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La favola del giorno

Cenerentola

  • Perché no? – disse la signorina Giulietta, – ecco un’idea! Far indossare il mio vestito a un brutto Culincenere come te! Dovrei proprio essere pazza!

Cenerentola si aspettava un simile rifiuto e ne fu assai contenta, giacché si sarebbe trovata nei guai, se la sorella avesse acconsentito a prestarle l’abito giallo.

Il dì seguente, le due sorelle tornarono al ballo e Cenerentola pure, ma vestita ancor più sfarzosamente della sera prima. Il figlio del Re non si staccò mai da lei e non fece che dirle cose tenere e galanti; la nostra giovinetta non si annoiava davvero e dimenticò quel che la madrina le aveva tanto raccomandato; così sentì suonare il primo tocco della mezzanotte quando credeva che non fossero ancora le undici; allora si alzò e fuggì via con la leggerezza di una cerbiatta. Il Principe le corse dietro, ma non poté raggiungerla; fuggendo, ella perdette una delle sue scarpine di vetro, e il Principe la raccolse con grandissima cura. Cenerentola arrivò a casa tutta scalmanata, senza più carrozza né lacchè e vestita dei suoi poveri abitucci; di tutte le sue magnificenze non le era restato che una delle scarpette, la compagna di quella che aveva perduta per strada. Fu chiesto ai guardaportoni del palazzo reale se per caso non avessero visto uscire una principessa; risposero di non aver visto uscire nessuno, salvo una ragazzetta assai mal messa, e che, all’aspetto, sembrava piuttosto una contadina che una signora.

Quando le due sorelle tornarono dalla festa, Cenerentola chiese loro se si erano divertite e se la bella signora vi era andata anche lei: loro risposero di sì, ma che era scappata allo scoccare della mezzanotte, e così in fretta, che aveva lasciato cadere una delle sue scarpine di vetro, la scarpetta più carina del mondo: il figlio del Re l’aveva raccolta e non aveva fatto che guardarla per tutto il resto della festa; certamente doveva essere innamorato pazzo della bella signora alla quale apparteneva la scarpina.

Dissero il vero; infatti, pochi giorni dopo, il figlio del Re fece proclamare a suon di tromba ch’egli avrebbe sposato colei a cui la scarpina avesse calzato perfettamente al piede. Si cominciò a provarla alle principesse, poi alle duchesse, e a tutte le dame della corte, ma fu tempo perso. La portarono anche dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farsi entrare al piede quella scarpa, ma non vi riuscirono. Cenerentola che le guardava, e riconobbe la sua scarpetta, disse come per scherzo:

  • Vediamo un po’ se alle volte non mi stesse bene!

Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla. Il gentiluomo che era incaricato di provare la scarpa, aveva guardato attentamente Cenerentola e, avendola trovata molto bella, disse che la cosa era giustissima e lui aveva ricevuto ordine di provarla a tutte le ragazze. Fece sedere Cenerentola, e accostando la scarpetta al piedino di lei vide ch’esso vi entrava senza fatica e la calzava come un guanto.

Lo stupore delle due sorelle fu grande, ma si fece ancora più grande quando Cenerentola tirò fuori di tasca la seconda scarpetta e se la mise al piede.

A questo punto arrivò la madrina che, dopo aver toccato con la bacchetta i vestiti di Cenerentola, li fece diventare ancora più sfarzosi di tutti gli altri.

Fu qui che le due sorelle riconobbero in lei la bella signora veduta al ballo. Si gettarono ai suoi piedi e le chiesero perdono di tutti i maltrattamenti che le avevano fatto subire. Cenerentola le fece alzare e disse, abbracciandole, che le perdonava di tutto cuore e le pregava di volerle sempre bene. Poi, vestita com’era, fu condotta dal giovane principe. Egli la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò.

Cenerentola, buona quanto bella, invitò le due sorelle presso di sé, al palazzo, e il giorno stesso le sposò a due gentiluomini della corte.

Morale

La beltà per le donne è un tesoro ben raro,

E d’ammirarlo mai non ci si sazia,

Ma ciò che si suol dir la buona grazia

E’ senza prezzo e torna anche più caro.

Questo fu il dono ch’ebbe Cenerentola

Dalla madrina sua; la qual fece, istruendola,

Della povera bimba una regina. (Tale

E’ del nostro racconto la morale).
Belle, quel dono vale

Molto più ch’esser bene pettinate

Per conquistare un cuor durevolmente.

La grazia è proprio il dono delle Fate:

Tutto si può con essa, senza non si può niente.

