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La favola del giorno

La bambina venduta con le pere

Una volta un uomo aveva un pero, che gli faceva quattro corbe di pere all’anno. Accadde che un anno gliene fece solo tre corbe e mezzo, e al Re bisognava portarne quattro. Non sapendo come riempire la quarta corba, ci mise dentro la più piccina delle sue figliole, e poi la coprì di pere e foglie.

Le corbe furono portate nella dispensa del Re, e la bambina rotolò insieme alle pere e si nascose. Stava lì, nella dispensa, e non avendo altro da mangiare, rosicchiava le pere. Dopo un po’ i servitori s’accorsero che la provvista di pere scemava, e trovarono anche i torsoli. Dissero: – Ci dev’essere un topo o una talpa che rosicchia le pere: bisogna guardarci, – e frugando tra le stuoia trovarono la bambina.

Le dissero: – Che fai qui? Vieni con noi, e servirai nella cucina del Re.
La chiamarono Perina, e Perina era una bambina così brava che in poco tempo sapeva fare le faccende meglio delle serve del Re, ed era tanto graziosa da farsi voler bene da tutti. Anche il figlio del Re, che aveva la sua età, stava sempre insieme a Perina, e tra loro nacque una grande simpatia.

Come la ragazza cresceva, cresceva l’invidia delle serve; per un po’ stettero zitte, poi cominciarono a cercar di mettere male. Così si misero a dire che Perina s’era vantata di andare a pigliare il tesoro alle streghe. La voce arrivò alle orecchie del Re, che la chiamò e le disse: – E’ vero che ti sei vantata d’andare a pigliare il tesoro alle streghe?

Perina disse: – No che non è vero, Sacra Corona; non so nulla io.

Ma il Re insistette: – L’hai detto e parola data bisogna che tu la mantenga, – e la cacciò dal palazzo finché non avesse portato quel tesoro.

Cammina cammina, venne notte. Perina incontrò un albero di melo e non si fermò. Incontrò un albero di pesco e non si fermò. Incontrò un albero di pero, s’arrampicò tra i rami e s’addormentò.

Al mattino al piede dell’albero c’era una vecchiettina. – Cosa fai quassù, bella figliola? – le chiese la vecchiettina.

E Perina le raccontò la difficoltà in cui si trovava. La vecchietta le disse: – Tieni queste tre libbre d sugna, queste tre libbre di pane e queste tre libbre di saggina e va’ sempre avanti -. Perina la ringraziò molto e proseguì il cammino.

Arrivò in un luogo dove c’era un forno. E c’erano tre donne che si strappavano i capelli, e coi capelli spazzavano il forno. Perina diede loro le tre libbre di saggina e loro presero a spazzare il forno con la saggina e la lasciarono passare.

Cammina cammina arrivò a un luogo dove c’erano tre cani mastini che abbaiavano e saltavano addosso alle persone. Perina gettò loro le tre libbre di pane e la lasciarono passare.

Cammina cammina arrivò a un fiume d’acqua rossa che pareva sangue e non sapeva come attraversarlo. Ma la vecchina le aveva detto che dicesse:

Acquetta bella acquetta,

Se non avessi fretta

Ne berrei una scodelletta.

A quelle parole l’acqua si ritirò e la lasciò passare.

Al di là di quel fiume, Perina vide uno dei palazzi più belli e grandi che fossero al mondo. Ma la porta s’apriva e serrava così in fretta che nessuno ci poteva entrare. Perina allora con le tre libbre di sugna unse i cardini e la porta cominciò ad aprirsi e chiudersi dolcemente.

Entrata nel palazzo, Perina vide la cassetta del tesoro sopra un tavolino. La prese e fece per tornar via, quando la cassettina cominciò a parlare.

  • Porta ammazzala, porta ammazzala! – diceva la cassetta.

E la porta rispondeva: No che non l’ammazzo, perché da tanto non ero unta e lei m’ha unta.

Perina arrivò al fiume e la cassetta diceva: – Fiume affogala, fiume affogala!

E il fiume rispondeva: – No che non la affogo, perché m’ha detto acquetta bella acquetta.

Arrivò dai cani, e la cassetta: – Cani mangiatela, cani mangiatela! – E i cani: – No che non la mangiamo, perché ci ha dato tre libbre di pane.

Passò dal forno: Forno bruciala, forno bruciala!

E le donne: – No che non la bruciamo, perché ci ha dato tre libbre di saggina e così risparmiamo i capelli.

Appena fu vicina a casa, Perina, curiosa come tutte le ragazzine, volle vedere cosa c’era nella cassetta. L’aperse è scappò via una gallina coi pulcini d’oro. Zampettavano via così veloci che non si potevano raggiungere. Perina si mise a correre loro dietro. Passò dall’albero di melo e non li trovò, passò dall’albero di pesco e non li trovò, passò dall’albero di pero e c’era la vecchiettina con una bacchetta in mano che pascolava la gallina coi pulcini d’oro. – Sciò, sciò, – fece la vecchietta e la gallina coi pulcini rientrò nella cassetta.

Tornando a casa, Perina si vide venire incontro il figlio del Re. – Quando mio padre ti chiederà cosa vuoi per premio, tu di’ quella cassa piena di carbone che è in cantina.

Sulla soglia del palazzo reale, c’erano le serve, il Re e tutti quelli della Corte, e Perina diede al Re la gallina coi pulcini d’oro.

  • Domanda quello che vuoi, – disse il Re, – te lo darò.

E Perina rispose: – La cassa di carbone ch’è in cantina -. Le diedero la cassa di carbone, l’aperse e saltò fuori il figlio del Re che ci si era nascosto dentro. Allora il Re si contentò che Perina sposasse il suo figliolo.

Fiabe del Monferrato.

La favola del giorno

La barba del Conte – 2

Il Conte scosse ancora il capo e disse:

Io sono il Conte e conto per tre

E se la Maschera non l’ho mai vista

Vuol dire che di Maschere non ce n’è.

A quelle parole i soldati sempre sbadigliando presero i fucili e a passo lento caricarono i contadini a baionetta in canna, finché non sgombrarono il cortile.

Tornati sulla piazza, scoraggiati, i contadini non sapevano più cosa far e. Mria il più vecchio, quello che aveva parlato al Conte, disse: – Qui bisogna mandare a chiamare Masino!

Così si misero a scrivere una lettera a Masino e la mandarono in Africa. E una sera, mentre erano raccolti come al solito attorno al falò della piazza, Masino ritornò. Figuratevi le feste, gli abbracci, le marmitte di vino caldo con le spezie! E – Dove sei stato! – e – Cos’hai visto? – e – Sapessi quanto siamo disgraziati!

Masino prima li lasciò raccontare loro, poi si mise a raccontare lui: – Nell’Africa ho visto cannibali che non potendo mangiare uomini mangiavano cicale, nel deserto ho visto un pazzo che per scavare acqua s’era fatto crescere le unghie dodici metri, nel mare ho visto un pesce con una scarpa e una pantofola che voleva essere re degli altri pesci perché nessun altro pesce aveva scarpe né pantofole, in Sicilia ho visto una donna che aveva settanta figli e una pentola sola, a Napoli ho visto gente che camminava stando ferma perché le chiacchiere degli altri la spingeva avanti; ho visto chi la vuol nera; ho visto chi la vuol bianca, ho visto chi pesa un quintale; e chi è grosso come una scaglia, ho visto tanti che hanno paura, ma mai come a Pocapaglia.

