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La favola del giorno

La distillazione dei gusci d’uovo

La signora Sullivan aveva il sospetto che il suo ultimo nato le fosse stato scambiato da “ladri folletti”, e certamente le apparenze giustificavano tale conclusione; in una sola notte, infatti, il suo sano bimbetto dagli occhi azzurri, si era raggrinzito fino a diventare quasi un niente e non la smetteva di strepitare e piangere. La povera signora Sullivan era naturalmente molto triste, e tutti i vicini, per confortarla, le dicevano che sicuramente il suo bambino era con il “buon popolo” e che al suo posto era stato messo un folletto.

Certamente la signora Sullivan non poteva non credere a ciò che tutti quanti le dicevano, ma non voleva far del male alla creaturina, perché, sebbene la sua faccia fosse così avvizzita e il corpo ridotto al solo scheletro, conservava tuttavia una forte somiglianza col suo vero bambino. Non riusciva perciò a trovare il coraggio di arrostirlo vivo sulla graticola o di bruciargli via il naso con le molle incandescenti o di gettarlo sul lato della strada in mezzo alla neve, malgrado questi e altri simili procedimenti le venissero caldamente raccomandati come sistemi per recuperare il suo bambino.

Un giorno successe che la signora Sullivan incontrò per caso proprio una donna che la sapeva lunga di queste cose, ben conosciuta nel paese col nome di Ellen Leah (o la Grigia Ellen). Aveva il dono, comunque l’avesse acquistato, di dire dove erano i morti e che cosa potesse essere utile al riposo delle loro anime; e con arti magiche aveva il potere di togliere porri e gozzi, e di compiere tutta una serie di meraviglie di tal genere.

  • Vi vedo afflitta questa mattina, signora Sullivan, – furono le prime parole che Ellen Leah le rivolse.
  • Lo potete ben dire, Ellen, – disse la signora Sullivan, – e ho ben ragione di essere afflitta, dal momento che il mio bel bambino, che era nella culla, mi è stato strappato via senza neanche un “con permesso” o uno “scusate tanto”, e al suo posto c’era un brutto sgorbio di folletto grinzoso; non c’è da sorprendersi, dunque, che mi vediate afflitta, Ellen.
  • Non vi si può rimproverare, signora Sullivan, – disse Ellen Leah, – ma siete sicura che sia un folletto?
  • Sicura! – fece eco la signora Sullivan. – Ne sono ben sicura, per mia disgrazia; posso forse dubitare dei miei stessi occhi? Ogni cuore di madre deve certo commiserarmi!
  • Volete seguire il consiglio di una vecchia? – chiese Ellen Leah fissando il suo sguardo inquietante e misterioso sulla infelice madre; e, dopo una pausa aggiunse: – Ma poi non direte che è un consiglio sciocco?
  • Potete farmi riavere il mio bambino, il mio caro bambino, Ellen? – disse la signora Sullivan tutta infervorata.
  • Se farete come vi ordino, – rispose Ellen Leah, – lo saprete.

La signora Sullivan rimase in attesa, in silenzio, ed Ellen continuò: – Mettete sul fuoco il pentolone grosso, pieno d’acqua, e fatela bollire a più non posso; poi prendete una dozzina di uova appena deposte, rompetele e tenete i gusci, ma gettate via il resto; fatto questo, mettete i gusci nella pentola d’acqua bollente e saprete presto se quello è il vostro bambino o un folletto. Se scoprite che quello nella culla è un folletto, prendete l’attizzatoio incandescente e ficcateglielo giù per la sua orribile gola, e, fatto questo non avrete più fastidi, ve lo assicuro.

La signora Sullivan se ne andò a casa e fece come Ellen Leah le aveva comandato. Mise la pentola sul fuoco e sotto una gran quantità di torba e fece bollire l’acqua a un ritmo tale che se mai ci fu un’acqua incandescente quella sicuramente lo era.

Il bambino giaceva, strano a dirsi, tutto calmo e tranquillo nella culla, lanciando ogni tanto un’occhiata, che brillava pungente come una stella in una notte gelida, verso il gran fuoco e il pentolone che vi stava sopra; e seguiva con estrema attenzione la signora Sullivan che rompeva le uova e metteva a bollire i gusci. Alla fine chiese, con la voce di un uomo molto vecchio: – Cosa stai facendo mammina?

Quando la signora Sullivan sentì il bambino parlare, il cuore – come lei stessa riferì – le balzò in gola al punto da soffocarla. Ma riuscì a mettere l’attizzatoio nel fuoco e a rispondere a quelle parole senza mostrare alcuna sorpresa: – Sto distillando, figlio mio.

