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La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita – 3

Un racconto del Donegal

Così passò un anno e venne di nuovo la vigilia di Ognissanti.

  • Mamma, – disse Jamie levandosi rispettosamente il cappello, – me ne vado al vecchio castello a cercar fortuna.
  • Sei matto Jamie? – gridò la madre terrorizzata. – Questa volta ti uccideranno di sicuro per quello che gli hai combinato l’anno scorso.

Jamie diede poca importanza a quei timori e andò per la sua strada.

Quando raggiunse il boschetto di meli selvatici vide, come la volta precedente, brillare le luci alle finestre del castello e udì un parlare ad alta voce. Strisciando sotto le finestre sentì i folletti che dicevano: – E’ stato un tiro mancino quello che ci ha giocato Jamie Freel l’anno scorso quando ci portò via la graziosa fanciulla.

  • Certo, – disse la fatina minuscola, – e io l’ho punito per questo; infatti è una muta immagine quella che siede ora al suo focolare; ma lui non sa che tre gocce del liquido del bicchiere che tengo in mano le ridarebbero l’udito e la favella.

Il cuore di Jamie batteva forte mentre entrava nel salone. Fu di nuovo accolto dalla compagnia con un coro di “benvenuto”.

  • Ecco che arriva Jamie Freel. Benvenuto, benvenuto Jamie!

Appena il rumore si calmò la fatina disse: – Devi bere alla nostra salute Jamie da questo bicchiere che ho in mano.

Jamie le strappò il bicchiere e sfrecciò verso la porta. Non seppe mai come fosse riuscito a raggiungere la sua capanna, ma ci arrivò senza fiato e si lasciò cadere accanto al focolare.

  • Questa volta sei proprio finito male, mio povero ragazzo! – disse sua madre.
  • No davvero, questa volta sono stato più fortunato che mai -. E diede alla fanciulla le tre gocce del liquido che ancora restavano al fondo del bicchiere malgrado la sua corsa sfrenata attraverso il campo di patate.

La fanciulla cominciò a parlare e le sue prime parole furono di ringraziamento per Jamie.

I tre abitanti della capanna avevano talmente tante cose da dirsi, che quando l’alba era passata da un pezzo e la musica fatata era del tutto finita, stavano ancora parlando intorno al fuoco.

  • Jamie, – disse la fanciulla, – sii così gentile da procurarmi carta, penna e inchiostro in modo che io possa scrivere a mio padre e dirgli cosa mi è successo.

Scrisse, ma le settimane passavano e non riceveva risposta. Riscrisse più volte, e ancora nessuna risposta. Infine disse: – Devi venire con me a Dublino, Jamie, per cercare mio padre.

  • Non ho denaro per affittare un carro, – rispose Jamie, – e come fai ad andare a piedi fino a Dublino?

Ma la fanciulla lo pregò talmente che Jamie acconsentì a mettersi in viaggio e a farsi tutta la strada da Fannet a Dublino. Non fu certo così facile come durante il viaggio fatato ma infine suonarono alla porta della casa in Stephen’s Green.

  • Dite a mio padre che sua figlia è qui, – disse al servitore che era venuto ad aprire.
  • Il signore che abita in questa casa non ha figlie, ragazza mia. Ne aveva una ma è morta più di un anno fa.
  • Non mi riconoscete Sullivan?
  • No, povera ragazza, non vi conosco.
  • Fatemi vedere il padrone di casa. Chiedo solo di vederlo.
  • Beh! Non chiedete gran cosa. Vediamo cosa si può fare.

Dopo pochi minuti il padre della fanciulla giunse alla porta.

  • Caro padre, – disse la ragazza, – non mi riconoscete?
  • Come osi chiamarmi padre? – gridò l’anziano signore incollerito. – Sei una simulatrice. Io non ho nessuna figlia.
  • Guardatemi in viso, padre, e certo mi riconoscerete.
  • Mia figlia è morta e sepolta. E’ mancata molto tempo fa -.

La voce dell’anziano signore era passata dall’ira al dolore. – Puoi andartene, – concluse.

  • Caro padre, aspettate finché avrete visto l’anello che porto al dito. Guardate, ci sono incisi il vostro nome e il mio.
  • Questo è certamente l’anello di mia figlia, ma non so come ne sei venuta in possesso; temo non in modo onesto.
  • Chiamate mia madre, lei mi riconscerà di sicuro, – disse l’infelice ragazza che ormai stava piangendo amaramente.
  • La mia povera moglie sta cominciando a dimenticare la sua pena. Ormai parla raramente di sua figlia. Perché dovrei rinnovare il suo dolore ricordandole quella perdita?

