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La favola del giorno

Pollicino – 3

L’orco aveva sette figliole, che erano ancora bambine. Queste piccole orchesse avevano tutte una bellissima carnagione, perché, come il padre, si nutrivano di carne viva; ma avevano certi occhietti grigi e rotondi, il naso a becco e la bocca larga larga con lunghi denti molto aguzzi e distanti uno dall’altro. Non erano ancora molto cattive, ma già promettevano bene perché mordevano i bambini per succhiarne il sangue.

Le avevano mandate a dormire di buon’ora e se ne stavano tutt’e sette in un grande letto, ciascuna con la sua brava coroncina d’oro sul capo. Nella stessa camera c’era un altro letto della medesima grandezza: fu in questo letto che la moglie dell’Orco mise a dormire i sette ragazzini; quindi andò a coricarsi accanto a suo marito.

Pollicino, che aveva notato come le figlie dell’Orco avessero sul capo delle corone d’oro e temeva che l’Orco si pentisse di non averli sgozzati quella sera stessa, si alzò verso la mezzanotte, e, prese il suo berretto e quello dei fratelli, andò pian piano a metterli in testa alle sette figlie dell’Orco, dopo aver loro tolto le coroncine d’oro, che mise sul suo capo e su quello dei fratelli, affinché l’Orco li scambiasse per le proprie figlie e scambiasse le figlie per i ragazzi che voleva sgozzare. Le cose andarono proprio così: l’Orco infatti, dopo essersi svegliato, si pentì di aver rimandato al dì seguente quel che poteva fare subito; e perciò saltò giù improvvisamente dal letto, ed afferrando il coltellaccio:

  • Andiamo un po’ a vedere, – disse, – come stanno quelle canaglie, e facciamola finita una volta per tutte.

Salì a tentoni nella camera delle bambine, e si avvicinò al letto dove erano i nostri maschietti, i quali dormivano tutti, tranne Pollicino che credette di morire dalla paura, quando sentì la mano dell’Orco che gli tastava la testa, come già aveva tastato quella degli altri fratelli. L’Orco, sentendo le coroncine d’oro:

“Davvero davvero; – si disse, – stavo per farne una bella! Si vede proprio che ho bevuto troppo, iersera!”

Andò poi verso il letto delle sue figliole, e avendo sentito sotto le dita i berretti dei ragazzi:

  • Eccoli qui! – disse, – questi monellacci! Su, facciamo una rcosa svelta.

Nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliole. Poi, soddisfatto dell’impresa, tornò a coricarsi accanto alla moglie. Non appena Pollicino sentì russare l’Orco, svegliò subito i fratelli, disse loro di vestirsi in fretta e di seguirlo. Scesero pian piano giù in giardino e scavalcarono il muro di cinta. Corsero quasi tutta la notte, sempre tremando e senza sapere dove andavano.

Quando l’Orco si svegliò disse alla moglie:

  • Va’ un po’ a sistemare quei monelli di iersera.

L’Orchessa fu assai meravigliata della bontà di suo marito pensando che con quelle parole lui volesse dire che doveva vestirli e non cucinarli! Salì su, ove rimase di sasso quando scorse le sue sette figliole sgozzate e immerse nel loro stesso sangue.

Per prima cosa svenne (giacché questo è il primo espediente al quale quasi ogni donna ricorre in circostanze del genere). L’Orco, temendo che la moglie mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì su anche lui per darle una mano e non fu meno sconcertato di lei al vedere l’orribile spettacolo.

  • Ah! che ho mai fatto? – gridò. – Ma me la pagheranno, quei disgraziati, e immediatamente!

Senza perdere tempo, gettò una brocca d’acqua sul naso della moglie e dopo averla fatta tornare in sé:

  • Dammi i miei stivali delle sette leghe, – le disse, – affinché corra ad acchiapparli.

Si mise in viaggio, e dopo aver corso qua e là egli imboccò finalmente la strada che avevano preso i nostri poveri bambini, i quali ormai non erano che a cento passi dalla casa paterna. Videro l’Orco che passava da una montagna all’altra e attraversava i fiumi con la stessa facilità che se fossero stati dei rigagnoli. Pollicino, poco distante, scorse una roccia incavata, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si ficcò per ultimo, continuando a spiare quel che l’Orco avrebbe fatto. L’Orco che cominciava a sentirsi molto stanco per la molta strada inutilmente percorsa (giacché gli stivali delle sette leghe sono molto stancanti per chi li porta) volle riposarsi e, così per caso, andò a sedersi proprio sulla roccia dove i ragazzi si erano nascosti.

Non potendone più dalla stanchezza, dopo un poco che si fu seduto, si addormentò e cominciò a russare così fragorosamente che i poveri fanciulli non furono meno impauriti di quando lui aveva afferrato il coltellaccio per tagliargli la gola. Pollicino fu quello che ebbe meno paura e disse ai suoi fratelli di scappare verso casa a gambe levate approfittando del fatto che l’Orco dormiva così forte e di non stare in pensiero per lui. Essi ubbidirono al suo consiglio e in pochi minuti arrivarono a casa.