  • E cosa distilli, mammina? – disse il diavoletto, la cui soprannaturale capacità di parola provava senza alcun dubbio che era un sostituto fatato.
  • Ah, se l’attizzatoio fosse già rosso, – pensava la signora Sullivan; ma era grosso e impiegava molto tempo a scaldarsi, perciò decise di distrarre il bambino con le chiacchiere finché non fosse arrivato al punto giusto per ficcarglielo in gola, e così ripeté la domanda: – Vuoi sapere cosa sto distillando, figlio mio? – disse.
  • Sì, mammina; cosa distilli? – rispose il folletto.
  • Gusci d’uova, figlio mio, – disse la signora Sullivan.
  • Oh! – strillò il diavoletto saltando su nella culla e battendo le mani, – sono al mondo da millecinquecento anni e non ho mai visto una distillazione di gusci d’uova prima d’ora!

A questo punto l’attizzatoio era rovente e la signora Sullivan, afferrandolo, corse con furia verso la culla; ma in qualche modo le scivolò un piede, cadde distesa sul pavimento e l’attizzatoio le volò via di mano fino all’altro lato della stanza. Si alzò tuttavia senza perdere troppo tempo e andò alla culla, con l’intenzione di ficcare la creatura maligna che vi giaceva nella pentola d’acqua bollente, quando vide il suo vero bambino immerso in un dolce sonno; uno dei morbidi e rotondi braccini era appoggiato sul cuscino, i suoi lineamenti erano sereni come se la loro quiete non fosse mai stata disturbata e solo la rosea boccuccia si muoveva con un respiro lieve e regolare.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

Un folletto del Donegal

Eh, sì, è una brutta cosa scontentare i “signori”, è proprio vero – possono diventare poco amichevoli se li si fa andare in collera, e possono essere il meglio dei vicini se sono trattati con gentilezza.

Un giorno la sorella di mia madre stava tutta sola in casa con un pentolone d’acqua che bolliva sul fuoco, e uno della piccola gente è caduto giù dal camino, ed è scivolato nell’acqua calda con le sue gambette.

Ha cacciato uno strillo terribile e in un minuto la casa era piena di creaturine piccolissime che lo tiravano fuori dal pentolone e lo trascinavano per il pavimento.

  • Ti ha scottato lei? – mia zia ha sentito che gli chiedevano.
  • No, no, sono stato io che mi sono scottato da me, – fa il piccolino.
  • Ah, bene, bene, – dicono loro. – Se sei stato tu che ti sei scottato da te non diremo niente, ma se ti avesse scottato lei, gliela avremmo fatta pagare.

Incarnazioni fatate

A volte i folletti si invaghiscono di esseri mortali e li portano con sé nel loro paese, lasciando in cambio un qualche malaticcio bimbo-folletto, o un ceppo di legno che per incantesimo appare come un mortale, e a poco a poco si consuma e muore e viene sepolto. Rubano per lo più bambini. Se si “guarda troppo un bambino”, se cioè lo si osserva con invidia, i folletti lo hanno in loro potere. Si possono fare molte cose per scoprire se un bambino è un’incarnazione dei folletti, ma c’è un sistema infallibile: metterlo sul fuoco con questa formula riportata da Lady Wilde: “Brucia, brucia, brucia, se sei del diavolo, brucia; ma se sei di Dio e dei Santi, sii salvo da ogni male”. Allora, se è un’incarnazione dei folletti, scapperà su per il camino con un grido, perché secondo Giraldus Cambrensis , “il fuoco è il nemico più grande di ogni genere di spettro, tanto che quelli che hanno avuto apparizioni cadono in deliquio non appena percepiscono la brillantezza del fuoco”.

A volte ci si libera della creatura in un modo molto meno brutale. Risulta che un giorno, mentre una madre stava curva su una incarnazione avvizzita, il chiavistello fu sollevato ed entrò un folletto riportando a casa il bimbo sano rapito. “Sono stati gli altri, – disse, – a rapirlo”. In quanto a lei rivoleva indietro il suo bambino.

Secondo alcuni, coloro che sono portati via sono felici, poiché vivono in un’abbondanza di agi, musica e allegria. Altri però affermano che essi si struggono continuamente per la mancanza dei loro amici terreni. Lady Wilde riporta una fosca tradizione secondo la quale ci sono due tipi di folletti: i primi allegri e gentili; gli altri cattivi, che ogni anno sacrificano una vita a Satana ed è a tale scopo che rubano i mortali. Nessun altro scrittore irlandese riferisce di questa tradizione: se esistono tali tipi di folletti devono essere fra gli spiriti solitari, i Pooka, i Fit Darrig e simili.