Altra morale

Gran bella cosa avere del talento,

Nobil sangue, coraggio, chiaro discernimento

E gli altri doni che dispensa il cielo.

Ma a nulla serviranno, se a metterli in valore

Non ci sarà lo zelo

Di Padrini e Madrine di buon cuore.

Fiabe popolari francesi della corte del Re Sole e del secolo XVIII

La favola del giorno

Cenerentola

Il figlio del Re, a cui fu annunciato l’arrivo d’una splendida principessa, che nessuno conosceva, le corse incontro a riceverla; l’aiutò a scendere dalla carrozza e la condusse nella sala ov’erano gl’invitati: si fece allora un gran silenzio: tutti smisero di ballare, e i violini non suonarono più tant’era l’attenzione generale nel contemplare la grande bellezza della sconosciuta. Non si sentiva che un mormorio confuso:

  • Com’è bella!…

Perfino il Re, vecchio com’era, non si stancava di guardarla e di dire sottovoce alla Regina che, da gran tempo, non gli era stato di vedere una donna così bella e graziosa. Tutte le dame erano intente a studiare i suoi vestiti e la sua acconciatura, per averne di simili il giorno dopo, sempre che avessero potuto trovare stoffe altrettanto belle e modiste abbastanza capaci.

Il figlio del Re la mise al posto d’onore e poi andò a prenderla per farla ballare; ella ballò con tanta grazia che tutti l’ammirarono ancora di più. Fu servito uno splendido rinfresco, ma il giovane principe non l’assaggiò neppure, tant’era assorto nel contemplarla.

Ella andò a sedersi accanto alle sorelle, le trattò con la massima cortesia e le invitò a servirsi di aranci e limoni che il Principe le aveva regalato; questo le stupì assai, perché a loro sembrava di non conoscerla affatto.

Nel mentre che conversavano insieme, Cenerentola sentì suonare le undici e tre quarti, fece una profonda riverenza, e se ne andò più lesta che poté. Appena arrivata a casa, corse dalla madrina e, dopo averla ringraziata, le disse che avrebbe avuto gran piacere di tornare alla festa anche il giorno seguente, perché il figlio del Re l’aveva tanto pregata. Mentre stava narrando alla madrina tutti i particolari della festa, le due sorelle bussarono alla porta; Cenerentola andò ad aprire.

  • Come siete tornate tardi! – disse sbadigliando, stropicciandosi gli occhi e stiracchiandosi, come se si fosse svegliata in quel momento. (Eppure non aveva avuto davvero voglia di dormire, da quando si erano lasciate!)
  • Se tu fossi venuta alla festa, – le disse una delle sorelle, – non ti saresti certamente annoiata: è venuta una bellissima principessa, ma la più bella che si possa vedere; ci ha anche fatto mille cortesie, offrendoci aranci e limoni.

Cenerentola non stava più in sé dalla gioia; chiese il nome della principessa, ma quelle risposero che nessuno la conosceva, anzi, il figlio del Re si struggeva dalla voglia di sapere chi fosse e avrebbe dato per questo tutto l’oro del mondo! Cenerentola sorrise e disse:

  • Doveva essere bella davvero! Dio mio come siete fortunate voialtre! E io, come potrei fare, per vederla? Signorina Giulietta siate buona, prestatemi per una volta il vostro abito giallo, quello di tutti i giorni… continua.

La favola del giorno

Cenerentola

Un’altra, invece di Cenerentola, avrebbe fatto apposta a pettinarle male, ma lei era buona, e le aggiustò a perfezione. Erano state quasi due giorni senza mangiare, tant’erano stordite dalla contentezza. E a forza di stringerle nel busto per render la loro vita più sottile, si ruppero più di dodici stringhe. Tutta la giornata, la passavano a guardarsi nello specchio.

Finalmente il gran giorno arrivò; le due sorelle partirono alla volta del palazzo reale e Cenerentola le seguì con gli occhi più a lungo che poté; poi, quando non le vide più, scoppiò a piangere. La sua madrina, venutala a trovare, la vide in un mare di lagrime e le domandò cos’avesse:

  • Io vorrei… vorrei…

Piangeva così forte che non poteva continuare. La madrina, che era una fata, le disse:

  • Vorresti andare al ballo, non è vero?
  • Ahimè, sì, – disse Cenerentola con un sospiro.
  • Ebbene, mi prometti d’aver giudizio? – disse la madrina; – quand’è così, ti ci farò andare.

La condusse nella sua camera e le disse:

  • Corri in giardino e portami una zucca.