Pollicino, dopo essersi avvicinato all’Orco, piano piano gli sfilò gli stivali dai piedi e se li mise immediatamente. Gli stivali erano molto lunghi e molto larghi, ma essendo fatati, avevano il dono di ingrandirsi o impiccolirsi a seconda del piede che li calzava; e così gli andarono a pennello come se fossero stati fatti apposta per lui.

Andò difilato alla casa dell’Orco, ove trovò la moglie di lui che piangeva accanto ai corpi delle figlie sgozzate.

  • Vostro marito, – le disse Pollicino, – si trova in grande pericolo, giacché è stato preso da una banda di ladri i quali hanno giurato d’ammazzarlo se lui non dà tutto l’oro e l’argento che possiede. Proprio nel momento in cui gli stavano appoggiando il pugnale sulla gola lui mi ha visto e mi ha pregato di venire ad avvertirvi delle misere condizioni in cui si trova, e di dirvi di consegnare a me tutto il valsente che ha in casa, senza tenervi nulla, perché se no lo ammazzeranno senza misericordia. Siccome la cosa è molto urgente, egli ha voluto che calzassi i suoi stivali delle sette leghe, come vedete, perché io vada più in fretta e anche perché voi non crediate ch’io sia un imbroglione.

La brava donna, piena di spavento, gli consegnò immediatamente tutto quello che aveva, giacché quest’orco, in fin dei conti, era per lei un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini. Pollicino, carico di tutte le ricchezze dell’Orco, tornò a casa di suo padre, ove fu accolto con grandissima allegria.

Molte persone non sono d’accordo su quest’ultimo episodio: esse pretendono che Pollicino non abbia mai commesso tale furto ai danni dell’Orco, e che, se si arrischiò a rubargli gli stivali delle sette leghe, fu soltanto perché l’Orco se ne serviva per correre dietro ai bambini. Le stesse persone dicono di sapere queste cose da fonte sicura e perfino per essersi trovate a bere e a mangiare nella capanna stessa del taglialegna.

Assicurano dunque che, quando Pollicino ebbe calzato gli stivali delle sette leghe, egli se ne andò alla Corte, ove sapeva che si era assai in pensiero per un esercito che stava combattendo a duecento leghe di lì, e in grande ansia per l’esito di tale battaglia. Egli andò, così dicono, a parlare col Re e a proporgli che, se lui voleva, poteva portargli notizie di quell’esercito, prima che finisse la giornata. Il Re gli promise una grossa somma di denaro se lui vi riusciva: la sera stessa, il nostro pollicino tornò con le notizie; fattosi conoscere con questa sua prima commissione, egli poté guadagnare tutto ciò che voleva; il Re difatti lo pagava profumatamente perché portasse i suoi ordini al fronte, e un infinità di belle dame gli davano tutto quel che chiedeva pur di ricevere notizie dei loro innamorati; anzi, fu proprio questo il suo maggior guadagno.

Veramente, si dava anche che alcune mogli lo incaricassero di lettere per i mariti, ma poi lo pagavano così male e il profitto di queste spedizioni era così insignificante che lui non si degnava neppure di segnare nel suo libro degli utili le entrate pervenutegli a questo titolo.

Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere di corriere ed aver messo insieme una bella fortuna, egli fece ritorno da suo padre, ove non è possibile immaginare la gioia che si provò nel rivederlo.

Diede l’agiatezza a tutta la sua famiglia; ottenne per il padre e per i fratelli delle cariche create apposta per loro; li sistemò per bene tutti quanti e lui, dal canto suo, continuò a far l’uomo di corte.

Morale

Non c’è da amareggiarsi di aver figlioli molti,

Quando sian tutti belli e ben fatti e splendenti

Di salute nei volti.

Ma se l’un di essi è debole, si cela anche ai parenti

L’esistenza del misero, lo si sprezza e deride.

E tuttavia qualche volta si vide

Essere alla fin fine quel reietto

Da tutta la famiglia benedetto.

Fine.

Fiabe francesi della corte del Re Sole e del secolo XVIII

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La favola del giorno

Pollicino – 2

Per quanto segretamente concertassero la cosa, non riuscirono ad evitare che Pollicino li udisse anche stavolta; egli pensò di cavarsi d’impaccio nello stesso modo della prima volta; ma alzatosi di buon mattino per andare a prendere i sassolini, non poté far nulla perché trovò la porta di casa sprangata e chiusa a doppia mandata. Non sapeva come fare, quando la donna diede ad ognuno dei figli un pezzo di pane per la colazione; allora gli venne l’idea di servirsi di quel pane al posto dei sassolini, sminuzzandolo lungo la strada che avrebbero fatto e seminandone le briciole per tutto il percorso; invece di mangiarselo, prese quindi il pane e se lo ficcò in tasca.

Padre e madre li condussero nel punto più folto e più buio della foresta; non appena furono lì, infilarono una scorciatoia e li lasciarono. Pollicino non se ne diede troppo pensiero, sicuro com’era di ritrovare facilmente la strada con l’aiuto delle briciole seminate per via, ma quale non fu il suo stupore, quando non poté ritrovarne neppure una: gli uccelli erano venuti e si erano mangiati ogni cosa!

