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La favola del giorno

Il re della magia nera

C’era una volta un vecchio pescatore che un giorno tirò su nella rete una grossa scatola con dentro un bimbo appena nato. Lo portò a casa da sua moglie e lo allevarono come un figlio. Il ragazzo aveva quattordici anni quando una nave arrivò al loro paese, e sul ponte c’era un uomo che era vestito con lo sfarzo di un re, e lanciava in aria come un giocoliere tre palle di veleno coperte di aculei. Lo straniero scese a riva, e sembrò prendere in grande simpatia il ragazzo; si offrì di portarlo via con sé per un anno e un giorno, e di insegnargli la sua arte. Seppe lusingare così bene il pescatore e sua moglie che questi acconsentirono, e il ragazzo partì con lo straniero. Dopo un anno e un giorno la nave tornò, e tornò anche il ragazzo, che lanciava in aria sette palle di veleno. I due vecchi furono tanto soddisfatti da permettere allo straniero di portar via il ragazzo ancora per un anno e un giorno, ma questa volta non tornò. Allora la moglie mandò il pescatore a cercarlo. Il pescatore viaggiò a lungo, finché incontrò un uomo vecchissimo che abitava in una minuscola casetta nel bosco e che lo invitò a restare per la notte. Il pescatore raccontò al vecchio la sua storia, e il vecchio disse: – Senza dubbio è stato il re della magia nera a prendere tuo figlio, e io non so dirti di più, ma forse il mio fratello maggiore potrà aiutarti. Vive a una settimana di viaggio da qui. Digli che ti mando io -. Così il mattino seguente il pescatore si mise in cammino, e in capo a una settimana era arrivato a casa del fratello maggiore. E se il primo vecchio era vecchio, questo era tre volte più vecchio. Il fratello maggiore fece entrare il pescatore, gli diede da mangiare e da dormire, e gli spiegò cosa doveva fare. Doveva andare al castello del re della magia nera, suonare il campanello e chiedere di suo figlio. Gli avrebbero riso in faccia, e il re avrebbe lanciato in aria quattordici piccioni, dicendogli di scegliere tra questi suo figlio. Doveva scegliere quello più piccolo, debole, con le ali spelacchiate che volava più basso di tutti. Il pescatore fece come gli era stato detto, e scelse il piccione spelacchiato. – Prendilo, e andate al diavolo! – disse il re, ed ecco che accanto al pescatore comparve il ragazzo. Se ne andarono insieme.

  • Se tu non fossi venuto sarei rimasto per sempre prigioniero, – disse il figlio, – il re della magia nera e i suoi due figli sono i capi di tutti i maghi del paese. Ma qualcosa ho imparato, e qualcosa gli faremo pagare. Adesso arriveremo in una città di mercato ed io mi trasformerò in un levriero. Tutti i nobili e i ricchi del paese vorranno comperarmi ma tu non vendermi a nessuno finché non arriva il re della magia nera. Ti farai dare cinquecento sterline da lui, ma stai attento, padre mio, a non vendere anche il collare, a costo della vita.

In un lampo si trasformò nel più bel levriero che si fosse mai visto, e il pescatore lo condusse al mercato. Nobili e cavalieri si affollarono attorno a lui per comperarlo, ma il pescatore non accettò nessuna offerta finché il re della magia nera e i suoi due figli non giunsero sulla piazza del mercato, e nemmeno a loro lo volle vendere se non per cinquecento sterline. Poi tolse il collare al cane e al suo posto legò un cordino, e se ne andò.

Appena ebbe lasciato la città, si ritrovò accanto il figlio, perché il collare era proprio lui. Arrivarono in un’altra città, e il figlio si tramutò in un grande stallone, ma avvisò suo padre di non venderlo con le briglie, qualunque cosa succedesse. Anche questa volta nobili e cavalieri si radunarono attorno a lui, perché un cavallo simile non si era mai visto, ma il pescatore non volle venderlo a nessuno finché arrivò il re della magia nera coi suoi figli, e a lui chiese mille sterline. – Ha l’aria di valerle, – disse il re della magia nera, – e te le darò se è davvero buono quanto sembra, ma nessuno compra un cavallo senza prima provarlo -.

Il pescatore fece un po’ di resistenza, ma il re disse: – Vieni a vedere in quella casetta laggiù, c’è tutto l’oro che ti darò. Ma prima devo cavalcarlo, almeno attorno alla piazza del mercato -. Lo scintillio dell’oro vinse il pescatore: Disse: – lo cavalchi soltanto nella piazza del mercato, però,  – e il re balzò in sella. Il pescatore si voltò per guardare l’oro, che si trasformò in letame sotto i suoi occhi, e quando si voltò di nuovo, il cavallo era scomparso.