Ma la fanciulla continuò a insistere tanto che alla fine fu mandata a chiamare la madre.

  • Mamma, – disse la ragazza quando l’anziana signora venne alla porta, – neanche tu riconosci tua figlia?
  • Io non ho figlie; mia figlia morì e fu sotterrata tanto, tanto tempo fa.
  • Dammi anche solo un’occhiata in viso è certo mi riconoscerai.

L’anziana signora scosse il capo.

  • Voi tutti mi avete dimenticata. Ma guarda questo neo che ho sul collo. Ora mamma mi riconoscerai di sicuro.
  • Sì, sì, – disse la madre, – la mia Gracie aveva sul collo un neo simile a questo; eppure io l’ho vista nella bara e ho visto il coperchio chiudersi sopra di lei.

Fu allora Jamie a parlare, e raccontò la storia del viaggio fatato, del rapimento della fanciulla, della sagoma che aveva visto adagiata al suo posto, della sua vita a Fannet insieme alla madre, dell’ultima vigilia di Ognissanti e delle tre gocce che l’avevano liberata dall’incantesimo.

Quando si interruppe la ragazza continuò la storia raccontando di quanto madre e figlio erano stati gentili con lei.

I genitori non sapevano come ringraziare Jamie. Lo trattarono con ogni riguardo e, quando espresse il desiderio di ritornare a Fannet, dissero che non sapevano cosa fare per dimostrargli la loro gratitudine.

Ma sorse allora una curiosa complicazione: la figlia non voleva che Jamie se ne andasse senza di lei. – Se Jamie se ne va, andrò via anch’io, – disse. – Mi ha salvato dai folletti e da allora ha sempre lavorato per me. Se non fosse stato per lui, cara mamma e caro padre, non mi avreste mai più rivisto. Se lui se ne va, andrò via anch’io.

L’anziano signore, vedendola così decisa, disse che Jamie sarebbe dovuto diventare suo genero. La madre fu fatta venire da Fannet con un tiro a quattro e ci fu uno splendido matrimonio.

Vissero tutti insieme nella stupenda casa di Dublino e alla morte del suocero Jamie divenne erede di incalcolabili ricchezze.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita – 2

Un racconto del Donegal

La compagnia smontò da cavallo vicino ad una finestra e Jamie vide in un letto meraviglioso uno splendido volto appoggiato sul cuscino. Vide che la damigella veniva sollevata e portata via mentre il bastone che era stato messo nel letto al suo posto ne riprendeva esattamente la forma.

La fanciulla fu posta davanti a un cavaliere e portata per un breve tratto e poi passata ad un altro; intanto i nomi delle città venivano annunciati come nel viaggio d’andata.

Si stavano avvicinando a casa; Jamie udì i nomi “Rathmullan, Milford, Tamney” e allora seppe che erano ormai vicini alla sua capanna.

  • Tutti voi a turno avete portato la fanciulla, – disse; – perché non dovrei portarla un pezzetto anch’io?
  • Certo che puoi averla anche tu per un po’, Jamie, – gli dissero gentilmente.

Tenendo stretto stretto il suo tesoro, Jamie smontò vicino alla porta di casa di sua madre.

  • Jamie freel, Jamie freel! E’ questo il modo di trattarci? – gli gridarono, e scesero anche loro da cavallo vicino alla porta.

Jamie strinse forte le braccia anche se non sapeva neppure più lui che cosa stesse stringendo, perché la “piccola gente” trasformava continuamente la fanciulla in ogni genere di strane forme. Un momento era un cane nero che abbaiava e tentava di mordere, un altro era una sbarra di ferro incandescente che però non aveva calore, poi ancora era un sacco di lana.

Ma nonostante ciò Jamie la teneva stretta; e già i folletti di cui si era preso gioco se ne stavano andando, quando una fatina minuscola, la più piccola del gruppo, esclamò: – Jamie Freel ce l’ha presa ma non gliene verrà alcun bene, perché la farò diventare sorda e muta, – e gettò qualcosa sulla ragazza.

Mentre si allontanavano a cavallo tutti delusi, Jamie sollevò il chiavistello ed entrò in casa.

  • Jamie, ragazzo! – esclamò la madre, – sei stato fuori tutta la notte. Che cosa ti hanno fatto?
  • Niente di brutto, mamma; ho avuto la miglior fortuna che mi potesse capitare. Ecco qui una bellissima fanciulla che ti ho portato per farti compagnia.
  • Che Dio ci benedica e ci protegga, – esclamò la madre, e per qualche minuto restò così sorpresa che non le riuscì di pensare a nient’altro da dire.

