Tag: fiabe popolari irlandesi

La favola del giorno

La Trota Bianca; una leggenda di Cong

C’era una volta, molto tempo fa, una bellissima dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta che fosse promessa al figlio del re e che stessero per sposarsi quando, all’improvviso, il poveretto venne ucciso (che Dio ci aiuti), e gettato nel lago qui sopra, e così, naturalmente, non gli fu più possibile mantenere la parola data alla dolce dama – gran brutta disgrazia!

La dama, si dice, uscì di senno per aver perduto il figlio del re – perché era di animo sensibile, che Dio l’aiuti e protegga anche noi! – e si struggeva di dolore per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, né viva né morta; e allora si disse che era stata rapita dai folletti.

Ebbene, signore, passato un po’ di tempo, nel torrente laggiù si vide (che Dio la benedica) la Trota Bianca, e la gente non sapeva cosa pensare della bestiola, perché non si era mai sentito di trote bianche né prima né dopo d’allora; passarono gli anni, e la trota era sempre là proprio dove l’avete vista in questo istante benedetto, ed è là da più di quanto io posso ricordare – in verità tanto lontano non arriva neppure la memoria del più vecchio del villaggio.

La gente alla fine cominciò a pensare che doveva essere una fata; del resto cos’altro poteva essere? – e nessuno osò mai toccare né fare del male alla Trota Bianca finché non arrivarono da queste parti alcuni soldati, peccatori incalliti, e risero della gente del posto, e la canzonarono e la presero in giro perché credeva in cose del genere; e uno di loro in particolare (che la sfortuna lo perseguiti e Dio mi perdoni per quel che dico!) giurò che avrebbe catturato la trota e l’avrebbe mangiata per cena, il mascalzone!

Bene, volete sapere fin dove arrivò la furfanteria del soldato? Senza pensarci due volte acchiappa la trota, se la porta a casa, mette su una padella per friggere, e ci ficca dentro la povera bestiolina. La trota lanciò un grido che pareva proprio quello di un cristiano e, caro mio, l’avreste mai immaginato? Il soldato si piegava in due dalle risate – tanto duro di cuore era il mascalzone – e quando credette che un lato fosse cotto, rigirò la trota per friggere l’altro; ma, indovinate un po’, non si vedeva neanche l’ombra di bruciato, niente da nessuna parte; e il soldato deve certo aver pensato che era una trota ben strana quella, che non si riusciva ad arrostirla. – Ma, – dice, – la rigirerò ogni tanto, – e certo non immaginava quello che l’aspettava, il miscredente.

Quando credette che quel lato fosse cotto, la gira di nuovo e, state bene a sentire, questa parte non era neanche un briciolo più cotta dell’altra. – Che dannata sfortuna, – dice il soldato, – è proprio il colmo! Ma non l’ho ancora finita con te, mia cara, – dice, – anche se ti credi tanto furba; – e con questo la rivolta: ma il fuoco non aveva lasciato il minimo segno sulla bella trota. – Bene, – fa quell’incorreggibile furfante (perché certo, signore, se solo non fosse stato davvero un incorreggibile furfante avrebbe dovuto capire che stava facendo una cosa sbagliata vedendo che tutti i suoi sforzi non servivano a niente). – Bene, mia bella trotina, forse sei fritta abbastanza, anche se non hai proprio un bel colore; magari sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto sei un buon bocconcino; – e così dicendo tira fuori coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, caspita, appena ficca il coltello nel pesce ne esce un grido così terrificante che morireste di paura solo a sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella e cade in mezzo al pavimento; e nel punto dov’era caduta ecco che si alza una leggiadra signora – la più bella creatura mai vista, vestita di bianco, con un nastro d’oro fra i capelli, e un rivoletto di sangue che le cola dal braccio.

  • Guarda dove mi hai ferita, scellerato, – dice la dama, e gli mostra il braccio, e, caro mio, quello credette di aver perso il bene della vista.
  • Non potevi lasciarmi fresca e tranquilla nel fiume dove mi hai acciuffata, invece di disturbarmi mentre ero intenta a compiere la mia missione? – disse.

Il soldato si mise a tremare come un cane in un sacco bagnato, e alla fine balbettò qualcosa, e pregò che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che stesse svolgendo una missione, e che era un soldato troppo bravo per non aver di meglio da fare che immischiarsi nelle sue faccende.

  • Io stavo compiendo una missione, – dice la dama, – stavo aspettando il mio amato che mi raggiungerà nelle acque, e se passerà mentre io non ci sono, e lo perderò, ti trasformerò in un piccolo salmone, e ti perseguiterò dovunque e per sempre finché crescerà l’erba e l’acqua scorrerà.

Il soldato si sentì morire all’idea di essere trasformato in un salmoncino, e chiese pietà; allora così dice la dama:

  • Abbandona le tue cattive abitudini, peccatore, o sarà troppo tardi per pentirti; comportati bene per l’avvenire e compi il tuo dovere; e ora, – dice, – riportami indietro e mettimi di nuovo nel fiume dove mi hai trovata.
  • Oh, mia signora, – dice il soldato, – come potrei trovare il coraggio di annegare una dama tanto bella?

Ma prima che potesse aggiungere parola la dama era svanita, e là, sul pavimento, il soldato vide la piccola trota. Bene, allora la mette in un piatto pulito e corre via con quanto fiato ha in corpo, per paura che il suo amato potesse giungere mentre lei non c’era ancora; e corse e corse fino a che arrivò di nuovo alla caverna e gettò la trota nel fiume. Nel preciso istante in cui lo fece, per un attimo l’acqua diventò rossa come il sangue, a causa della ferita, immagino, fin quando la corrente non lavò via la chiazza; ed ancor oggi c’è una piccola macchia rossa sul fianco della trota, là dove era stata ferita.