I contadini chinarono il capo, pieni di vergogna, perché Masino trattandoli da paurosi, li aveva toccati nel punto debole. Ma Masino non voleva prendersela con i suoi compaesani. Si fece raccontare tutti i particolari della storia della Maschera e poi disse:

  • Adesso faccio tre domande e dopo, suonata la mezzanotte, andrò a prendere la Maschera e ve la porterò qui.
  • Domanda! Domanda! – dissero tutti.
  • La prima domanda è al barbiere. Quanti sono venuti da te questo mese?

E il barbiere rispose:

Barbe lunghe e barbe corte,

Barbe molli e barbe storte,

Capelli ricci e capelli brutti,

Le mie forbici li han tagliati tutti.

  • E ora a te ciabattino, quanti ti hanno portato gli zoccoli da aggiustare, questo mese?
  • Ahimè, – disse il ciabattino,

Facevo zoccoli di legno e cuoio,

Ben ribattuti chiodo per chiodo,

Facevo scarpe di seta e serpente,

Ma ora non han soldi e non mi fan far più niente.

  • Terza domanda a te, cordaio: quante corde hai venduto in questo mese?

E il cordaio:

Corde ritorte, corde filate,

Corde di paglia a strisce e intrecciate,

Corde da pozzo, di vimini e spago,

Grosse un braccio, sottili un ago,

Forti di ferro, molli di strutto,

In questo mese ho venduto tutto.

  • Basta così, – disse Masino, e si coricò accanto al fuoco. – Adesso dormo due ore perché sono stanco. A mezzanotte svegliatemi, e andrò a prendere la Maschera -. Si coprì la faccia col cappello e s’addormentò.

I contadini stettero zitti fino a mezzanotte, trattenendo perfino il respiro per paura di svegliarlo. A mezzanotte Masino si riscosse, sbadigliò, bevve una tazza di vino caldo, sputò tre volte nel fuoco, s’alzò senza guardare nessuno di quelli che gli stavano intorno, e prese per la via del bosco.

I contadini rimasero ad aspettare, guardando il fuoco che diventava brace, e la brace che diventava cenere, e la cenere che diventava nera, fino a quando non tornò Masino. E chi si portava dietro Masino, tirandolo per la barba? Il Conte, il Conte che piangeva, tirava calci, chiedeva pietà.

  • Ecco la Maschera! – gridò Masino. E poi subito: – Dove l’avete messo il vino caldo?

Il Conte sotto gli occhi sgranati di tutti i paesani, cercò di farsi più piccolo che poteva, si sedette per terra tutto rannicchiato come una mosca che ha freddo.

  • Non poteva essere uno di voi, – spiegò Masino, – perché siete andati tutti dal barbiere e non avete pelo da perdere nei cespugli; e poi c’erano quelle impronte di scarpe grosse e pesanti mentre voi andate scalzi. E non poteva essere uno spirito perché non avrebbe avuto bisogno di comprare tante corde per legare le bestie rubate e portarle via. Ma dov’è questo vino caldo?

Il Conte tutto tremante, cercava di nascondersi nella barba che Masino gli aveva arruffato e strappato per tirarlo fuori dai cespugli.

  • E come mai ci tramortiva con lo sguardo? – domandò un contadino.
  • Vi dava una legnata in testa con un bastone coperto di stracci, così sentivate solo un soffio per aria, non vi lasciava il segno, e vi svegliavate con la testa pesante.
  • E le forcine che perdeva? – domandò un altro.
  • Gli servivano per legarsi la barba sulla testa, come i capelli delle donne.

I contadini erano stati a sentire in silenzio, ma quando Masino disse: – E adesso cosa volete farne? – scoppiò una tempesta di grida: – lo bruciamo! Lo peliamo! Lo leghiamo a un palo da spaventapasseri! Lo chiudiamo in una botte e lo facciamo rotolare! Lo mettiamo in un sacco con sei gatti e sei cani!

  • Pietà! – diceva il Conte con un fil di voce.
  • Fate così, – dice Masino, – vi restituirà le bestie e vi pulirà le stalle. E visto che gli è piaciuto andar di notte nei boschi, sia condannato a continuare ad andarci tutte le notti, a far fascine per voialtri. E dite ai bambini che non raccolgano mai le forcine che troveranno per terra, perché sono quelle della Maschera Micillina, che non riuscirà più a tenersi in ordine i capelli e la barba.

E così fu fatto. Poi Masino partì per il giro del mondo, e lungo il giro gli capitò di fare una guerra dopo l’altra, tutte così lunghe che ne venne il proverbio:

O soldatin di guerra,

Mangi mal, dormi per terra,

Metti la polvere nei cannon

Bim-bon

Da Fiabe italiane – Italo Calvino – (Bra).

La favola del giorno

La barba del Conte

Pocapaglia era un paese così erto, in cima a una collina dai fianchi così ripidi, che gli abitanti, per non perdere le uova che appena fatte sarebbero rotolate giù nei boschi, appendevano un sacchetto sotto la coda delle galline.

Questo vuol dire che i Pocapagliesi non erano addormentati come si diceva, e che il proverbio

Tutti sanno che a Pocapaglia

L’asino fischia e il suo padrone raglia

era una malignità dei paesi vicini, i quali ce l’avevano coi Pocapagliesi solo per il fatto che erano gente tranquilla, che non gli piaceva litigare con nessuno.

  • Sì, sì, – era tutto quello che rispondevano i Pocapagliesi, – aspettate che torni Masino, e vedrete chi raglierà di più, tra voi e noi.

Masino era il più sveglio dei Pocapagliesi e il più benvoluto da tutto il paese. Non era robusto più degli altri, anzi a vederlo non gli si sarebbe dato un soldo, ma era furbo dalla nascita. Sua madre, appena nato, vedendolo così piccino, per tenerlo in vita e irrobustirlo un po’, gli aveva fatto fare un bagno nel vino caldo. Suo padre, per scaldare il vino, ci aveva messo dentro un ferro di cavallo rosso come il fuoco. Così Masino aveva preso attraverso la pelle la furbizia che c’è nel vino e la resistenza che c’è nel ferro. Dopo questo bagno, perché si rinfrescasse, sua madre l’aveva messo in culla in un guscio di castagna ancora verde, che, essendo amaro, dà l’intelligenza.

In quei tempi, mentre i Pocapagliesi aspettavano il ritorno di Masino, che da quando era partito soldato non aveva fatto più ritorno al paese e adesso pareva fosse dalle parti dell’Africa, cominciarono a succedere a Pocapaglia fatti misteriosi. Ogni sera capitava che buoi e vacche che tornavano dal pascolo in pianura venivano rubati dalla Maschera (Masca o Mascra nei dialetti piemontesi equivale a strega) Micillina.

La maschera Micillina stava appostata nei boschi sotto il paese e bastava un suo soffio per portare via un bue. I contadini, a sentirla frusciare nei cespugli dopo il tramonto, battevano i denti e cascavano tramortiti, tanto che si diceva:

La Maschera Micillina

Ruba i buoi dalla cascina,

Guarda con l’occhio storto,

E ti stende come morto.

I contadini presero ad accendere dei grandi falò perché la Maschera Micillina non s’azzardasse a uscire dai cespugli. Ma la Maschera si avvicinava senza farsi sentire al contadino che stava da solo a far la guardie alle bestie vicino al falò, lo tramortiva con un soffio, e alla mattina quando si svegliava non trovava più né vacche né buoi, e i compagni lo sentivano piangere e disperarsi e darsi pugni sulla testa. Tutti allora si mettevano a battere i boschi per cercare tracce delle bestie, ma non trovavano che ciuffi di pelo, forcine, e orme di piedi lasciate qua e là dalla Maschera Micillina.