Jamie le raccontò la storia dell’avventura notturna e finì dicendo: – Certamente non avreste permesso che io la lasciassi andare con loro e che fosse perduta per sempre!

  • Ma una signora, Jamie! Come può una signora mangiare il nostro povero cibo e vivere alla nostra misera maniera? Vorrei proprio saperlo, sciocco d’un ragazzo.
  • Beh, mamma, è meglio per lei essere qui che non là, – e puntò l’indice in direzione del castello.

Intanto la ragazza, sorda e muta, rabbrividendo nei suoi abiti leggeri, si avvicinò all’umile fuoco di torba.

  • Povera creatura, è strana e bella. Non mi meraviglia che abbiano messo gli occhi su di lei, – disse la vecchia donna guardando con ammirazione e pietà la sua ospite. – Prima di tutto dobbiamo pensare a vestirla; ma io, disgraziata, cosa posso avere da far indossare a una come lei?

Andò verso l’armadio a muro della stanza comune e prese la sua gonna della festa di rozzo panno scuro; poi aprì un cassetto e tirò fuori un paio di calze bianche, una lunga veste di buon lino, bianca come la neve, e una cuffia: i suoi vestiti “da morta”, come li chiamava di solito.

Questi capi del suo guardaroba erano pronti da tempo per una certa triste cerimonia della quale un giorno lei sarebbe stata la protagonista, e venivano esposti solo di tanto in tanto quando li si appendeva a prendere aria, ma si era decisa a dare anche queste cose alla bella e tremante visitatrice che si volgeva da lei a Jamie e da Jamie di nuovo a lei con un’espressione di muto dolore e di sorpresa.

La povera ragazza si lasciò vestire, poi si sedette su di una bassa panchetta nell’angolo del camino e affondò il viso tra le mani.

  • Cosa faremo per non sfigurare di fronte a una signora come voi? – esclamò la vecchia donna.
  • Lavorerò per tutte e due, mamma, – rispose il figlio.
  • E come potrà una signora adattarsi al nostro misero cibo? – ripeté la donna.
  • Lavorerò per lei, – disse Jamie per tutta risposta.

E mantenne la sua parola.

Per lungo tempo la fanciulla fu molto triste e più di una sera le lacrime le scesero sulle guance mentre la vecchia madre filava vicino al fuoco e Jamie faceva reti per i salmoni, abilità che aveva acquistato di recente nella speranza di offrire qualche agio in più alla sua ospite.

Questa era sempre gentile e si sforzava di sorridere quando vedeva che la stavano guardando; poco per volta si adattò alle loro abitudini e al loro genere di vita. Non passò molto tempo che cominciò a dare da mangiare ai maiali, a preparare pastoni di grano e patate per i polli e a fare calzini di forte lana blu. Continua domani.

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La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita

Un racconto del Donegal

Laggiù a Fannet, in tempi ormai lontani, vivevano Jamie Freel e sua madre. Jamie era per la vedova l’unico sostegno: le sue forti braccia lavoravano per lei instancabilmente e quando arrivava il sabato sera le versava in grembo tutta la sua paga, ringraziandola rispettosamente per la moneta da mezzo penny che lei gli rendeva per comprarsi il tabacco.

I vicini ne parlavano come del miglior figlio mai visto e conosciuto. Eppure Jamie aveva vicini della cui opinione era completamente all’oscuro, personaggi che vivevano a pochissima distanza da lui ma che egli non aveva mai visto e che, infatti, sono visti molto raramente dai mortali se non alla vigilia del Primo Maggio e di Ognissanti.

Si diceva che un vecchio castello in rovina a un quarto di miglio circa dalla capanna di Jamie fosse la dimora della “piccola gente”. Ogni vigilia di Ognissanti le antiche finestre si illuminavano e i passanti potevano vedere minuscole figure svolazzare avanti e indietro nell’edificio mentre si udiva la musica delle zampogne e dei flauti.

Era risaputo che le fate vi tenevano i loro festini magici, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di mettervi piede.

Jamie aveva più volte osservato da lontano le figurette e ascoltato quella musica così attraente chiedendosi come fosse l’interno del castello; ma una sera, alla vigilia di Ognissanti, si alzò e, preso il cappello, disse a sua madre: – Me ne vado al castello a cercar fortuna.