Signore, da quel giorno il soldato divenne un altro uomo; cambiò vita, andò regolarmente a confessarsi, e praticò l’astinenza tre volte alla settimana – sebbene non mangiasse mai pesce nei giorni di astinenza, perché, dopo lo spavento che s’era preso, il pesce non gli sarebbe più rimasto nello stomaco – con licenza parlando.

In ogni caso era diventato un altro uomo, come ho detto, e, passato un po’ di tempo, lasciò l’esercito e da ultimo si fece eremita; e si dice che pregasse sempre per l’anima della Trota Bianca.

Queste storie di trote sono comuni in tutta l’Irlanda. Molti pozzi sacri sono dimora di simili trote benedette. In un pozzo sulla riva di Lough Gill, Sligo, c’è una trota che un qualche miscredente mise una volta sulla graticola. Ne porta i segni ancor oggi. Molto tempo fa il santo che consacrò il pozzo mise lì la trota. Oggi possono vederla solo le anime devote che hanno fatto la dovuta penitenza.

Fiabi popolari irlandesi  

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La favola del giorno

La moglie di Paddy Corcoran

Per diversi anni la moglie di Paddy Corcoran soffrì di un genere di disturbo che nessuno riusciva del tutto a comprendere.

Era ammalata e non era ammalata; stava bene e non stava bene; desiderava quello che desiderano le dame che amano il loro signore e non desiderava ciò che queste dame desiderano. Insomma nessuno sapeva dire cosa avesse. C’era qualcosa che le rodeva il cuore e che rendeva la vita difficile a suo marito; perché, Dio ci salvi, fosse stata fame quella cosa che la rodeva, non si sarebbe mai riusciti a saziarla neppure in un giorno d’estate. La povera donna era delicata oltre ogni dire, e non aveva assolutamente appetito, non ne aveva affatto, salvo essere un po’ attirata da una cotoletta di montone, o da una bistecca, o comunque da un boccone di carne. Certo che – Dio l’aiuti! – soprattutto con la poca salute che aveva, la patata asciutta accompagnata da un goccio di siero cagliato non l’attirava affatto; e bisogna ben dire che per essere una donna in quelle condizioni – era tanto malata infatti che per il povero Paddy era sempre in “quelle” condizioni -, non vi faceva caso, ma sia fatta la volontà di Dio! Una patata con un grano di sale le era gradita – sia lodato il Suo Nome! – quanto il miglior pezzo d’arrosto o di bollito mai cucinati; e perché no? Una cosa la consolava: non sarebbe stata a lungo con lui, a tormentarlo ancora; importava poco cosa aveva; tanto lo sapeva bene lei che con quella cosa che le rodeva il cuore non si sarebbe mai rimessa senza un boccone di carne ogni tanto; e, certo, se il suo stesso marito glielo lesinava, da chi avrebbe avuto più giusto motivo di aspettarselo?

Dunque, come dicevamo, fu costretta a letto come un’invalida per un bel po’ di tempo, provando dottori e ciarlatani di ogni genere, sesso, e misura; e tutto senza il più piccolo giovamento, tanto che, alla lunga, il povero Paddy non ce la faceva proprio più a forza di cercare di non farle mancare quel “boccone di carne”. Stava quasi per terminare il settimo anno, quando, un giorno di raccolto, mentre giaceva nel letto in cucina, a lato del focolare, e si lamentava del suo triste stato, entra una donnina minuscola con un lungo mantello rosso, che si siede vicino al fuoco e dice:

  • Beh, Kitty Corcoran, ne hai avuto per un bel po’, lì distesa sulla schiena da sette anni; e in quanto a guarire, sei sempre allo stesso punto.
  • Eh, sì, buona donna, – disse l’altra, – a dire il vero era quello che stavo pensando proprio in questo momento ed è un pensiero ben triste per me.
  • E’ colpa tua, piccola, – dice la donnina, – e in realtà, se vuoi saperlo, se ti sei ritrovata a letto è solo per colpa tua.
  • E come può essere? – chiese Kitty. – Non starei certo qui se potessi farci qualcosa. Credete che sia comodo o che mi faccia piacere essere malata e imprigionata nel letto?
  • No, – disse l’altra, – non lo credo davvero; ma ti dirò la verità: negli ultimi sette anni hai continuato a darCI fastidio. Sono del popolo dei folletti e, siccome ho una simpatia per te, sono venuta perché tu sappia come mai sei malata da tanto tempo. Per tutta la durata della malattia, se ti prendi il disturbo di ricordartelo, i tuoi bambini hanno buttato fuori la tua acqua sporca dopo il tramonto e prima del levar del sole, proprio nell’ora in cui passiamo davanti alla tua porta – ci passiamo davanti due volte al giorno. Se farai attenzione a non farlo, se la getterai in un posto diverso e a un’ora diversa, il male che hai sparirà: e sparirà anche quello che ti rode il cuore; e tornerai sana come non lo sei mai stata. Se non seguirai questo consiglio, beh, allora resta come sei, e tutta la scienza umana non ti potrà curare -. Poi la salutò e scomparve.

Kitty che era contenta di venir curata in una maniera così semplice, eseguì immediatamente gli ordini della donnina fatata; e il risultato fu che il giorno successivo si ritrovò in buona salute come non lo era mai stata in tutta la sua vita.

Fiaba popolare irlandese

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 5

Proseguì comunque nella direzione indicatagli dal cadavere. Egli stesso non avrebbe saputo dire per quanto avesse camminato, quando il morto che aveva dietro lo strinse improvvisamente con forza e disse: – Là!

