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La favola del giorno

Il fedele Giovanni

C’era una volta un vecchio re, che era malato e pensava: “Questo sarà il mio letto di morte”. Allora disse: – Chiamate il mio fedele Giovanni -. Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto, ed era chiamato così, perché gli era stato fedelissimo per tutta la vita. Quando venne al suo capezzale, il re gli disse: – Mio fedelissimo Giovanni, sento che si avvicina la fine e non ho alcun timore, tranne che per mio figlio: è ancora un ragazzo inesperto, e se non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere e di essere il suo padre adottivo, io non posso chiudere gli occhi in pace -. Il fedele Giovanni rispose: – Non lo abbandonerò e lo servirò fedelmente, dovesse costarmi la vita -. Disse il vecchio re: – Muoio contento e in pace -. E aggiunse: – Dopo la mia morte devi fargli vedere tutto il castello, tutte le stanze, le sale e i sotterranei, e tutti i tesori che racchiudono; ma l’ultima camera del corridoio lungo, dov’è nascosto il ritratto della principessa dal Tetto d’oro, quella non fargliela vedere. Se vede quel ritratto, arderà d’amore per lei, cadrà svenuto e per causa sua correrà gran pericoli, da cui tu devi preservarlo -. Quando il fedele Giovanni ebbe dato ancora una volta la mano al vecchio re, questi tacque, posò la testa sul cuscino e morì.

Quando egli fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane re quel che aveva promesso al padre moribondo, e disse: – Lo manterrò sicuramente e ti sarò fedele, come lo sono stato a lui, dovesse costarmi la vita -. Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: – E’ tempo che tu veda i tuoi beni; ti voglio mostrare il castello paterno -. Lo condusse in giro dappertutto, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; lasciò chiusa soltanto quella in cui era il ritratto pericoloso. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedeva subito, ed era così bello da parer vivo, e niente c’era di più bello e di più soave in tutto il mondo. Ma il giovane re si accorse che davanti a una porta il fedele Giovanni non si fermava e gli disse: – E questa, perché non l’apri mai? – C’è dentro qualcosa che ti farebbe paura, – egli rispose. Ma il re disse: – Ho visto tutto il castello, voglio anche sapere che cosa c’è qua dentro -. Andò alla porta e voleva forzarla. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: – Prima ch’egli morisse, promisi a tuo padre che tu non vedrai quel che c’è in quella stanza; potrebbe essere una grande sventura per te e per me. – Ah no, – rispose il giovane re, –  è certo la mia rovina se non entro: non avrei pace né giorno né notte, finché non l’avessi visto coi miei occhi. Di qui non mi muovo, finché non hai aperto.

Il fedele Giovanni vide che non c’era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, scelse la chiave nel grosso mazzo. Quando ebbe aperto, entrò per primo, pensando di coprire il ritratto, perché il re non lo vedesse: ma a che pro? il re si alzò sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l’immagine della fanciulla, così bella e splendente d’oro e di gemme, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò sul letto e pensava angosciato: “La disgrazia è avvenuta: Signore Iddio, che mai ne nascerà?” Poi lo ristorò con il vino, finché riprese i sensi. – Ah, di chi è quel bel ritratto? – furono le sue prime parole. – E’ la principessa dal Tetto d’oro, – rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: – Il mio amore per lei è così grande che, se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo: per conquistarla rischierei la vita. Tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi -. Il servo fedele meditò a lungo su quel che convenisse fare; perché era difficile anche arrivare alla presenza della principessa. Pensa e ripensa, alla fine trovò un mezzo e disse al re: – Tutto quel che la circonda è d’oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile domestica. Tu possiedi cinque tonnellate d’oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne traggano ogni sorta di vasellame e di arredi, ogni sorta di uccelli, fiere e animali strani; le piacerà. Noi andremo da lei con questa roba e tenteremo la nostra fortuna -. Il re fece chiamare tutti gli orefici, che dovettero lavorare giorno e notte, finché furono pronti i più splendidi oggetti. Quando tutto fu caricato su una nave, il fedele Giovanni si travestì da mercante e il re dovette fare lo stesso, per non farsi riconoscere. Poi navigarono sul mare, e navigarono finché giunsero alla città in cui abitava la principessa dal Tetto d’oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo. – Forse, – disse, – porterò con me la principessa; perciò badate che sia tutto in ordine: esponete il vasellame d’oro e pavesate tutta la nave -. Poi radunò nel grembiule diversi oggetti d’oro, sbarcò e andò dritto alla reggia. Quando entrò nel cortile c’era alla fontana una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d’oro e attingeva acqua. Quando ella si volse portando l’acqua cristallina, vide lo sconosciuto e gli domandò chi fosse. Egli rispose: – Sono un mercante, – aprì il grembiule e lasciò che guardasse quello che c’era dentro. Ella esclamò: – Ah, che begli oggetti d’oro! – e deponendo i secchi li esaminò l’uno dopo l’altro. Poi disse: – Deve vederli la principessa: le piacciono tanto gli oggetti d’oro che vi comprerà tutto -. Lo prese per mano e lo guidò fino alle stanze superiori, perché era la cameriera. Quando la principessa vide la merce, disse, tutta contenta: – E’ così ben lavorata che voglio comprarti tutto -. Ma il fedele Giovanni disse: – Io non sono che il servo di un ricco mercante: quello che ho qui non è nulla, in confronto di quel che il mio padrone ha sulla sua nave; là c’è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro -. Ella voleva che le portassero tutto, ma egli disse: – Ci vogliono molti giorni, tanti sono gli oggetti, ci voglion tante sale per esporli che la vostra casa non spazio che basti -. Così crebbero in lei curiosità e desiderio, e infine ella disse: – Guidami alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone.