  • Cosa! – gridò la donna; – avresti il coraggio di andare là? Tu che sei l’unico figlio di una povera vedova! Non essere così sciocco e temerario, Jamie! Ti uccideranno, e che ne sarà allora di me?
  • Non aver paura, madre, che non mi capiterà niente di male. Ma devo proprio andare.

E se ne partì. Attraversato il campo di patate, giunse in vista del castello: le finestre erano tutte splendenti di luci sì da trasformare in oro le foglie rossicce ancora attaccate ai rami del melo selvatico.

Fermatosi nel boschetto presso un lato del rudere, Jamie stette ad ascoltare la baldoria degli elfi, e quelle risate e quei canti lo resero ancora più risoluto ad entrare.

Un gran numero di piccoli esseri, i più alti grandi come un bambino di cinque anni, stavano danzando alla musica dei flauti e dei violini, mentre altri bevevano e si divertivano.

  • Benvenuto Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie! – esclamò la compagnia scorgendo il visitatore. La parola “benvenuto” fu raccolta e ripetuta da ogni voce nel castello.

Il tempo volava; Jamie si stava divertendo moltissimo, quando i suoi ospiti dissero: – Questa notte andremo a cavallo fino a Dublino per rapire una fanciulla. Vuoi venire anche tu, Jamie Freel?

  • Certo che voglio, – disse l’intrepido giovanotto che aveva sete di avventure.

Dei cavalli aspettavano alla porta. Jamie ne montò uno e il suo destriero si levò in aria con lui. Di lì a poco sorvolava la casa di sua madre, circondato dalla schiera degli elfi: continuarono ad andare e andare volando sopra aspre montagne e basse colline, sopra il profondo Lough Swilley e sopra i villaggi e i casolari dove la gente tostava nocciole e mangiava mele per festeggiare in allegria la notte di Ognissanti. A Jamie sembrò che avessero volato su tutta quanta l’Irlanda prima di arrivare a Dublino.

  • Questa e Derry, – dissero le fate passando sopra le guglie della cattedrale; e quello che una voce aveva detto fu ripetuto da tutte le altre, finché si udirono cinquanta vocette gridare:
  • Derry! Derry! Derry!

In questo modo Jamie venne tenuto al corrente di ogni città che, trovandosi sulla loro rotta, sorvolavano, e alla fine udì le voci argentine gridare: – Dublino! Dublino!

Non era certo una misera dimora quella che stava per essere onorata dalla visita dei folletti, ma una delle più belle case di Stephen’s Green. Continua domani.

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La favola del giorno

La distillazione dei gusci d’uovo

La signora Sullivan aveva il sospetto che il suo ultimo nato le fosse stato scambiato da “ladri folletti”, e certamente le apparenze giustificavano tale conclusione; in una sola notte, infatti, il suo sano bimbetto dagli occhi azzurri, si era raggrinzito fino a diventare quasi un niente e non la smetteva di strepitare e piangere. La povera signora Sullivan era naturalmente molto triste, e tutti i vicini, per confortarla, le dicevano che sicuramente il suo bambino era con il “buon popolo” e che al suo posto era stato messo un folletto.

Certamente la signora Sullivan non poteva non credere a ciò che tutti quanti le dicevano, ma non voleva far del male alla creaturina, perché, sebbene la sua faccia fosse così avvizzita e il corpo ridotto al solo scheletro, conservava tuttavia una forte somiglianza col suo vero bambino. Non riusciva perciò a trovare il coraggio di arrostirlo vivo sulla graticola o di bruciargli via il naso con le molle incandescenti o di gettarlo sul lato della strada in mezzo alla neve, malgrado questi e altri simili procedimenti le venissero caldamente raccomandati come sistemi per recuperare il suo bambino.

Un giorno successe che la signora Sullivan incontrò per caso proprio una donna che la sapeva lunga di queste cose, ben conosciuta nel paese col nome di Ellen Leah (o la Grigia Ellen). Aveva il dono, comunque l’avesse acquistato, di dire dove erano i morti e che cosa potesse essere utile al riposo delle loro anime; e con arti magiche aveva il potere di togliere porri e gozzi, e di compiere tutta una serie di meraviglie di tal genere.