Il re della magia nera condusse il cavallo in una stalla dove fu legato insieme agli altri cavalli, e come loro fu nutrito solo con carne sotto sale, e neanche un goccio da bere finché non avevano la lingua gonfia e stopposa. Un giorno in cui il re e i suoi figli erano andati a caccia, il ragazzo parlò allo stalliere che aveva cura di loro, e lo pregò di dargli da bere. Lo stalliere aveva paura, ma il cavallo lo supplicò finché quello, impietosito, lo condusse al ruscello. Il cavallo lo pregò di allentargli il morso in modo che potesse bere, e appena lo stalliere l’ebbe accontentato fece scivolare per terra la briglia e si tuffò in acqua trasformato in salmone. In quel momento tutte le campane del castello si misero a suonare, e i tre stregoni tornarono a precipizio, si trasformarono in lontre e nuotarono dietro al salmone.

Si avvicinarono sempre di più, finché gli furono quasi addosso, e allora lui saltò in aria, e si tramutò in rondine. Le lontre divennero falchi e continuarono ad inseguirlo. La rondine vide una signora seduta in un giardino, volò vicino a lei e si trasformò in un anello alla sua mano. I falchi girarono in cerchio su di lei e poi volarono via. Allora l’anello parlò, disse così: – Signora, tra pochi minuti giungeranno qui tre operai, e si offriranno di costruire un muro di cinta per lei. Quando avranno finito, come ricompensa le chiederanno l’anello che porta al dito. Ma lei dica che piuttosto preferisce gettarlo in quel falò, e mentre lo dice lo getti davvero -. La signora rispose che avrebbe fatto come lui diceva, e dopo qualche minuto arrivarono i tre operai. Costruirono il muro come per magia, e quando la signora si offrì di pagarli, loro chiesero l’anello e lei lo gettò nel fuoco.

Gli operai si trasformarono in fabbri e si misero a soffiare sul fuoco, ma l’anello saltò su e si infilò in una pila di grano lì vicino, trasformato in chicco. I maghi si trasformarono in galli e si misero a beccare il grano, ma il ragazzo diventò una volpe e rapido come il lampo staccò la testa ai tre galli. Così fu sconfitto il re della magia nera, e il ragazzo raggiunse suo padre, e vissero per sempre ricchi grazie alle sue arti magiche.

Fiabe popolari inglesi  

La favola del giorno

Jack e i giganti – 2

Come Jack salvò la vita del suo signore, e liberò la dama dagli spiriti…

Jack raggiunse il suo signore e ben presto furono a casa della dama, che fece preparare un grande banchetto per il figlio del re, sapendo che egli era venuto per corteggiarla. Alla fine del banchetto, la dama si pulì le labbra con un fazzoletto e disse: – Domattina dovrai farmelo vedere, oppure sarai decapitato – e nascose il fazzoletto in seno.

Il figlio del re andò al letto molto preoccupato, ma il berretto della sapienza insegnò a Jack come impadronirsi del fazzoletto. Nel mezzo della notte, la dama chiese al suo demone privato di condurla dal suo amico Lucifero. Jack indossò immediatamente il cappotto dell’oscurità e le pantofole della velocità, e arrivò insieme a lei; grazie al cappotto, nessuno lo vedeva.

Appena arrivata, lei diede il fazzoletto al vecchio Lucifero, che lo ripose in uno scaffale; Jack lo prese da lì, e lo portò al suo padrone che il giorno dopo lo mostrò alla dama, ed ebbe salva la vita.

La sera dopo, ella diede la buonanotte al figlio del re, dicendogli che il mattino seguente avrebbe dovuto mostrarle le ultime labbra che lei avrebbe baciato quella notte, o altrimenti sarebbe stato decapitato. – Ah, – rispose lui, – lo farò, se tu non bacerai altri che me. – Non diciamo sciocchezze, – rispose lei, – fallo, o la morte sarà il tuo fato -. A mezzanotte tornò dov’era stata, e sgridò Lucifero per essersi fatto prendere il fazzoletto: – Ma questa volta, – disse poi, – il figlio del re non ce la farà, perché adesso ti bacio, e domani lui dovrà farmi vedere le tue labbra, – e così fece. Jack che era accanto a lui con la spada dell’infallibilità, tagliò la testa del diavolo e nascondendola nel cappotto invisibile la portò al suo signore che era a letto e la posò sul suo cuscino. Al mattino dopo, quando la dama si alzò, lui prese la testa per le corna e le mostrò le ultime labbra che aveva baciato.

E avendo dato per due volte la giusta risposta, egli spezzò l’incantesimo e la liberò dagli spiriti del male; e così ella apparve in tutto il suo splendore di creatura bella e virtuosa. Si sposarono il mattino seguente con gran pompa e solennità, e subito dopo tornarono col loro seguito alla corte di re Artù, dove furono accolti con gran gioia e fragorosi evviva. Il re volle ricompensare Jack per le molte e straordinarie imprese compiute, e lo nominò cavaliere della Tavola Rotonda.