Andò avanti così per mesi e mesi, e le vacche sempre chiuse in stalla diventavano tanto magre che per pulirle non ci voleva più la spazzola ma un rastrello che passasse tra costola e costola. Nessuno osava più portare le bestie alla pastura, nessuno osava più entrare nel bosco, e i funghi porcini del bosco, siccome nessuno li coglieva, diventavano grossi come ombrelli.

A rubare negli altri paesi la Maschera Micillina non ci andava, perché sapeva che gente tranquilla e senza voglia di litigare come a Pocapaglia non c’era in nessun posto, e ogni sera quei poveri contadini accendevano un falò nella piazza del paese, le donne e i bambini si chiudevano nelle case, e gli uomini restavano intorno al grande fuoco a grattarsi la testa e a lamentarsi. Gratta e lamenta oggi, gratta e lamenta domani, i contadini decisero che bisognava andare dal Conte a chiedere aiuto.

Il Conte abitava in cima al paese, in una grande cascina rotonda, con intorno un muraglione seminato di cocci di vetro. E una domenica mattina, tutti insieme, arrivarono col cappello in mano, bussarono, gli fu aperto, entrarono nel cortile davanti alla casa rotonda del Conte, tutta ringhiera e finestre sprangate. Intorno al cortile c’erano seduti i soldati del Conte, che si lisciavano i baffi con l’olio per farli luccicare e guardavano brutto i contadini. E in fondo al cortile, su una sedia di velluto, c’era il Conte, con la barba nera lunga lunga, che quattro soldati con quattro pettini stavano pettinando dall’alto in basso.

Il più vecchio dei contadini si fece coraggio e disse: – Signor Conte, abbiamo osato di venire fino a lei, per dirle qual è la nostra sventura che tutte le bestie andando nel bosco c’è la Maschera Micillina che se le piglia, – e così, tra sospiri e lamenti, con gli altri contadini che facevano sempre segno di sì, gli raccontò tutta la loro vita di paura.

Il Conte restò zitto.

  • E noi siamo qui venuti, – disse il vecchio, – per osare di chiedere un consiglio a Sua Signoria.

Il Conte restò zitto.

  • E siamo qui venuti, – aggiunse, – per osare di chiedere a Sua Signoria la grazia di venirci in aiuto, perché se ci concede una scorta di soldati potremmo portare di nuovo in pastura le nostre bestie.

Il Conte scosse il capo. – Se concedo i soldati, – disse, – devo concedere anche il capitano…

I contadini stavano a sentire con un filo di speranza.

  • Ma se mi manca il capitano, – fece il Conte, – allora, alla sera, con chi potrò giocare a tombola?

I contadini si misero in ginocchio: – Ci aiuti, signor Conte, per pietà! – I soldati intorno sbadigliavano e si ungevano i baffi. Continua domani.

La favola del giorno

Il Naso d’Argento – 2

L’indomani, vestito come al solito da gran signore, si ripresentò a casa della lavandaia. – Il lavoro a casa mia è tanto, due ragazze non bastano: mi dareste anche la terza? – e così se ne tornò con la terza sorella, che si chiamava Lucia ed era la più furba di tutte. Anche a lei mostrò la casa e fece le solite raccomandazioni; e anche a lei, mentre era addormentata mise un fiore nei capelli: un fior di gelsomino. Alla mattina, quando Lucia si alzò, andò subito a pettinarsi, e guardandosi nello specchio, vide il gelsomino. “Guarda un po’, – si disse, – Naso d’Argento m’ha messo un gelsomino. Che gentile pensiero! Mah! Lo metterò in fresco”, e lo mise in un bicchiere. Quando fu pettinata, visto che era sola in casa, pensò: “Adesso andiamo un po’ a vedere quella porta misteriosa”.

Appena aperto, ecco le vien contro una vampa di fuoco, e vede tanta gente che bruciava, e, in mezzo a tutti, sua sorella ma maggiore, e poi sua sorella la seconda. – Lucia! Lucia! – gridarono, – toglici di qui! salvaci!

Lucia per prima cosa richiuse la porta per bene; poi pensò come poteva salvare le sorelle.

Quando tornò il Diavolo, Lucia si era rimessa tra i capelli il suo gelsomino, e faceva finta di niente. Naso d’Argento guardò il gelsomino. – Oh, è fresco, – disse.

  • Certo, perché non avrebbe dovuto esser fresco? Che si tengono in testa i fiori secchi?
  • Niente, dicevo così per dire, – fece Naso d’Argento. – Tu mi sembri una brava ragazza, se continuerai così andremo sempre d’accordo. Sei contenta?
  • Sì, qui sto bene, ma starei ancor meglio se non ci avessi un pensiero.
  • Che pensiero?
  • Quando sono partita da casa mia madre non stava tanto bene. E ora sono senza sue notizie.
  • Se non è che questo, – disse il Diavolo, – ci faccio un passo io e così ti porto notizie.
  • Grazie, siete proprio buono. Se potete passarci domani, io intanto preparo un sacco con un po’ di roba sporca, così se mia madre sta bene gliela date da lavare. Non vi pesa?
  • Figurati, – disse il Diavolo. – Io posso portare qualsiasi peso.

Appena il Diavolo fu uscito, Lucia aprì la porta dell’Inferno, tirò fuori sua sorella maggiore e la chiuse in un sacco. – Stattene lì tranquilla, Carlotta, – le disse. – Adesso il Diavolo in persona, ti riporterà a casa. Ma, se senti che fa tanto di posare il sacco, bisogna che tu dica: “Ti vedo! Ti vedo!”

Quando venne Naso d’Argento, Lucia gli disse: qui c’è il mio sacco della roba da lavare. Ma ce lo portate davvero fin da mia madre?

  • Non ti fidi di me? – fece il Diavolo.
  • Sì che mi fido, tanto più che io ho questa virtù: che posso vedere da lontano, e, se fate tanto di posare il sacco da qualche parte, io lo vedo.

Il Diavolo disse: – Ah sì, guarda! – ma lui a questa storia della virtù di vedere da lontano ci credeva poco. Si mise il sacco in spalla. – Quanto pesa, questa roba sporca! – fece.

  • Sfido! – disse la ragazza. – Quanti anni erano che non davate niente a lavare?

Naso d’Argento si mise in cammino. Ma, arrivato a mezza strada, si disse: “Sarà! Però io voglio vedere se questa ragazza, con la scusa di mandare la roba a lavare, non mi vuota la casa”, e fece per posare il sacco e aprirlo.

  • Ti vedo! Ti vedo! – gridò subito la sorella da dentro il sacco.

“Perbacco, è vero! Vede da distante!”, si disse Naso d’Argento, e rimessosi il sacco in spalla, andò difilato a casa della madre di Lucia. – Vostra figlia vi manda questa roba da lavare e vuol sapere come state…

Appena rimasta sola, la lavandaia aprì il sacco, e figuratevi il suo piacere a ritrovare la figlia maggiore.

Dopo una settimana, la Lucia tornò a far la malinconica con Naso d’Argento, e a dirgli che voleva notizie della madre.

E lo mandò a casa sua con un altro sacco di roba sporca. Così Naso d’Argento si portò via la seconda sorella, e non riuscì a guardare dentro il sacco perché sentì gridare: – Ti vedo! Ti vedo!

La lavandaia, che ormai sapeva che Naso d’Argento era il Diavolo, era piena di paura vedendolo tornare perché pensava che le avrebbe chiesto la roba lavata dell’altra volta, ma Naso d’Argento posò il nuovo sacco e disse: – La roba lavata la verrò a prendere un altro giorno. Con questo sacco pesante mi son rotto le ossa e voglio tornare a casa scarico.  

