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La favola del giorno

Il principe Ivan e la principessa Marfa – 2

Improvvisamente il drago uscì dai flutti e l’acqua debordò di almeno tre arsiny. (Plurale di arsin, antica misura russa pari a m o,71). Lo spaccone era lì con i soldati; quando l’acqua iniziò a salire, comandò loro: “Via, sugli alberi!”.

I soldati si arrampicarono tutti sugli alberi. Il drago uscì e va dritto verso la capanna. La principessa Marfa vide che il drago veniva verso di lei e svegliò il principe Ivan; lui saltò su, tagliò di un sol colpo le tre teste del drago e se ne andò. Lo spaccone riportò la principessa Marfa a casa dal padre.

Poco tempo dopo, l’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo dall’acqua e porta un messaggio con sei sigilli neri da parte dello zar delle Acque, affinché lo zar conduca la figlia nella stessa isola a un drago a sei teste; se non avesse dato la principessa Marfa, lo zar delle acque minacciava di inondare tutto il reame. Lo zar rispose nuovamente che acconsentiva a mandare la principessa Marfa. L’omino partì. Lo zar lanciò un appello, con manifesti ovunque: si troverà qualcuno che salverà la principessa Marfa dal drago? Si presentò lo stesso spaccone della volta precedente e dice: “Vostra Altezza Reale, me ne incarico io; datemi solo una compagnia di soldati”. “Non ne serviranno di più? Il drago, stavolta, ha sei teste.” “Basteranno e avanzeranno.”

Formata la truppa, la principessa Marfa venne condotta nell’isola; ma il principe Ivan venne a sapere che la principessa Marfa era di nuovo in pericolo e la seguì laggiù, riconoscente per la bontà che gli aveva dimostrato nel nominarlo governatore; ritrovò la principessa Marfa nella capanna, entra da lei. Lei lo sta già aspettando; appena lo vide, si rallegrò. Quello si stese e si addormentò. Improvvisamente il drago a sei teste uscì dai flutti; l’acqua debordò di sei arsiny. Lo spaccone e i soldati erano già spariti sugli alberi. Il drago entrò nella capanna, la principessa Marfa svegliò il principe Ivan; allora si affrontarono, si batterono: il principe Ivan tagliò al drago una testa, una seconda, una terza, tutte e sei, e le gettò nell’acqua; poi, come niente fosse, se ne andò. Lo spaccone scese dall’albero con i soldati, rientrò nel reame e riferisce allo zar che con l’aiuto di Dio ha salvato la principessa Marfa; quell’uomo, evidentemente l’aveva in qualche modo terrorizzata: lei non osò dire che non era stato lui a difenderla. Lo spaccone cominciò a insistere che si celebrassero le nozze. La principessa Marfa ordina di aspettare. “Lasciatemi – dice – rimettere dalla paura; ho avuto talmente paura!”

All’improvviso, lo stesso omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo dall’acqua e porta un messaggio con nove sigilli neri, affinché lo zar mandi immediatamente, il tal giorno, nella tal isola, la principessa Marfa a un drago con nove teste, altrimenti tutto il reame sarà inondato. Lo zar ancora una volta rispose che acconsentiva; e di persona iniziò a cercare l’uomo che avrebbe salvato la principessa del drago a nove teste. Il solito spaccone si offrì e partì con una compagnia di soldati e la principessa Marfa.