Fiabe popolari irlandesi

La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton – 2

Se ne andò verso Cappagh, e camminava con tanta leggerezza, saltellando a ogni passo, che pareva avesse fatto il maestro di ballo per tutta la vita. Non uno di quelli che gli passarono accanto lo riconobbe senza la gobba, e Lusmore ebbe un gran da fare a persuadere ognuno che era lo stesso uomo – in verità non lo era, per quel che riguardava l’aspetto esteriore.

Naturalmente non ci volle molto prima che la storia della gobba di Lusmore di diffondesse, e se ne parlò come di un gran prodigio. Nel paese, per miglia attorno, era l’argomento sulla bocca di tutti, ricchi e poveri.

Una mattina, mentre Lusmore se ne stava seduto assai soddisfatto sulla porta della sua capanna, gli si avvicinò una donna e gli chiese se poteva mostrarle la via per Cappagh.

  • Non c’è bisogno che vi dia nessuna indicazione, buona donna, – disse Lusmore, – perché Cappagh è questo; chi mai cercate qui?
  • Sono venuta, – disse la donna, – dal paese di Decie, nella contea di Waterford, per trovare un certo Lusmore, al quale ho sentito dire che i folletti hanno tolto la gobba; perché il figlio di una mia vicina ha sulla schiena una gobba che sarà la sua morte; e, forse, se gli facessero lo stesso incantesimo fatto a Lusmore, la gobba potrebbe andargli via. Ora vi ho detto perché mi sono spinta tanto lontano: è per sapere di questo incantesimo, se mi è possibile.

Lusmore, che era l’ometto di buon cuore di sempre, raccontò alla donna tutti i particolari: come a Knockgrafton avesse intonato la canzone per i folletti, come la gobba gli fosse stata levata dalle spalle, e come per di più avesse ricevuto un nuovo abito intero.

La donna lo ringraziò moltissimo, e se ne andò via tutta contenta e con l’animo sollevato. Tornata alla casa della vicina, nella contea di Waterford, le ripeté per filo e per segno quello che Lusmore le aveva detto: misero allora il gobbetto, che era una creatura furba e stizzosa fin dalla nascita, su una carretta e lo condussero attraverso tutto il paese. Fu un viaggio lungo, ma non vi badarono, purché gli venisse tolta la gobba di dosso; e, proprio al calar della notte, lo portarono sotto il vecchio tumulo di Knockgrafton e ve lo lasciarono.

Jack Madden, era questo il nome del gobbetto, non stava lì da molto quando udì risuonare la melodia dentro il tumulo: era assai più dolce della volta precedente, perché i folletti la cantavano nel modo in cui Lusmore l’aveva modificata per loro, e la canzone ripeteva: Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes e Mercole ancora, senza interrompersi mai. Jack Madden, che aveva una gran fretta di sbarazzarsi della sua gobba, non pensò neanche un istante di aspettare che i folletti avessero finito, né che sarebbe stato meglio rimanere in attesa di un’occasione propizia per riprendere il motivo in modo ancor più squisito di quanto avesse fatto Lusmore; così, dopo aver ascoltato i versi per intero sette volte senza che i folletti si fermassero mai, non badando al tempo o al carattere del pezzo, né cercando di introdurre le sue parole in modo appropriato, sbotta con: e Mercole ancora, e anche Giobia, pensando che se un giorno andava bene due erano ancora meglio; e che se Lusmore aveva ricevuto un abito nuovo, lui ne avrebbe avuti due.

Le parole gli erano appena uscite dalle labbra che fu sollevato e trasportato in un baleno dentro il tumulo con una forza prodigiosa; e i folletti vennero con grande irritazione a radunarsi attorno a lui, strillando, urlando e strepitando: – Chi ha sciupato la nostra canzone? Chi ha sciupato la nostra canzone? – e uno si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Jack Matto! Jack Matto!

E’ un gran guaio quel che hai fatto

Alla musica nostro diletto;

Nel castello sei stato costretto,

Perché la tua vita si copra di lutto;

Ecco qui, son due gobbe per Jack Gobbo Matto!

Venti dei folletti più robusti portarono quindi la gobba di Lusmore e la appoggiarono sopra quella che già stava sulla schiena del povero Jack, e lì rimase attaccata tanto fissa come vi fosse stata inchiodata con chiodi da dodici penny dal miglior falegname che mai abbia piantato un chiodo. Poi lo scacciarono a calci dal castello; e al mattino, quando la madre e la vicina vennero a cercare il loro omarino, lo trovarono ai piedi del tumulo mezzo morto, con l’altra gobba sulla schiena. Potete immaginare come si guardarono l’un l’altra! Ma avevano paura ad aprire bocca per timore di ritrovarsi anche loro con una gobba sulle spalle. Si riportarono lo sfortunato Jack Madden a casa, abbattute nell’animo e nell’aspetto come mai si videro due vicine; e vuoi per il peso della seconda gobba, vuoi per il lungo viaggio, il gobbetto morì poco dopo, lasciando, si dice, la sua pesante maledizione su tutti coloro che ancora volessero andare ad ascoltare le melodie fatate. Fine.