La favola del giorno

Jack e i giganti

Come il figlio di re Artù, andando in cerca di fortuna, incontrò Jack…

L’unico figlio di re Artù pregò il padre di concedergli una certa somma di denaro, perché voleva andare in cerca di fortuna nel principato del Galles, dove viveva una bellissima dama, posseduta, così si diceva, da sette spiriti maligni. Il re padre cercò in ogni modo di dissuaderlo, ma lui si dimostrò irremovibile, e alla fine il re gli concedette quanto aveva chiesto, e cioè un cavallo carico di denaro e un altro da cavalcare; e il figlio del re partì solo.

Dopo parecchi giorni di viaggio, giunse in una cittadina del Galles dove si teneva mercato, e notò un grande assembramento di persone; il figlio del re chiese il motivo di quella folla e gli fu risposto che avevano arrestato un cadavere perché quando era morto quell’uomo era debitore di forti somme di denaro. Il figlio del re rispose: – E’ un peccato che i creditori siano gente tanto crudele. Seppellite quel morto, e dite ai creditori che vengano da me e tutti i debiti del morto saranno saldati -.

Quelli si precipitarono e in così gran numero che prima di notte il principe era rimasto quasi senza un soldo.

Ora, Jack Ammazzagiganti passava di lì, e vedendo come era generoso il figlio del re, fu preso da grande simpatia per lui, e decise di diventare il suo servitore; la cosa fu combinata e il mattino seguente i due si rimisero in viaggio. Stavano proprio lasciando la cittadina quando il figlio del re sentì una vecchia che lo chiamava: – Son cinque anni che mi doveva due pence, la prego, signore, paghi anche me come tutti gli altri! – Lui si mise una mano in tasca e diede una moneta alla vecchia, e siccome era tutto ciò che gli era rimasto, il figlio del re si rivolse a Jack: – non so proprio come farò a proseguire il mio viaggio. – Se è per questo, – rispose Jack – non ci pensi, non si preoccupi. Lasci fare a me, e vedrà che non ci mancherà niente.

Jack aveva in tasca una monetina, che servì giusto a procurar loro qualche vettovaglia per il pranzo, dopodiché, fra tutti e due non avevano neanche un penny: trascorsero il pomeriggio viaggiando e intrattenendosi in piacevole conversazione, finché il sole cominciò a calare, e allora il figlio del re disse: – Jack, dato che non abbiamo soldi, dove pensi che trascorreremo la notte? – Jack rispose: – Signore, ci andrà proprio bene, perché ho uno zio che vive a poche miglia da qui; è un gigante enorme e mostruoso, ha tre teste, e può combattere da solo contro cinquecento uomini in arme, e metterli in fuga. – Ahimè, – disse il figlio del re, – cosa possiamo fare? Certamente ci divorerà tutti e due in un sol boccone! Anzi, non basteremo nemmeno a riempire un suo dente bucato. – non c’è problema, – disse Jack, – intanto vado io, e preparo la strada per lei: perciò rimanga qui, e attenda il mio ritorno.

Lui aspetta, e Jack cavalca a tutto spiano finché, arrivato ai cancelli del castello, batte con tanta forza da far risuonare tutte le colline lì attorno. Il gigante ruggì, con una voce che pareva un tuono: – Chi va là? – Soltanto Jack, il tuo povero cugino. – E che mi dice il mio povero cugino Jack? – E lui rispose: – Caro zio, cattive nuove, lo sa Dio. – E che cattive nuove potreste darmi, di grazia? Non sai che sono un gigante con tre teste, e posso combattere da solo contro cinquecento uomini in arme, e farli disperdere come paglia al vento? – Oh, – disse Jack, – ma sta arrivando il figlio del re con mille uomini in arme per ucciderti e distruggere ogni tua proprietà! – Oh, cugino Jack, queste son cattive nuove davvero: qui c’è un grande vano sotto il pavimento, dove andrò a nascondermi immediatamente, e tu chiudimi dentro a doppia mandata, e mettici pure il lucchetto e la sbarra, e tieni tutte le chiavi finché il figlio del re se ne sarà andato.

Quando Jack ebbe messo al sicuro il gigante, tornò a prendere il suo signore, ed entrambi se la spassarono allegramente col vino e le altre leccornie che c’erano in casa: così quella notte riposarono in un ostello assai piacevole, mentre il povero zio gigante se ne stava sottoterra tutto tremante.

Il mattino dopo Jack rifornì il suo signore di oro e di argento, e poi lo condusse a tre miglia di distanza, in modo che il gigante non potesse più percepirne l’odore. Dopodiché tornò indietro per far uscire suo zio dal buco, e il gigante chiese a Jack cosa poteva dargli come ricompensa per aver salvato il castello dalla distruzione. – Ebbene, – rispose Jack, – non desidero altro che quel vecchio cappotto e quel berretto, e poi questa vecchia spada arrugginita e le pantofole che sono ai piedi del tuo letto -. E il gigante disse: – Allora le avrai, e ti prego di tener tutto da conto, perché sono cose assai utili. Il cappotto ti renderà invisibile, il cappello ti renderà sapiente, la spada fenderà in due ogni cosa che colpirai, e le pantofole ti daranno una straordinaria velocità; questi oggetti potranno servirti, e perciò te li dono con tutto il cuore. – Jack ringraziò lo zio, prese ogni cosa e seguì il suo signore. Continua domani.