Quando se ne fu andato, la lavandaia tutta ansiosa aprì il sacco e abbracciò la sua seconda figlia. Ma cominciò a essere più in pena che mai per Lucia che ora era sola in mano al Diavolo.

Cosa fece Lucia? Di lì a poco, riattaccò con quella storia delle notizie della madre. Il Diavolo, s’era ormai seccato di portar sacchi di roba sporca, ma questa ragazza era così obbediente che lui se la teneva cara. La sera prima, Lucia disse che aveva tanto mal di testa e andava a letto prima. – Vi lascio il sacco preparato, così domattina, anche se non mi sento bene e non mi trovate alzata potete prenderlo da voi.

Ora, bisogna sapere che Lucia s’era cucita una bambola di stracci grande quanto lei. La mise a letto, sepolta sotto le coperte, si tagliò le trecce e le cucì in testa alla bambola, così che sembrava lei addormentata. E lei si chiuse nel sacco.

La mattina, il Diavolo vide la ragazza in letto sprofondata sotto le coperte, e si mise in via col sacco in spalla: “Stamattina è malata, – si disse. – Non ci farà attenzione. E’ la volta buona per vedere se è davvero solo roba sporca “. Posò lesto il sacco e fece per aprirlo. – Ti vedo! Ti vedo! – gridò Lucia.

“Perbacco! Proprio la sua voce come fosse qui! E’ una ragazza che è meglio non scherzarci tanto”. Si rimise il sacco in spalla e lo portò alla lavandaia. – Passerò a prendere tutto poi, – disse in fretta, – ora devo tornare a casa perché Lucia è ammalata.

Così la famiglia fu di nuovo riunita, e siccome Lucia s’era portata dietro anche tanti quattrini del Diavolo, potevano vivere felici e contente. Piantarono una croce davanti all’uscio, così il Diavolo non osò più avvicinarsi.

Fiaba delle Langhe.

La favola del giorno

Il naso d’argento

C’era una lavandaia che era rimasta vedova con tre figliole. S’ingegnavano tutte e quattro a lavar roba più che potevano, ma pativano la fame lo stesso. Un giorno la figlia maggiore disse alla madre:

  • Dovessi anche andare a servire il Diavolo, voglio andarmene via di casa.
  • Non dire così, figlia mia, – fece la madre. – Non sai cosa ti può succedere.

Non passarono molti giorni e a casa loro si presentò un signore vestito di nero, tutto compito, e col naso d’argento.

  • So che avete tre figlie, – disse alla madre. – Lascereste che ne venisse una al mio servizio?

La madre l’avrebbe lasciata andare subito, ma c’era quel naso d’argento che non le piaceva. Chiamò in disparte la figlia maggiore e le disse: – Guarda che in questo mondo uomini col naso d’argento non ce ne sono: sta’ attenta, se vai con lui te ne potresti pentire.

La figlia, che non vedeva l’ora d’andarsene di casa, partì lo stesso con quell’uomo. Fecero molta strada, per boschi e per montagne, e a un certo punto, lontano, si vide un gran chiarore come d’un incendio. – Cosa c’è laggiù? – chiese la ragazza, cominciando a sentire un po’ di apprensione.

  • Casa mia. Là andiamo, – disse Naso d’Argento.

La ragazza proseguì e non sapeva ormai trattenere un tremito. Arrivarono a un gran palazzo, e Naso d’Argento la portò a vedere tutte le stanze, una più bella dell’altra, e d’ognuna le dava la chiave. Giunti alla porta dell’ultima stanza, Naso d’Argento le diede la chiave ma le disse: – Questa porta non la devi aprire per nessuna ragione, se no guai! Di tutto il resto, sei padrona; ma di questa stanza no!

La ragazza pensò: “Qui c’è qualcosa sotto!” e si ripromise d’aprire quella porta appena Naso d’Argento l’avesse lasciata sola. La sera dormiva nella sua cameretta, quando Naso d’Argento entrò furtivamente, s’avvicinò al suo letto e le pose tra i capelli una rosa. E silenzioso come era venuto se ne andò.

L’indomani mattina, Naso d’Argento uscì per i suoi affari, e la ragazza, rimasta sola in casa con tutte le chiavi, corse subito ad aprire la porta proibita. Appena schiuse la porta, uscirono fuori fiamme e fumo: e in mezzo al fuoco e al fumo c’era pieno di anime dannate che bruciavano. Capì allora che Naso d’Argento era il Diavolo e quella stanza era l’Inferno. Diede un grido, chiuse subito la porta, scappò quanto più lontano poteva da quella stanza infernale, ma una lingua di fuoco le aveva bruciacchiato la rosa che portava tra i capelli.

Naso d’Argento tornò a casa e vide la rosa strinata. – Ah, così m’hai obbedito! – disse. La prese di peso, aperse la porta dell’Inferno, e la scagliò tra le fiamme.

Il giorno dopo ritornò da quella donna. – Vostra figlia si trova tanto bene da me, ma il lavoro è molto e ha bisogno d’aiuto. Ci mandereste anche la seconda vostra figlia? – E così Naso d’Argento tornò con l’altra sorella. Anche a lei mostrò la casa, diede tutte le chiavi e anche a lei disse che tutte le stanze poteva aprire, tranne quell’ultima. – Figuratevi, disse la ragazza, – perché dovrei aprirla? Che me ne importa dei fatti vostri? – La sera, quando la ragazza andò a letto, Naso d’Argento si avvicinò al suo letto piano piano e le mise tra i capelli un garofano.

La mattina dopo, appena Naso d’Argento fu uscito, la prima cosa che fece la ragazza fu d’andare ad aprire la porta proibita. Fumo, fiamme, urla di dannati, e in mezzo al fuoco riconobbe sua sorella. – Sorella mia, – le gridò, – liberami tu da quest’Inferno! – Ma la ragazza si sentiva svenire; chiese la porta in fretta e scappò, ma non sapeva dove nascondersi perché ormai era sicura che Naso d’Argento era il Diavolo e lei era in mano sua senza scampo. Tornò Naso d’Argento e per prima cosa la guardò in testa: vide in garofano appassito, e senza dirle una parola la prese di peso e la buttò anche lei all’Inferno. Continua domani.

La favola del giorno

Il pastore che non cresceva mai

C’era una volta un pastore piccino e dispettoso. Andando a pascolare, vide passare una pollaiola  con una corba d’uova sulla testa; tirò una pietra nella corba e ruppe tutte le uova in un colpo. La povera donna, piena di rabbia, gli gridò: – Che tu non possa più crescere, finché non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!

Da quel momento, il pastorello cominciò a diventare smilzo e gramo, e più sua madre lo curava e lo teneva bene, più lui diventava gramo. Gli disse sua madre: – Cosa t’è successo? Ti sei fatto bestemmiare da qualcuno? – E lui le raccontò del dispetto alla pollaiola, e che lei gli aveva detto: “Che tu non possa più crescere se non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!”

  • Allora, – gli disse sua madre, – non c’è altro da fare: devi partire e andare a cercare questa bella Bargaglina.

Il pastore si mise in cammino. Arrivò a un ponte e su questo ponte c’era una donnina che faceva l’altalena in un guscio di noce.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne sai qualcosa?
  • No: ma tieni questo sasso che ti verrà buono.