Allora il fedele Giovanni, tutto felice, l’accompagnò alla nave; e il re, quando la scorse, vide che era ancor più bella che nel ritratto, e credette gli scoppiasse il cuore. Ella salì sulla nave e il re la guidò nell’interno; ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere, e ordinò di salpare: – A vele spiegate, che voli come un uccello nell’aria -. Intanto il re le faceva vedere tutti gli oggetti d’oro, uno per uno: piatti, bicchieri, ciotole, uccelli, fiere e mostri. Passarono molte ore a guardar tutto, e nella sua gioia ella non si accorse che la nave era partita. Esaminato l’ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle tornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. – Ah! – gridò con spavento, – sono ingannata, rapita, in balia di un mercante; preferirei morire! – Ma il re la prese per mano e disse: – Non sono un mercante; sono un re, non inferiore a te per nascita. Ch’io t’abbia rapita con l’astuzia, fu per il mio troppo amore. La prima volta che vidi il tuo ritratto, caddi a terra svenuto -. All’udire queste parole, la principessa dal Tetto d’oro si confortò; e fu così incline ad amarlo, che acconsentì volentieri a diventare sua moglie.

Continua domani.

La favola del giorno

E sette!

C’era una donna con una figlia grande e grossa e tanto mangiona che quando sua madre portava a tavola il minestrone lei ne mangiava un piatto, ne mangiava un secondo, ne mangiava un terzo e continuava a chiederne. E la madre le riempiva il piatto e diceva: – E tre!… E quattro!… E cinque! – Quando la figlia le chiedeva il settimo piatto di minestrone, la madre invece di riempirle il piatto, le dava una bastonata in testa, gridando: – E sette!

Passava di lì un giovane ben vestito, e vide dalla finestra la madre che batteva la figlia gridando: – E sette!

Siccome quella bella giovane così grande e grossa gli piacque subito, entrò e chiese: – Sette di che cosa?

La madre si vergognava di avere una figlia così mangiona, e disse: – Sette fusi di canapa! Ho una figlia così matta per il lavoro che filerebbe la lana anche addosso alle pecore! Figuratevi che stamattina ha già filato sette fusi di canapa e non ne ha ancora basta! Per farla smettere devo prenderla a bastonate!

  • Se è così, datemela a me, – disse il giovanotto. – Farò la prova per vedere se è vero, e poi la sposerò.

La portò a casa sua, e la chiuse in una camera piena di canapa da filare. – Io sono capitano di mare, e parto per un viaggio, – disse. – Se quando torno avrai filato tutta questa canapa, ti sposo.

Nella stanza c’erano anche bei vestiti e bei gioielli, perché il capitano era molto ricco. – Quando sarai mia moglie, tutta questa roba sarà tua, – disse, e se ne andò.

La ragazza passava le giornate a mettersi gioielli e vestiti e a guardarsi allo specchio. E a farsi far da mangiare dalle serve di casa. E la canapa era sempre lì da filare. Ormai era l’ultimo giorno, e l’indomani sarebbe arrivato il capitano; la ragazza pensò che non sarebbe mai diventata sua sposa e si mise a piangere e a disperarsi. Era lì che piangeva e si disperava, quando per la finestra volò un pacco di stracci e cadde nella stanza. Il pacco di stracci s’alzò in piedi ed era una vecchia dalle lunghe ciglia. La vecchia disse: – Non aver paura, sono venuta per aiutarti. Io filo e tu fai la matassa.

Mai si era vista una filatrice più veloce di quella vecchia: in un quarto d’ora tutta la canapa era bell’e filata. E più filava e più le venivano lunghe le ciglia, più lunghe del naso, più lunghe del mento, s’allungarono più di un palmo e le palpebre si allungarono anch’esse.

Quando il lavoro fu finito, la ragazza disse: – Come posso fare per ricompensarvi, buona donna?

  • Non voglio ricompensa, mi basta che tu m’inviti al pranzo di nozze quando ti sposerai col capitano.
  • E come farò ad invitarti?
  • Basta che tu mi chiami: “Columbina!”, e io vengo. Ma guai se ti dimenticherai il mio nome. Sarà lo stesso che non ti avessi aiutato e tu sarai perduta.

L’indomani arrivò il capitano e trovò la canapa tutta filata. – Brava, – disse. – Credo proprio che tu sia la sposa che volevo. Eccoti i gioielli e i vestiti che ho comprato per te. Ma adesso devo partire per un altro viaggio. Facciamo una seconda prova. Eccoti un carico di canapa il doppio dell’altro e se quando sarò tornato l’avrai filata tutta, ti sposerò.