Cenerentola corse immediatamente a raccogliere la più bella zucca che poté trovare e la portò alla madrina, senza riuscire a indovinare in qual modo quella zucca potesse servire a farla andare al ballo. La madrina, dopo averla ben bene svuotata, non lasciandole che la scorza, vi batté con la sua bacchetta magica, e la zucca fu subito cambiata in una splendida berlina tutta dorata.

Poi andò a guardare in una trappola, ove trovò sei sorci, tutti vivi; disse allora a Cenerentola di alzare un pochino lo sportello della trappola: ogni sorcio che ne usciva fuori, lei lo toccava con la bacchetta e subito il sorcio si cambiava in un bellissimo cavallo; così mise insieme uno splendido tiro a sei cavalli pomellati, d’un bellissimo colore grigio-topo.

Poiché sembrava preoccupata sul come procurarsi un cocchiere:

  • Aspettate un momento, – disse Cenerentola, – vado a vedere in un’altra trappola, se per caso non ci fosse qualche grosso topo: ne potremmo fare un cocchiere.
  • Buon’idea! – disse la madrina, – corri un po’ a vedere.

Cenerentola le portò una trappola dov’erano caduti tre grossi topi. La Fata scelse, fra tutti e tre, quello che aveva i baffi più lunghi, e quando l’ebbe toccato, il topo diventò un bel pezzo di cocchiere, provvisto del più bel paio di baffi che mai si sia veduto.

Le disse poi:

  • Scendi in giardino, dietro all’annaffiatoio troverai sei lucertole. Portamele qui.

Appena Cenerentola l’ebbe portate, la madrina le cambiò in sei lacchè, i quali d’un balzo salirono dietro alla berlina, con le loro livree gallonate, e sapevano tenervisi attaccati così bene, come se non avessero mai fatto altro in vita loro.

La Fata disse allora a Cenerentola:

  • Eccoti qui tutto l’occorrente per andare al ballo, non sei contenta?
  • Sì, ma ci devo andare in questo modo, col mio brutto abituccio?

Bastò che la madrina la toccasse con la bacchetta, e i suoi abiti si mutarono in vestiti di broccato d’oro e d’argento, tutti ricamati con pietre preziose; le diede poi un paio di scarpette di vetro che erano una meraviglia. Così vestita, ella salì in carrozza; ma la madrina le raccomandò sopra ogni cosa di non lasciar passare la mezzanotte, avvertendola che se lei fosse rimasta al ballo anche un momento di più, la sua berlina sarebbe ridiventata una zucca, i cavalli sorcetti, i suoi lacchè lucertole, e i vecchi vestiti avrebbero ripreso l’aspetto di prima.

Ella promise alla madrina che sarebbe venuta via dal ballo prima di mezzanotte. E partì, non stando più in sé dalla gioia. Continua.

La favola del giorno

Cenerentola

C’era una volta un gentiluomo che aveva sposato in seconde nozze la donna più altezzosa e arrogante che mai si fosse vista. Ella aveva due figlie del suo stesso carattere, che le rassomigliavano in ogni cosa. Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e una bontà da non farsene un’idea: in questo aveva preso dalla mamma, ch’era stata la creatura più buona del mondo.

Le nozze erano state appena celebrate che la matrigna diede subito prova della sua cattiveria: non poteva sopportare tutte le buone qualità della giovinetta, le quali, per contrasto, rendevano le sue figliole ancora più antipatiche. Cominciò così ad addossarle le più umili faccende di casa: era lei a lavare i piatti, a pulire le scale, a spazzare la camera della signora e quelle delle signorine sue figlie; ella dormiva in una soffitta, proprio sotto i tetti, su un vecchio pagliericcio, nel mentre che le due sorelle avevano belle camere col pavimento di legno, letti all’ultima moda, e certi specchi nei quali si potevano rimirare da capo a piedi; la povera ragazza sopportava tutto con pazienza e non osava lagnarsene col padre perché l’avrebbe sgridata: sua moglie faceva di lui tutto quel che voleva.

Quando aveva finito le sue faccende, ella andava a rifugiarsi in un cantuccio del focolare, e si metteva a sedere nella cenere; cosa che, in famiglia, le aveva guadagnato il soprannome di Culincenere; però la minore delle due sorelle, ch’era un po’ meno sguaiata dell’altra, la chiamava Cenerentola; Cenerentola, coi suoi poveri abitucci non mancava tuttavia d’essere cento volte più bella delle sorelle, riccamente vestite com’erano.

Accadde che il figlio del Re desse una festa da ballo e invitasse a parteciparvi tutta la gente importante; anche le nostre due damigelle furono invitate, perché erano persone molto in vista nel paese. Eccole dunque tutte contente e tutte affaccendate a scegliere vestiti e acconciature che le facessero figurare di più; nuova fatica per Cenerentola, giacché toccava a lei di stirare la biancheria delle sorelle e d’inamidare i loro polsini ricamati. In casa non si parlava d’altro che del modo in cui si sarebbero vestite per andare alla festa.