Fiabe popolari irlandesi

La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton

C’era una volta un pover’uomo che viveva nella fertile valle di Aherlow, ai piedi dei tenebrosi monti Galtee, e aveva una grossa gobba sulla schiena: a guardarlo, pareva che gli avessero arrotolato il corpo e glielo avessero sistemato sulle spalle; e la testa era così schiacciata dal peso che, quando stava seduto, il mento trovava sostegno sulle ginocchia. Gli abitanti delle campagne preferivano evitare di incontrarlo in luoghi solitari, perché, anche se il poveretto era pacifico e inoffensivo come un bambino appena nato, la sua deformità era tale che a stento lo si sarebbe detto un essere umano, e delle malelingue avevano messo in giro strane storie sul suo conto. Si raccontava che fosse un esperto conoscitore di erbe e di incantesimi, ma la cosa certa era che aveva una grande abilità nell’intrecciare paglie e giunchi facendone cappelli e ceste, e in questo modo si guadagnava da vivere.

Lusmore, era questo il soprannome che gli era stato affibbiato perché sul suo cappellino di paglia non mancava mai un rametto del “cappuccio delle fate” o digitale, riceveva sempre qualche soldo più degli altri per i suoi lavori di intreccio, ed era forse per tale motivo che qualcuno, spinto dall’invidia , aveva fatto circolare quelle strane storie su di lui.

Sia come sia, accadde che una sera facesse ritorno a Cappagh dalla graziosa cittadina di Cahir, e poiché a causa della grossa gobba sulla schiena il piccolo Lusmore camminava assai lentamente, era buio fitto quando giunse all’antico tumulo di Knockgrafton che si trovava sul lato destro della strada. Era stanco e affaticato e in cuor suo per niente tranquillo al pensiero della strada che ancora gli restava da percorrere e alla prospettiva di dover camminare tutta la notte; sedette allora sotto il tumulo per riposarso, e cominciò a fissare tristemente la luna che

Levandosi in una maestà di nubi, infine

Palesata Regina, svelava l’ineffabile sua luce,

E il suo manto d’argento gettava sulla notte.

Di lì a poco arrivò alle orecchie del piccolo Lusmore il confuso canto di una melodia celeste; si pose in ascolto e pensò che mai prima di allora gli era capitato di sentire una musica tanto incantevole. Era come il suono di molte voci in cui ognuna si fondeva e si armonizzava con l’altra in modo così particolare da produrre l’effetto di una voce sola: eppure tutte intonavano arie differenti. Le parole della canzone erano:

Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes;

seguiva un attimo di pausa, quindi lo svolgersi della melodia riprendeva daccapo.

Lusmore ascoltava attentamente, e quasi non respirava per paura di perdere anche la più debole nota. Percepiva ora con chiarezza che il canto veniva dall’interno del tumulo, ma, anche se dapprincipio ne era stato così affascinato, cominciava ad essere stufo di sentire lo stesso suono ripetuto tanto spesso senza alcun cambiamento; e allora, approfittando della pausa, dopo che Lunes, Martes era stato cantato tre volte, riprese la melodia e la intonò con le parole e Mercole ancora, e poi continuò a cantare Lunes, Martes assieme alle voci provenienti dal tumulo, terminando il canto, al ripetersi della pausa, e Mercole ancora.

Nell’udire questa aggiunta alla musica, i folletti di Knockgrafton, la canzone era infatti un’aria magica, ne rimasero talmente conquistati che in quattro e quattr’otto risolsero di portare con sé il mortale che dimostrava di possedere un talento, nella musica, tanto superiore al loro, e il piccolo Lusmore fu trasportato tra i folletti all’incredibile velocità di un turbine.

Lo spettacolo che improvvisamente gli comparve innanzi mentre scendeva attraverso il tumulo girando su se stesso con la leggerezza di un fuscello e la musica più dolce seguiva il ritmo del suo movimento, fu stupendo. Gli venne poi tributato il più grande degli onori, perché fu posto al di sopra di tutti i musicisti, ed ebbe servi che si occupavano di lui egli fu dato tutto quello che poteva desiderare: in breve, fu trattato come fosse stato l’uomo più importante del paese.

Dopo poco, Lusmore notò che fra i folletti aveva luogo un gran confabulare e se ne spaventò non poco, nonostante tutte le gentilezze ricevute, finché uno non si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Lusmore! Lusmore!

Non avere alcun timore,

Quella gobba, quel gonfiore

Non darà a te più dolore;

Guarda in basso, con rumore

E’ caduta, Lusmore!