Teig guardò davanti a sé e vide un muretto basso, che in certi tratti era tanto diroccato da non essere più un muro. Si trovava in un grande campo aperto, un po’ fuori dalla strada, e tranne che per tre o quattro grosse pietre agli angoli, che erano più rocce che pietre, non c’era nulla ad indicare che lì vi fosse un cimitero o un luogo di sepoltura.

  • E’ questo Imlogue-Fada? Devo seppellirti qui? – chiese Teig.
  • Sì, – disse la voce.
  • Ma non vedo tombe, né lapidi, solo questo mucchio di pietre, – disse Teig.

Il cadavere non rispose, ma allungò la sua lunga mano scarna per mostrare a Teig la direzione da prendere. Teig andò avanti come gli veniva indicato, ma aveva una gran paura, perché non si era dimenticato quello che gli era successo nel posto precedente. Procedette “col cuore in gola”, come egli stesso riferì in seguito; ma arrivato a meno di quindici o venti iarde dal basso muretto quadrato, scoppiò un lampo giallo vivo e rosso, con dentro striature turchine, che prese a girare attorno al muro sfrecciando veloce come una rondine nelle nuvole; e più Teig rimaneva a fissarlo, più andava veloce, finché divenne uno splendente anello di fiamma attorno al vecchio cimitero, e nessuno avrebbe potuto attraversarlo senza venirne bruciato. Da quando era nato Teig non aveva mai visto, né mai vide in seguito, una apparizione tanto portentosa e splendida. La fiamma girava, e mentre girava sprizzavano fuori scintille bianche, gialle e turchine, e sebbene da principio non fosse stata che una linea sottile e stretta, lentamente andò aumentando fino a divenire una grande fascia estesa che cresceva sempre più larga e alta e lanciava faville sempre più lucenti al punto che non ci fu colore sulla superficie della terra che non fosse possibile scorgere in quel fuoco; e mai si vide un lampo brillare o una fiamma ardere con tanta luce e splendore.

Teig era sbalordito; era mezzo morto dalla fatica e non aveva più il coraggio di avvicinarsi al muro. Una nebbia gli calò sugli occhi e una vertigine lo colse, e fu costretto a sedersi su una grossa pietra per riprendersi. Non riusciva a vedere altro che la luce e non sentiva altro che il suo sibilo mentre quella roteava attorno al piccolo prato più veloce di un lampo.

Stava seduto così sulla pietra, quando la voce sussurrò ancora una volta al suo orecchio: – Kill-Breedya -; e il morto lo strinse tanto forte da farlo gridare. Si alzò di nuovo, malconcio, stanco e tremante e proseguì per il cammino come gli veniva indicato. Tirava un vento freddo e la strada era brutta, il carico che portava sulla schiena era pesante e la notte scura: era quasi allo stremo delle forze e se avesse dovuto proseguire ancora per molto sarebbe caduto sotto il suo fardello.

Finalmente il cadavere allungò la mano e gli disse; – Seppelliscimi là.

“Questo cimitero è l’ultimo, – pensò Teig fra sé; – e l’ometto grigio ha detto che avrei potuto seppellirlo da qualche parte, dunque sarà qui. Devono accoglierlo per forza”.

La prima tenue striscia dell’anello del giorno stava apparendo ad oriente e le nubi cominciavano ad infuocarsi, ma era più buio che mai, perché la luna era tramontata e non c’erano più stelle.

  • Fa’ in fretta, fa’ in fretta! – disse il cadavere; e Teig corse come meglio poté verso il cimitero, che era piccolo, su una collina spoglia, con dentro solo poche tombe. Varcò coraggiosamente il cancello aperto e niente lo toccò, né udì o vide alcunché. Giunse nel mezzo del camposanto e qui si fermò e si guardò intorno per vedere se trovava una vanga o una pala con cui scavare una fossa. Mentre si girava a cercare notò all’improvviso qualcosa che lo colpì moltissimo – una fossa scavata di recente proprio davanti a lui. Si avvicinò e guardò dentro, e lì, sul fondo, vide una bara nera. Si calò nella buca, sollevò il coperchio, e, proprio come aveva immaginato, trovò che la bara era vuota. Era appena risalito e stava ritto sul bordo della fossa, quando il cadavere, che gli era rimasto aggrappato per più di otto ore, allentò di colpo la presa attorno al collo, sciolse le gambe dai suoi fianchi e scivolò giù con un tonfo nella bara aperta.

Teig cadde in ginocchio sull’orlo della tomba e ringraziò Iddio. Quindi non perse tempo, premette ben bene il coperchio sulla bara e con le mani vi gettò sopra la terra: quando la buca fu riempita vi pestò e saltò su con i piedi finché il suolo non fu compatto e duro e se ne andò via da quel luogo.

Quando finì il lavoro il sole stava sorgendo velocemente, e Teig ritornò subito sulla strada per cercare una casa in cui riposare. Trovò finalmente un osteria e lì si distese su un letto e dormì fino a sera. Poi si alzò, mangiò un poco, e cadde di nuovo addormentato fino al mattino. Appena sveglio, il giorno seguente, noleggiò un cavallo e corse verso casa. Era a più di ventisei miglia di distanza ed aveva percorso tutta quella strada in una sola notte con il corpo del morto sulla schiena.

A casa tutti pensavano che avesse lasciato il paese, e al vederlo tornare si rallegrarono molto. Cominciarono a fargli domande su dove era stato, ma Teig non lo volle dire ad altri che a suo padre.

Da quel giorno fu un altro uomo. Non esagerò mai nel bere; non perse mai denaro a carte; e soprattutto non corse più il rischio di rimanere fuori da solo, sul tardi, in una notte scura.

