraziamento sonò un altro pezzo e poi proseguì la sua strada.

Le fiabe del focolare – Jacob e Wilhelm Grimm

La favola del giorno

Il buon affare

Un contadino aveva portato la sua mucca al mercato e l’aveva venduta per sette scudi. Sulla via del ritorno doveva passare vicino a uno stagno, e già di lontano udì la rane gracidare: qua qua, qua qua. “Si, – disse fra sé, – le sentì strillare fin dal campo d’avena: sette scudi ho riscosso, non quattro”. Quando fu presso l’acqua gridò: – Stupide bestie che siete! non vi hanno informato meglio? Sono sette scudi, non quattro -. Ma le rane si ostinavano nel loro qua qua, qua qua. – Be’, se non ci credete, posso contarveli sotto il naso -. Trasse il denaro di tasca e contò i sette scudi, cento soldi per volta. Ma le rane non badarono ai suoi conti e gracidarono di nuovo: qua qua, qua qua. – Be’, – gridò il contadino infuriato, – se pretendete di saperlo meglio di me, contate voi -. E gettò tutto il denaro nell’acqua. Stette ad aspettare che finissero il conto e gli riportassero il suo avere, ma le rane si incaponirono, continuarono a gracidare qua qua, qua qua, e non restituirono il denaro. Egli attese ancora un bel po’, finché si fece sera e dovette ritornare a casa; allora coprì d’ingiurie le rane e gridò: – Sciaguattone, zuccone, balorde, avete una gran bocca e sapete strillare fino a rompere i timpani, ma sette scudi non sapete contarli: credete che io voglia star qui finché avrete finito? – E se ne andò, ma le rane gli gracidarono ancora dietro: qua qua, qua qua, e così egli rincasò di pessimo umore.

Qualche tempo dopo acquistò un’altra mucca, la macellò e calcolò che, vendendo bene la carne, poteva riscuotere il prezzo delle due mucche, e avrebbe avuto la pelle per sovrammercato. Quando arrivò in città con la carne, davanti alla porta era accorso tutto un branco di cani preceduto da un grosso levriere: questi saltò attorno alla carne, annusò e abbaiò: – Bu, bu, bu -. Siccome non voleva smetterla, il contadino gli disse: – Si lo so che è buona e ne vorresti un bel po’; ma farei un bell’affare a dartela! – Il cane rispose soltanto: – Bu, bu. – Non te la mangerai e garantisci per i tuoi compagni? – Bu, bu, – disse il cane. – Be’, se insisti te la lascerò; ti conosco bene e so da chi sei a servizio; ma ricordati: fra tre giorni devo avere il mio denaro, se no ti andrà male. Non hai che da portarmelo -. Dopo di che, scaricò la carne e tornò indietro; i cani ci si buttarono sopra e abbaiavano a gran voce: – Bu, bu, bu -. Il contadino che li udiva da lontano, disse fra sé: “Senti, senti, adesso ne vogliono tutti; ma quello grosso deve risponderne”.

Passati tre giorni, il contadino pensò: “Stasera avrai il tuo danaro in tasca” ed era tutto soddisfatto. Ma nessuno venne a sborsarlo. “Non ci si può fidare di nessuno”, disse fra sé, e alla fine gli scappò la pazienza: andò in città dal macellaio e richiese il suo denaro. Il macellaio credeva che fosse uno scherzo, ma il contadino disse: – Macché scherzo, io voglio il mio denaro; il cane grosso non vi ha portato tre giorni fa l’intera mucca macellata? – Allora il macellaio andò in collera, afferrò un manico di scopa e lo cacciò fuori. – Aspetta, – disse il contadino, – c’è ancora giustizia a questo mondo! – Andò al palazzo reale e chiese udienza. Fu condotto davanti al re, che sedeva vicino a sua figlia e gli domandò che torto gli avessero fatto: – Ah, – disse lui, – le rane e i cani mi hanno preso il mio avere, e il macellaio mi ha pagato a bastonate -. E narrò minutamente com’era andata. Allora la figlia del re scoppiò a ridere e il re gli disse: – Darti ragione non posso, ma in compenso sposerai mia figlia: in tutta la sua vita non ha mai riso, tranne appunto di te; e io l’ho promessa a colui che la facesse ridere. Puoi ringraziar Dio per la tua fortuna. – Oh, – disse il contadino, – non la voglio affatto: a casa ho una donna sola ed è già troppo; quando torno mi par che ce ne sia una per ogni angolo -. Allora il re andò in collera e disse: – Tu sei un villanzone. – Ah, Maestà, – rispose il contadino, – che cosa potete aspettarvi da un bue, se non carne di manzo? – Aspetta, – rispose il re, – avrai un altro compenso: adesso vattene, ma torna fra tre giorni; te ne saranno contati cnquecento.