La favola del giorno

La palla d’oro

C’erano due ragazze, figlie della stessa madre, e un giorno tornando dalla fiera videro un giovanotto bello davvero, che se ne stava sulla soglia della casa di fronte. Uno bello così non l’avevano visto mai. Aveva oro sul cappello, oro sul dito, oro al collo, una catena d’oro rosso per l’orologio, eh!, lì sì che c’erano dei bei soldi. Aveva una palla d’oro in ogni mano. Diede una palla a ciascuna ragazza, e doveva conservarla, e se l’avesse persa, allora bisognava impiccarla. Una delle ragazze, quella più giovane, perse la sua palla. Vi dico come. Era accanto allo steccato di un giardino, e tirava in alto la palla, e la palla andava su e giù, sempre più su, finché oltrepassò lo steccato; e quando lei si arrampicò per guardare, la palla rotolava sull’erba verde, rotolò dritta fino alla porta, poi la palla entrò in casa e lei non la vide più.

Così la portarono via, e l’avrebbero appesa per il collo finché fosse morta, perché aveva perso la palla.

Ma la ragazza aveva un innamorato che pensò di andare a cercare la palla. Andò al cancello del parco, ma era chiuso; allora si arrampicò sulla palizzata, e quando arrivò in cima, vide una donna uscir fuori da un rigagnolo lì davanti e la donna disse che se lui voleva la palla doveva dormire tre notti nella casa. L’innamorato disse di sì.

Poi entrò in casa e si mise a cercare la palla, senza trovarla. Arrivò la notte e sentì gli spiritelli muoversi in cortile, allora andò a guardare dalla finestra, e il cortile era pieno zeppo di quelli lì.

Poco dopo sentì dei passi salire le scale. Si nascose dietro la porta, immobile come un topo. Entrò un gigante enorme altro cinque volte lui, e questo gigante si guardò attorno m non vide il ragazzo, così andò alla finestra e si chinò per vedere fuori, e mentre era lì piegato sui gomiti a guardare gli spiritelli in cortile, il ragazzo gli arrivò alle spalle, e con un’unica sciabolata lo tagliò in due, e la metà superiore cadde in cortile, e la metà inferiore restò a guardare dalla finestra.

Gli spiriti lanciarono un grido fragoroso quando videro mezzo gigante cader giù fra loro, e urlarono: – Ecco metà del nostro padrone, dacci anche l’altra.

Allora il giovane disse: – A che ti serve, paio di gambe, startene tutto solo alla finestra, dato che non hai occhi per vedere? Raggiungi tuo fratello -. E gettò la metà inferiore del gigante dietro a quella superiore. E quando gli spiriti maligni ebbero ottenuto il gigante tutto intero la smisero di schiamazzare.

La notte seguente il ragazzo andò di nuovo alla casa, e dalla porta entrò un secondo gigante, e mentre entrava il ragazzo lo tagliò in due, ma le gambe andarono verso il camino e risalirono su per la cappa. – Vai, raggiungi le tue gambe, – disse il giovane alla testa, e lanciò anche quella su per il camino.

La terza notte il giovane andò a dormire e sentì gli spiritelli litigare sotto il letto, avevano la palla e giocavano a tirarsela. Ed ecco che spuntò la gamba di uno di loro, e il ragazzo la tagliò di netto con la spada. Poi spuntò un braccio dall’altro lato del letto, e il ragazzo lo troncò. Alla fine li aveva mutilati tutti, e loro non facevano altro che piangere e lamentarsi, alla palla non ci pensavano più, allora la prese lui e andò a cercare il suo amore.

La ragazza era a York, per essere impiccata; la portarono al patibolo, e il boia disse: – Adesso, fanciulla devo appenderti per il collo finché non sarai morta -. Ma lei gridò:

  • Fermo, fermo che arriva mia madre!

madre dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

No, non te l’ho certo portata

e non sarai certo salvata

ho fatto tanta strada

per venir qui a vederti impiccata.

Allora il boia disse: – Su’, ragazza, dì le tue preghiere, perché devi morire.

  • Fermo, fermo che arriva mio padre!

Padre dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

No, non te l’ho certo portata

e non sarai certo salvata

ho fatto tanta strada

per venir qui a vederti impiccata.

Allora il boia disse: – Hai finito le preghiere? Allora, ragazza, infila la testa nel cappio.