Non appena queste parole furono pronunciate, il piccolo Lusmore si sentì così leggero e felice che credette di poter saltare con un balzo solo sulla luna, come la mucca nella storia del gatto e del violino; e con gioia indicibile vide la sua gobba ruzzolargli giù dalle spalle, sul pavimento. Allora provò a sollevare la testa, e lo fece con la dovuta cautela per paura di sbattere contro il soffitto del salone in cui si trovava. Si guardò ancora ripetutamente in giro, meravigliandosi e deliziandosi di ogni cosa che gli appariva sempre più bella; sopraffatto dalla vista di una scena tanto rilucente, fu preso da capogiro, e lo sguardo gli si scurò. Cadde infine in un sonno profondo, e quando si svegliò scoprì che era giorno fatto, il sole splendeva alto, e gli uccelli cantavano dolcemente; ed egli si trovò disteso proprio ai piedi del tumulo di Knockgrafton, con le mucche e le pecore che pascolavano placidamente attorno a lui. La prima cosa che Lusmore fece, dopo aver detto le sue preghiere, fu di mettersi una mano dietro per sentire la gobba, ma sulla sua schiena non ne era rimasta neppure una traccia, ed egli si esaminò con grande orgoglio, perché ora era diventato un agile ometto ben sagomato e, oltre a ciò, si ritrovava con un nuovo abito intero che, concluse, i folletti avevano fatto per lui. Continua domani.

La favola del giorno

La Trota Bianca; una leggenda di Cong

C’era una volta, molto tempo fa, una bellissima dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta che fosse promessa al figlio del re e che stessero per sposarsi quando, all’improvviso, il poveretto venne ucciso (che Dio ci aiuti), e gettato nel lago qui sopra, e così, naturalmente, non gli fu più possibile mantenere la parola data alla dolce dama – gran brutta disgrazia!

La dama, si dice, uscì di senno per aver perduto il figlio del re – perché era di animo sensibile, che Dio l’aiuti e protegga anche noi! – e si struggeva di dolore per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, né viva né morta; e allora si disse che era stata rapita dai folletti.

Ebbene, signore, passato un po’ di tempo, nel torrente laggiù si vide (che Dio la benedica) la Trota Bianca, e la gente non sapeva cosa pensare della bestiola, perché non si era mai sentito di trote bianche né prima né dopo d’allora; passarono gli anni, e la trota era sempre là proprio dove l’avete vista in questo istante benedetto, ed è là da più di quanto io posso ricordare – in verità tanto lontano non arriva neppure la memoria del più vecchio del villaggio.

La gente alla fine cominciò a pensare che doveva essere una fata; del resto cos’altro poteva essere? – e nessuno osò mai toccare né fare del male alla Trota Bianca finché non arrivarono da queste parti alcuni soldati, peccatori incalliti, e risero della gente del posto, e la canzonarono e la presero in giro perché credeva in cose del genere; e uno di loro in particolare (che la sfortuna lo perseguiti e Dio mi perdoni per quel che dico!) giurò che avrebbe catturato la trota e l’avrebbe mangiata per cena, il mascalzone!

Bene, volete sapere fin dove arrivò la furfanteria del soldato? Senza pensarci due volte acchiappa la trota, se la porta a casa, mette su una padella per friggere, e ci ficca dentro la povera bestiolina. La trota lanciò un grido che pareva proprio quello di un cristiano e, caro mio, l’avreste mai immaginato? Il soldato si piegava in due dalle risate – tanto duro di cuore era il mascalzone – e quando credette che un lato fosse cotto, rigirò la trota per friggere l’altro; ma, indovinate un po’, non si vedeva neanche l’ombra di bruciato, niente da nessuna parte; e il soldato deve certo aver pensato che era una trota ben strana quella, che non si riusciva ad arrostirla. – Ma, – dice, – la rigirerò ogni tanto, – e certo non immaginava quello che l’aspettava, il miscredente.

Quando credette che quel lato fosse cotto, la gira di nuovo e, state bene a sentire, questa parte non era neanche un briciolo più cotta dell’altra. – Che dannata sfortuna, – dice il soldato, – è proprio il colmo! Ma non l’ho ancora finita con te, mia cara, – dice, – anche se ti credi tanto furba; – e con questo la rivolta: ma il fuoco non aveva lasciato il minimo segno sulla bella trota. – Bene, – fa quell’incorreggibile furfante (perché certo, signore, se solo non fosse stato davvero un incorreggibile furfante avrebbe dovuto capire che stava facendo una cosa sbagliata vedendo che tutti i suoi sforzi non servivano a niente). – Bene, mia bella trotina, forse sei fritta abbastanza, anche se non hai proprio un bel colore; magari sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto sei un buon bocconcino; – e così dicendo tira fuori coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, caspita, appena ficca il coltello nel pesce ne esce un grido così terrificante che morireste di paura solo a sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella e cade in mezzo al pavimento; e nel punto dov’era caduta ecco che si alza una leggiadra signora – la più bella creatura mai vista, vestita di bianco, con un nastro d’oro fra i capelli, e un rivoletto di sangue che le cola dal braccio.