Quando il contadino uscì dalla porta, la sentinella disse: – Tu hai fatto ridere la principessa e t’avran dato quel che ti spetta. – Lo credo bene, – rispose il contadino: – me ne pagheranno cinquecento. – Senti, – disse il soldato, – dammene un po’! che vuoi fartene di tutto quel denaro! – Perché sei tu, – disse il contadino, – ne avrai duecento; presentati al re fra tre giorni e fatteli contare -. Un ebreo, che era lì accanto e aveva udito la conversazione, corse dietro al contadino, lo prese per la giubba e disse: – Gran Dio, siete proprio fortunato! Voglio cambiarveli, voglio convertirveli in moneta spicciola; che ve ne fate di quegli scudi sonanti? – Giudeo, – disse il contadino, – puoi averne ancora trecento; dammeli subito in spiccioli, di qui a tre giorni sarai pagato dal re -. L’ebreo si rallegrò del piccolo guadagno e portò la somma in soldi di cattiva lega, che tre ne valgon due buoni. Passati i tre giorni, come gli era stato ordinato, il contadino si presentò davanti al re. – Toglietegli la giubba, – disse questi, – deve avere i suoi cinquecento. – Ah, – disse il contadino, – non mi spettano più: duecento li ho regalati alla sentinella e trecento me li ha scambiati l’ebreo; non ho più diritto a nulla -. Intanto entrarono il soldato e l’ebreo e richiesero quando avevano ottenuto dal contadino; e si ebbero le botte, non una di più, non una di meno. Il soldato le sopportò pazientemente, e ne sapeva già il gusto; ma l’ebreo gemeva: – Ohimè! son questi gli scudi sonanti? – Il re dovette ridere del contadino, e, perché la collera era sfumata, disse: – Siccome hai già perduto il tuo premio prima che ti fosse consegnato, voglio risarcirti: va’ nella camera del Tesoro e prenditi tutto il denaro che vuoi -. Il contadino non se lo fece dire due volte e ficcò nelle sue ampie tasche tutto quel che poté entrarci. Poi se ne andò all’osteria e contò il suo denaro.

L’ebreo gli era andato dietro quatto quatto e lo sentì brontolare fra sé: –  Quel briccone di un re mi ha menato per il naso! Non poteva darmelo lui il denaro? Almeno saprei quel che ho: come posso sapere se è giusto quel che ho intascato a casaccio! – “Dio ci guardi! – disse tra sé l’ebreo: – costui parla con disprezzo del nostro re: corro a denunciarlo, così mi becco un premio e per giunta costui sarà punito”. Quando il re seppe dei discorsi del contadino, andò in collera e ordinò all’ebreo di andare a prendere il colpevole. L’ebreo corse dal contadino: – Dovete venir subito da sua Maestà senza por tempo in mezzo. – So meglio di voi quel che si conviene, – rispose il contadino: – prima mi faccio fare una giubba nuova; credi forse che un uomo che ha tanto denaro in tasca debba andarci nei suoi vecchi stracci? – L’ebreo, quando vide che senza un’altra giubba il contadino non si muoveva, temendo che, se l’ira del re fosse sfumata, egli ci avrebbe rimesso il premio e il contadino la punizione, disse: – Per questo po’ di tempo v’impresterò io una bella giubba, per pura amicizia: che cosa non si fa quando si vuol bene! – Il contadino accettò, indossò la giubba dell’ebreo e andò con lui dal re. Il re rinfacciò al contadino le male parole che gli aveva riferito l’ebreo. – Ah, – disse il contadino, – quel che dice un ebreo è sempre falso; non gli esce di bocca una parola sincera; questa birba ha il coraggio di dire che io ho indosso la sua giubba. – Come sarebbe a dire? – gridò l’ebreo: – non è mia la giubba? Non ve l’ho imprestata per pura amicizia, perché poteste presentarvi a sua Maestà? – Il re disse all’udirlo: – Qualcuno l’ebreo l’ha ingannato di certo; o me, o il contadino -. E gli fece ancora sborsar qualche scudo. Ma il contadino se ne tornò a casa con la sua brava giubba e il suo bravo denaro in tasca e disse: “Stavolta l’ho imbroccata”.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Il danaro fa tutto

C’era una volta un Principe ricco come il mare. Gli venne voglia di farsi un palazzo, proprio in faccia a quello del Re, ma più bello ancora di quello del Re. Finito il palazzo ci fece scrivere sulla facciata questa scritta: il danaro fa tutto.