La ragazza, come prima, passò il tempo a misurarsi vestiti e gioielli, a magiare minestrone e lasagne, e arrivò all’ultimo giorno con tutta la canapa ancora da filare. Si mise a piangere, ma ecco che sentì cadere qualcosa dalla cappa del camino e vide un pacco di stracci rotolare per la stanza. Il pacco di stracci si alzò in piedi ed era una vecchia dalle labbra penzoloni. Anche questa le promise il suo aiuto, si mise a filare ed era più veloce dell’altra, e più filava e più le labbra le si allungavano. Quando in mezz’ora la canapa fu tutta filata, la vecchia non chiese altra ricompensa che d’essere invitata al banchetto di nozze. – Basta che chiami: “Columbara!”; ma non scordarti il mio nome, se no il mio aiuto sarà stato inutile e guai a te!

Tornò il capitano e chiese fin dalla strada: – L’hai filata tutta?

E la ragazza: – Eh! da quell’ora!

  • Tieni questi vestiti e questi gioielli. Stavolta, se quando io torno dal mio terzo viaggio avrai filato questo terzo carico di canapa più grosso degli altri due, ti prometto che celebreremo subito le nozze.

Stavolta, quando, come al solito, la ragazza s’era ridotta all’ultimo giorno senza aver filato neanche un fuso, cadde un pacco di stracci giù dalla grondaia, e ne venne fuori una vecchia coi denti in fuori. Si mise a filare, presto, sempre più presto, e più filava e più i denti le crescevano.

  • Per invitarmi al tuo banchetto di nozze, – disse la vecchia, – devi chiamare: “Columbun!”; ma se ti dimenticassi il mio nome, sarebbe meglio per te non avermi mai vista.

Il capitano quando arrivò e vide la canapa filata, fu tutto soddisfatto: – Bene, – disse, – allora sarai mia moglie, – e cominciò a dar ordini per la cerimonia e ad invitare tutti i signori del paese.

La sposa tutta presa nei preparativi, non aveva più pensato alle tre vecchie. Al mattino delle nozze, si ricordò che doveva invitarle, ma quando fece per pronunciare i loro nomi, si accorse che le erano del tutto sfuggiti di mente. Si mise a pensare, a lambiccarsi il cervello: macché, non c’era verso che se ne ricordasse neanche uno.

Da allegra che era, cadde in una tristezza senza fondo. Il capitano se ne accorse, e le domandò cosa aveva; e lei zitta. Non riuscendo a spiegare quella melanconia, lo sposo pensò: “Forse non è la giornata adatta”, e rimandò le nozze l’indomani. L’indomani era ancora peggio, e il giorno dopo non ne parliamo; più passavano i giorni più la sposa era triste e silenziosa, con la fronte corrugata come se volesse concentrarsi in un pensiero. Lui cercava di farla ridere, le faceva scherzi, le raccontava storielle, ma non c’era nulla da fare.

Lo sposo, visto che non poteva consolare lei, cercò di consolarsi lui, e un mattino andò a caccia. Lo prese un temporale in mezzo al bosco e si rifugiò in un casolare. Era lì nel buio, quando sentì delle voci.

  • O Columbina!
  • O Columbara!
  • O Columbun!
  • Mettete la marmitta per fare la polenta! Questa maledetta sposa non ci invita più al suo banchetto!

Il capitano si voltò e vide tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano per terra, un’altra con le labbra che le pendevano fino ai piedi, e una terza con i denti che le grattavano le ginocchia.

“Guarda, – pensò, – ora so cosa raccontarle per farla ridere. Se non ride di quel che ho visto ora, non riderà mai!”

Tornò a casa e disse alla sposa: – Stammi a sentire: oggi ero nel bosco e sono entrato in un casolare per ripararmi dalla pioggia. Entro e cosa vedo? Tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano terra, una con le labbra che lappavano i piedi e la terza con i denti che le grattavano le ginocchia. E si chiamavano: “O Columbina!”, “O Columbara!”, “O Columbun!”

La sposa si rischiarò subito in viso, scoppiò in una risata che non finiva più e disse: – Ordina subito il pranzo di nozze; ma ti chiedo una grazia. Visto che quelle tre vecchie mi fanno tanto ridere, lascia che le inviti al pranzo.

Così fu fatto. Per le tre vecchie fu preparato un tavolo rotondo da parte, ma così piccole che tra le ciglia dell’una, le labbra dell’altra e i denti della terza non si capiva più niente.

Finito il pranzo, lo sposo domandò a Columbina: – Ma ditemi come mai avete le ciglia così lunghe, buona donna?

  • E’ per aver aguzzato gli occhi a fare il filo fino!  – disse Columbina.
  • E voi, come mai avete le labbra così grosse?
  • E’ a forza di passarci il dito per inumidire il filo! – disse Columbara.
  • E voi, come mai avete i denti così lunghi?
  • E’ a furia di mordere il nodo del filo! – disse Columbun.
  • Ho capito, – disse lo sposo, e fece alla moglie: – Va’ a prendere il fuso, – e quando glielo portò, lo buttò nel fuoco del camino. – Tu non filerai più per tutta la tua vita!

Così la sposa grande e grossa visse felice e contenta da quel giorno in poi.