  • Guarda dove mi hai ferita, scellerato, – dice la dama, e gli mostra il braccio, e, caro mio, quello credette di aver perso il bene della vista.
  • Non potevi lasciarmi fresca e tranquilla nel fiume dove mi hai acciuffata, invece di disturbarmi mentre ero intenta a compiere la mia missione? – disse.

Il soldato si mise a tremare come un cane in un sacco bagnato, e alla fine balbettò qualcosa, e pregò che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che stesse svolgendo una missione, e che era un soldato troppo bravo per non aver di meglio da fare che immischiarsi nelle sue faccende.

  • Io stavo compiendo una missione, – dice la dama, – stavo aspettando il mio amato che mi raggiungerà nelle acque, e se passerà mentre io non ci sono, e lo perderò, ti trasformerò in un piccolo salmone, e ti perseguiterò dovunque e per sempre finché crescerà l’erba e l’acqua scorrerà.

Il soldato si sentì morire all’idea di essere trasformato in un salmoncino, e chiese pietà; allora così dice la dama:

  • Abbandona le tue cattive abitudini, peccatore, o sarà troppo tardi per pentirti; comportati bene per l’avvenire e compi il tuo dovere; e ora, – dice, – riportami indietro e mettimi di nuovo nel fiume dove mi hai trovata.
  • Oh, mia signora, – dice il soldato, – come potrei trovare il coraggio di annegare una dama tanto bella?

Ma prima che potesse aggiungere parola la dama era svanita, e là, sul pavimento, il soldato vide la piccola trota. Bene, allora la mette in un piatto pulito e corre via con quanto fiato ha in corpo, per paura che il suo amato potesse giungere mentre lei non c’era ancora; e corse e corse fino a che arrivò di nuovo alla caverna e gettò la trota nel fiume. Nel preciso istante in cui lo fece, per un attimo l’acqua diventò rossa come il sangue, a causa della ferita, immagino, fin quando la corrente non lavò via la chiazza; ed ancor oggi c’è una piccola macchia rossa sul fianco della trota, là dove era stata ferita.

Signore, da quel giorno il soldato divenne un altro uomo; cambiò vita, andò regolarmente a confessarsi, e praticò l’astinenza tre volte alla settimana – sebbene non mangiasse mai pesce nei giorni di astinenza, perché, dopo lo spavento che s’era preso, il pesce non gli sarebbe più rimasto nello stomaco – con licenza parlando.

In ogni caso era diventato un altro uomo, come ho detto, e, passato un po’ di tempo, lasciò l’esercito e da ultimo si fece eremita; e si dice che pregasse sempre per l’anima della Trota Bianca.

Queste storie di trote sono comuni in tutta l’Irlanda. Molti pozzi sacri sono dimora di simili trote benedette. In un pozzo sulla riva di Lough Gill, Sligo, c’è una trota che un qualche miscredente mise una volta sulla graticola. Ne porta i segni ancor oggi. Molto tempo fa il santo che consacrò il pozzo mise lì la trota. Oggi possono vederla solo le anime devote che hanno fatto la dovuta penitenza.

Fiabi popolari irlandesi  

La favola del giorno

La moglie di Paddy Corcoran

Per diversi anni la moglie di Paddy Corcoran soffrì di un genere di disturbo che nessuno riusciva del tutto a comprendere.

Era ammalata e non era ammalata; stava bene e non stava bene; desiderava quello che desiderano le dame che amano il loro signore e non desiderava ciò che queste dame desiderano. Insomma nessuno sapeva dire cosa avesse. C’era qualcosa che le rodeva il cuore e che rendeva la vita difficile a suo marito; perché, Dio ci salvi, fosse stata fame quella cosa che la rodeva, non si sarebbe mai riusciti a saziarla neppure in un giorno d’estate. La povera donna era delicata oltre ogni dire, e non aveva assolutamente appetito, non ne aveva affatto, salvo essere un po’ attirata da una cotoletta di montone, o da una bistecca, o comunque da un boccone di carne. Certo che – Dio l’aiuti! – soprattutto con la poca salute che aveva, la patata asciutta accompagnata da un goccio di siero cagliato non l’attirava affatto; e bisogna ben dire che per essere una donna in quelle condizioni – era tanto malata infatti che per il povero Paddy era sempre in “quelle” condizioni -, non vi faceva caso, ma sia fatta la volontà di Dio! Una patata con un grano di sale le era gradita – sia lodato il Suo Nome! – quanto il miglior pezzo d’arrosto o di bollito mai cucinati; e perché no? Una cosa la consolava: non sarebbe stata a lungo con lui, a tormentarlo ancora; importava poco cosa aveva; tanto lo sapeva bene lei che con quella cosa che le rodeva il cuore non si sarebbe mai rimessa senza un boccone di carne ogni tanto; e, certo, se il suo stesso marito glielo lesinava, da chi avrebbe avuto più giusto motivo di aspettarselo?