  • Io, – diceva la maggiore, – mi metterò l’abito di velluto rosso, con le guarnizioni di ricamo inglese.
  • Io, – interveniva la minore, – non avrò che la solita gonna; ma in compenso vi metterò sopra il mantello a fiori d’oro e la collana di diamanti, che non è certo una cosa qualunque.

Mandarono a chiamare la più brava pettinatrice, per farsi far ben due file di riccioli, e fecero comprare i più bei nèi dalla migliore merciaia; chiamarono poi Cenerentola affinché dicesse il suo parere, sapendo che aveva buon gusto. Cenerentola le consigliò come meglio poté, anzi si offrì di pettinarle, cosa che venne accettata volentieri.

Mentre le pettinava, le sorelle dicevano:

  • Cenerentola, ti piacerebbe andare al ballo?
  • Ah, signorine, volete burlarvi di me! Cose simili non son pane pei miei denti.
  • Dici bene: chissà quante risate nel vedere un Culincenere a una festa da ballo!

Un’altra, invece di Cenerentola, avrebbe fatto apposta a pettinarle male, ma lei era buona, e le aggiustò a perfezione. Erano state quasi due giorni senza mangiare, tant’erano stordite dalla contentezza. E a forza di stringerle nel busto per render la loro vita più sottile, si ruppero più di dodici stringhe. Tutta la giornata, la passavano a guardarsi nello specchio. Continua

La favola del giorno

Il Gatto con gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel  vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, – infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro:

  • Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.

  • Al signor Marchese di Carabas, – risposero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’immensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare.

L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

  • M’hanno assicurato, – disse il Gatto, – che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
  • E’ verissimo! – rispose l’Orco bruscamente, – e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole, non valevano proprio nulla.

Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.

  • Mi hanno assicurato, – disse il Gatto, – ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
  • Impossibile? – rispose l’Orco, – adesso lo vedrete!

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:

  • La maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
  • Ma come, Marchese! – esclamò il Re, – anche questo castello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro, se vi aggrada?

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone ove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venirlo a trovare proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri:

  • Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!

Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Morale

Certamente è una gran comodità

Godere di una ricca eredità

Che da padre discende e a figlio viene.

Ma ai giovani più giova esercitare

L’industria e il saper fare

Che usar d’un bene avuto senza pene.

Altra morale

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente

Può d’una principessa acquistar cuore e mente,

Sì da avere da lei le più languide occhiate,

E’ che l’abito e il fior di giovinezza

Sono, per ispirar la tenerezza,

L’armi meglio temprate.

Fiaba popolare francese

La favola del giorno

Il gatto con gli stivali

Un mugnaio lasciò per eredità ai suoi tre figli solo il mulino, un asino e un gatto. Le parti furono presto fatte: non vi fu bisogno né d’avvocati né di notai. Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio. Il figlio maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino, e il più giovane non ebbe che il gatto.

Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera:

  • I miei fratelli, – diceva, – si potranno guadagnare onestamente la vita mettendosi in società; ma quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morir di fame!

Il gatto che aveva sentito questo discorso, ma aveva fatto finta di non accorgersene, gli disse con aria seria e posata:

  • Non state ad affliggervi, caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per camminare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete.

Il padrone del gatto non faceva n grande affidamento sulle sue parole, ma gli aveva visto fare tanti di quei giochi di destrezza nel prendere topi o sorcetti (come quando il gatto si lasciava pendere per i piedi, o si nascondeva nella farina facendo il morto) che non disperò completamente di trovare in lui un po’ d’aiuto nella sua miseria.

Quando il Gatto ebbe ottenuto quel che aveva chiesto, infilò bravamente i suoi stivali e, mettendosi il sacco in spalla, ne prese i cordoni con le due zampe davanti e se ne andò in una conigliera dove c’era un gran numero di conigli. Mise nel sacco un po’ di crusca e di cecerbita e, sdraiatosi in terra come se fosse morto, egli aspettò che qualche coniglietto, ancora poco edotto delle astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel suo sacco, per mangiare quel che vi aveva messo.

Non appena si fu disteso in terra egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo gatto, tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza misericordia.