Riviera ligure di ponente

La favola del giorno

L’uomo che usciva solo di notte

Ai tempi di Babì Babò viveva un povero pescatore con tre figlie da marito. C’era un giovane che ne voleva in moglie una, ma era uno che usciva solo di notte, e la gente non se ne fidava. Così la maggiore non lo volle per marito e la seconda nemmeno; invece la terza accettò. Le nozze si fecero di notte, e appena furono soli, lo sposo le disse: – devo dirti un segreto: sono stato stregato, e la mia condanna è di essere tartaruga durante il giorno, e tornare uomo solo di notte; da questa condanna posso liberarmi solo in un modo; devo lasciare mia moglie subito dopo le nozze e fare il giro del  mondo, di notte come uomo e di giorno come tartaruga; se tornato dal giro del mondo troverò mia moglie che m’è rimasta fedele e ha sopportato ogni disavventura per amor mio, ridiventerò uomo per sempre.

  • Sono pronta disse la sposa.

Lo sposo le infilò al dito un anello con un diamante: – In tutte le occasioni, questo anello ti servirà, se saprai usarlo per il bene.

Era venuto giorno, e lo sposo si trasformò in tartaruga; e con il suo lento passo partì per il giro del mondo.

La sposa andò a girare per la città per trovare un lavoro. Incontrò un bambino che piangeva e disse alla madre: – Datemelo in braccio a me, che lo farò tacere.

  • Brava, sareste, a farlo tacere, – disse la madre. – E’ tutto il giorno che piange.
  • Per la virtù del diamante, – disse la sposa, – che il bambino rida, balli e salti! – E il bambino si mise a ridere, ballare e saltare.

Poi entrò in una bottega di panettiere e disse alla padrona:

  • Prendetemi a lavorare con voi, e non ve ne pentirete -. La presero a lavorare, e lei si mise a fare il pane e disse: – Per la virtù del diamante, che tutti vengano a comprare il pane in questa bottega, finché ci lavorerò io! – Cominciò un andirivieni nella bottega che non finiva più. Vennero anche tre giovanotti, che vista la bella sposa, s’innamorarono di lei. – Se mi lasci passare una notte nella tua stanza, – le disse uno dei tre, – ti do mille franchi.
  • E io, – disse l’altro, – te ne do duemila.
  • E io tre, – disse il terzo.

Lei si fece dare i tremila franchi dal terzo e la sera lo fece entrare di nascosto in bottega.

  • Aspetta un momento, – gli disse, – che metto il lievito nella farina, anzi fammi questo piacere: mettiti tu un momento a impastare.

L’uomo si mise a impastare, e impasta, impasta, impasta, per la virtù del diamante non poté toglier le braccia dalla pasta e continuò a impastare fino a giorno.

  • Be’, finalmente hai finito! – gli disse lei. – ce ne hai messo di tempo!

E lo cacciò via.

Poi disse disse a quello dei duemila franchi, lo fece entrare appena buio, e gli disse di soffiare un momento sul fuoco, se no si spegneva. Lui soffia sul fuoco, soffia sul fuoco, per la virtù del diamante continuò a soffiar sul fuoco, gonfio in faccia come un otre, fino alla mattina dopo.

  • Che modo di fare! – gli disse lei alla mattina, – vieni a trovare me e passi la notte a soffiar nel fuoco! – E lo cacciò via.

La sera dopo, fece entrare quello dei mille franchi. – Io devo mettere il lievito, – gli disse; – intanto tu va’ a chiudere la porta.

L’uomo chiude la porta, e per virtù del diamante la porta si riapre. Richiudi e riapri, passò la notte e venne il mattino.

  • L’hai chiusa, questa porta, finalmente? Be’, adesso riaprila e vattene.

I tre uomini, carichi di rabbia, andarono a denunciarla. A quel tempo oltre gli sbirri c’erano anche le donne-sbirro che servivano per quando c’era da arrestare una donna. Così quattro donne-sbirro andarono per arrestare la sposa.

  • Per virtù del diamante, – disse la sposa, – che queste donne si piglino a schiaffi fino a domattina.

E le quattro donne-sbirro presero a tirarsi manrovesci l’un l’altra da gonfiarsi la faccia di due dita ogni volta.

Vedendo che non tornavano le quattro donne-sbirro con l’arrestata, furono mandati quattro sbirri a cercarle. La sposa li vide arrivare e dice: – Per la virtù del diamante, che questi uomini si mettano a saltare alla cavallina, – e sull’istante, uno degli sbirri si abbassò con la schiena, un altro gli puntò le mani sulla schiena e saltò, e gli altri due dietro, e così presero a saltare alla cavallina uno dopo l’altro.

In quel momento, col suo passo trotterellante, ecco che arriva una tartaruga. Era il marito che tornava dal giro del mondo, e ritrovando la moglie, tac!, ridiventò un bel giovane e tale rimase accanto a lei fino a tarda età.

Riviera ligure di ponente.

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d’impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: – sarà un bel peso per suo padre -. Se c’era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: – Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d’oca! – perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: – Mi vien la pelle d’oca! – Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. “Dicono sempre: mi vien la pelle d’oca! mi vien la pelle d’oca! A me non viene: sarà anche questa un’arte di cui non capisco nulla”.