Eccoli dunque in mille angustie, giacché più camminavano e più si smarrivano nella foresta. Sopraggiunse la notte e si levò un gran vento che faceva loro moltissima paura. Credevano di udire da ogni lato gli ululati dei lupi che accorrevano per mangiarli. Non osavano quasi parlarsi, né voltarsi indietro. Venne poi una gran pioggia che li bagnò fino alle ossa; a ogni passo scivolavano e cadevano nella mota, e quando si rialzavano tutti infangati, non sapevano dove mettere le mani.

Pollicino si arrampicò in cima a un albero per vedere se potesse scoprire qualche via di salvezza: guardando da tutte le parti, scorse un lumicino, come una luce di candela, ma lontano lontano, al di là della foresta. Scese dall’albero, ma quando fu a terra non vide più nulla, e ne fu desolato. Però, dopo aver camminato per qualche tempo insieme ai fratelli, nella direzione dove avevano visto la luce, la rivide nuovamente uscendo fuori dal bosco.

Finalmente arrivarono alla casa dove si vedeva quel lume, non senza aver provato grandi strette di cuore, perché spesso l’avevano perduta di vista, soprattutto ogni volta che scendevano in qualche valletta. Bussarono alla porta e una brava donna venne ad aprire. Chiese loro cosa volessero. Pollicino le disse ch’erano dei poveri ragazzi i quali si erano smarriti nella foresta e le chiedevano da dormire per carità. La donna, nel vederli tutti così graziosi, scoppiò a piangere e disse loro:

  • Ahimè! miei poveri bambini, dove siete mai capitati? Non sapete che questa è la casa d’un orco che mangia tutti i bambini?
  • Ahimè, signora, – le rispose Pollicino che tremava come una foglia non meno degli altri fratelli, – che possiamo fare? Se non ci fate entrare in casa vostra, è sicuro che stanotte i lupi ci mangeranno. E in tal caso, preferiamo che sia il padron di casa a mangiarci; forse avrà compassione di noi, se lo pregherete di risparmiarci.

La moglie dell’Orco pensò che forse avrebbe potuto nasconderli al marito fino al mattino dopo e li lasciò entrare, li portò a scaldarsi accanto a un buon fuoco, giacché vi era un intero montone infilzato in uno spiedo per la cena dell’Orco.

Mentre incominciavano a scaldarsi si sentirono bussare tre o quattro fortissimi colpi alla porta: era l’Orco che rincasava. In un baleno la moglie li nascose tutti sotto il letto e andò ad aprire la porta. L’Orco chiese subito se la cena era pronta, se il vino era stato portato su dalla cantina e, senza perder tempo, si mise a tavola. Il montone era ancora al sangue, ma questo glielo fece sembrar più gustoso. Intanto però andava fiutando a destra e a manca, dicendo che sentiva odore di carne viva.

  • Certamente, – gli disse la moglie, – è quel vitello che ho sbuzzato or ora a farvi sentire quest’odore.
  • Sento odore di carne viva, te lo ripeto, – riprese l’Orco, guardando sua moglie di traverso; – e qui c’è qualcosa che non capisco.

Nel dir questo, egli si alzò da tavola e si diresse difilato verso il letto.

  • Ah! – disse, – mi volevi prendere in giro, maledetta strega! Non so cosa mi tiene dal non mangiare anche te: ringrazia Iddio che sei una bestia vecchia! Ecco qui della selvaggina che vien giusto a proposito, per offrire un bel pranzo a tre orchi miei amici i quali devono venire a trovarmi uno di questi giorni.

Li tirò fuori di sotto il letto uno dopo l’altro. I poveri bambini si misero in ginocchio, chiedendogli perdono; ma essi avevano a che fare col più crudele di tutti gli orchi, il quale, ben lungi dal provare compassione per loro, se li divorava già con gli occhi e diceva alla moglie che sarebbero stati una pietanza davvero squisita, specialmente se li avesse serviti in una buona salsa.

Andò a prendere un coltellaccio e, avvicinandosi ai poveri bambini, lo affilava su una lunga pietra che teneva nella mano sinistra. Ne aveva già agguantato uno quando la moglie gli disse:

  • Che ne volete fare a quest’ora? Non avrete abbastanza tempo domani?
  • Sta’ zitta, – rispose l’Orco, – così saranno più frolli.
  • Ma abbiamo ancora tanta di quella carne, – continuò la moglie: – ecco lì un vitello, due montoni e la metà di un maiale.
  • Hai ragione, – disse l’Orco; – rimpinzali bene, che non dimagriscano, e portali a dormire.

La brava donna tirò un sospiro di sollievo e tutta contenta, portò ai ragazzi una bella cena; ma loro non poterono mangiare, perché avevano avuto troppa paura. Quanto all’Orco, si rimise a bere, felice di avere di che soddisfare i suoi amici. Bevve una dozzina di bicchieri più del solito, il che gli diede un poco alla testa, e lo costrinse ad andarsene a letto. Continua domani.