Non erano trascorsi quindici giorni dal suo ritorno a casa che sposò Mary, la ragazza di cui era innamorato, e non so dirvi quanto ci si divertì alle nozze: da allora in poi Teig fu l’uomo più felice della terra e tutto quello che posso augurare a me e a voi è di poter essere altrettanto felici.

Fiabe popolari Irlandesi.

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 4

Proseguì un po’ lungo la navata avvicinandosi alla porta e ricominciò a sollevare le lastre, alla ricerca di un altro giaciglio per il cadavere che portava sulla schiena. Tirò su tre o quattro lastre, le appoggiò di lato, e poi rimosse la terra con la vanga. Non lavorava da molto quando mise allo scoperto una vecchia che indosso non aveva altro che la camicia. Era più vivace del primo cadavere, infatti Teig le aveva a malapena tolta di torno un po’ di terra, che si alzò a sedere e cominciò a gridare: – Oh, tu pagliaccio! Ah, tu pagliaccio! Com’è che non ha un letto?

Il povero Teig si tirò indietro e quando la donna si accorse che non riceveva risposta, chiuse dolcemente gli occhi, perse la sua energia e ricadde calma e tranquilla sotto la terra. Teig fece con lei come aveva fatto con l’uomo – la ricoperse con la terra e vi adagiò sopra le lastre di pietra.

Riprese a scavare vicino alla porta, ma tirate su non più di un paio di palate, notò che la mano di un uomo sbucava fuori, vicino alla vanga. “Per l’anima mia, se le cose stanno così non continuerò, – disse fra sé; – a che mi serve?” E di nuovo gettò sopra la terra e sistemò le lastre come erano prima. Quindi, seppure a malincuore, lasciò la chiesa, badando di chiudere la porta, girare la chiave e lasciarla dove l’aveva trovata. Sedette su una lapide che stava vicino alla porta e cominciò a pensare. Era molto in dubbio sul da farsi. Si prese la faccia fra le mani e pianse di stanchezza e d’angoscia, poiché a questo punto era assolutamente certo che non sarebbe arrivato a casa vivo. Fece un altro tentativo di allentare le mani del cadavere che gli stavano avvinghiate attorno al collo, ma erano strette come una morsa; e più cercava di liberarsene, più strettamente si avvinghiavano. Stava per tornare a sedersi, quando le fredde, orride labbra del morto gli dissero: – Carrick-fhad-vic-Orus, – e ricordò l’ordine dei folletti di portare con sé il cadavere in quel luogo se non fosse riuscito a seppellirlo dove già aveva provato.

Si alzò e si guardò attorno. – Non conosco la strada, – disse.

Appena pronunziate quelle parole il cadavere allungò improvvisamente la mano sinistra che gli era stata serrata attorno al collo, e la tenne distesa a mostrargli la via che avrebbe dovuto seguire. Teig prese la direzione verso cui le dita erano tese e uscì dal cimitero. Si ritrovò su una strada piena di solchi e di sassi, e di nuovo si fermò, non sapendo dove andare. Il cadavere allungò una seconda volta la mano ossuta e gli indicò una strada diversa da quella per la quale era venuto alla vecchia chiesa. Teig seguì quella strada, ed ogni volta che arrivava ad un incrocio con un sentiero o con un’altra strada il cadavere sempre allungava la mano e indicava con le dita, mostrandogli la direzione da prendere.

Svoltò a molti crocicchi e percorse molti sentieri tortuosi, quando finalmente, a lato della strada, vide un vecchio camposanto; ma dentro non c’era chiesa, né cappella, né altra costruzione. Il cadavere lo strinse forte ed egli si fermò. – Seppelliscimi, seppelliscimi nel camposanto, disse la voce.

Teig proseguì verso il vecchio camposanto, e non ne era distante più di venti iarde quando, nell’alzare gli occhi, vide centinaia e centinaia di spettri – uomini, donne e bambini – seduti in cima al muro di cinta, o in piedi dentro il cimitero, o che correvano avanti e indietro, che lo segnavano a dito, e intanto poteva scorgere le loro bocche aprirsi e chiudersi come se stessero parlando, benché non si udisse parola o suono alcuno.

Ebbe paura a continuare, così rimase dov’era e nell’istante in cui si fermò tutti gli spettri si calmarono e smisero di agitarsi. Allora Teig comprese che stavano cercando di impedirgli di entrare. Andò avanti per un paio di iarde e immediatamente tutta quella folla si precipitò nel punto verso cui si stavano muovendo, e vi rimase così strettamente ammassata che lui pensò non sarebbe mai riuscito ad aprirsi un varco, se pure avesse avuto intenzione di tentare: ma non aveva nessuna intenzione di farlo. Ritornò sui suoi passi abbattuto e sconsolato, e una volta giunto a un paio di iarde dal camposanto si fermò di nuovo perché non sapeva quale direzione prendere. Sentì all’orecchio la voce del cadavere che diceva: – Teampoll-Ronan, – e la mano scheletrica si allungò di nuovo ad indicargli la via.

Stanco com’era, non poteva smettere di camminare, e la strada non era né breve, né regolare. La notte era più scura che mai ed era difficile andare avanti. Molte volte gli capitò di urtare contro qualcosa e più di un livido gli si segnò sul corpo. Infine scorse in distanza, davanti a sé, Teampoll-Ronan, in mezzo al cimitero. Proseguì verso la chiesa e, vedendo che sul muro non c’erano spettri o altro, credette di essere sano e salvo e pensò che questa volta non avrebbe trovato ostacoli nello sbarazzarsi finalmente del suo carico. Si diresse verso il cancello, ma mentre lo stava attraversando, incespicò nella soglia. Prima di potersi riprendere, qualcosa che non riuscì a vedere lo afferrò per il collo, per le mani e per i piedi e lo colpì, lo scosse, lo soffocò, finché non lo ridusse quasi in fin di vita; e per ultimo fu sollevato e trasportato a più di cento iarde da lì e poi gettato in un vecchio fosso, col cadavere sempre aggrappato alla schiena.