Un bel giorno il padre gli disse: – Ascolta, tu, in quell’angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. – Sì, babbo, – egli rispose, – qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venire la pelle d’oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all’udirlo, e pensò: “Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino”. Il padre sospirò e rispose: – La pelle d’oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente. – Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d’oca. – Se è tutto qui, rispose il sagrestano, – può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: “Il ragazzo diventerà un po’ più sveglio”. Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. “Imparerai che cos’è la pelle d’oca!” pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. – Chi è là? – gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. – Rispondi o vattene, – gridò il giovane, – non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: – Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: “Non avrà intenzioni così malvage”. Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane lo interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: – Non sai dov’è mio marito? E’ salito sul campanile prima di te. – No, – rispose il giovane, – ma c’era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio, e siccome non voleva rispondere né andarsene, l’ho creduto un malandrino e l’ho buttato giù. Andate un po’ a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: – Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! – gridò, – ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il figlio: – Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. – Sentite, babbo, – egli rispose, – io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. – Ah, – disse il padre, – tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più vederti. – Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cosa è la pelle d’oca, così avrò un arte che mi darà da mangiare. – Impara quel che vuoi, disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. – Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah se mi venisse la pelle d’oca! – Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l’uomo gli disse: – Guarda, quello è l’albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos’è la pelle d’oca. – Se è tutto qui, – disse il giovane, – è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos’è la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l’uno contro l’altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: “Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!” E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l’uno dopo l’altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: – Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: – Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l’un dopo l’altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l’uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: – Ora lo sai che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose, – come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l’uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: – Un tipo simile non mi è mai capitato. Continua domani.

La favola del giorno

Il bastimento a tre piani

C’erano marito e moglie poveri, che stavano in campagna. Nacque loro un bambino ma non avevano nessuno nel vicinato che gli facesse da padrino. Andarono in città, ma non conoscevano nessuno, e senza padrino non lo potevano far battezzare. Videro un uomo avvolto in un mantello nero sulla porta della chiesa e gli dissero: – Buon uomo, ci fate da padrino a questo figlio? – L’uomo disse di sì e il battesimo fu fatto.

Usciti di chiesa, lo sconosciuto disse: – Ora devo fare il regalo al mio figlioccio. Ecco questa borsa; servirà per allevare il bambino e dargli un’istruzione. E qui c’è una lettera che gli darete quando saprà leggere -. Il padre e la madre rimasero stupiti, e prima che trovassero parole per ringraziare l’uomo e chiedergli chi era, egli se n’era digià andato.

La borsa era piena di monete d’oro e servirono a mandar a scuola il bambino. Quando ebbe imparato a leggere, i genitori gli diedero la lettera; ed egli lesse:

Caro figlioccio

Torno a riprendere possesso del mio trono dopo un lungo esilio e ho bisogno d’un erede. Appena letta questa lettera mettiti in viaggio e vieni a trovare il tuo caro padrino, il Re d’Inghilterra.

Post scriptum: In viaggio, guardati bene dall’accompagnarti con un losco, uno zoppo ed un tignoso.

Il giovane disse: – Padre, madre, addio, devo andare a trovare il mio padrino, – e si mise in viaggio. Dopo aver camminato qualche giorno, incontrò un viandante che gli disse: – Bel giovane, dove andate?

  • In Inghilterra.
  • Anch’io: viaggeremo insieme.

Il giovane lo guardò negli occhi; aveva un occhio che guardava levante e uno ponente, ed egli pensò che era il losco da cui doveva guardarsi. Si fermò con un pretesto e cambiò strada.

Trovò un altro viandante seduto su una pietra. – Andate in Inghilterra? Faremo il viaggio insieme, – disse e alzatosi cominciò a zoppicare appoggiandosi al bastone. “Questo è lo zoppo”, pensò il giovane, e cambiò strada ancora.

Incontrò un altro viaggiatore, che gli occhi li aveva sani, le gambe anche, e quanto a tigna, aveva la più folta e netta testa di capelli neri che si fosse mai vista. Così, siccome era anche lui in via per l’Inghilterra, viaggiarono insieme. A sera si fermarono in una locanda e vi presero alloggio. Ma il giovane, che non si fidava, consegnò la borsa col suo denaro e la lettera per il Re al locandiere perché gliela custodisse. Nella notte, mentre il giovane dormiva, il compagno s’alzò, andò dal locandiere e si fece dare la borsa, la lettera e il cavallo. Al mattino, il giovane si trovò solo, senza un soldo, senza la lettera e appiedato.

  • E’ venuto stanotte il vostro servitore, – gli disse il locandiere, – a prendere tutta la vostra roba. Ed è partito…

Il giovane si mise in strada a piedi. A una svolta, vide il suo cavallo legato a un albero in un prato. Andò a prenderlo ma da dietro all’albero saltò fuori il compagno della sera prima armato di pistola. – Se hai cara la vita, – disse, – devi farmi da servitore e fingere che sia io il figlioccio del Re d’Inghilterra -. E in così dire si tolse la parrucca nera: il suo cranio era tutto ricoperto di tigna.

Partirono, il tignoso a cavallo e il giovane a piedi, e così arrivarono in Inghilterra. Il Re accolse a braccia aperte il tignoso credendolo il suo figlioccio, mentre il vero figlioccio fu assegnato alle scuderie, come mozzo di stalla. Ma il tignoso non vedeva l’ora di disfarsene e un giorno che il Re gli disse: – Se potessi liberare mia figlia, prigioniera di un incantesimo in un’isola, te la darei per sposa; ma tutti quelli che sono partiti per liberarla sono morti, – lui gli propose: – Provate a mandarci il mio servitore, lui certo sarà capace di liberarla.