  • Vi vedo afflitta questa mattina, signora Sullivan, – furono le prime parole che Ellen Leah le rivolse.
  • Lo potete ben dire, Ellen, – disse la signora Sullivan, – e ho ben ragione di essere afflitta, dal momento che il mio bel bambino, che era nella culla, mi è stato strappato via senza neanche un “con permesso” o uno “scusate tanto”, e al suo posto c’era un brutto sgorbio di folletto grinzoso; non c’è da sorprendersi, dunque, che mi vediate afflitta, Ellen.
  • Non vi si può rimproverare, signora Sullivan, – disse Ellen Leah, – ma siete sicura che sia un folletto?
  • Sicura! – fece eco la signora Sullivan. – Ne sono ben sicura, per mia disgrazia; posso forse dubitare dei miei stessi occhi? Ogni cuore di madre deve certo commiserarmi!
  • Volete seguire il consiglio di una vecchia? – chiese Ellen Leah fissando il suo sguardo inquietante e misterioso sulla infelice madre; e, dopo una pausa aggiunse: – Ma poi non direte che è un consiglio sciocco?
  • Potete farmi riavere il mio bambino, il mio caro bambino, Ellen? – disse la signora Sullivan tutta infervorata.
  • Se farete come vi ordino, – rispose Ellen Leah, – lo saprete.

La signora Sullivan rimase in attesa, in silenzio, ed Ellen continuò: – Mettete sul fuoco il pentolone grosso, pieno d’acqua, e fatela bollire a più non posso; poi prendete una dozzina di uova appena deposte, rompetele e tenete i gusci, ma gettate via il resto; fatto questo, mettete i gusci nella pentola d’acqua bollente e saprete presto se quello è il vostro bambino o un folletto. Se scoprite che quello nella culla è un folletto, prendete l’attizzatoio incandescente e ficcateglielo giù per la sua orribile gola, e, fatto questo non avrete più fastidi, ve lo assicuro.

La signora Sullivan se ne andò a casa e fece come Ellen Leah le aveva comandato. Mise la pentola sul fuoco e sotto una gran quantità di torba e fece bollire l’acqua a un ritmo tale che se mai ci fu un’acqua incandescente quella sicuramente lo era.

Il bambino giaceva, strano a dirsi, tutto calmo e tranquillo nella culla, lanciando ogni tanto un’occhiata, che brillava pungente come una stella in una notte gelida, verso il gran fuoco e il pentolone che vi stava sopra; e seguiva con estrema attenzione la signora Sullivan che rompeva le uova e metteva a bollire i gusci. Alla fine chiese, con la voce di un uomo molto vecchio: – Cosa stai facendo mammina?

Quando la signora Sullivan sentì il bambino parlare, il cuore – come lei stessa riferì – le balzò in gola al punto da soffocarla. Ma riuscì a mettere l’attizzatoio nel fuoco e a rispondere a quelle parole senza mostrare alcuna sorpresa: – Sto distillando, figlio mio.

  • E cosa distilli, mammina? – disse il diavoletto, la cui soprannaturale capacità di parola provava senza alcun dubbio che era un sostituto fatato.
  • Ah, se l’attizzatoio fosse già rosso, – pensava la signora Sullivan; ma era grosso e impiegava molto tempo a scaldarsi, perciò decise di distrarre il bambino con le chiacchiere finché non fosse arrivato al punto giusto per ficcarglielo in gola, e così ripeté la domanda: – Vuoi sapere cosa sto distillando, figlio mio? – disse.
  • Sì, mammina; cosa distilli? – rispose il folletto.
  • Gusci d’uova, figlio mio, – disse la signora Sullivan.
  • Oh! – strillò il diavoletto saltando su nella culla e battendo le mani, – sono al mondo da millecinquecento anni e non ho mai visto una distillazione di gusci d’uova prima d’ora!

A questo punto l’attizzatoio era rovente e la signora Sullivan, afferrandolo, corse con furia verso la culla; ma in qualche modo le scivolò un piede, cadde distesa sul pavimento e l’attizzatoio le volò via di mano fino all’altro lato della stanza. Si alzò tuttavia senza perdere troppo tempo e andò alla culla, con l’intenzione di ficcare la creatura maligna che vi giaceva nella pentola d’acqua bollente, quando vide il suo vero bambino immerso in un dolce sonno; uno dei morbidi e rotondi braccini era appoggiato sul cuscino, i suoi lineamenti erano sereni come se la loro quiete non fosse mai stata disturbata e solo la rosea boccuccia si muoveva con un respiro lieve e regolare.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

Un folletto del Donegal

Eh, sì, è una brutta cosa scontentare i “signori”, è proprio vero – possono diventare poco amichevoli se li si fa andare in collera, e possono essere il meglio dei vicini se sono trattati con gentilezza.

Un giorno la sorella di mia madre stava tutta sola in casa con un pentolone d’acqua che bolliva sul fuoco, e uno della piccola gente è caduto giù dal camino, ed è scivolato nell’acqua calda con le sue gambette.