La favola del giorno

Pollicino

C’era una volta un taglialegna e una taglialegna, marito e moglie, i quali avevano sette figli, tutti maschi. Il maggiore aveva dieci anni, il minore sette. Ci si domanderà come mai questo taglialegna avesse avuto tanti figli in così poco tempo, ma è che sua moglie era una donna molto sbrigativa e non ne dava alla luce meno di due per volta.

Erano poverissimi, e questi sette figli davano loro un gran pensiero, perché nessuno di loro era ancora in grado di guadagnarsi il pane.

Un’altra cosa che li tormentava era che l’ultimo nato era molto gracile e non parlava mai; essi scambiavano per stupidaggine quello che era un segno invece della bontà del suo carattere. Egli era piccolissimo e quando era venuto al mondo non superava la grandezza di un dito pollice, perciò lo avevano chiamato Pollicino.

Il povero bambino era la vittima della casa, gli davano sempre torto, eppure era il più scaltro e il più avveduto di tutti i fratelli, e se parlava poco, sapeva però ascoltare molto bene.

Capitò un’annata assai brutta, e la carestia si fece tanto sentire che quei poveri sposi decisero di disfarsi dei loro figlioli.

Una sera che i ragazzi erano a letto e il taglialegna se ne stava accanto al fuoco insieme alla moglie, egli le disse, col cuore stretto dal dolore:

  • Come vedi, non possiamo più dar da mangiare ai nostri figlioli; non ho cuore di vedermeli morire di fame davanti agli occhi, perciò mi son deciso a condurli domani nel bosco e ad abbandonarli; non sarà difficile: intanto che loro si divertiranno a raccogliere fascine, non avremo che da scappar via senza che se ne accorgano.
  • Ah! – esclamò la moglie, – come troverai il coraggio di abbandonare tu stesso i tuoi bambini?

Il marito ritornò a parlarle della loro miseria, ma lei non riusciva ad acconsentire: era povera, ma era madre. Tuttavia, dopo aver riflettuto a qual dolore avrebbe provato nel vederseli morire di fame, finì col dire di sì e andò a dormire piangendo.

Pollicino aveva sentito tutti i loro discorsi; infatti, avendo capito, dal letto dov’era, che loro parlavano di faccende serie, egli si era alzato pian piano ed era scivolato fin sotto lo sgabello di suo padre, per ascoltarli senz’essere veduto.

Tornato a letto, non chiuse occhio per tutto il resto della notte, pensando a quello che doveva fare. Si alzò di buon mattino, andò in riva a un ruscello, si riempì ben bene le tasche di sassolini bianchi, poi tornò a casa. Partirono tutti alla volta del bosco, e Pollicino non disse nulla ai suoi fratelli di tutto quello che sapeva.

Entrarono così in una foltissima foresta dove, a distanza di dieci passi, non ci si vedeva l’uno con l’altro. Il tagliaboschi si mise a far legna e i ragazzi a raccoglier fuscelli per farne delle fascine. Padre e madre, vedutoli intenti nel loro lavoro, si allontanarono in punta di piedi e poi se la svignarono per un sentiero fuori mano.

Quando i bambini si videro soli cominciarono a piangere e a gridare con tutte le forze. Pollicino lasciava che strillassero, ben sapendo come avrebbe fatto a farli tornare a casa giacché, cammin facendo egli aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che aveva in tasca. Perciò disse loro:

  • Non abbiate paura, fratelli miei, i nostri genitori ci hanno lasciato qui, ma vi condurrò io a casa: venitemi tutti dietro.

Essi gli andarono dietro e lui li ricondusse a casa per lo stesso sentiero che li aveva portati nella foresta. Al principio non osarono entrare, ma misero tutti l’orecchio alla porta di casa per ascoltare quel che il padre e la madre dicevano fra loro.

Proprio nel momento in cui il taglialegna e sua moglie erano rientrati in casa, il signore del villaggio aveva fatto consegnare loro dieci scudi che da gran tempo gli doveva. Questo era bastato per ridargli la vita, giacché quella povera gente moriva di fame. Così il taglialegna aveva subito mandato la moglie dal macellaio, e poiché da molto tempo essi non avevano mangiato, la donna comperò tre volte più carne di quanta non ne occorresse per il pranzo di due sole persone. Quando si furono sfamati, la moglie cominciò a dire:

  • Poveri noi! Dove saranno adesso i nostri bambini? Chissà che festa avrebbero fatto a questa grazia di Dio! Ma tant’è, Guglielmo, sei stato proprio tu a volerli abbandonare; te l’avevo detto io, che ci saremmo pentiti. Cosa faranno adesso in quella foresta? Ahimè, mio Dio, i lupi li avranno forse mangiati! Sei stato proprio senza cuore, a lasciare così le tue creature!

Il tagliaboschi finì col perdere la pazienza, giacché la moglie aveva ripetuto più di cento volte che lui se ne sarebbe pentito e che lei l’aveva previsto. Minacciò di picchiarla se non la smetteva.

Ciò non vuol dire che il taglialegna non fosse forse anche più addolorato di sua moglie, ma lei dàgli e dàgli, lo aveva seccato, e lui rassomigliava a tanti altri, a cui piacciono moltissimo le donne che ti dànno ragione, ma non possono soffrire quelle che dicono di aver sempre previsto tutto.