Il Re fece chiamare subito il giovane e gli chiese: -Tu sei capace di liberare mia figlia?

  • Vostra figlia? – disse il giovane. – Ditemi dov’è, Maestà!

E il Re: – Guarda che se tornerai senza averla liberata ti farò tagliar la testa.

Il giovane andò al molo, e guardava le navi partire e non sapeva come raggiungere l’isola della Principessa. Gli si avvicinò un vecchio marinaio con la barba fino ai ginocchi: – Sta’ a sentire, – gli disse, – fatti fare una nave a tre piani.

Il giovane andò dal Re e si fece armare una nave a tre piani.

Quando la nave fu in porto pronta a salpare, ricomparve il vecchio marinaio: – Adesso, – disse, – fa’ caricare un piano di croste di formaggio, un altro piano di briciole di pane, e il terzo di carogne putrefatte.

Il giovane fece fare i tre carichi.

  • Adesso, – disse il vecchio, – quando il Re ti dirà: “ Scegli quanti marinai vuoi”, tu dì: “Me ne basta solo uno”, e sceglierai me -. Così fece e tutta la cittadinanza era a veder salpare la nave con quello strano carico e con un equipaggio composto d’un solo uomo, e per di più vecchio cadente.

Navigarono tre mesi, e dopo tre mesi, nella notte, videro un faro e entrarono in un porto. Non si vedeva nulla a riva: case basse basse, un muoversi come di nascosto, e finalmente una voce disse: – Che carico portate?

  • Croste di formaggio, – rispose il vecchio marinaio.
  • Buono, – dissero da terra, – è quel che fa per noi.

Era l’isola dei Topi, e tutti topi erano i suoi abitanti. Dissero: – Compriamo tutto il carico, ma danari per pagare non ne abbiamo. Però ogni volta che avrete bisogno di noi, non avrete che da dire: “Topi, bei topi, aiutatemi voi!” e noi arriveremo subito ad aiutarvi.

Il giovane e il marinaio buttarono la passerella e i topi vennero a scaricare velocissimi le croste di formaggio.

Partiti di là, arrivarono di notte a un’altra isola. Nel porto non si vedeva nulla, peggio che in quell’altra. Non c’era né casa né albero che si alzasse da terra. – Che carico avete? – sentirono dire, dal buio.

  • Briciole di pane, – disse il marinaio.
  • Buono! – Risposero. – E’ quel che fa per noi!

Era l’isola delle Formiche, e tutte formiche erano ii suoi abitanti. Neanche loro avevano danaro per pagare, ma dissero: – Quando avrete bisogno di noi, basta che diciate: “Formiche, belle formiche aiutatemi voi!” perché noi accorriamo dovunque noi siate.

E si misero a scaricare le briciole di pane, avanti e indietro per le funi di ormeggio. Poi la nave ripartì. Continua domani.

La favola del giorno

La figlia della Madonna

Davanti a una gran bosco viveva un taglialegna con la moglie; essi avevano una figlia sola, una bimba di tre anni, ma eran così poveri che non tutti i giorni avevano il pane e non sapevano che cosa darle da mangiare. Una mattina, il boscaiolo andò al suo lavoro nella foresta, tutto preoccupato; e mentre spaccava la legna, gli apparve all’improvviso una bella signora d’alta statura, che aveva una corona di stelle lucenti sul capo; e gli disse: – Sono la Vergine Maria, la madre del Bambino Gesù; tu sei in miseria, portami la tua bimba; io la prenderò con me, sarò la sua mamma e provvederò a lei -. Il boscaiolo obbedì, andò a prendere la bambina e la consegnò alla Vergine Maria, che la portò in Cielo. Là stava bene: mangiava marzapane e beveva latte dolce, e i suoi vestiti erano d’oro, e gli angioletti giocavano con lei. Quando ebbe quattordici anni, la Vergine Maria la chiamò a sé e disse: – Cara bambina, io devo fare un lungo viaggio; prendi in consegna le chiavi delle tredici porte del regno dei cieli: dodici puoi aprirle e contemplare le meraviglie che custodiscono, ma la tredicesima, per cui serve questa piccola chiave, ti è vietata; guardati dall’aprirla, o sarà la tua disgrazia . La fanciulla promise di obbedire e, quando la Vergine Maria fu partita, cominciò a visitare le stanze del regno dei cieli: ogni giorno ne apriva una, fin che n’ebbe viste dodici. In ogni stanza c’era un apostolo, circondato di grande splendore, e la fanciulla gioiva di quel fasto e di quella magnificenza, e gli angioletti che l’accompagnavano sempre gioivano con lei. Ormai rimaneva soltanto la porta proibita; allora le venne una gran voglia di sapere che cosa fosse nascosta là dietro e disse agli angioletti: – Non voglio aprirla del tutto e nemmeno entrare, ma voglio socchiuderla, perché possiamo sbirciar dalla fessura. – Ah, no, – dissero gli angioletti, – sarebbe peccato: la Vergine Maria l’ha proibito, e potrebbe essere la tua disgrazia -. Allora la fanciulla tacque, ma non tacque la brama nel suo cuore; continuò a roderla e a tormentarla, e non le dava requie. E in un momento che gli angioletti erano tutti fuori, ella pensò: “Adesso son sola sola e potrei dare una sbirciatina, tanto non lo saprà nessuno”. Scelse la chiave e quando l’ebbe in mano l’infilò nella serratura, e quando l’ebbe infilata la girò. Allora la porta si spalancò ed ella vide la Trinità circonfusa di fuoco e di luce sfolgorante. Restò un attimo immobile a contemplare, piena di meraviglia; poi sfiorò col dito quel fulgore e il dito si coprì d’oro. Fu subito presa da una gran paura, chiuse violentemente la porta e volle correr via. Per quanto facesse, la paura non cedeva e il cuore continuava a batter forte e non si voleva chetare; e l’oro rimase sul dito e non andò via, per quanto lavasse e strofinasse.