Il pastore passò da un altro ponte e c’era un’altra donnina che faceva il bagno in un guscio d’uovo.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne hai notizie?
  • No: ma tieni questo pettine d’avorio che ti verrà buono.

Il pastore se lo mise in tasca, e passò in un torrente dove c’era un uomo che insaccava nebbia, e anche a lui domandò della bella Bargaglina. L’uomo gli disse che non ne sapeva niente, ma gli diede una tascata di nebbia che gli sarebbe venuta buona.

Poi passò da un mulino, e il mugnaio era una volpe che parlava. Questa volpe disse: – Sì, lo so chi è la bella Bargaglina, ma è difficile che tu la trovi. Va’ avanti finché non trovi una casa con la porta aperta, entra, vedrai una gabbia di cristallo con tanti campanellini e dentro alla gabbia ci sono le mele che cantano. Tu devi prendere la gabbia, ma guarda che c’è una vecchia che se ha gli occhi aperti dorme e se ha gli occhi chiusi è sveglia.

Il pastore andò; trovò la vecchia con gli occhi chiusi e capì che era sveglia. – Bel giovane, – disse la vecchia, – guardami un po’ in testa se ho dei pidocchi.

Il pastore ci guardò e intanto che la spidocchiava la vecchia aperse gli occhi ed egli capì che si era addormentata. Allora, lesto, prese la gabbia di cristallo e scappò via. Ma i campanellini della gabbia suonarono, la vecchia si svegliò e gli mandò dietro cento cavalli. Il pastore sentendo che i cavalli stavano per raggiungerlo, lasciò cadere il sasso che aveva in tasca. Il sasso si trasformò in una montagna tutta rocce e burroni e i cavalli ci si ruppero le gambe.

I cavalieri rimasti senza cavalli tornarono dalla vecchia, e lei mandò duecento cavalli. Quando il pastore si vide di nuovo quasi raggiunto, buttò via il pettine d’avorio: e il pettine diventò una montagna tutta liscia, e i cavalli ci scivolarono con gli zoccoli e si ammazzarono tutti.

La vecchia allora gliene mandò dietro trecento, ma il pastore tirò fuori la tascata di nebbia e dietro di lui venne tutto scuro e i cavalli si perdettero. Intanto il pastore aveva sete, e non avendo da bere pigliò una delle tre mele dalla gabbia e la tagliò. Sentì una vocina che disse: – Tagliami pianino, se no mi fai male -. Il pastore tagliò pianino, mangiò mezza mela e mezza se la mise in tasca. Così arrivò a un pozzo vicino a casa sua; mise la mano in tasca per mangiare l’altra mezza mela e ci trovò una donna piccina piccina.

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse, – e mangio focacce. Vammi a prendere una focaccia perché muoio di fame.

Il pozzo era uno di quei pozzi chiusi, che hanno in mezzo un finestrino, e il pastore mise la donna sul finestrino e le disse di aspettarlo, che le avrebbe portato la focaccia.

Al pozzo veniva a prender acqua una serva che la chiamavano Brutta-schiava. Venne Brutta-schiava, vide la bella donnina sul finestrino del pozzo e disse: – Tu che sei così piccola sei così bella e io che sono grande sono brutta, – e le prese tanta rabbia che la buttò giù nel pozzo.

Quando il pastore tornò, non trovò più la bella Bargaglina e restò disperato.

La madre del pastore prendeva anche lei l’acqua in quel pozzo, e un giorno nel secchio ci trovò un pesce. Portò a casa il pesce e lo fece fritto. Lo mangiarono e le resche le buttarono dalla finestra. Dove caddero le resche ci crebbe un albero e divenne tanto grosso che faceva buio alla casa. Allora il pastore tagliò l’albero e ne fece tanta legna da bruciare e la portò in casa. Intanto sua madre era morta e lui viveva solo, sempre più piccolo e gramo perché non poteva più crescere. Tutti i giorni andava a pascolare e tornava a casa la sera. Ora, quale non fu la sua meraviglia a trovare i piatti e le casseruole che aveva lasciato sporchi al mattino, tutti puliti: e non capiva chi era che li lavasse. Allora si nascose dietro alla porta per vedere chi era: e vide una bella giovane piccola piccola che usciva dal mucchio di legna e gli lavava i piatti, le casseruole, i cucchiai, spazzava in terra, rifaceva i letti; poi apriva la madia, prendeva una focaccia se le la mangiava.

Saltò fuori il pastore e disse: – Chi sei? Come hai fatto a entrare?

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse la ragazza. – Quella che ti sei trovato in tasca al posto della mezza mela; la Brutta-schiava m’ha buttato nel pozzo, e son diventata pesce, poi son diventata resche di pesce buttate dalla finestra, da resche di pesce mi sono trasformata in seme d’albero e poi in albero che cresceva cresceva, e poi in ciocchi da bruciare spaccati da te, e ogni giorno quando non ci sei mi ritrasformo in bella Bargaglina.

Ritrovata la bella Bargaglina il pastorello cominciò a crescere, a crescere, e la bella Bargglina cresceva insieme a lui. Finché lui diventò un bel giovane e sposò la bella Bargaglina. Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso e mi picchiò sul naso, e m’è rimasto lì.

Entroterra genovese

La favola del giorno

Il danaro fa tutto

C’era una volta un Principe ricco come il mare. Gli venne voglia di farsi un palazzo, proprio in faccia a quello del Re, ma più bello ancora di quello del Re. Finito il palazzo ci fece scrivere sulla facciata questa scritta: il danaro fa tutto.

Il Re esce, vede quella scritta e legge. Fece subito chiamare il Principe, che, essendo nuovo della città, non era ancora stato a Corte.

  • Bravo, – gli disse, – ti sei fatto un palazzo che è una meraviglia. Al confronto, casa mia pare una capanna! Bravo. E di’, sei tu che hai fatto scrivere che il danaro può tutto?

Il Principe cominciò a capire che forse era stato troppo ambizioso.

  • Signorsì, – rispose, – ma se a Vostra Maestà non piace, ci vuol poco a farla scrostare…
  • No, non pretendo tanto; volevo solo sentire da te cosa volevi dire con quell’iscrizione. Crederesti di potere, coi tuoi danari, farmi ammazzare?

Il Principe capì che le cose si mettevano male per lui.

  • Oh, Maestà, mi perdoni… Faccio subito cancellare quella scritta! E se non le piace il palazzo, me lo dica e lo riduco tutto a calcinaccio.
  • E io ti dico di no… lasciala stare. Però, visto che dici che coi danari si può tutto, dimostramelo. Ti do tre giorni di tempo per riuscire a parlare con mia figlia. Se riesci a parlarle, bene, te la sposi… Se non ci riesci, ti faccio tagliare la testa. Siamo d’accordo?

Il Principe restò in un’ambascia; non mangiava più, non beveva, non dormiva; pensava solo, notte e giorno, al modo di portar salva la pelle. Il secondo giorno, certo ormai di non venirne a capo, si decise a far testamento. Non c’era più speranza: la figlia del Re l’avevano chiusa in un castello, con cento guardie intorno. Il Principe, pallido e mogio come uno straccio, s’era rassegnato a morire. Venne a trovarlo la sua balia, una vecchia bacucca che lo aveva allattato quand’era bambino, e che lui teneva ancora a suo servizio. A vederlo così affilato, la vecchia gli domandò cosa avesse. Tira e molla, lui le raccontò la sua storia.

  • Ebbene? – disse la balia. – Ti vuoi dare per perso? Manco per ridere! Ci penso io!