La moglie del taglialegna si scioglieva in lagrime e continuava:

  • Ahimè, dove saranno i miei bambini, i miei poveri bambini?

Alla fine lo disse così forte che i bambini, i quali erano dietro la porta di casa, la sentirono e si misero a gridare tutti insieme:

  • Siamo qui! Siamo qui!

Lei corse lesta ad aprire la porta e disse loro abbracciandoli:

  • Che piacere di rivedervi, miei cari figlioli! Chissà che stanchezza avrete addosso e che fame! e tu, Pierino, mamma mia come ti sei conciato! vieni qui che ti pulisca un po’.

Questo Pierino era il figlio maggiore, quello che la madre preferiva a tutti gli altri, perché era un po’ rosso di capelli, come lei.

Si misero a tavola e mangiarono con un appetito che allargava il cuore al padre e alla madre, ai quali essi raccontarono, parlando quasi tutti in una volta, la paura che si erano presi restando soli nella foresta. Quella brava gente era tutta contenta di rivedersi in casa i figlioli, e questa contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Ma quando il denaro fu andato, essi ripiombarono nelle angustie di prima e decisero di abbandonarli nuovamente: anzi, per non sbagliare il colpo, pensarono di condurli più lontano della prima volta. Continua domani.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 4

Qualche tempo dopo, il Re partì per andare a combattere l’imperatore di Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza alla Regina sua madre e le raccomandò caldamente la moglie e i figlioli. Avrebbe dovuto rimanere in guerra tutta l’estate; non appena fu partito, la Regina-madre mandò nuora e nipoti in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente soddisfare le sue orribili voglie. Qualche giorno dopo vi andò anche lei, e una sera disse al suo capocuoco:

  • Domani a pranzo mi voglio mangiare la piccola Aurora.
  • Ah, Maestà! – disse il cuoco.
  • Voglio così, – disse la Regina (e lo disse con un tono da orchessa che voglia mangiare carne tenera), – e la voglio mangiare in salsa Robert.

Il pover’uomo, ben vedendo che non era il caso di scherzare con un’orchessa, prese un coltellaccio e salì in camera della piccola Aurora: ella aveva allora quattro anni; ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. Nel frattempo lui aveva portato via con sé la piccola Aurora e l’aveva affidata a sua moglie affinché la nascondesse nel loro quartierino in fondo al cortile. Otto giorni dopo, la perfida Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi a cena il piccolo Sole.

Lui non batté ciglio, deciso a ingannarla come la prima volta. Andò a cercare il piccolo Sole, e lo trovò che tirava di fioretto con una grossa scimmia; eppure non aveva che tre anni! Lo portò a sua moglie, che lo nascose insieme alla piccola Aurora e cucinò al posto del piccolo Sole, un caprettino molto tenero, che l’orchessa trovò delizioso.

Sin qui tutto era andato benissimo: ma una sera, la malvagia Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi la Regina mia nuora, cucinata con la stessa salsa dei suoi figlioli.

Fu qui che il povero capocuoco disperò di poterla nuovamente ingannare. La giovane regina aveva ormai vent’anni suonati, senza contare i cent’anni che aveva dormito; la sua pelle era un po’ spessa, quantunque bianca e liscia: come trovare, in tutte le stalle un animale così duro! Per salvare la propria vita, il cuoco prese la decisione di tagliarle la gola e salì nella camera di lei, col proposito di non pensarci due volte. Cercava di eccitare il proprio furore ed entrò nella stanza della giovane regina col pugnale in mano; però non volle prenderla di sorpresa e le riferì, con molto rispetto, l’ordine ricevuto dalla Regina.

  • Fate, fate pure, – disse lei, porgendogli il collo; – eseguite l’ordine che v’hanno dato; andrò a rivedere i miei bambini, i mei poveri bambini che ho tanto amato.

Li credeva morti, da quando glieli avevano portati via senza dirle nulla.

  • No, no, Maestà! – le rispose il povero cuoco tutto intenerito, – voi non morirete, né per questo dovrete rinunciare a vedere i vostri figli; ma li vedrete in casa mia, dove li ho nascosti, e ancora una volta ingannerò la Regina madre, facendole mangiare una giovane cerca al vostro posto.

La portò subito in casa sua, dove la lasciò affinché potesse abbracciare i suoi figli quando voleva e piangere con loro, e lui andò a cucinare una cerva, che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora. Ella era assai contenta della propria crudeltà, e si preparava a dire al Re, quando fosse tornato, che dei lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi bambini.