Il Re esce, vede quella scritta e legge. Fece subito chiamare il Principe, che, essendo nuovo della città, non era ancora stato a Corte.

  • Bravo, – gli disse, – ti sei fatto un palazzo che è una meraviglia. Al confronto, casa mia pare una capanna! Bravo. E di’, sei tu che hai fatto scrivere che il danaro può tutto?

Il Principe cominciò a capire che forse era stato troppo ambizioso.

  • Signorsì, – rispose, – ma se a Vostra Maestà non piace, ci vuol poco a farla scrostare…
  • No, non pretendo tanto; volevo solo sentire da te cosa volevi dire con quell’iscrizione. Crederesti di potere, coi tuoi danari, farmi ammazzare?

Il Principe capì che le cose si mettevano male per lui.

  • Oh, Maestà, mi perdoni… Faccio subito cancellare quella scritta! E se non le piace il palazzo, me lo dica e lo riduco tutto a calcinaccio.
  • E io ti dico di no… lasciala stare. Però, visto che dici che coi danari si può tutto, dimostramelo. Ti do tre giorni di tempo per riuscire a parlare con mia figlia. Se riesci a parlarle, bene, te la sposi… Se non ci riesci, ti faccio tagliare la testa. Siamo d’accordo?

Il Principe restò in un’ambascia; non mangiava più, non beveva, non dormiva; pensava solo, notte e giorno, al modo di portar salva la pelle. Il secondo giorno, certo ormai di non venirne a capo, si decise a far testamento. Non c’era più speranza: la figlia del Re l’avevano chiusa in un castello, con cento guardie intorno. Il Principe, pallido e mogio come uno straccio, s’era rassegnato a morire. Venne a trovarlo la sua balia, una vecchia bacucca che lo aveva allattato quand’era bambino, e che lui teneva ancora a suo servizio. A vederlo così affilato, la vecchia gli domandò cosa avesse. Tira e molla, lui le raccontò la sua storia.

  • Ebbene? – disse la balia. – Ti vuoi dare per perso? Manco per ridere! Ci penso io!

Corse zoppicon zoppiconi dal più grande orefice della città e gli comandò un’oca tutta d’argento che aprisse e chiudesse il becco, ma grande quanto un uomo, e vuota dentro. – Per domani deve essere pronta.

  • Per domani? Siete matta! – esclamò l’orefice.
  • Ho detto per domani! – e la vecchia tirò fuori un sacco di monete d’oro. – Pensateci: questa è la caparra; e domani a consegna vi do il resto.

L’orefice era rimasto a bocca aperta. – Allora è un’altra faccenda. – disse. – Si può provare.

E l’indomani, l’oca era pronta: una meraviglia.

La vecchia disse al Principe: – Prendi il tuo violino, e entra nell’oca. E appena siamo in strada, mettiti a suonare.

Presero a andare per la città: la vecchia si tirava dietro l’oca d’argento con un nastro; il Principe dentro suonava il violino. La gente faceva ala a bocca aperta. Tutti correvano a vederla. Corse la voce fino al castello in cui era rinchiusa la figlia del Re, e lei domandò a suo padre il permesso di vedere lo spettacolo. Il Re disse: – Domani è scaduto il termine per quel fanfarone del Principe, e tu potrai uscire a vedere l’oca.

Ma la figlia aveva sentito dire che la vecchia con l’oca l’indomani avrebbe lasciato la città, e il Re allora diede il permesso che l’oca fosse portata nel castello perché la figlia potesse vederla. Era quel che aspettava la vecchia. Quando la Principessa fu sola con l’oca d’argento, mentre stava a sentire incantata quella musica che usciva dal suo becco, vide tutt’a un tratto l’oca aprirsi, e saltarne fuori un uomo.

  • Non abbiate paura, – disse l’uomo. – Sono il Principe che deve potervi parlare per non essere decapitato da vostro padre domattina. Voi potrete dire d’avermi parlato e salvarmi.

L’indomani il Re fece chiamare il Principe: – Allora, t’è servito il tuo danaro per parlare a mia figlia?

  • Sì, Maestà, – rispose il Principe.
  • Come? Vuoi dire che le hai parlato?
  • Domandateglielo.