Si alzò, contuso e dolente, ma aveva paura ad avvicinarsi di nuovo a quel luogo, perché non aveva scorto nulla prima di essere buttato a terra e trascinato via.

  • Ehi tu, cadavere, lì sulla mia schiena, – disse, – devo ritornare al cimitero? – ma il cadavere non diede risposta. – E’ segno che non vuoi che ci riprovi, – disse Teig.

Era molto in dubbio sul da farsi, quando il cadavere gli parlò all’orecchio e gli disse: – Imlogue-Fada.

  • Oh, maledizione! – disse Teig, – devo portarti là? Se mi fai camminare così ancora per molto ti avviso che cadrò sotto il tuo peso. Continua domani.

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 2

Aveva appena pronunciate queste parole, quando udì il parlottare di molte voci, e un calpestio di piedi sulla strada davanti a sé. “Chi mai può andare in giro a quest’ora di notte e per una strada così solitaria!” disse fra sé.

Si fermò in ascolto e sentì le voci di molte persone che parlavano fra loro, ma non riuscì a capire cosa stessero dicendo.

  • Oh, Beata Vergine! – dice. – Chi sarà? Non parlano né irlandese, né inglese; che siano Francesi! – Avanzò per un paio di iarde e vide chiaramente alla luce della luna della gente piccola piccola che in gruppo di dirigeva verso di lui portando qualcosa di grosso e pesante. “Oh, accidenti! – dice fra sé, – non saranno mica i folletti, quelli lì!” Gli si rizzarono fin le radici dei capelli e un brivido gli passò per le ossa vedendo che stavano dirigendosi verso di lui a passo svelto.

Guardò di nuovo, e si accorse che il gruppo era formato da una ventina di ometti: non ce n’era neanche uno che fosse più alto di tre piedi, tre piedi e mezzo, ed alcuni avevano i capelli grigi e sembravano assai vecchi. Guardò ancora, ma non riuscì a scoprire che fosse quella cosa pesante che portavano, finché non giunsero vicino a lui e gli si misero tutti intorno. Gettarono il pesante fardello sulla strada e immediatamente egli vide che si trattava di un corpo senza vita.

Diventò freddo come la Morte, e non un filo di sangue gli scorreva più nelle vene quando un piccolo ometto, vecchio e grigio, si avvicinò a lui e: – Non è una fortuna, – gli disse, – che ti abbiamo incontrato, Teig O’ Kane?

Il povero Teig non riusciva a spiccicare una sola parola né a muovere le labbra, se pure avesse trovato qualcosa da dire, e così non rispose.

  • Teig O’Kane, – ripeté l’ometto grigio, – non ti abbiamo trovato al momento giusto?

Teig non fu in grado di rispondergli.

  • Teig O’Kane, – fa ancora quello, – per la terza volta, non è una fortuna che ti abbiamo trovato al momento giusto?

Ma Teig rimaneva in silenzio, perché aveva paura a rispondere ed era come se la lingua gli si fosse attaccata al palato.

L’ometto grigio si volse ai compagni e i suoi occhietti brillanti sprizzavano gioia. – E, – dice, – ora che Teig O’Kane è senza parole, possiamo fare di lui quel che vogliamo. Teig, Teig, tu conduci una brutta vita, e noi possiamo farti schiavo. Non puoi resisterci, è inutile cercare di contendere con noi. Solleva quel cadavere.

Teig era così spaventato che riuscì soltanto a balbettare le due parole: – Non voglio; – per quanto spaventato, era infatti ostinato e caparbio come al solito.

  • Teig O’Kane non vuole sollevare il cadavere, – disse il piccolo ometto con un risolino maligno, in tutto e per tutto simile allo spezzarsi di una fascina o di ramoscelli secchi, e con una vocina aspra come il tocco di una campana fessa. – Teig O’Kane non vuole sollevare il cadavere – fateglielo sollevare; – e prima che l’ordine gli uscisse di bocca si erano tutti radunati attorno al povero Teig, chiacchierando e ridendo fra loro.

Teig cercò di scappare, ma lo seguirono e, mentre correva, un omino gli fece lo sgambetto, cosicché Teig cadde come un sacco sulla strada. Poi, prima che potesse alzarsi, i folletti lo afferrarono, chi per le mani, chi per i piedi, e lo tennero stretto, con la faccia rivolto a terra, così da impedirgli di muoversi. In sei o sette quindi alzarono il corpo inanimato, glielo tirarono sopra, e glielo sistemarono sulla schiena. Il petto del cadavere fu premuto contro la schiena e le spalle di Teig, e le braccia del morto gli vennero gettate attorno al collo. Poi gli ometti si allontanarono da lui un paio di iarde, e gli permisero di alzarsi. Teig si tirò su imprecando e con la schiuma alla bocca e si scosse con l’intenzione di scrollarsi il cadavere dalla schiena. Ma quali non furono in lui la paura e lo stupore quando s’accorse che le due braccia mantenevano stretta la presa attorno al collo e le gambe rimanevano avvinghiate saldamente ai suoi fianchi e che, per quanta forza ci mettesse, non riusciva a liberarsene più di quanto un cavallo non possa sbarazzarsi della sella. Allora una paura terribile lo colse e credette d’essere perduto. “Accidenti, è finita! – si disse. E’ stata la vita sregolata che faccio a dare al “buon popolo” questo potere su di me. Prometto a Dio e Maria, Pietro e Paolo, Patrick e Bridget che se uscirò sano e salvo da questa brutta avventura mi comporterò bene per il resto dei miei giorni, e sposerò la ragazza”.