Poco dopo la Vergine Maria tornò dal suo viaggio. Chiamò la fanciulla e le richiese le chiavi del Cielo. Quando la fanciulla le porse il mazzo, la Vergine la guardò negli occhi e disse: – Non hai aperto anche la tredicesima porta? – No, – rispose. Allora le mise la mano sul cuore, sentì come batteva e batteva e si accorse che la fanciulla aveva trasgredito il suo ordine e aperto la porta. Domandò ancora una volta: – Davvero non l’hai fatto? – No, – disse la fanciulla per la seconda volta. Allora la Vergine scorse il dito che si era coperto d’oro toccando il fuoco celeste, vide che la fanciulla aveva peccato e per la terza volta domandò: – Non l’hai fatto? – No, – disse la fanciulla per la terza volta. Allora disse la Vergine Maria: – Tu non mi hai ascoltato e per di più hai mentito: non sei più degna di stare in Cielo.

E la fanciulla cadde in un sonno profondo e quando si svegliò giaceva sulla terra, in un luogo selvaggio. Volle chiamare, ma non poté emetter suono. Saltò in piedi e volle correr via, ma dovunque si volgesse, era sempre trattenuta da fitti roveti, che non poteva attraversare. Nel deserto dov’era prigioniera c’era un vecchio albero cavo; doveva essere la sua dimora. Quando veniva la notte, ella si rannicchiava là dentro per dormire, e vi si riparava quando pioveva e faceva tempesta; ma era una vita ben misera e, quando ella pensava come era bello vivere in Cielo dove gli angeli avevan giocato con lei, allora piangeva amaramente. Radici e bacche eran tutto il suo nutrimento, le cercava fin dove poteva arrivare. D’autunno raccoglieva le noci e le foglie cadute e le portava nel suo buco; d’inverno le noci erano il suo cibo e quando veniva la neve e il ghiaccio ella si rannicchiava come un povero animaletto nelle foglie, per non gelare. Ben presto i suoi vestiti si lacerarono e le caddero di dosso a brandelli. Appena il sole splendeva caldo, ella usciva e sedeva davanti all’albero, e i suoi lunghi capelli la coprivano da ogni parte come un mantello. Così ella passava un anno dopo l’altro e sentiva il dolore e la miseria del mondo.

Una volta, quando di nuovo gli alberi si eran vestiti di fresco verde, il re del paese cacciava nella foresta e inseguiva un capriolo e, poiché esso era fuggito tra i cespugli che cingevano la foresta, smontò da cavallo, spezzò i pruni e si aprì il varco con la spada. Penetrò nel folto e vide seduta sotto l’albero una fanciulla meravigliosa, coperta fino alla punta dei piedi dalla sua chioma d’oro. Egli si fermò e la contemplò pieno di stupore; poi le rivolse la parola, e disse: – Chi sei? perché sei qui in questo deserto? – Ma essa non rispose, perché non poteva schiuder le labbra. Il re proseguì: – Vuoi venir con me al mio castello? – La fanciulla chinò lievemente il capo. Il re la sollevò tra le braccia, la portò sul suo cavallo e andò a casa con lei; e quando arrivò alla reggia, le fece indossare belle vesti e non le lasciò mancar nulla. Benché non potesse parlare, essa era così bella e graziosa, che il re se ne innamorò e poco dopo la sposò.

Era passato circa un anno e la regina diede alla luce un figlio. La notte, mentre giaceva sola nel suo letto, le apparve la Vergine Maria e disse: – Se vuoi dir la verità e confessare che hai aperto la porta proibita, ti dissuggellerò le labbra e ti renderò la parola; ma se persisti nella colpa e continui a negare, porterò con me il tuo piccino -. Alla regina fu concesso di rispondere, ma, ancora ostinata, ella disse: – No, non ho aperto la porta proibita -. E la Vergine Maria le tolse dalle braccia il neonato è scomparve con lui. La mattina dopo, quando non si trovò il bambino, si mormorò fra la gente che la regina era un’orchessa e aveva ucciso suo figlio. Ella udiva tutto e non poteva contraddire; ma il re non volle crederlo, tanto l’amava.

Dopo un anno la regina partorì un altro figlio. Nella notte tornò la Vergine Maria e disse: – Se vuoi confessare di avere aperto la porta proibita, ti restituirò il tuo bambino e ti scioglierò la lingua; ma se persisti nella colpa e neghi, porto anche questo con me -. E la regina torno a dire: – No, non ho aperto la porta proibita -. La Vergine le tolse dalle braccia il bambino e lo portò in Cielo. La mattina, scomparso di nuovo il piccino, la gente disse ad alta voce che la regina l’aveva divorato; e i consiglieri del re chiesero che ella fosse giudicata. Ma il re l’amava tanto che non volle crederlo e ordinò ai consiglieri di non parlarne più, pena la vita.