Il principe Ivan, informato della cosa, si preparò e andò anche lui laggiù, dove la principessa Marfa lo sta già aspettando. Arrivò; lei si rallegrò, si mise a fargli domande sulla sua origine, su chi fosse e come si chiamasse. Quello non disse nulla, si stese e si addormentò. Ma ecco che il drago a nove teste uscì dai flutti, l’acqua debordò di nove arsiny. Lo spaccone comandò nuovamente ai soldati: “Via, sugli alberi!”. Si arrampicarono. La principessa Marfa tenta invano di svegliare il principe Ivan; il drago è già vicino alla soglia! Lei si mise a piangere a calde lacrime; non c’è verso di svegliare il principe Ivan. Il drago è ormai vicinissimo e sta per afferrare il principe Ivan! Ma quello continua a dormire. La principessa Marfa aveva con sé un temperino; lo strofinò sulla guancia del principe Ivan. Lui si svegliò di soprassalto e iniziò con il drago un terribile corpo a corpo. Il drago stava per avere la meglio sul principe Ivan. Apparve allora dal nulla l’uomo con le braccia di ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame, e afferrò il drago; in due, gli tagliarono tutte le teste, le gettarono nell’acqua e se ne andarono. Lo spaccone non stava più in sé dalla gioia; scesero dagli alberi, ritornarono nel loro reame ed egli chiedeva incessantemente allo zar che si celebrassero le nozze. La principessa Marfa rifiutava: “Abbiate un po’ di pazienza, lasciatemi riprendere; ho avuto talmente paura!”.

L’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito portò un altro messaggio. Lo zar delle acque vuole il colpevole. Lo spaccone non avrebbe voluto andare dallo zar delle Acque, ma non ci fu niente da fare – ce lo spedirono. Fu armata una nave e tolta l’ancora (ma il principe Ivan, divenuto nel frattempo marinaio, era imbarcato proprio là). Mentre navigano, d’improvviso un vascello viene loro incontro, rapido come un rapace e al grido di: “A noi il colpevole! A noi il colpevole!”, e passa oltre. Un po’ più avanti, sopraggiunge un altro vascello sempre al grido di: “A noi il colpevole! A noi il colpevole!”. Il principe Ivan indicò lo spaccone; fu picchiato di santa ragione, finché non fu più morto che vivo! Proseguirono.

Ecco che giungono dallo zar delle Acque. Lo zar delle Acque ordinò di arroventare una stufa di ghisa o di ferro e di infilarci il colpevole. Lo spaccone fu preso dal terrore, il cuore gli salì in gola! La morte lo aspetta al varco! Intanto, uno degli uomini dei vascelli sconosciuti era rimasto con il principe Ivan; vide che il principe Ivan non era di bassa stirpe, e si mise al suo servizio. Il principe Ivan gli disse: “Su, entra nella stufa”. Quello ci saltò subito dentro; siccome era un diavoletto, non gli successe nulla, ne venne fuori sano e salvo. Questa volta volevano il colpevole per portarlo allo zar delle Acque in persona; gli venne condotto lo spaccone. Lo zar delle acque lo coprì di insulti, lo pestò e ordinò di cacciarlo. Tornarono a casa.

Giunto a casa, lo spaccone iniziò a vantarsi più che mai e dà il tormento allo zar perché le nozze siano celebrate. Lo zar fece celebrare il fidanzamento; stabilirono la data del matrimonio. Lo spaccone era al settimo cielo! Era irraggiungibile, inavvicinabile! Ma la principessa dice al padre: “Padre, ordina di riunire tutti i soldati; ci tengo a vederli”. Detto fatto. La principessa Marfa andò, li passò in rivista e, arrivata di fronte al principe Ivan, guardò la guancia e vede la cicatrice del suo temperino; prende il principe Ivan per la mano e lo conduce al padre: “Ecco, padre, chi mii ha salvato dai draghi; non sapevo chi fosse, ma ora l’ho riconosciuto dalla cicatrice sulla guancia. L’altro, lo spaccone, se ne stava sugli alberi con i soldati!”. Vennero interrogati in proposito i soldati: stavano davvero sugli alberi? Quelli risposero: “E’ vero, Vostra Altezza Reale!! Il nostro capitano era più morto che vivo, non vale niente!”. Finalmente lo degradarono e lo spedirono in esilio; quanto al principe Ivan, sposò la principessa Marfa e da allora vive felice e contento.

Fiaba popolare russa.

La favola del giorno

Il principe Ivan e la principessa Marfa

Uno zar teneva in prigione da anni un uomo dalle mani da ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame, furbo e molto potente. Il piccolo principe Ivan, figlio dello zar, passò davanti alla prigione. L’uomo lo chiamò e lo supplicò: “Dammi da bere, principe Ivan, per pietà!”. Il principe Ivan, che non sapeva niente poiché era giovane, attinse dell’acqua e gliela diede: immediatamente l’uomo disparve dalla prigione, come per incanto. La notizia arrivò fino allo zar. Lo zar ordinò che per questo il principe Ivan fosse cacciato dal regno. La parola dello zar è legge: il principe Ivan venne cacciato dal regno e partì senza una meta.