L’ometto grigio gli si avvicinò di nuovo e gli disse: – Ora, piccolo Teig, – gli dice, – non hai sollevato il cadavere quando ti ho detto di sollevarlo, e vedi bene che ci sei stato costretto; forse anche quando ti dirò di seppellirlo non lo farai finché non ti avremo costretto!

  • Qualsiasi cosa posso fare per vostra signoria, – disse Teig, – la farò, – poiché stava diventando ragionevole, ma se non fosse stato per la gran paura che aveva non si sarebbe mai lasciato sfuggire di bocca quelle parole gentili.

Di nuovo l’ometto fece udire quella specie di risolino. – Ti stai calmando ora, Teig, – gli dice. – E scommetto che prima che abbia chiuso con te ti sarai calmato ben bene. Ascoltami adesso, Teig O’Kane, e se non mi obbedirai in tutto quello che ti dirò, te ne pentirai. Devi trasportare il cadavere che hai sulle spalle fino a Teampoll-Démus, fin dentro la chiesa. Devi alzare le lastre di pietra e rimetterle a posto nella stessa identica maniera, e poi portare la terra fuori dalla chiesa e lasciare il posto com’era quando sei arrivato, di modo che nessuno possa accorgersi che c’è stato qualche cambiamento. Ma non è tutto. Può darsi che il cadavere non possa venir sepolto nella chiesa; forse vi riposa qualcun altro e, se così è, è probabile che non sia disposto a dividere il suo letto con un estraneo. Se non ti sarà consentito seppellirlo a Teampoll-Démus, devi portarlo a Carrick-fhad-vic-Orus, e seppellirlo là, nel cimitero; e se non riesci a sistemarlo in quel posto, portalo con te a Teampoll-Ronan; e se quel cimitero ti è precluso, portalo a Imlogue-Fada; e se non puoi seppellirlo lì, non ti rimane altro da fare che portarlo a Kill-Breedya, e là lo potrai seppellire senza alcun ostacolo. Non so dirti in quale di queste chiese ti verrà concesso di mettere sotto terra il cadavere, ma so che in una o nell’altra ti sarà permesso di farlo. Se eseguirai bene questo lavoro te ne saremo riconoscenti e non avrai motivo di lamentarti; ma se ti mostrerai lento o svogliato, sta’ certo che otterremo soddisfazione. Continua domani.

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere

Mi è stato difficile collocare questa bellissima storia di Douglas Hyde. Fra gli spettri o fra i folletti? Si trova fra i folletti in base alla considerazione che tutti questi spettri e corpi non sono affatto spettri e corpi, ma pishogues – incantesimi dei folletti. Si sente spesso di simili visioni in Irlanda. Ho incontrato un uomo che aveva condotto una vita sregolata come il protagonista della storia, sino a quando – una notte scura – non ebbe, nella contea di …, una visione non certo terribile quanto quella qui riportata, ma sufficiente a fargli cambiare idea e completamente il carattere: non vuole più uscire di notte; se gli si parla all’ improvviso trema. E’ diventato timoroso e strano. E’ andato dal vescovo a farsi benedire con l’acqua santa. “Può essere stato un avvertimento, – ha commentato il vescovo; – tuttavia i grandi teologi sono dell’opinione che nessun uomo abbia mai assistito ad una apparizione, perché nessuno vi sopravviverebbe”.

C’era una volta, nella contea di Leitrim, un giovanotto forte e allegro, figlio di un ricco fattore. Suo padre aveva molto denaro e non ne faceva certo mancare al figlio. Una volta cresciuto, il ragazzo si era perciò abituato a preferire il divertimento al lavoro e il padre, che non aveva altri figlioli, gli era talmente affezionato che gli permetteva di fare sempre il comodo suo. Il giovane non badava affatto al denaro, e spendeva e spandeva le monete d’oro come un altro avrebbe fatto con quelle di metallo. In casa lo si trovava raramente, ma se nell’arco di dieci miglia c’era un mercato, o una gara, o un raduno, potevate star certi che lui era là. Del resto era anche difficile passasse una notte in casa del padre; se ne stava sempre fuori a vagabondare e, come per shawn bwee molto tempo fa, c’era “l’amore di ogni ragazza nella sua camicia”.

Tanti sono i baci che diede e ricevette, perché era molto bello e non c’era ragazza in tutto il paese che non se ne sarebbe innamorata se solo avesse fissato su di lei il suo sguardo, ed è per ciò che qualcuno compose per lui questi versi:

Guarda lì quel briccone, è per baci che va scorrazzando,

Non fa gran meraviglia, tanto è fatto così;

Come un riccio di siepe, di notte andrà in giro arraffando

Va da un luogo ad un altro, ma poi dorme nel dì.

Giunse infine a condurre una vita del tutto sregolata e senza freni. In casa del padre non lo si vedeva mai, né di giorno, né di notte; era sempre a zonzo o se ne andava per i suoi giri notturni di luogo in luogo e di casa in casa, tanto che i vecchi scuotevano il capo e dicevano fra loro: – Non ci vuol molto a indovinare che ne sarà della terra una volta morto il vecchio; suo figlio la farà fuori in un anno; sarà anzi la terra a non reggerlo tanto a lungo.