Corse zoppicon zoppiconi dal più grande orefice della città e gli comandò un’oca tutta d’argento che aprisse e chiudesse il becco, ma grande quanto un uomo, e vuota dentro. – Per domani deve essere pronta.

  • Per domani? Siete matta! – esclamò l’orefice.
  • Ho detto per domani! – e la vecchia tirò fuori un sacco di monete d’oro. – Pensateci: questa è la caparra; e domani a consegna vi do il resto.

L’orefice era rimasto a bocca aperta. – Allora è un’altra faccenda. – disse. – Si può provare.

E l’indomani, l’oca era pronta: una meraviglia.

La vecchia disse al Principe: – Prendi il tuo violino, e entra nell’oca. E appena siamo in strada, mettiti a suonare.

Presero a andare per la città: la vecchia si tirava dietro l’oca d’argento con un nastro; il Principe dentro suonava il violino. La gente faceva ala a bocca aperta. Tutti correvano a vederla. Corse la voce fino al castello in cui era rinchiusa la figlia del Re, e lei domandò a suo padre il permesso di vedere lo spettacolo. Il Re disse: – Domani è scaduto il termine per quel fanfarone del Principe, e tu potrai uscire a vedere l’oca.

Ma la figlia aveva sentito dire che la vecchia con l’oca l’indomani avrebbe lasciato la città, e il Re allora diede il permesso che l’oca fosse portata nel castello perché la figlia potesse vederla. Era quel che aspettava la vecchia. Quando la Principessa fu sola con l’oca d’argento, mentre stava a sentire incantata quella musica che usciva dal suo becco, vide tutt’a un tratto l’oca aprirsi, e saltarne fuori un uomo.

  • Non abbiate paura, – disse l’uomo. – Sono il Principe che deve potervi parlare per non essere decapitato da vostro padre domattina. Voi potrete dire d’avermi parlato e salvarmi.

L’indomani il Re fece chiamare il Principe: – Allora, t’è servito il tuo danaro per parlare a mia figlia?

  • Sì, Maestà, – rispose il Principe.
  • Come? Vuoi dire che le hai parlato?
  • Domandateglielo.

E la figlia, chiamata, disse come il Principe era nell’oca d’argento che il Re stesso le aveva fatto portare nel castello.

Il Re allora si tolse dal capo la corona e la mise in testa al Principe: – Vuol dire che non hai solo i danari ma anche il cervello fino! Sta’ contento che ti do mia figlia in sposa.

(Genova).

La favola del giorno

Il fedele Giovanni

C’era una volta un vecchio re, che era malato e pensava: “Questo sarà il mio letto di morte”. Allora disse: – Chiamate il mio fedele Giovanni -. Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto, ed era chiamato così, perché gli era stato fedelissimo per tutta la vita. Quando venne al suo capezzale, il re gli disse: – Mio fedelissimo Giovanni, sento che si avvicina la fine e non ho alcun timore, tranne che per mio figlio: è ancora un ragazzo inesperto, e se non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere e di essere il suo padre adottivo, io non posso chiudere gli occhi in pace -. Il fedele Giovanni rispose: – Non lo abbandonerò e lo servirò fedelmente, dovesse costarmi la vita -. Disse il vecchio re: – Muoio contento e in pace -. E aggiunse: – Dopo la mia morte devi fargli vedere tutto il castello, tutte le stanze, le sale e i sotterranei, e tutti i tesori che racchiudono; ma l’ultima camera del corridoio lungo, dov’è nascosto il ritratto della principessa dal Tetto d’oro, quella non fargliela vedere. Se vede quel ritratto, arderà d’amore per lei, cadrà svenuto e per causa sua correrà gran pericoli, da cui tu devi preservarlo -. Quando il fedele Giovanni ebbe dato ancora una volta la mano al vecchio re, questi tacque, posò la testa sul cuscino e morì.

Quando egli fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane re quel che aveva promesso al padre moribondo, e disse: – Lo manterrò sicuramente e ti sarò fedele, come lo sono stato a lui, dovesse costarmi la vita -. Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: – E’ tempo che tu veda i tuoi beni; ti voglio mostrare il castello paterno -. Lo condusse in giro dappertutto, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; lasciò chiusa soltanto quella in cui era il ritratto pericoloso. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedeva subito, ed era così bello da parer vivo, e niente c’era di più bello e di più soave in tutto il mondo. Ma il giovane re si accorse che davanti a una porta il fedele Giovanni non si fermava e gli disse: – E questa, perché non l’apri mai? – C’è dentro qualcosa che ti farebbe paura, – egli rispose. Ma il re disse: – Ho visto tutto il castello, voglio anche sapere che cosa c’è qua dentro -. Andò alla porta e voleva forzarla. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: – Prima ch’egli morisse, promisi a tuo padre che tu non vedrai quel che c’è in quella stanza; potrebbe essere una grande sventura per te e per me. – Ah no, – rispose il giovane re, –  è certo la mia rovina se non entro: non avrei pace né giorno né notte, finché non l’avessi visto coi miei occhi. Di qui non mi muovo, finché non hai aperto.

Il fedele Giovanni vide che non c’era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, scelse la chiave nel grosso mazzo. Quando ebbe aperto, entrò per primo, pensando di coprire il ritratto, perché il re non lo vedesse: ma a che pro? il re si alzò sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l’immagine della fanciulla, così bella e splendente d’oro e di gemme, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò sul letto e pensava angosciato: “La disgrazia è avvenuta: Signore Iddio, che mai ne nascerà?” Poi lo ristorò con il vino, finché riprese i sensi. – Ah, di chi è quel bel ritratto? – furono le sue prime parole. – E’ la principessa dal Tetto d’oro, – rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: – Il mio amore per lei è così grande che, se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo: per conquistarla rischierei la vita. Tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi -. Il servo fedele meditò a lungo su quel che convenisse fare; perché era difficile anche arrivare alla presenza della principessa. Pensa e ripensa, alla fine trovò un mezzo e disse al re: – Tutto quel che la circonda è d’oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile domestica. Tu possiedi cinque tonnellate d’oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne traggano ogni sorta di vasellame e di arredi, ogni sorta di uccelli, fiere e animali strani; le piacerà. Noi andremo da lei con questa roba e tenteremo la nostra fortuna -. Il re fece chiamare tutti gli orefici, che dovettero lavorare giorno e notte, finché furono pronti i più splendidi oggetti. Quando tutto fu caricato su una nave, il fedele Giovanni si travestì da mercante e il re dovette fare lo stesso, per non farsi riconoscere. Poi navigarono sul mare, e navigarono finché giunsero alla città in cui abitava la principessa dal Tetto d’oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo. – Forse, – disse, – porterò con me la principessa; perciò badate che sia tutto in ordine: esponete il vasellame d’oro e pavesate tutta la nave -. Poi radunò nel grembiule diversi oggetti d’oro, sbarcò e andò dritto alla reggia. Quando entrò nel cortile c’era alla fontana una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d’oro e attingeva acqua. Quando ella si volse portando l’acqua cristallina, vide lo sconosciuto e gli domandò chi fosse. Egli rispose: – Sono un mercante, – aprì il grembiule e lasciò che guardasse quello che c’era dentro. Ella esclamò: – Ah, che begli oggetti d’oro! – e deponendo i secchi li esaminò l’uno dopo l’altro. Poi disse: – Deve vederli la principessa: le piacciono tanto gli oggetti d’oro che vi comprerà tutto -. Lo prese per mano e lo guidò fino alle stanze superiori, perché era la cameriera. Quando la principessa vide la merce, disse, tutta contenta: – E’ così ben lavorata che voglio comprarti tutto -. Ma il fedele Giovanni disse: – Io non sono che il servo di un ricco mercante: quello che ho qui non è nulla, in confronto di quel che il mio padrone ha sulla sua nave; là c’è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro -. Ella voleva che le portassero tutto, ma egli disse: – Ci vogliono molti giorni, tanti sono gli oggetti, ci voglion tante sale per esporli che la vostra casa non spazio che basti -. Così crebbero in lei curiosità e desiderio, e infine ella disse: – Guidami alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone.