Una sera che, secondo il solito, andava vagando pei cortili e le corti di servizio, allo scopo di fiutarvi l’odore della carne cruda, ella udì in una stanza al pianterreno il piccolo Sole che piangeva, perché la mamma gliele voleva dare in punizione di qualche marachella; sentì pure la piccola Aurora che interveniva a chiedere perdono per il fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e quella dei suoi figli; furibonda per essere stata ingannata, ella ordinò, con voce così terribile da far tremare tutti, che l’indomani mattina si portasse in mezzo al cortile una gran vasca, ch’ella fece riempire di vipere, rospi, bisce e serpenti, per farvi buttare dentro la Regina, i suoi figli, il capocuoco con la moglie e la serva di casa; aveva dato ordine di portarli tutti con le mani legate dietro la schiena. Essi erano lì, e i carnefici già si preparavano a gettarli nella vasca, quando il Re, che non ci si aspettava tornasse così presto, entrò nel cortile, a cavallo; era arrivato di gran carriera e chiese, tutto stupito, cosa voleva dire quell’orribile spettacolo. Nessuno osava parlare, quando l’orchessa, pazza dalla rabbia nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa a testa in giù nella vasca e in un attimo venne divorata da tutte quelle bestiacce messe lì per suo ordine. Il Re non mancò di addolorarsene: era sua madre; ma ben presto se ne consolò con sua moglie e con i suoi bambini.

Morale

Attendere un pezzetto per avere uno sposo

Ricco, ben fatto, gentile, amoroso,

E’ cosa naturale.

Ma attendere cent’anni sempre dormendo è un fatto

Davvero eccezionale,

Né più si trova donna ch’abbia un sonno siffatto…

Poi la favola sembra voler dire altra cosa:

Che i bei nodi d’Imene, anche se ritardati,

Posson render la vita deliziosa,

E che, per aspettar, non van sciupati.

Ma le donne ci metton tanto ardore

A desiar la fede coniugale,

Che a me manca la forza e manca il cuore

Di predicare lor questa morale.

Fiabe francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII

fine

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 3

Entrò così in un grande cortile, ove tutto quel che vide per prima cosa sarebbe bastato a impietrirlo dallo spavento. C’era un silenzio che metteva paura: l’immagine della morte era ovunque presente; non si vedevano che corpi distesi in terra di uomini e di animali, che sembravano morti. Si accorse tuttavia, dai nasi rubizzi e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, ch’essi erano solo addormentati; e i loro bicchieri, dov’erano ancora qualche goccia di vino, dicevano chiaro che si erano addormentati bevendo. Il Principe attraversa un grande cortile lastricato di marmo; sale la scala, entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila, con la carabina in spalla e russavano a più non posso. Attraversa parecchie sale gremite di cavalieri e di dame, tutti addormentati, alcuni in piedi, altri seduti. Entra in una stanza tutta dorata, e vede sopra un letto, i cui cortinaggi erano rialzati da ogni lato, il più sublime spettacolo che mai avesse veduto: una principessa che sembrava avere quindici o sedici anni e la cui splendente bellezza aveva qualcosa di luminoso e di divino! Si avvicinò tremante per l’ammirazione e cadde in ginocchio accanto a lei. E qui, poiché la fine dell’incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri di quanto un primo incontro non sembri permetterlo:

  • Siete voi, mio Principe, – gli disse. – Vi siete fatto molto aspettare!

Il Principe incantato da queste parole e più ancora dal modo nel quale erano proferite, non sapeva come dimostrarle la sua gioia e la sua riconoscenza; le assicurò che l’amava più di se stesso. I discorsi di lui erano un po’ sconnessi e per questo piacquero di più: poco eloquenza, molto amore. Egli era più impacciato di lei, né c’è da farsene meraviglia: la Principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare a quello che avrebbe dovuto dirgli; giacché è plausibile (la storia però non ne dice nulla) che la buona fata, durante un sonno così lungo, le avesse procurato sogni piacevoli. Insomma erano già quattro ore che i due si parlavano e non si erano ancora detti la metà delle cose che avevano da dirsi.

Intanto tutto il palazzo si era svegliato con la Principessa: ognuno aveva ripreso le proprie faccende; e siccome non tutti erano innamorati, avevano una fame da morire. Una dama d’onore, desiderosa di mangiare non meno degli altri, si spazientì e disse ad alta voce alla Principessa che il pranzo era servito. Il Principe aiutò la Principessa ad alzarsi dal letto; ella era già tutta vestita, e assai splendidamente; ma lui si guardò bene dal farle osservare che era vestita come la sua bisnonna e aveva un colletto che le arrivava fino agli orecchi; non per questo era meno bella. Passarono nel salone degli specchi, e vi cenarono, serviti dagli ufficiali della Principessa. Gli oboe e i violini suonarono sinfonie antiche, ma molto belle, quantunque fossero ormai quasi cent’anni che non le si eseguiva; dopo cena senza perder tempo, il primo cappellano celebrò le loro nozze nella cappella del castello, e la dama d’onore tirò le cortine del loro letto. Dormirono poco: la Principessa non ne aveva un gran bisogno, e il Principe la lasciò di buon mattino per tornarsene in città, dove suo padre doveva essere in pensiero per lui. Il Principe gli disse che, andando a caccia, egli si era perduto nella foresta ed aveva dormito nella capanna di un carbonaio, il quale gli aveva dato da mangiare pane nero e formaggio. Il Re suo padre, ch’era un buon uomo, lo credette, ma la madre non ne fu persuasa; e vedendo che quasi tutti i giorni il figlio se ne andava a caccia e aveva sempre bell’e pronta qualche scusa, quando era stato fuori due o tre notti, fu sicura che doveva esserci di mezzo qualche passioncella amorosa. In tal modo egli visse con la Principessa per più di due anni e ne ebbe due figli: il primo, che fu una femminuccia, si chiamava Aurora, il secondo, un maschietto, fu chiamato Sole perché sembrava ancora più bello della sorellina.