Era sempre a giocare d’azzardo o a carte e a bere, ma il padre non faceva mai caso alle sue brutte abitudini e non lo puniva mai. Un giorno però il vecchio venne a sapere che il figlio aveva rovinato la reputazione di una ragazza dei dintorni. Si arrabbiò molto, chiamò a sé il figlio e gli disse con tono calmo e ragionevole: – Figlio mio, – dice, – tu sai che fino ad ora ti ho voluto molto bene, e che non ti ho mai impedito di fare di testa tua, di qualunque cosa si trattasse. Ti ho dato denaro in abbondanza e ho sempre sperato di poter lasciare a te la casa e la terra e tutto quello che mi appartiene, dopo che me ne sarò andato; ma oggi ho sentito sul tuo conto una storia che mi ha fatto indignare. Non immagini neppure che dolore ho provato nel venire a sapere di te una cosa simile, e ora ti dico chiaro e tondo che se non sposi quella ragazza lascerò la casa, la terra e ogni altro avere al figlio di mio fratello. Non potrei mai lasciarli a uno che ne facesse un uso cattivo come ne fai tu, che inganni le donne e insidi le ragazze. Decidi dunque se vuoi sposare la ragazza e avere insieme a lei la mia terra in eredità, o se preferisci rifiutarti di sposarla e rinunciare a tutto quello che ti era destinato; e fammi sapere domani mattina quale delle due soluzioni hai scelto.

  • Ach! Dannazione! Padre, non puoi dirmi una cosa del genere! A me che sono un così buon figliolo. Chi ti ha raccontato che non voglio sposare la ragazza? – fa lui.

Ma il padre se ne era già andato e il giovanotto sapeva fin troppo bene che avrebbe mantenuto la parola; era, in cuor suo, molto preoccupato perché, per quanto suo padre fosse una persona tranquilla e gentile, non si era mai rimangiato la parola una volta data, e non c’era uomo in tutto il paese che fosse più duro di lui da piegare.

Il ragazzo non sapeva che decisione prendere. Era sinceramente innamorato della ragazza e desiderava sposarla, prima o poi, ma avrebbe preferito rimanere così ancora per un po’, e continuare con le sue vecchie abitudini – a bere, a spassarsela e a giocare a carte; inoltre era seccato che suo padre gli avesse ordinato di sposarsi e che l’avesse minacciato nel caso non lo avesse fatto.

“Non è uno stupido, mio padre? – diceva fra sé, – io ero ben disposto a sposare Mary, anzi, ero fin troppo impaziente; e adesso che mi minaccia, accidenti, ho una gran voglia di lasciar perdere ancora per un po’”.

La sua mente era in un tale tumulto che non sapeva decidersi su cosa gli convenisse fare. Alla fine uscì nella notte per calmare il sangue che gli ribolliva e andò fino alla strada. Si accese la pipa e siccome la notte era bella, continuò a camminare finché l’andatura veloce non cominciò a fargli dimenticare il suo cruccio. La notte era luminosa e si era al primo quarto di luna. Non tirava un alito di vento e l’aria era calma e mite. Andò avanti per quasi tre ore, quando improvvisamente, s’accorse che era notte tarda e doveva rincasare. – Accidenti! Devo aver perso la nozione del tempo, – dice; sarà già quasi mezzanotte. Continua domani.

La favola del giorno

La cena del prete

Persone che dovrebbero intendersene di queste cose affermano che il “buon popolo”, o i folletti, sono angeli cacciati dal paradiso e approdati su questa terra, mentre gli altri angeli loro compagni, che una colpa più grave trascinava verso il basso, sono precipitati più giù, verso un luogo peggiore. Vero o falso che sia, c’era una allegra combriccola di folletti che danzava e si abbandonava agli scherzi più pazzi in una chiara sera di luna, verso la fine di settembre. Il luogo di questi svaghi non era molto distante da Inchegeela, nella parte occidentale della contea di Cork – un villaggio povero, anche se vi si trovava una caserma per i soldati; ma alte montagne e rocce aride, come quelle che lo circondano bastano a portare la miseria dovunque: ad ogni modo, siccome i folletti possono avere tutto quello che vogliono, solo che ne esprimano il desiderio, la miseria non li spaventa molto, e la loro unica preoccupazione sta nello scovare angoli poco frequentati e posti dove è difficile che qualcuno possa arrivare a guastare il loro divertimento.

Questi piccoli esserini stavano su un bel tappeto d’erba verde presso la riva del fiume e danzavano in cerchio più vispi che mai: ad ogni balzo i loro berretti rossi si agitavano al chiarore della luna e i loro salti erano così leggeri che le gocce di rugiada, pur tremando sotto i loro piedi, non erano disturbate da tutte quelle capriole. Erano dunque intenti ai loro giochi e giravano su se stessi, facevano piroette e inchini, si dileguavano e provavano ad assumere ogni forma possibile, finché uno di essi cinguettò:

Basta, basta tamburellare,

Non possiamo più giocare;

Dall’odore

Posso dire

Un prete sta per arrivare!

E tutti i folletti sgattaiolarono via più in fretta che poterono, nascondendosi sotto le verdi foglie della digitale, dove, se per caso i piccoli cappucci rossi fossero spuntati, sarebbero solo sembrate le campanelle cremisi della pianta; e altri si nascosero dietro il lato ombroso delle pietre e dei rovi e altri sotto la sponda del fiume, e in nicchie e fessure d’ogni genere.

Il folletto che aveva dato l’allarme non si era sbagliato; infatti, lungo la via che si scorgeva dal fiume, veniva, sul suo pony, Padre Horrigan, e fra sé pensava che, essendo così tardi, avrebbe posto fine al suo viaggio alla prima capanna cui fosse arrivato. Seguendo questo proposito, si fermò all’abitazione di Dermod Leary, sollevò il chiavistello, ed entrò con un: – La mia benedizione a tutti.