Tutto fiero della sua preda, se ne andò dal Re e domandò di parlargli. Lo fecero salire nelle stanze del Re dov’egli entrò, fece una grande riverenza, e disse al Re:

  • Ecco qui, Maestà un coniglio di conigliera che il signor Marchese di Carabas, – (questo era il nome che gli era saltato il ticchio di dare al suo padrone), – mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.
  • Di’ al tuo padrone, – rispose il Re, – che lo ringrazio e gradisco molto il suo regalo.

Un’altra volta, il Gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò ad offrirle al Re, come già aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re accettò nuovamente con piacere le due pernici e gli fece dare una mancia.

Il Gatto continuò in tal modo durante due o tre mesi a portare al Re di quando in quando la selvaggina delle bandite del suo padrone. Un giorno, avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume, insieme alla figlia, la più bella principessa del mondo, il Gatto disse al suo padrone:

  • Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’e fatta: dovete andare a fare un bagno nel fiume, e precisamente nel posto ch’io v’indicherò; quanto al resto, lasciate fare a me.

Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto, senza sapere a che gli avrebbe potuto servire. Intanto che lui faceva il bagno, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola:

  • Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando!

A queste grida, il Re si affacciò allo sportello della carrozza e riconosciuto il Gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle sue guardie che corressero subito in aiuto del Marchese di Carabas.

Nel mentre che tiravano su dall’acqua il povero Marchese, il Gatto si avvicinò alla berlina del Re e gli disse che, intanto che il suo padrone faceva il bagno, alcuni ladri erano venuti a portargli via tutti i vestiti, sebbene lui avesse gridato “al ladro!” con tutte le sue forze. Il furbacchione li aveva nascosti sotto una grossa pietra.

Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a prendere uno dei suoi abiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas. Intanto il Re gli faceva mille cortesie: e poiché i bei vestiti che gli avevano portati mettevano in valore la sua persona (egli era assai bello e ben fatto), la figlia del Re lo trovò proprio di suo gradimento, e appena il Marchese di Carabas le ebbe lanciato due o tre occhiate molto rispettose, ma abbastanza tenere, lei ne divenne innamorata cotta. Continua domani.

La favola del giorno

Barbablù – 2

  • Bisogna morire, signora, – le disse, – e senza indugi.
  • Dato che devo morire, – ella rispose guardandolo con gli occhi pieni di lagrime, – datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio.
  • Vi accordo un mezzo quarto d’ora, – rispose Barbablù, – ma non un minuto di più.

Rimasta sola, ella chiamò sua sorella e le disse:

  • Anna, – era questo il suo nome, – Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano promesso di venire a trovarmi quest’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi.

La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera infelice le gridava di quando in quando:

  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna le rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.

Intanto Barbablù, brandendo un coltellaccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo:

  • Scendi giù subito, o salgo su io!
  • Ancora un momentino, per piacere, – gli rispose la moglie: e, subito dopo, riprese con voce soffocata:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.
  • Scendi giù subito, – gridava Barbablù, – o salgo su io!
  • Adesso vengo, – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispondeva la sorella Anna, – vedo un gran polverone che viene da questa parte.
  • Sono i nostri fratelli?
  • Ahimè no! sorella mia! E’ soltanto un branco di pecore!
  • Insomma, vuoi scendere o no? – sbraitava Barbablù.
  • Ancora un momento – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispose la sorella, – vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lontani… Dio sia lodato! – esclamò un attimo dopo, – sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire.

Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La povera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a gettarsi ai suoi piedi.

  • Inutile far tante storie! – disse Barbablù, – dovete morire!

Poi afferrandola con una mano per i capelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si accinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgendosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di concederle un ultimo istante per potersi raccogliere

  • No, – lui disse, – e raccomandati a Dio! – Poi, alzando il braccio…

A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.

Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro moschettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli corsero dietro così lesti che lo acciuffarono prima ancora che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lasciarono morto. la povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per abbracciare i suoi fratelli.

Si scoperse che Barbablù non aveva eredi: così la moglie diventò padrona di ogni suo avere. Ne adoperò una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capitano ai fratelli; e il rimanente, a maritarsi con un galantuomo che le fece dimenticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

Morale

Quella curiosità che tanto spesso

costa dolori e gravi pentimenti

è un futile piacere (non spiaccia al gentil sesso)

che, una volta raggiunto, finisce immantinenti.

Altra morale

Chiunque sia del mondo un po’ informato

subito vede che il racconto nostro

non è che storia del tempo passato.

Oggi, dove trovarlo un tale mostro

di marito che vuole l’impossibile?

Per malcontento e geloso che sia,

oggi il marito si mostra impassibile

al fianco della moglie, e tira via.

E di qualunque tinta sia tinto il suo barbone,

è difficile dire chi dei due sia il padrone.

Fiabe popolari francesi