Ma lei rispose: – Fermo, fermo, che arriva mio fratello! – e ripeté la sua canzone, e poi le parve di veder arrivare la sorella, poi lo zio, poi la zia, poi una cugina, ma alla fine il boia disse: – Non posso indugiare oltre, ti stai prendendo gioco di me. Adesso ti impicco all’istante.

Ma ecco che arrivava il suo innamorato, che si faceva largo fra la folla tenendo alta sulla testa la palla d’oro; e allora lei disse:

  • Fermo, fermo che arriva il mio amore!

amore dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

Certamente te l’ho portata

e di sicuro sarai salvata

non ho fatto tutta questa strada

per venir qui a vederti impiccata.

E se la portò a casa, e da allora vissero sempre felici e contenti.

Fiabe popolari inglesi.

La favola del giorno

Gobborn il Savio

C’era una volta un carpentiere che si chiamava Gobborn il Savio e aveva un figlio di nome Jack.

Un giorno lo mandò a vendere una pelle di pecora, dicendogli così: – Devi riportarmi la pelle, e anche i soldi ricavati dalla vendita.

Jack partì, ma non trovò nessuno disposto a lasciargli la pelle e a pagargliela anche. Alla fine tornò a casa sconsolato.

Ma Gobborn il Savio disse: – Non importa, farai un altro tentativo domani.

Così provò di nuovo, ma nessuno voleva comprare la pelle a quelle condizioni.

Quando tornò a casa suo padre disse: – Vediamo se domani avrai più fortuna, – ma anche il terzo giorno sembrava che le cose si mettessero come al solito. Jack aveva una mezza idea di non tornare neanche a casa, suo padre si sarebbe talmente inquietato. Arrivò a un ponte su un ruscello e si appoggiò al parapetto pensando ai suoi guai. Forse scappare di casa era una sciocchezza, ma non sapeva proprio cos’altro fare, quando vide una ragazza che faceva il bucato sulla riva lì sotto. Lei guardò in su e disse: – Non per essere impertinente, ma cos’è che la preoccupa tanto?

  • Mio padre mi ha dato questa pelle, e io dovrei riportargliela insieme ai soldi ricavati dalla sua vendita.
  • Tutto lì? Me la dia, ed è presto fatto.

La ragazza lavò la pelle nel torrente, la tosò, pagò a Jack il prezzo della lana e gli diede la pelle da riportare a casa.

Suo padre fu molto soddisfatto, e disse a Jack: – Quella sì che è una ragazza di spirito; sarebbe un’ottima moglie per te. Sapresti riconoscerla?

Jack pensava di sì, così suo padre gli disse di tornare subito al ponte, e se lei c’era ancora, di invitarla a prendere il tè da loro.

E Jack la vide subito e le disse che il suo anziano padre avrebbe voluto conoscerla, e se le avrebbe fatto piacere venire a prendere il tè da loro.

La ragazza lo ringraziò garbatamente, e disse che sarebbe venuta il giorno dopo perché adesso aveva troppo da fare.

  • Tanto meglio, – disse Jack, – così ho il tempo di preparare tutto.

Quando la ragazza arrivò, Gobborn il Savio capì che era proprio sveglia, e le chiese se voleva sposare il suo Jack.  – Sì, – rispose lei, e il matrimonio fu celebrato.

Poco tempo dopo, il padre disse a Jack che dovevano andare insieme a costruire il più bel castello che si fosse mai visto, per un re che voleva far sfigurare tutti gli altri con un castello fantastico.

Mentre camminavano verso il luogo dove avrebbero dovuto gettare le fondamenta, Gobborn il Savio disse a Jack: – Non potresti accorciarmi un po’ la strada?

Ma Jack guardò avanti e vide un percorso lunghissimo, così disse: – non vedo proprio, padre, come potrei staccarne via un pezzo.

  • Allora non mi servi a niente, e farai meglio a tornare a casa.

E il povero Jack tornò indietro, e quando lo vide sua moglie disse: – E allora, com’è che torni solo? – E lui le raccontò cosa gli aveva chiesto il padre, e qual era stata la sua risposta.

  • Che scemo, – disse l’arguta moglie, – se tu gli avessi raccontato una storia avresti accorciato la strada! Adesso ascolta questa che ti racconto io, poi raggiungi tuo padre e cominciala subito. Starti a sentire gli farà piacere, e per quando avrai finito sarete arrivati al posto delle fondamenta.

Così Jack ce la mise tutta e raggiunse suo padre. Gobborn il Savio non disse neanche una parola, ma Jack si mise a raccontare, e la strada diventò più corta, come aveva detto sua moglie.

Quando arrivarono alla fine del viaggio, cominciarono a costruire questo castello che avrebbe dovuto far sfigurare tutti gli altri. La moglie di Jack li aveva consigliati di essere amichevoli e gentili coi servi, e loro le diedero retta, ed era tutto un “Buon giorno” e “Buona sera” mentre andavano avanti e indietro.