L’anno dopo la regina partorì una bella figlioletta; per la terza volta le apparve di notte la Vergine Maria e disse: -Seguimi -. La prese per mano e la condusse in Cielo e le mostrò i due figli maggiori che le sorridevano e giocavano con la palla del mondo. La regina se ne rallegrò; allora disse la Vergine Maria: – Non si è ancora intenerito il tuo cuore? Se confessi di aver aperto la porta proibita, ti restituirò i tuoi due figlioletti -. Ma la regina rispose per la terza volta: – No, non ho aperto la porta proibita -. Allora la Vergine la lasciò ricadere sulla terra e le prese anche la bambina. La mattina dopo, quando la cosa trapelò, tutti gridarono a gran voce: – La regina è un’orchessa, deve esser condannata! – E il re non poté più respingere i suoi consiglieri. La regina fu giudicata e, perché non poteva rispondere e difendersi, fu condannata a morire sul rogo. Ammucchiarono la legna, e quando ella fu legata al palo e il fuoco cominciò ad avvampare intorno a lei, si sciolse il duro ghiaccio della superbia, il suo cuore fu preso dal pentimento ed ella pensò: “Potessi, prima di morire, confessare di aver aperto la porta!” Allora le tornò la voce ed ella gridò: – Sì, l’ho fatto, Maria! – Subito dal cielo cadde la pioggia e spense le fiamme; una luce irruppe sopra di lei e la Vergine Maria, fra i due bambini, scese con la neonata in braccio. Le disse con dolcezza: – Chi si pente della sua colpa e confessa, è perdonato -. E le porse i tre bimbi, le sciolse la lingua e la rese felice per tutta la vita.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

La favola del giorno

IL GATTO E IL TOPO IN SOCIETA’

Un gatto fatto conoscenza con un topo, aveva acconsentito ad andare a star di casa con lui e a far vita comune.

  • Ma, – disse il gatto, – bisognerà che prendiamo le nostre precauzioni per l’inverno, altrimenti soffriremo la fame.

Così essi comprarono un vasetto di grasso.

  • Lo metteremo in chiesa, – disse il gatto, – sotto l’altare e non lo toccheremo finché non sia necessario.

Il vasetto fu dunque messo al sicuro, ma non andò molto che il gatto cominciò ad averne voglia e disse al topo:

  • Lasciami uscire, per oggi, ed abbi cura della casa tu solo.
  • Sì, sì –  rispose il topo, – va’ e che Dio ti benedica.

Se ne andò diritto diritto in chiesa, si avvicinò pian piano al vasetto e incominciò a leccare. Poi andò a fare una passeggiata sui tetti della città. Quando cominciò a farsi buio, il gatto tornò a casa.

  • Oh, eccoti tornato! – disse il topo. – Hai certo passato una buona giornata.
  • Sì, – rispose il gatto.

Non molto tempo dopo, cominciò di nuovo a venire al gatto una vogliolina. E disse al topo:

  • Debbo andare a far da compare. Non mi posso rifiutare.

Il buon topo acconsentì, e il gatto strisciando dietro le mura della città se ne andò in chiesa e mangiò la metà del grasso.

Quando fu tornato a casa, il topo gli domandò:

  • E il piccino, come l’hanno battezzato?
  • Mancamezzo, – rispose il gatto.
  • Mancamezzo! Questo nome in vita mia non l’ho mai sentito.

Ben presto il gatto ricominciò a sentirsi l’acquolina in bocca.

  • Io debbo per la seconda volta far da compare – disse al topo.
  • Mancamezzo! – rispose il topo. – E’ un nome curioso che mi dà da pensare.
  • Sfido! te ne stai sempre a casa e ti metti in testa ogni specie d’idee strampalate, – disse il gatto.

Durante l’assenza del gatto, il topo sbarazzò e mise tutta la casa in ordine: e intanto quel ghiottonaccio di gatto ripulì per bene tutto il vasetto.

  • Almeno, una volta finito, non ci si pensa più, – disse fra sé.

Il topo gli domandò subito del nome che aveva messo al secondo piccino.

  • Non ti piacerà certo neanche questo, – disse il gatto. – Si chiama Mancatutto.
  • Mancatutto! – esclamò il topo. – Questo poi è il nome più strano di tutti. Che cosa mai può voler dire?

Il gatto scosse il capo, si arrotolò su se stesso e si mise a dormire.

Venne l’inverno e il topo disse:

  • Vieni, gatto, andiamo a prendere il nostro vasetto di grasso, che abbiamo messo da parte; vedrai come ci piacerà.

Si misero in cammino, e quando finalmente furono arrivati, trovarono sì il vasetto ancora al suo posto, ma era vuoto.

  • Ah! – disse il topo. – Ora capisco come è andata la cosa; ora si vede come sei un amico sincero! Ti sei mangiato ogni cosa, quando andavi a far da compare.
  • Ti vuoi chetare? – esclamò il gatto.

Aveva già sulla lingua il povero topo; l’afferrò e lo inghiottì in un boccone.

Il mondo, vedete, è fatto così.

Da tutte le fiabe, Fratelli Grimm