Dunque, come dicevamo, fu costretta a letto come un’invalida per un bel po’ di tempo, provando dottori e ciarlatani di ogni genere, sesso, e misura; e tutto senza il più piccolo giovamento, tanto che, alla lunga, il povero Paddy non ce la faceva proprio più a forza di cercare di non farle mancare quel “boccone di carne”. Stava quasi per terminare il settimo anno, quando, un giorno di raccolto, mentre giaceva nel letto in cucina, a lato del focolare, e si lamentava del suo triste stato, entra una donnina minuscola con un lungo mantello rosso, che si siede vicino al fuoco e dice:

  • Beh, Kitty Corcoran, ne hai avuto per un bel po’, lì distesa sulla schiena da sette anni; e in quanto a guarire, sei sempre allo stesso punto.
  • Eh, sì, buona donna, – disse l’altra, – a dire il vero era quello che stavo pensando proprio in questo momento ed è un pensiero ben triste per me.
  • E’ colpa tua, piccola, – dice la donnina, – e in realtà, se vuoi saperlo, se ti sei ritrovata a letto è solo per colpa tua.
  • E come può essere? – chiese Kitty. – Non starei certo qui se potessi farci qualcosa. Credete che sia comodo o che mi faccia piacere essere malata e imprigionata nel letto?
  • No, – disse l’altra, – non lo credo davvero; ma ti dirò la verità: negli ultimi sette anni hai continuato a darCI fastidio. Sono del popolo dei folletti e, siccome ho una simpatia per te, sono venuta perché tu sappia come mai sei malata da tanto tempo. Per tutta la durata della malattia, se ti prendi il disturbo di ricordartelo, i tuoi bambini hanno buttato fuori la tua acqua sporca dopo il tramonto e prima del levar del sole, proprio nell’ora in cui passiamo davanti alla tua porta – ci passiamo davanti due volte al giorno. Se farai attenzione a non farlo, se la getterai in un posto diverso e a un’ora diversa, il male che hai sparirà: e sparirà anche quello che ti rode il cuore; e tornerai sana come non lo sei mai stata. Se non seguirai questo consiglio, beh, allora resta come sei, e tutta la scienza umana non ti potrà curare -. Poi la salutò e scomparve.

Kitty che era contenta di venir curata in una maniera così semplice, eseguì immediatamente gli ordini della donnina fatata; e il risultato fu che il giorno successivo si ritrovò in buona salute come non lo era mai stata in tutta la sua vita.

Fiaba popolare irlandese

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 5

Proseguì comunque nella direzione indicatagli dal cadavere. Egli stesso non avrebbe saputo dire per quanto avesse camminato, quando il morto che aveva dietro lo strinse improvvisamente con forza e disse: – Là!

Teig guardò davanti a sé e vide un muretto basso, che in certi tratti era tanto diroccato da non essere più un muro. Si trovava in un grande campo aperto, un po’ fuori dalla strada, e tranne che per tre o quattro grosse pietre agli angoli, che erano più rocce che pietre, non c’era nulla ad indicare che lì vi fosse un cimitero o un luogo di sepoltura.

  • E’ questo Imlogue-Fada? Devo seppellirti qui? – chiese Teig.
  • Sì, – disse la voce.
  • Ma non vedo tombe, né lapidi, solo questo mucchio di pietre, – disse Teig.

Il cadavere non rispose, ma allungò la sua lunga mano scarna per mostrare a Teig la direzione da prendere. Teig andò avanti come gli veniva indicato, ma aveva una gran paura, perché non si era dimenticato quello che gli era successo nel posto precedente. Procedette “col cuore in gola”, come egli stesso riferì in seguito; ma arrivato a meno di quindici o venti iarde dal basso muretto quadrato, scoppiò un lampo giallo vivo e rosso, con dentro striature turchine, che prese a girare attorno al muro sfrecciando veloce come una rondine nelle nuvole; e più Teig rimaneva a fissarlo, più andava veloce, finché divenne uno splendente anello di fiamma attorno al vecchio cimitero, e nessuno avrebbe potuto attraversarlo senza venirne bruciato. Da quando era nato Teig non aveva mai visto, né mai vide in seguito, una apparizione tanto portentosa e splendida. La fiamma girava, e mentre girava sprizzavano fuori scintille bianche, gialle e turchine, e sebbene da principio non fosse stata che una linea sottile e stretta, lentamente andò aumentando fino a divenire una grande fascia estesa che cresceva sempre più larga e alta e lanciava faville sempre più lucenti al punto che non ci fu colore sulla superficie della terra che non fosse possibile scorgere in quel fuoco; e mai si vide un lampo brillare o una fiamma ardere con tanta luce e splendore.