E la figlia, chiamata, disse come il Principe era nell’oca d’argento che il Re stesso le aveva fatto portare nel castello.

Il Re allora si tolse dal capo la corona e la mise in testa al Principe: – Vuol dire che non hai solo i danari ma anche il cervello fino! Sta’ contento che ti do mia figlia in sposa.

(Genova).

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 3

Non eran questi i patti, – disse il giovane, – il banco è mio -. L’uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e si sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, uno dopo l’altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: – Sentite, posso giocare anch’io? – Sì, se hai denaro. – Denaro ne ho, – rispose, – ma le vostre palle non sono ben rotonde -. Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. – Così rotoleranno meglio, – disse. – Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po’ di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. – Com’è andata questa volta? – domandò. – Ho giocato a birilli, – rispose, – e ho perduto qualche soldo. – Non ti è venuta la pelle d’oca? – Macché! – egli rispose, – me la sono spassata. Se potessi sapere che cosa è la pelle d’oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: – Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: – Vieni, cuginetto, vieni! – Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c’era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio. – Aspetta, – disse, – voglio scaldarti un po’.

Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo. Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: “Se due stanno a letto insieme, si riscaldano”. Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po’, anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: – Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! – Ma il morto prese a dire: – Adesso ti strozzo. – Come, – disse il giovane, – è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via. – Non mi vuol proprio venir la pelle d’oca, – egli disse, – qui non l’imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca. – Nanerottolo, – disse, – imparerai subito cos’è la pelle d’oca, perché devi morire. – Non abbiate tanta fretta! – disse il giovane: – per morire devo esserci anch’io. – Ti piglio subito, – disse lo spirito maligno. – Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. – La vedremo, – disse il vecchio, – se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un’accetta e con un colpo cacciò in terra un incudine. – Io so far meglio, – disse il giovane, e andò all’altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l’accetta, con un colpo spaccò l’incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. – Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l’accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d’oro. – Di quest’oro, – disse, – una parte è dei poveri, l’altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. – Me la caverò lo stesso, – disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re è domandò: – Adesso avrai imparato cos’è la pelle d’oca?  – No, – rispose il giovane: – che roba è questa? E’ stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d’oca non me l’ha detto nessuno -. Allora il re disse: – Tu hai rotto l’incantesimo del castello e sposerai mia figlia. – Tutto questo va benissimo, – rispose il giovane, – ma io non so ancora che cos’è la pelle d’oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! ah, se mi venisse la pelle d’oca! – La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: – Ci penserò io: imparerà che cosa è la pelle d’oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d’acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: – Ah, che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia!

Si, ora lo so cos’è la pelle d’oca.

Fratelli Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d’impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: – sarà un bel peso per suo padre -. Se c’era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: – Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d’oca! – perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: – Mi vien la pelle d’oca! – Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. “Dicono sempre: mi vien la pelle d’oca! mi vien la pelle d’oca! A me non viene: sarà anche questa un’arte di cui non capisco nulla”.

Un bel giorno il padre gli disse: – Ascolta, tu, in quell’angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. – Sì, babbo, – egli rispose, – qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venire la pelle d’oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all’udirlo, e pensò: “Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino”. Il padre sospirò e rispose: – La pelle d’oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente. – Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d’oca. – Se è tutto qui, rispose il sagrestano, – può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: “Il ragazzo diventerà un po’ più sveglio”. Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. “Imparerai che cos’è la pelle d’oca!” pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. – Chi è là? – gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. – Rispondi o vattene, – gridò il giovane, – non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: – Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: “Non avrà intenzioni così malvage”. Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane lo interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: – Non sai dov’è mio marito? E’ salito sul campanile prima di te. – No, – rispose il giovane, – ma c’era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio, e siccome non voleva rispondere né andarsene, l’ho creduto un malandrino e l’ho buttato giù. Andate un po’ a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: – Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! – gridò, – ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il figlio: – Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. – Sentite, babbo, – egli rispose, – io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. – Ah, – disse il padre, – tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più vederti. – Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cosa è la pelle d’oca, così avrò un arte che mi darà da mangiare. – Impara quel che vuoi, disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. – Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah se mi venisse la pelle d’oca! – Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l’uomo gli disse: – Guarda, quello è l’albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos’è la pelle d’oca. – Se è tutto qui, – disse il giovane, – è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos’è la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l’uno contro l’altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: “Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!” E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l’uno dopo l’altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: – Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: – Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l’un dopo l’altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l’uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: – Ora lo sai che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose, – come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l’uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: – Un tipo simile non mi è mai capitato. Continua domani.