Non è il caso di dire che Padre Horrigan era dovunque un ospite gradito, poiché nessun uomo era più pio e più amato in tutto il paese. Dermod era perciò molto dispiaciuto di non avere nulla di saporito da offrire per cena al reverendo assieme alle patate, che la “vecchia” (così Dermod chiamava la moglie, anche se questa non aveva di molto superato i vent’anni) aveva messo in una pentola a bollire sul fuoco. Gli venne in mente la rete che aveva teso nel fiume, ma l’aveva gettata solo da poco e non c’erano molte probabilità che un pesce vi si fosse impigliato. “Non fa niente, – pensò Dermod, – fare un salto giù a vedere non può certo far male; e, dato che desidero il pesce per la cena del prete, forse quello sarà lì ancor prima di me”.

Dermod andò giù alla riva del fiume e nella rete trovò il più bel salmone che mai avesse guizzato nelle luccicanti acque del “frondoso Lee”; ma, mentre stava per tirarlo fuori, la rete gli fu strappata di mano, non seppe dire come o da chi, e il salmone se ne scappò via, nuotando felice nella corrente come se niente fosse accaduto.

Dermod rimase a fissare pieno di tristezza la scia che il pesce aveva lasciato sull’acqua, splendente come un filo d’argento al chiaro di luna, quindi, con un moto rabbioso della mano destra, pestando un piede, diede sfogo ai suoi sentimenti borbottando:

  • Che la cattiva sorte ti possa seguire notte e giorno, dovunque tu vada, maledetto furfante di un salmone! Dovresti vergognarti di te, se sei capace di provar vergogna, scivolarmi via in questo modo! E sono ben convinto che farai una brutta fine, perché è stata qualche forza cattiva ad aiutarti – non ho forse sentito tirare la rete dall’altra parte con tanta violenza che pareva il diavolo in persona?
  • E’ falso quello che dici, – disse uno dei piccoli folletti che erano fuggiti all’avvicinarsi del prete, dirigendosi verso Dermod Leary con un’intera schiera di compagni alle calcagna;
  • Eravamo soltanto noi, una dozzina e mezzo, a tirare dall’altra parte.

Dermod fissò con sorpresa il minuscolo interlocutore, il quale proseguì: – Non darti alcun pensiero per la cena del prete; se tornerai da lui a chiedergli una cosa da parte nostra, in men che non si dica si troverà apparecchiata davanti la più bella cena mai messa in tavola.

  • Non voglio aver niente a che fare con voi, – rispose Dermod con tono deciso; e dopo una pausa aggiunse: – Vi sono molto obbligato per la vostra offerta, signore, ma mi guardo bene dal vendermi a voi, o ad altri della vostra specie, per una cena; e inoltre, so che Padre Horrigan tiene tanto in considerazione la mia anima da non volere che io la impegni per sempre, qualunque cosa possiate mettergli davanti; e con questo la faccenda è chiusa.

Il piccolo folletto, con una ostinazione che i modi di Dermod non riuscivano a vincere, continuò: – Vuoi fare una cortese domanda al prete per noi?

Dermod stette un po’ a pensare, e aveva ben ragione a farlo, ma decise che a nessuno poteva venire del male per aver posto una cortese domanda. – Non ho niente in contrario a eseguire quanto mi chiedete, signori, – disse Dermod, – ma non voglio avere nulla a che fare con la vostra cena finché vivrò – badate bene.

  • Allora, – disse il piccolo folletto che parlava, mentre gli altri si affollavano dietro di lui da tutte le parti, – vai e chiedi a Padre Horrigan di dirci se le nostre anime saranno salvate il giorno del giudizio, come le anime dei buoni cristiani; e, se ci sei amico, torna a riferirci quanto ti dirà, senza indugiare.

Dermod se ne andò alla capanna dove trovò che le patate erano state versate sul tavolo e la sua buona moglie porgeva a Padre Horrigan la più grossa, un bel pomo rosso ridente, fumante come un cavallo sotto sforzo in una notte di gelo.

  • Scusate, Reverendo, – disse Dermod, dopo qualche esitazione, – posso avere l’ardire di farvi una domanda?
  • Cosa mai può essere? – chiese PadreHorrigan.
  • Ecco, allora, scusandomi con voi, Reverendo padre, per la libertà che mi prendo, la domanda è: le anime del “buon popolo” saranno salvate il giorno del giudizio?
  • Chi ti ha detto di farmi questa domanda, Leary? – disse il prete fissandolo molto severamente. Dermod, che non sapeva resistere al suo sguardo, rispose: – Non dirò bugie su questa storia e nient’altro che la verità in vita mia. Sono stati i folletti che mi hanno mandato a farvi questa domanda, e ce ne sono a migliaia giù alla riva del fiume, ad aspettare che ritorni con la risposta.
  • Ritorna senz’altro, – disse il prete, – e di che vengano loro stessi qui da me, se lo vogliono sapere, ed io risponderò a questa e a qualsiasi altra domanda desiderino rivolgermi col più grande piacere al mondo.

Dermod ritornò dunque dai folletti che si radunarono a frotte attorno a lui per sentire la risposta che il prete aveva dato; e Dermod, da quell’uomo coraggioso che era, parlò chiaro davanti a loro: ma quando sentirono che avrebbero dovuto andare dal prete fuggirono via, chi di qua, chi di là, chi da una parte, chi dall’altra, guizzando accanto al povero Dermod così velocemente e in tal numero, che egli ne fu del tutto disorientato.

Quando si riprese, e ce ne volle un bel po’, fece ritorno alla capanna e mangiò le sue patate asciutte assieme a Padre Horrigan, il quale non dava alcuna importanza alla cosa; ma Dermod non poteva fare a meno di pensare che era una faccenda assai strana che il Reverendo padre, le cui parole avevano il potere di scacciare i folletti tanto in fretta, non avesse niente di saporito per cena, e che il bel salmone che aveva nelle reti gli fosse stato strappato via in quel modo.

Fiabe popolare irlandese.