Ha cacciato uno strillo terribile e in un minuto la casa era piena di creaturine piccolissime che lo tiravano fuori dal pentolone e lo trascinavano per il pavimento.

  • Ti ha scottato lei? – mia zia ha sentito che gli chiedevano.
  • No, no, sono stato io che mi sono scottato da me, – fa il piccolino.
  • Ah, bene, bene, – dicono loro. – Se sei stato tu che ti sei scottato da te non diremo niente, ma se ti avesse scottato lei, gliela avremmo fatta pagare.

Incarnazioni fatate

A volte i folletti si invaghiscono di esseri mortali e li portano con sé nel loro paese, lasciando in cambio un qualche malaticcio bimbo-folletto, o un ceppo di legno che per incantesimo appare come un mortale, e a poco a poco si consuma e muore e viene sepolto. Rubano per lo più bambini. Se si “guarda troppo un bambino”, se cioè lo si osserva con invidia, i folletti lo hanno in loro potere. Si possono fare molte cose per scoprire se un bambino è un’incarnazione dei folletti, ma c’è un sistema infallibile: metterlo sul fuoco con questa formula riportata da Lady Wilde: “Brucia, brucia, brucia, se sei del diavolo, brucia; ma se sei di Dio e dei Santi, sii salvo da ogni male”. Allora, se è un’incarnazione dei folletti, scapperà su per il camino con un grido, perché secondo Giraldus Cambrensis , “il fuoco è il nemico più grande di ogni genere di spettro, tanto che quelli che hanno avuto apparizioni cadono in deliquio non appena percepiscono la brillantezza del fuoco”.

A volte ci si libera della creatura in un modo molto meno brutale. Risulta che un giorno, mentre una madre stava curva su una incarnazione avvizzita, il chiavistello fu sollevato ed entrò un folletto riportando a casa il bimbo sano rapito. “Sono stati gli altri, – disse, – a rapirlo”. In quanto a lei rivoleva indietro il suo bambino.

Secondo alcuni, coloro che sono portati via sono felici, poiché vivono in un’abbondanza di agi, musica e allegria. Altri però affermano che essi si struggono continuamente per la mancanza dei loro amici terreni. Lady Wilde riporta una fosca tradizione secondo la quale ci sono due tipi di folletti: i primi allegri e gentili; gli altri cattivi, che ogni anno sacrificano una vita a Satana ed è a tale scopo che rubano i mortali. Nessun altro scrittore irlandese riferisce di questa tradizione: se esistono tali tipi di folletti devono essere fra gli spiriti solitari, i Pooka, i Fit Darrig e simili.

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La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton – 2

Se ne andò verso Cappagh, e camminava con tanta leggerezza, saltellando a ogni passo, che pareva avesse fatto il maestro di ballo per tutta la vita. Non uno di quelli che gli passarono accanto lo riconobbe senza la gobba, e Lusmore ebbe un gran da fare a persuadere ognuno che era lo stesso uomo – in verità non lo era, per quel che riguardava l’aspetto esteriore.

Naturalmente non ci volle molto prima che la storia della gobba di Lusmore di diffondesse, e se ne parlò come di un gran prodigio. Nel paese, per miglia attorno, era l’argomento sulla bocca di tutti, ricchi e poveri.

Una mattina, mentre Lusmore se ne stava seduto assai soddisfatto sulla porta della sua capanna, gli si avvicinò una donna e gli chiese se poteva mostrarle la via per Cappagh.

  • Non c’è bisogno che vi dia nessuna indicazione, buona donna, – disse Lusmore, – perché Cappagh è questo; chi mai cercate qui?
  • Sono venuta, – disse la donna, – dal paese di Decie, nella contea di Waterford, per trovare un certo Lusmore, al quale ho sentito dire che i folletti hanno tolto la gobba; perché il figlio di una mia vicina ha sulla schiena una gobba che sarà la sua morte; e, forse, se gli facessero lo stesso incantesimo fatto a Lusmore, la gobba potrebbe andargli via. Ora vi ho detto perché mi sono spinta tanto lontano: è per sapere di questo incantesimo, se mi è possibile.

Lusmore, che era l’ometto di buon cuore di sempre, raccontò alla donna tutti i particolari: come a Knockgrafton avesse intonato la canzone per i folletti, come la gobba gli fosse stata levata dalle spalle, e come per di più avesse ricevuto un nuovo abito intero.