Allora il fedele Giovanni, tutto felice, l’accompagnò alla nave; e il re, quando la scorse, vide che era ancor più bella che nel ritratto, e credette gli scoppiasse il cuore. Ella salì sulla nave e il re la guidò nell’interno; ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere, e ordinò di salpare: – A vele spiegate, che voli come un uccello nell’aria -. Intanto il re le faceva vedere tutti gli oggetti d’oro, uno per uno: piatti, bicchieri, ciotole, uccelli, fiere e mostri. Passarono molte ore a guardar tutto, e nella sua gioia ella non si accorse che la nave era partita. Esaminato l’ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle tornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. – Ah! – gridò con spavento, – sono ingannata, rapita, in balia di un mercante; preferirei morire! – Ma il re la prese per mano e disse: – Non sono un mercante; sono un re, non inferiore a te per nascita. Ch’io t’abbia rapita con l’astuzia, fu per il mio troppo amore. La prima volta che vidi il tuo ritratto, caddi a terra svenuto -. All’udire queste parole, la principessa dal Tetto d’oro si confortò; e fu così incline ad amarlo, che acconsentì volentieri a diventare sua moglie.

Continua domani.

La favola del giorno

E sette!

C’era una donna con una figlia grande e grossa e tanto mangiona che quando sua madre portava a tavola il minestrone lei ne mangiava un piatto, ne mangiava un secondo, ne mangiava un terzo e continuava a chiederne. E la madre le riempiva il piatto e diceva: – E tre!… E quattro!… E cinque! – Quando la figlia le chiedeva il settimo piatto di minestrone, la madre invece di riempirle il piatto, le dava una bastonata in testa, gridando: – E sette!

Passava di lì un giovane ben vestito, e vide dalla finestra la madre che batteva la figlia gridando: – E sette!

Siccome quella bella giovane così grande e grossa gli piacque subito, entrò e chiese: – Sette di che cosa?

La madre si vergognava di avere una figlia così mangiona, e disse: – Sette fusi di canapa! Ho una figlia così matta per il lavoro che filerebbe la lana anche addosso alle pecore! Figuratevi che stamattina ha già filato sette fusi di canapa e non ne ha ancora basta! Per farla smettere devo prenderla a bastonate!

  • Se è così, datemela a me, – disse il giovanotto. – Farò la prova per vedere se è vero, e poi la sposerò.

La portò a casa sua, e la chiuse in una camera piena di canapa da filare. – Io sono capitano di mare, e parto per un viaggio, – disse. – Se quando torno avrai filato tutta questa canapa, ti sposo.

Nella stanza c’erano anche bei vestiti e bei gioielli, perché il capitano era molto ricco. – Quando sarai mia moglie, tutta questa roba sarà tua, – disse, e se ne andò.

La ragazza passava le giornate a mettersi gioielli e vestiti e a guardarsi allo specchio. E a farsi far da mangiare dalle serve di casa. E la canapa era sempre lì da filare. Ormai era l’ultimo giorno, e l’indomani sarebbe arrivato il capitano; la ragazza pensò che non sarebbe mai diventata sua sposa e si mise a piangere e a disperarsi. Era lì che piangeva e si disperava, quando per la finestra volò un pacco di stracci e cadde nella stanza. Il pacco di stracci s’alzò in piedi ed era una vecchia dalle lunghe ciglia. La vecchia disse: – Non aver paura, sono venuta per aiutarti. Io filo e tu fai la matassa.

Mai si era vista una filatrice più veloce di quella vecchia: in un quarto d’ora tutta la canapa era bell’e filata. E più filava e più le venivano lunghe le ciglia, più lunghe del naso, più lunghe del mento, s’allungarono più di un palmo e le palpebre si allungarono anch’esse.

Quando il lavoro fu finito, la ragazza disse: – Come posso fare per ricompensarvi, buona donna?

  • Non voglio ricompensa, mi basta che tu m’inviti al pranzo di nozze quando ti sposerai col capitano.
  • E come farò ad invitarti?
  • Basta che tu mi chiami: “Columbina!”, e io vengo. Ma guai se ti dimenticherai il mio nome. Sarà lo stesso che non ti avessi aiutato e tu sarai perduta.

L’indomani arrivò il capitano e trovò la canapa tutta filata. – Brava, – disse. – Credo proprio che tu sia la sposa che volevo. Eccoti i gioielli e i vestiti che ho comprato per te. Ma adesso devo partire per un altro viaggio. Facciamo una seconda prova. Eccoti un carico di canapa il doppio dell’altro e se quando sarò tornato l’avrai filata tutta, ti sposerò.

La ragazza, come prima, passò il tempo a misurarsi vestiti e gioielli, a magiare minestrone e lasagne, e arrivò all’ultimo giorno con tutta la canapa ancora da filare. Si mise a piangere, ma ecco che sentì cadere qualcosa dalla cappa del camino e vide un pacco di stracci rotolare per la stanza. Il pacco di stracci si alzò in piedi ed era una vecchia dalle labbra penzoloni. Anche questa le promise il suo aiuto, si mise a filare ed era più veloce dell’altra, e più filava e più le labbra le si allungavano. Quando in mezz’ora la canapa fu tutta filata, la vecchia non chiese altra ricompensa che d’essere invitata al banchetto di nozze. – Basta che chiami: “Columbara!”; ma non scordarti il mio nome, se no il mio aiuto sarà stato inutile e guai a te!

Tornò il capitano e chiese fin dalla strada: – L’hai filata tutta?

E la ragazza: – Eh! da quell’ora!

  • Tieni questi vestiti e questi gioielli. Stavolta, se quando io torno dal mio terzo viaggio avrai filato questo terzo carico di canapa più grosso degli altri due, ti prometto che celebreremo subito le nozze.

Stavolta, quando, come al solito, la ragazza s’era ridotta all’ultimo giorno senza aver filato neanche un fuso, cadde un pacco di stracci giù dalla grondaia, e ne venne fuori una vecchia coi denti in fuori. Si mise a filare, presto, sempre più presto, e più filava e più i denti le crescevano.

  • Per invitarmi al tuo banchetto di nozze, – disse la vecchia, – devi chiamare: “Columbun!”; ma se ti dimenticassi il mio nome, sarebbe meglio per te non avermi mai vista.

Il capitano quando arrivò e vide la canapa filata, fu tutto soddisfatto: – Bene, – disse, – allora sarai mia moglie, – e cominciò a dar ordini per la cerimonia e ad invitare tutti i signori del paese.

La sposa tutta presa nei preparativi, non aveva più pensato alle tre vecchie. Al mattino delle nozze, si ricordò che doveva invitarle, ma quando fece per pronunciare i loro nomi, si accorse che le erano del tutto sfuggiti di mente. Si mise a pensare, a lambiccarsi il cervello: macché, non c’era verso che se ne ricordasse neanche uno.