In capo a dodici mesi, il saggio Gobborn aveva costruito un castello tale che si radunarono a migliaia per ammirarlo.

E il re disse: – Il castello è finito. Tornerò domani a pagarvi.

  • Ho soltanto da ritoccare un soffitto in un corridoio al piano di sopra, – disse Gobborn, – e poi sarà a posto.

Ma appena il re fu partito, una governante mandò a chiamare Gobborn e Jack, e spiegò che da tempo aspettava l’occasione di avvertirli, perché il re aveva talmente paura che mettessero la loro maestria al servizio di un altro re e gli costruissero un castello altrettanto bello che aveva intenzione di ucciderli la mattina seguente. Gobborn disse a Jack di star su con la vita, se la sarebbero cavata.

Il re tornò, e Gobborn gli disse che non aveva potuto portare a termine il lavoro perché si era dimenticato a casa un attrezzo indispensabile, e che avrebbe voluto mandare Jack a prenderlo.

  • No, no, – rispose il re, – non si potrebbe mandare uno degli operai?
  • No, non riuscirebbero a spiegarsi, – disse il savio, – ma Jack può fare la commissione.
  • Voi due restate qui. Che ne dite di mandare mio figlio?
  • Benissimo.

Così Gobborn gli diede un messaggio per la moglie di Jack che diceva: “Dagli quello ben dritto e ricurvo!”

Ebbene, nel muro c’era una piccola cavità molto in alto, e la moglie di Jack cercò di frugare in un baule che era lì per prendere “quello ben dritto e ricurvo”, ma finì col chiedere al figlio del re di aiutarla, lui che aveva le braccia più lunghe.

Ma appena lui si chinò sul baule lei lo afferrò per i calcagni, e lo gettò nel baule, e lo chiuse a chiave. E così adesso lì dentro c’era proprio quello “ben dritto e ricurvo!”

Allora lui le chiese penna e inchiostro, e lei glieli portò, ma non gli permise di uscire, e fece dei fori nel legno perché potesse respirare.

Quando arrivò la sua lettera, in cui diceva che sarebbe stato liberato quando Gobborn e Jack fossero arrivati a casa sani e salvi, il re si rese conto che doveva pagare ai due il lavoro fatto e poi lasciarli andare.

Mentre erano sulla strada di casa, Gobborn disse al figlio: adesso che Jack aveva finito questo lavoro, doveva costruire al più presto un castello per la sua astuta sposa, di gran lunga superiore a quello del re, e lui fece proprio così, e vissero sempre felici e contenti.

Fiabe popolari inglesi

La favola del giorno

Lo stormo in volo

C’era una volta un contadino che viveva in una regione selvaggia, dove raramente arrivavano stranieri. Aveva una moglie bellissima e affettuosa, e la amava di un amore così intenso e geloso da sopportare a malapena che un altro uomo la guardasse. In una notte di vento e tempesta una barchetta fu costretta a cercare riparo nella piccola baia vicina alla fattoria, e uno straniero bussò alla loro porta, chiedendo un po’ di cibo e un tetto per la notte. Era un uomo di bell’aspetto, e mentre se ne stava a scaldarsi accanto al fuoco lanciando qualche occhiata a quella brava moglie che trafficava nella stanza, al fattore venne fatto di pensare che chiunque avrebbe giudicato quei due un gran bella coppia, e che lui in confronto a loro non era niente. Basta ben poco ad infiammare un cuore geloso, e mentre lui era lì che rimuginava capitò che lo straniero sbadigliasse, e sua moglie che stava portando la cena in tavola sbadigliò anche lei. “Ah, – pensò il marito, – c’è qualcosa fra loro. Probabilmente sono amanti da un sacco di tempo, e lui è venuto qui proprio per andare a letto con lei”.

L’idea gli era appena balenata in mente che era già diventata un fatto certo, e per tutta la cena restò seduto con aria minacciosa senza spiccicar parola. Se si fossero incontrati per strada o al mercato si sarebbe battuto con lo straniero e avrebbe cercato di ucciderlo, ma era suo ospite, e perciò la sua vita era sacra.

Lo straniero andò ben presto nella camera da letto che gli avevano ceduto, e si addormentò; allora il marito tirò giù una corda di canapa appesa alle travi del soffitto e prese sua moglie per un polso. – Vieni, – disse, e la portò fuori nella notte tempestosa. – Cosa succede? Cosa vuoi da me? – Voglio che tu continui a essere una moglie onesta e sincera, e non vedo altro modo di ottenerlo se non impiccandoti. Quello lì è un tuo antico amante, senza dubbio.