La donna lo ringraziò moltissimo, e se ne andò via tutta contenta e con l’animo sollevato. Tornata alla casa della vicina, nella contea di Waterford, le ripeté per filo e per segno quello che Lusmore le aveva detto: misero allora il gobbetto, che era una creatura furba e stizzosa fin dalla nascita, su una carretta e lo condussero attraverso tutto il paese. Fu un viaggio lungo, ma non vi badarono, purché gli venisse tolta la gobba di dosso; e, proprio al calar della notte, lo portarono sotto il vecchio tumulo di Knockgrafton e ve lo lasciarono.

Jack Madden, era questo il nome del gobbetto, non stava lì da molto quando udì risuonare la melodia dentro il tumulo: era assai più dolce della volta precedente, perché i folletti la cantavano nel modo in cui Lusmore l’aveva modificata per loro, e la canzone ripeteva: Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes e Mercole ancora, senza interrompersi mai. Jack Madden, che aveva una gran fretta di sbarazzarsi della sua gobba, non pensò neanche un istante di aspettare che i folletti avessero finito, né che sarebbe stato meglio rimanere in attesa di un’occasione propizia per riprendere il motivo in modo ancor più squisito di quanto avesse fatto Lusmore; così, dopo aver ascoltato i versi per intero sette volte senza che i folletti si fermassero mai, non badando al tempo o al carattere del pezzo, né cercando di introdurre le sue parole in modo appropriato, sbotta con: e Mercole ancora, e anche Giobia, pensando che se un giorno andava bene due erano ancora meglio; e che se Lusmore aveva ricevuto un abito nuovo, lui ne avrebbe avuti due.

Le parole gli erano appena uscite dalle labbra che fu sollevato e trasportato in un baleno dentro il tumulo con una forza prodigiosa; e i folletti vennero con grande irritazione a radunarsi attorno a lui, strillando, urlando e strepitando: – Chi ha sciupato la nostra canzone? Chi ha sciupato la nostra canzone? – e uno si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Jack Matto! Jack Matto!

E’ un gran guaio quel che hai fatto

Alla musica nostro diletto;

Nel castello sei stato costretto,

Perché la tua vita si copra di lutto;

Ecco qui, son due gobbe per Jack Gobbo Matto!

Venti dei folletti più robusti portarono quindi la gobba di Lusmore e la appoggiarono sopra quella che già stava sulla schiena del povero Jack, e lì rimase attaccata tanto fissa come vi fosse stata inchiodata con chiodi da dodici penny dal miglior falegname che mai abbia piantato un chiodo. Poi lo scacciarono a calci dal castello; e al mattino, quando la madre e la vicina vennero a cercare il loro omarino, lo trovarono ai piedi del tumulo mezzo morto, con l’altra gobba sulla schiena. Potete immaginare come si guardarono l’un l’altra! Ma avevano paura ad aprire bocca per timore di ritrovarsi anche loro con una gobba sulle spalle. Si riportarono lo sfortunato Jack Madden a casa, abbattute nell’animo e nell’aspetto come mai si videro due vicine; e vuoi per il peso della seconda gobba, vuoi per il lungo viaggio, il gobbetto morì poco dopo, lasciando, si dice, la sua pesante maledizione su tutti coloro che ancora volessero andare ad ascoltare le melodie fatate. Fine.

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La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton

C’era una volta un pover’uomo che viveva nella fertile valle di Aherlow, ai piedi dei tenebrosi monti Galtee, e aveva una grossa gobba sulla schiena: a guardarlo, pareva che gli avessero arrotolato il corpo e glielo avessero sistemato sulle spalle; e la testa era così schiacciata dal peso che, quando stava seduto, il mento trovava sostegno sulle ginocchia. Gli abitanti delle campagne preferivano evitare di incontrarlo in luoghi solitari, perché, anche se il poveretto era pacifico e inoffensivo come un bambino appena nato, la sua deformità era tale che a stento lo si sarebbe detto un essere umano, e delle malelingue avevano messo in giro strane storie sul suo conto. Si raccontava che fosse un esperto conoscitore di erbe e di incantesimi, ma la cosa certa era che aveva una grande abilità nell’intrecciare paglie e giunchi facendone cappelli e ceste, e in questo modo si guadagnava da vivere.

Lusmore, era questo il soprannome che gli era stato affibbiato perché sul suo cappellino di paglia non mancava mai un rametto del “cappuccio delle fate” o digitale, riceveva sempre qualche soldo più degli altri per i suoi lavori di intreccio, ed era forse per tale motivo che qualcuno, spinto dall’invidia , aveva fatto circolare quelle strane storie su di lui.