La Regina, per farlo parlare, disse più volte a suo figlio che ognuno a questo mondo è padrone di fare il proprio comodo; ma lui non osò mai confidarle il suo segreto: le voleva bene, ma ne aveva una certa paura, perché veniva da una famiglia di orchi e il Re l’aveva sposata soltanto a causa delle sue grandi ricchezze. Anzi si sussurrava a corte ch’ella aveva istinti da orchessa e che, vedendo passare qualche bambino, faticava un mondo a trattenersi dall’avventarglisi addosso: ecco perché il Principe non le disse mai nulla! Ma quando il Re morì, cosa che accadde due anni dopo, e lui si vide padrone del regno, rese pubblicamente noto il suo matrimonio e si recò con gran pompa al castello a prendere la Regina sua moglie. Le fu preparato un ingresso solenne nella capitale ove ella entrò in mezzo ai suoi due bambini. Continua domani.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 2

La Fata partì immediatamente e, dopo un’ora, la si vide giungere su un carro di fuoco, tirato da draghi. Il Re andò a offrirle il braccio per farla scendere dal carro. Ella approvò tutto il suo operato, ma, siccome era alquanto previdente, pensò che quando la Principessa si sarebbe risvegliata, non avrebbe saputo come fare, vedendosi così sola, in quel vecchio castello; ecco perciò quel che fece.

Toccò con la sua bacchetta magica tutto quello che si trovava nel castello (tranne il Re e la Regina): governanti, damigelle d’onore, cameriere, gentiluomini, ufficiali, maggiordomi, cuochi, sguatteri, lacchè, guardie, guardaportoni, paggi e servitori; toccò altresì tutti i cavalli che erano nelle scuderie, coi loro palafrenieri, i grossi mastini da guardia nei cortili e perfino la piccola Pussi, la cagnolina della Principessa, che era accanto a lei sopra al suo letto. Non appena li ebbe toccati, si addormentarono tutti, per svegliarsi soltanto insieme alla loro padroncina, allo scopo d’esser pronti a servirla, quando lei ne avesse avuto bisogno. Perfino gli spiedi che erano nel camino, carichi di pernici e fagiani, si addormentarono, e si addormentò anche il fuoco. Tutto ciò avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende. Allora il Re e la Regina, dopo aver baciato la loro cara bambina, senza che lei si svegliasse, uscirono dal castello e fecero proclamare che era vietato a chiunque di avvicinarsi in quei paraggi. Tale divieto non era necessario, giacché nello spazio di un quarto d’ora crebbero tutto intorno al parco alberi grandi e piccoli, sterpaglie e roveti in un intrico tale che né un uomo né un animale sarebbe riuscito ad attraversarli: non si vedeva più che la punta delle torri del castello, e ancora, bisognava guardarle da una grande distanza. Fu facile capire come questa era un’altra delle trovate della Fata, affinché la Principessa, durante il sonno, non avesse da temere l’indiscrezione dei curiosi.

Dopo cent’anni, il figlio del re che a quel tempo regnava, e che non era della stessa famiglia della principessa addormentata, si recò un giorno a caccia da quella parte, e domandò cosa fossero tutte quelle torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella foresta così folta. Ognuno gli rispose secondo quel che ne aveva sentito dire: certi dicevano che era un vecchio castello abitato dagli spiriti; altri che tutti gli stregoni della contrada vi si riunivano in assemblea. L’opinione più diffusa era che vi abitasse un orco il quale si portava lì tutti i bambini che poteva agguantare, per poterseli mangiare comodamente e senza che alcuno potesse inseguirlo, avendo lui soltanto il potere di aprirsi un varco attraverso quei boschi. Il Principe non sapeva cosa pensarne, quando un vecchio contadino si fece coraggio e gli disse:

  • Mio buon principe, sono più di cinquant’anni che ho sentito dire da mio padre che c’era in quel castello una bella principessa, la più bella che mai si sia veduta; era condannata a dormirvi per cent’anni e sarebbe stata svegliata soltanto dal figlio di un re, al quale era destinata in sposa.

A questo discorso, il giovane principe si sentì tutto di fuoco, credette senza esitazione che sarebbe stato lui a condurre a termine una così bella impresa; e, spinto dall’amore e dalla gloria, decise di vedere immediatamente come stavano le cose. Non appena egli si mosse verso il bosco, tutti quei grandi alberi, le sterpaglie e i roveti si scostarono da soli per farlo passare. Lui si diresse verso il castello; esso sorgeva in fondo a un grande viale ch’egli imboccò; quel che lo sorprese non poco fu che nessuno degli uomini della sua scorta avesse potuto seguirlo, perché gli alberi si erano ravvicinati subito dopo il suo passaggio. Non esitò a continuare la sua strada: un principe giovane e innamorato è sempre coraggioso. Continua lunedì

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco

C’era una volta un re e una regina che si erano tanto dispiaciuti di non aver figli, ma tanto dispiaciuti da non potersi dir quanto.