Teig era sbalordito; era mezzo morto dalla fatica e non aveva più il coraggio di avvicinarsi al muro. Una nebbia gli calò sugli occhi e una vertigine lo colse, e fu costretto a sedersi su una grossa pietra per riprendersi. Non riusciva a vedere altro che la luce e non sentiva altro che il suo sibilo mentre quella roteava attorno al piccolo prato più veloce di un lampo.

Stava seduto così sulla pietra, quando la voce sussurrò ancora una volta al suo orecchio: – Kill-Breedya -; e il morto lo strinse tanto forte da farlo gridare. Si alzò di nuovo, malconcio, stanco e tremante e proseguì per il cammino come gli veniva indicato. Tirava un vento freddo e la strada era brutta, il carico che portava sulla schiena era pesante e la notte scura: era quasi allo stremo delle forze e se avesse dovuto proseguire ancora per molto sarebbe caduto sotto il suo fardello.

Finalmente il cadavere allungò la mano e gli disse; – Seppelliscimi là.

“Questo cimitero è l’ultimo, – pensò Teig fra sé; – e l’ometto grigio ha detto che avrei potuto seppellirlo da qualche parte, dunque sarà qui. Devono accoglierlo per forza”.

La prima tenue striscia dell’anello del giorno stava apparendo ad oriente e le nubi cominciavano ad infuocarsi, ma era più buio che mai, perché la luna era tramontata e non c’erano più stelle.

  • Fa’ in fretta, fa’ in fretta! – disse il cadavere; e Teig corse come meglio poté verso il cimitero, che era piccolo, su una collina spoglia, con dentro solo poche tombe. Varcò coraggiosamente il cancello aperto e niente lo toccò, né udì o vide alcunché. Giunse nel mezzo del camposanto e qui si fermò e si guardò intorno per vedere se trovava una vanga o una pala con cui scavare una fossa. Mentre si girava a cercare notò all’improvviso qualcosa che lo colpì moltissimo – una fossa scavata di recente proprio davanti a lui. Si avvicinò e guardò dentro, e lì, sul fondo, vide una bara nera. Si calò nella buca, sollevò il coperchio, e, proprio come aveva immaginato, trovò che la bara era vuota. Era appena risalito e stava ritto sul bordo della fossa, quando il cadavere, che gli era rimasto aggrappato per più di otto ore, allentò di colpo la presa attorno al collo, sciolse le gambe dai suoi fianchi e scivolò giù con un tonfo nella bara aperta.

Teig cadde in ginocchio sull’orlo della tomba e ringraziò Iddio. Quindi non perse tempo, premette ben bene il coperchio sulla bara e con le mani vi gettò sopra la terra: quando la buca fu riempita vi pestò e saltò su con i piedi finché il suolo non fu compatto e duro e se ne andò via da quel luogo.

Quando finì il lavoro il sole stava sorgendo velocemente, e Teig ritornò subito sulla strada per cercare una casa in cui riposare. Trovò finalmente un osteria e lì si distese su un letto e dormì fino a sera. Poi si alzò, mangiò un poco, e cadde di nuovo addormentato fino al mattino. Appena sveglio, il giorno seguente, noleggiò un cavallo e corse verso casa. Era a più di ventisei miglia di distanza ed aveva percorso tutta quella strada in una sola notte con il corpo del morto sulla schiena.

A casa tutti pensavano che avesse lasciato il paese, e al vederlo tornare si rallegrarono molto. Cominciarono a fargli domande su dove era stato, ma Teig non lo volle dire ad altri che a suo padre.

Da quel giorno fu un altro uomo. Non esagerò mai nel bere; non perse mai denaro a carte; e soprattutto non corse più il rischio di rimanere fuori da solo, sul tardi, in una notte scura.

Non erano trascorsi quindici giorni dal suo ritorno a casa che sposò Mary, la ragazza di cui era innamorato, e non so dirvi quanto ci si divertì alle nozze: da allora in poi Teig fu l’uomo più felice della terra e tutto quello che posso augurare a me e a voi è di poter essere altrettanto felici.

Fiabe popolari Irlandesi.