Da allegra che era, cadde in una tristezza senza fondo. Il capitano se ne accorse, e le domandò cosa aveva; e lei zitta. Non riuscendo a spiegare quella melanconia, lo sposo pensò: “Forse non è la giornata adatta”, e rimandò le nozze l’indomani. L’indomani era ancora peggio, e il giorno dopo non ne parliamo; più passavano i giorni più la sposa era triste e silenziosa, con la fronte corrugata come se volesse concentrarsi in un pensiero. Lui cercava di farla ridere, le faceva scherzi, le raccontava storielle, ma non c’era nulla da fare.

Lo sposo, visto che non poteva consolare lei, cercò di consolarsi lui, e un mattino andò a caccia. Lo prese un temporale in mezzo al bosco e si rifugiò in un casolare. Era lì nel buio, quando sentì delle voci.

  • O Columbina!
  • O Columbara!
  • O Columbun!
  • Mettete la marmitta per fare la polenta! Questa maledetta sposa non ci invita più al suo banchetto!

Il capitano si voltò e vide tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano per terra, un’altra con le labbra che le pendevano fino ai piedi, e una terza con i denti che le grattavano le ginocchia.

“Guarda, – pensò, – ora so cosa raccontarle per farla ridere. Se non ride di quel che ho visto ora, non riderà mai!”

Tornò a casa e disse alla sposa: – Stammi a sentire: oggi ero nel bosco e sono entrato in un casolare per ripararmi dalla pioggia. Entro e cosa vedo? Tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano terra, una con le labbra che lappavano i piedi e la terza con i denti che le grattavano le ginocchia. E si chiamavano: “O Columbina!”, “O Columbara!”, “O Columbun!”

La sposa si rischiarò subito in viso, scoppiò in una risata che non finiva più e disse: – Ordina subito il pranzo di nozze; ma ti chiedo una grazia. Visto che quelle tre vecchie mi fanno tanto ridere, lascia che le inviti al pranzo.

Così fu fatto. Per le tre vecchie fu preparato un tavolo rotondo da parte, ma così piccole che tra le ciglia dell’una, le labbra dell’altra e i denti della terza non si capiva più niente.

Finito il pranzo, lo sposo domandò a Columbina: – Ma ditemi come mai avete le ciglia così lunghe, buona donna?

  • E’ per aver aguzzato gli occhi a fare il filo fino!  – disse Columbina.
  • E voi, come mai avete le labbra così grosse?
  • E’ a forza di passarci il dito per inumidire il filo! – disse Columbara.
  • E voi, come mai avete i denti così lunghi?
  • E’ a furia di mordere il nodo del filo! – disse Columbun.
  • Ho capito, – disse lo sposo, e fece alla moglie: – Va’ a prendere il fuso, – e quando glielo portò, lo buttò nel fuoco del camino. – Tu non filerai più per tutta la tua vita!

Così la sposa grande e grossa visse felice e contenta da quel giorno in poi.

Riviera ligure di ponente

La favola del giorno

L’uomo che usciva solo di notte

Ai tempi di Babì Babò viveva un povero pescatore con tre figlie da marito. C’era un giovane che ne voleva in moglie una, ma era uno che usciva solo di notte, e la gente non se ne fidava. Così la maggiore non lo volle per marito e la seconda nemmeno; invece la terza accettò. Le nozze si fecero di notte, e appena furono soli, lo sposo le disse: – devo dirti un segreto: sono stato stregato, e la mia condanna è di essere tartaruga durante il giorno, e tornare uomo solo di notte; da questa condanna posso liberarmi solo in un modo; devo lasciare mia moglie subito dopo le nozze e fare il giro del  mondo, di notte come uomo e di giorno come tartaruga; se tornato dal giro del mondo troverò mia moglie che m’è rimasta fedele e ha sopportato ogni disavventura per amor mio, ridiventerò uomo per sempre.

  • Sono pronta disse la sposa.

Lo sposo le infilò al dito un anello con un diamante: – In tutte le occasioni, questo anello ti servirà, se saprai usarlo per il bene.

Era venuto giorno, e lo sposo si trasformò in tartaruga; e con il suo lento passo partì per il giro del mondo.

La sposa andò a girare per la città per trovare un lavoro. Incontrò un bambino che piangeva e disse alla madre: – Datemelo in braccio a me, che lo farò tacere.

  • Brava, sareste, a farlo tacere, – disse la madre. – E’ tutto il giorno che piange.
  • Per la virtù del diamante, – disse la sposa, – che il bambino rida, balli e salti! – E il bambino si mise a ridere, ballare e saltare.

Poi entrò in una bottega di panettiere e disse alla padrona:

  • Prendetemi a lavorare con voi, e non ve ne pentirete -. La presero a lavorare, e lei si mise a fare il pane e disse: – Per la virtù del diamante, che tutti vengano a comprare il pane in questa bottega, finché ci lavorerò io! – Cominciò un andirivieni nella bottega che non finiva più. Vennero anche tre giovanotti, che vista la bella sposa, s’innamorarono di lei. – Se mi lasci passare una notte nella tua stanza, – le disse uno dei tre, – ti do mille franchi.
  • E io, – disse l’altro, – te ne do duemila.
  • E io tre, – disse il terzo.

Lei si fece dare i tremila franchi dal terzo e la sera lo fece entrare di nascosto in bottega.

  • Aspetta un momento, – gli disse, – che metto il lievito nella farina, anzi fammi questo piacere: mettiti tu un momento a impastare.

L’uomo si mise a impastare, e impasta, impasta, impasta, per la virtù del diamante non poté toglier le braccia dalla pasta e continuò a impastare fino a giorno.

  • Be’, finalmente hai finito! – gli disse lei. – ce ne hai messo di tempo!

E lo cacciò via.

Poi disse disse a quello dei duemila franchi, lo fece entrare appena buio, e gli disse di soffiare un momento sul fuoco, se no si spegneva. Lui soffia sul fuoco, soffia sul fuoco, per la virtù del diamante continuò a soffiar sul fuoco, gonfio in faccia come un otre, fino alla mattina dopo.

  • Che modo di fare! – gli disse lei alla mattina, – vieni a trovare me e passi la notte a soffiar nel fuoco! – E lo cacciò via.

La sera dopo, fece entrare quello dei mille franchi. – Io devo mettere il lievito, – gli disse; – intanto tu va’ a chiudere la porta.

L’uomo chiude la porta, e per virtù del diamante la porta si riapre. Richiudi e riapri, passò la notte e venne il mattino.

  • L’hai chiusa, questa porta, finalmente? Be’, adesso riaprila e vattene.

I tre uomini, carichi di rabbia, andarono a denunciarla. A quel tempo oltre gli sbirri c’erano anche le donne-sbirro che servivano per quando c’era da arrestare una donna. Così quattro donne-sbirro andarono per arrestare la sposa.

  • Per virtù del diamante, – disse la sposa, – che queste donne si piglino a schiaffi fino a domattina.

E le quattro donne-sbirro presero a tirarsi manrovesci l’un l’altra da gonfiarsi la faccia di due dita ogni volta.

Vedendo che non tornavano le quattro donne-sbirro con l’arrestata, furono mandati quattro sbirri a cercarle. La sposa li vide arrivare e dice: – Per la virtù del diamante, che questi uomini si mettano a saltare alla cavallina, – e sull’istante, uno degli sbirri si abbassò con la schiena, un altro gli puntò le mani sulla schiena e saltò, e gli altri due dietro, e così presero a saltare alla cavallina uno dopo l’altro.

In quel momento, col suo passo trotterellante, ecco che arriva una tartaruga. Era il marito che tornava dal giro del mondo, e ritrovando la moglie, tac!, ridiventò un bel giovane e tale rimase accanto a lei fino a tarda età.

Riviera ligure di ponente.