Tutti gli anni andavano nei più diversi luoghi del mondo a far la cura delle acque; voti, pellegrinaggi, ricorsero a tutto, ma nulla giovava. Alla fine però la Regina si mise ad aspettare e mise al mondo una bambina.

Si fece un bel battesimo: per far da madrine alla piccola principessa, furono chiamate tutte le Fate che si riuscirono a trovare nel paese (ve n’erano sette), affinché ognuna di loro facesse un regalo alla bambina, com’era a quel tempo l’usanza delle fate, ed ella avesse così tutte le perfezioni immaginabili. Dopo il battesimo, il corteo tornò al palazzo reale, ove si dava un gran banchetto in onore delle Fate. Il posto di ciascuna era stato apparecchiato con splendide posate, in un astuccio d’oro massiccio, ov’erano cucchiaio, forchetta e coltello d’oro finissimo, tempestati di diamanti e rubini. Ma nel mentre che tutti stavano prendendo posto, si vide entrare una vecchia fata, che non era stata invitata, perché da oltre cinquant’anni non usciva più dalla sua torre, e tutti la credevano morta o incantata. Anche a lei il Re fece dare una posata, ma non ci fu modo di presentargliela in un astuccio d’oro massiccio, come alle altre, perché egli ne aveva fatti fare solo sette, tanti quante le fate. La vecchia credette che la si volesse umiliare, e borbottò tra i denti qualche minaccia. Una delle giovani fate che si trovava accanto a lei la udì, e temendo che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, andò a nascondersi dietro a una portiera, allo scopo di parlare per ultima e poter riparare, nella misura del possibile, il male che la vecchia avrebbe fatto. Le Fate intanto cominciarono a fare i loro doni alla Principessa: la più giovane le diede, come regalo, di essere la più bella del mondo; un’altra di avere una grande intelligenza; la terza, di mettere una grazia incantevole in tutto quel che farebbe; la quarta di saper danzare a meraviglia; la quinta di cantare come un usignolo, e la sesta di suonare ogni specie di strumento con la massima perfezione. Venuto il turno della vecchia fata, questa disse, tentennando il capo più per il dispetto che per la vecchiaia, che la Principessa si sarebbe punta una mano con un fuso e ne sarebbe morta. L’orribile dono fece tremare tutti i presenti e non vi fu alcuno che non piangesse. A questo punto la fata giovane uscì da dietro la portiera e disse ad alta voce queste parole:

  • Rassicuratevi, o Re e Regina, la vostra figlia non morirà; è pur vero che non ho abbastanza potere per disfare quel che una fata più vecchia di me ha già fatto: la Principessa si pungerà la mano con un fuso, ma invece di morirne, ella cadrà soltanto in un profondo sonno che durerà cent’anni e in capo al quale il figlio d’un re verrà a svegliarla.

Il Re, per evitare la sciagura annunciata dalla vecchia, fece immediatamente proclamare un editto, col quale si proibiva a ogni persona di filare col fuso e di tenere fusi in casa, pena la vita.

Passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati in una delle loro ville, accadde che la Principessina, correndo un giorno per tutte le camere del castello arrivò fino in cima a una torretta, in una piccola soffitta, ove una brava vecchina se ne stava tutta sola a filare la sua conocchia. La buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso.

  • Che state facendo, nonnina? – chiese la Principessa.
  • Sto filando, bella fanciulla, – le rispose la vecchia, che non la conosceva.
  • Oh, com’è carino! – continuò la Principessa, – come si fa? Datemi un po’; voglio vedere se lo so fare anch’io come voi.

Non aveva finito di prendere il fuso che, vivace e un po’ avventatella qual era (del resto, il decreto della fata voleva così) ella si punse la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo cosa fare, si mette a gridare aiuto: accorre gente da tutte le parti; spruzzano dell’acqua sul volto della Principessa, le slacciano le vesti, le dànno dei colpetti sulle mani, le strofinano le tempie con acqua della regina d’Ungheria, ma tutto invano, nulla la faceva tornare in sé. Allora il Re, che sentendo quel chiasso era salito anche lui, si ricordò della predizione della Fata, e riconoscendo la cosa inevitabile, dal momento che le Fate l’avevano predetta, fece trasportare la Principessa nel più bell’appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricamato d’oro e d’argento. La si sarebbe presa per un angelo, tant’era bella; lo svenimento non aveva fatto impallidire i bei colori del suo incarnato, aveva le guance ancora rosee e le labbra come il corallo; soltanto aveva gli occhi chiusi, ma si sentiva respirare dolcemente e questo indicava che non era morta. Il Re ordinò che la lasciassero dormire tranquilla finché non fosse arrivata la sua ora di risvegliarsi. La buona fata che le aveva salvata la vita, condannandola a dormire per cent’anni, si trovava nel reame di Mattacchino, a dodicimila leghe da lì, quando alla Principessa accadde questa disgrazia; ma ne fu tosto avvertita da un nanetto, che calzava gli stivali delle sette leghe (erano stivali coi quali si facevano sette leghe ad ogni passo). Continua domani.