  • In nome del Signore dichiaro di non averlo mai visto prima di oggi.
  • Allora vi siete capiti subito. Per che motivo hai sbadigliato quando ha sbadigliato lui? – E nulla di quanto sua moglie poté dire riuscì a far vacillare la sua convinzione o a intenerire il suo cuore. Le mise la corda attorno al collo, e la condusse verso l’albero più vicino. Il vento era calato, ma soffiava ancora abbastanza forte, e faticarono molto a raggiungere un boschetto selvatico in una piccola valle riparata non lontana dalla fattoria. Mentre camminavano, uno stormo di uccellini li sorpassò svolazzando controvento con difficoltà. Quando raggiunsero il primo albero la luce della luna sfolgorò fra le nuvole e l’uomo lanciò la corda sul ramo più basso. Riuscì a buttargliela sopra, ma non ad appoggiarla, perché lo stormo di uccellini si posò sul ramo e la corda scivolò sulle loro ali che sbattevano. Provò ancora, ma sempre senza successo. – Lasciamo quell’albero agli uccelli, – disse, e proviamo col prossimo. – Andarono oltre, ma lo stormo di uccellini li accompagnò, e quando il contadino lanciò la corda, la fecero nuovamente scivolare. Allora sua moglie parlò, per la prima volta da quando si erano messi in cammino:
  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa,

  • disse la donna.

Ma il fattore era ostinato. – Riproveremo, – disse, e andò oltre, sempre accompagnato dagli uccellini. E di nuovo quando la corda scivolò sua moglie disse:

  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa.

Ma lui si ostinava ancora, e provò uno dopo l’altro tutti gli alberi del bosco, e sempre gli uccellini lo precedevano. Alla fine disse: – Questo bosco è strapieno di uccelli, ma mi sono ricordato di un vecchio abete che c’è su un sentiero della collina, a un paio di miglia da qui. Là il vento soffia con tanta violenza che nessun uccello ci si potrà posare. Andiamo.

E si misero in cammino, e gli uccelli abbandonarono il bosco e si librarono alti nel cielo, scomparendo dalla loro vista.

Camminarono a lungo e con grande fatica, osteggiati dal vento, finché arrivarono all’abete solitario in cima alla collina, e già una luce grigiastra annunciava l’alba.

  • Qui non ci sono uccelli a salvarti, – disse il contadino, e lanciò la corda sopra il ramo più basso, ben oltre le loro teste. Ma mentre la tirava si sentì un gran frullo d’ali, e di nuovo gli uccellini piombarono giù dal cielo e fecero cadere la corda per terra. E i primi raggi di sole illuminarono la moglie del fattore che di nuovo disse:
  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa.

A quella vista e a quelle parole, il cuore del fattore si addolcì, e l’uomo scoppiò in lacrime. Capì che sua moglie era sincera, e capì che se l’avesse uccisa in quel momento di furia gelosa, gli uccelli lo avrebbero seguito giorno e notte, e per lui non ci sarebbe più stata pace. Tolse la corda dal collo di sua moglie, e tornarono a casa tenendosi per mano; e finché visse il fattore non sospettò mai più di lei.

Fiabe popolari inglesi

La favola del giorno

La Luna morta

Tanto tempo fa la zona del Car era pieno di paludi, e attraversarla significava morte, tranne che nelle notti di luna, perché danni e disgrazie e tormenti, spiriti malvagi e cose morte e orrori striscianti, nelle notti senza luna venivano tutti fuori. Alla lunga la Luna venne a sapere cosa succedeva in quella terra di paludi appena lei girava la testa, e pensò di andar giù a dare un’occhiata di persona e a vedere se poteva essere d’aiuto. Così alla fine del mese si avvolse in un mantello nero, nascose i suoi capelli splendenti sotto un cappuccio nero, e discese nella terra delle paludi. Era tutto molto buio e umido, il fango faceva cic ciac, i ciuffi d’erba ondeggiavano e non c’era neanche un po’ di luce tranne quella proveniente dai suoi piedini bianchi. Andò avanti, si addentrò fra le paludi ed ecco che le streghe cavalcavano attorno a lei sui loro grandi gatti, e i fuochi fatui danzavano con le lanterne appese alla schiena, e i morti sorsero dalle acque, e la fissavano con occhi feroci, e mani morte viscide le facevano dei cenni e cercavano di afferrarla. Ma la Luna andò avanti, camminando sui ciuffi d’erba, leggera come il vento d’estate, finché alla fine una pietra le si spostò sotto ai piedi, e lei si afferrò con entrambe le mani ad un ramo per non perdere l’equilibrio; ma appena lo toccò quello le si attorcigliò attorno ai polsi come un paio di manette e la immobilizzò. Si dibatté e lottò ma non riuscì a liberarsi. Poi, mentre stava lì tutta tremante udì un grido pietoso, e capì che un uomo si era perso nel buio, e ben presto lo vide, correva dietro ai fuochi fatui sollevando spruzzi di fango, gridando loro di aspettarlo, mentre le mani morte gli tiravano la giacca, e gli orrori striscianti gli si affollavano attorno, e lui si allontanava sempre più dal sentiero.