Sia come sia, accadde che una sera facesse ritorno a Cappagh dalla graziosa cittadina di Cahir, e poiché a causa della grossa gobba sulla schiena il piccolo Lusmore camminava assai lentamente, era buio fitto quando giunse all’antico tumulo di Knockgrafton che si trovava sul lato destro della strada. Era stanco e affaticato e in cuor suo per niente tranquillo al pensiero della strada che ancora gli restava da percorrere e alla prospettiva di dover camminare tutta la notte; sedette allora sotto il tumulo per riposarso, e cominciò a fissare tristemente la luna che

Levandosi in una maestà di nubi, infine

Palesata Regina, svelava l’ineffabile sua luce,

E il suo manto d’argento gettava sulla notte.

Di lì a poco arrivò alle orecchie del piccolo Lusmore il confuso canto di una melodia celeste; si pose in ascolto e pensò che mai prima di allora gli era capitato di sentire una musica tanto incantevole. Era come il suono di molte voci in cui ognuna si fondeva e si armonizzava con l’altra in modo così particolare da produrre l’effetto di una voce sola: eppure tutte intonavano arie differenti. Le parole della canzone erano:

Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes;

seguiva un attimo di pausa, quindi lo svolgersi della melodia riprendeva daccapo.

Lusmore ascoltava attentamente, e quasi non respirava per paura di perdere anche la più debole nota. Percepiva ora con chiarezza che il canto veniva dall’interno del tumulo, ma, anche se dapprincipio ne era stato così affascinato, cominciava ad essere stufo di sentire lo stesso suono ripetuto tanto spesso senza alcun cambiamento; e allora, approfittando della pausa, dopo che Lunes, Martes era stato cantato tre volte, riprese la melodia e la intonò con le parole e Mercole ancora, e poi continuò a cantare Lunes, Martes assieme alle voci provenienti dal tumulo, terminando il canto, al ripetersi della pausa, e Mercole ancora.

Nell’udire questa aggiunta alla musica, i folletti di Knockgrafton, la canzone era infatti un’aria magica, ne rimasero talmente conquistati che in quattro e quattr’otto risolsero di portare con sé il mortale che dimostrava di possedere un talento, nella musica, tanto superiore al loro, e il piccolo Lusmore fu trasportato tra i folletti all’incredibile velocità di un turbine.

Lo spettacolo che improvvisamente gli comparve innanzi mentre scendeva attraverso il tumulo girando su se stesso con la leggerezza di un fuscello e la musica più dolce seguiva il ritmo del suo movimento, fu stupendo. Gli venne poi tributato il più grande degli onori, perché fu posto al di sopra di tutti i musicisti, ed ebbe servi che si occupavano di lui egli fu dato tutto quello che poteva desiderare: in breve, fu trattato come fosse stato l’uomo più importante del paese.

Dopo poco, Lusmore notò che fra i folletti aveva luogo un gran confabulare e se ne spaventò non poco, nonostante tutte le gentilezze ricevute, finché uno non si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Lusmore! Lusmore!

Non avere alcun timore,

Quella gobba, quel gonfiore

Non darà a te più dolore;

Guarda in basso, con rumore

E’ caduta, Lusmore!

Non appena queste parole furono pronunciate, il piccolo Lusmore si sentì così leggero e felice che credette di poter saltare con un balzo solo sulla luna, come la mucca nella storia del gatto e del violino; e con gioia indicibile vide la sua gobba ruzzolargli giù dalle spalle, sul pavimento. Allora provò a sollevare la testa, e lo fece con la dovuta cautela per paura di sbattere contro il soffitto del salone in cui si trovava. Si guardò ancora ripetutamente in giro, meravigliandosi e deliziandosi di ogni cosa che gli appariva sempre più bella; sopraffatto dalla vista di una scena tanto rilucente, fu preso da capogiro, e lo sguardo gli si scurò. Cadde infine in un sonno profondo, e quando si svegliò scoprì che era giorno fatto, il sole splendeva alto, e gli uccelli cantavano dolcemente; ed egli si trovò disteso proprio ai piedi del tumulo di Knockgrafton, con le mucche e le pecore che pascolavano placidamente attorno a lui. La prima cosa che Lusmore fece, dopo aver detto le sue preghiere, fu di mettersi una mano dietro per sentire la gobba, ma sulla sua schiena non ne era rimasta neppure una traccia, ed egli si esaminò con grande orgoglio, perché ora era diventato un agile ometto ben sagomato e, oltre a ciò, si ritrovava con un nuovo abito intero che, concluse, i folletti avevano fatto per lui. Continua domani.