La Luna era così preoccupata ed arrabbiata che lottò con tutte le sue forze, e anche se non riuscì a sciogliersi le mani, il cappuccio ricadde all’indietro, e dai suoi meravigliosi capelli dorati sgorgarono fiotti di luce, così l’uomo vide le buche limacciose che lo attorniavano e il sentiero sicuro in lontananza quasi come alla luce del giorno. Con un grido di gioia si slanciò barcollando verso la salvezza, via dalla palude mortale, mentre gli spiriti malvagi e le altre cose malefiche scappavano a nascondersi lontano dalla luce lunare. Ma la luna lottò invano per liberarsi e alla fine cadde in avanti, sfinita dalla lotta, e il cappuccio le scivolò di nuovo sulla testa, ma lei non aveva più la forza di buttarlo indietro. Allora tutti gli esseri malefici tornarono strisciando, e risero al pensiero di avere finalmente in loro potere la Luna nemica. Per tutta la notte litigarono schiamazzando sul modo migliore di ucciderla, ma quando comparve quella prima luce grigiastra che preannuncia l’alba si spaventarono, e la spinsero giù giù sott’acqua. I morti la tennero ferma, mentre gli spiriti maligni andavano a prendere una grossa pietra da metterle sopra, e poi scelsero due fuochi fatui per farle la guardia a turno, e quando il giorno arrivò, la Luna era sepolta sul fondo, e lì sarebbe rimasta finché qualcuno non l’avesse trovata, e chi mai sapeva dove andarla a cercare?

Passarono i giorni, e la gente faceva profezie e scommesse su quando sarebbe apparsa la Luna nuova, che non arrivava mai. Una notte buia dopo l’altra, le malvage creature della palude vennero a ululare e a strillare addirittura sulla parta delle case, così di sera nessuno poteva fare un passo fuori, e alla fine la gente passava la notte seduta accanto al fuoco, tremante e terrorizzata, temendo che a luci spente le creature si sarebbero spinte oltre la soglia.

Finalmente andarono dalla saggia che viveva nel vecchio mulino, e le chiesero cos’era successo alla loro Luna. Lei guardò nello specchio, e guardò nel pentolone della birra, e guardò nel libro, e vide solo buio, così disse ai paesani di mettere paglia e sale e un bottone sulla soglia, di notte, per essere al sicuro dagli orrori, e poi di tornare appena avessero avuto qualche novità da riferirle.

E potete star sicuri che ne parlarono, riuniti attorno al camino, ne parlarono in campagna e in città. E così un giorno capitò che mentre erano seduti su una panca all’osteria, un uomo che abitava all’altro capo della palude all’improvviso gridò: – Credo di sapere dov’è la Luna, solo che ero così stordito che non ci ho più pensato -. E raccontò di come una notte si era perduto, e stava per morire nelle buche della palude, quando all’improvviso era comparsa una luce chiara e splendente che gli aveva mostrato la via di casa. E corsero tutti dalla saggia del mulino a raccontarle cosa aveva detto l’uomo. La saggia guardò nel libro, e nel pentolone, e alla fine intravide un barlume di luce e disse agli uomini cosa dovevano fare. Dovevano uscire tutti insieme nel buio con un sasso in bocca e un ramoscello di nocciolo in mano, e non dovevano dire una sola parola finché non fossero tornati a casa; e dovevano cercare per tutta la palude finché non avessero trovato una bara, una croce e una candela, e lì avrebbero trovato la Luna. Avevano una gran paura, ma la notte successiva uscirono e camminarono inoltrandosi sempre più nel cuore della palude.

Non vedevano niente, sentivano sospiri e sussurri attorno a loro e mani viscide che li toccavano, ma andarono avanti, tremanti e spaventati, finché si fermarono all’improvviso, perché videro una lunga pietra mezza dentro e mezza fuori dall’acqua, e sembrava in tutto e per tutto una bara, e a una estremità aveva un grosso ramo nero da cui spuntavano due ramoscelli come una specie di macabra croce, su cui guizzava una fiammella. Allora si inginocchiarono e si fecero il segno della croce e dissero una preghiera dal principio alla fine per amore della croce, e dalla fine al principio per sconfiggere gli spiriti malvagi, ma la dissero solo col pensiero, perché sapevano di non dover parlare. Poi tutti insieme sollevarono la pietra. Per un attimo videro un viso strano e meraviglioso che li guardava, poi balzarono all’indietro storditi dalla luce e da un atroce lamento stridulo emesso dagli orrori che si rifugiavano nelle loro tane, e l’attimo dopo la Luna piena era nei cieli e splendeva luminosa su di loro, in modo che potessero trovare il sentiero quasi come alla luce del giorno.

E da allora la Luna è sempre stata particolarmente splendente sulla terra delle paludi, perché conosce bene le creature malvage che si nascondono lì e non dimentica che gli uomini del Car vennero a cercarla quando era morta e sepolta.

Fiaba popolare inglese