Camminò a lungo; alla fine giunge in un altro reame e si presenta direttamente al sovrano per chiedergli un lavoro. Lo zar lo assunse come palafreniere. Ma quello non fa altro che dormire nelle scuderie e non si cura affatto dei cavalli; perciò il capo-scuderia lo picchiava spesso. Il principe Ivan sopportava tutto. Un altro sovrano, che aveva domandato invano a quello zar la mano di sua figlia, gli dichiarò guerra. Lo zar lasciò la capitale alla testa delle sue truppe e sua figlia, la principessa Marfa, divenne la reggente. Già da prima aveva notato che il principe Ivan non doveva essere di bassa stirpe così lo mandò in una certa provincia a titolo di governatore.

Il principe Ivan andò dove era stato mandato e iniziò a governare. Un giorno se ne andò a caccia: non appena superato l’abitato, si vide apparire davanti l’uomo dalle mani di ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame: “Ah, buongiorno, principe Ivan!”. Il principe Ivan gli fece un inchino. Il vecchio lo invita: “Vieni – dice – ospite a casa mia”. Si avviarono. L’uomo lo fece entrare in una ricca dimora e gridò alla figlia minore: “Ehi dacci un po’ da mangiare e da bere, e in più dacci una coppa di vino grande come mezzo secchio!”. Si rifocillarono; d’un tratto la figlia porta la coppa di vino grande come mezzo secchio e la offre al principe Ivan. Lui tenta di rifiutare, dice: “Non ce la farò mai a berla tutta!”. Il vecchio ordina di prenderla; prese la coppa e, con sua stessa sorpresa, la vuotò d’un fiato!

Il vecchio, poi, lo portò a sgranchirsi un po’ le gambe; giunsero a una pietra di cinquecento pudy. (Plurale di pud, antica misura di peso russa pari a kg. 16,38). Il vecchio dice: “Solleva questa pietra, principe Ivan!”. Quello pensa tra sé: “Non posso riuscire a sollevare una pietra tanto pesante! Comunque, proviamoci”. La sollevò e la lanciò senza sforzo: “Da dove mi viene questa forza? – pensa di nuovo tra sé. – E’ senza dubbio il vecchio che me l’ha data col vino”. Camminarono per un po’ e rientrarono a casa. Arrivano: il vecchio gridò alla sua seconda figlia di portare un secchio di vino. Il principe Ivan prese senza timore la coppa di vino e la vuotò di un fiato. Di nuovo uscirono per sgranchirsi, giunsero a una pietra di mille pudy. Il vecchio dice al principe Ivan: Su, lanciami quella pietra!”. Il principe Ivan subito afferrò la pietra e la lanciò, e pensa tra sé: “Che forza ho in me”.

Tornarono di nuovo a casa, e di nuovo il vecchio gridò alla sua figlia maggiore di portare una coppa di vino da un secchio e mezzo. Il principe Ivan vuotò anche questa d’un fiato. Lui e il vecchio uscirono per sgranchirsi. Il principe Ivan lanciò senza alcuno sforzo una pietra di mille e cinquecento pudy. Allora il vecchio gli diede una tovaglia magica e dice: “Ebbene, principe Ivan, ormai sei talmente robusto che un cavallo non riuscirebbe a portarti! Ordina di rifare le scale di casa, perché sotto il tuo peso non potrebbero reggere; cambia anche le sedie e fa’ aumentare i supporti del pavimento. Va’ con Dio!”. Tutti si misero a ridere quando videro che il governatore tornava a casa a piedi dalla caccia, portando il cavallo per la briglia. Arrivò a casa; fece aggiungere dei supporti sotto il pavimento, rifare le sedie; mandò via le cuoche, le cameriere e iniziò a vivere da solo, come un eremita. Ci si stupisce che non muoia di fame, dato che nessuno gli prepara da mangiare! Infatti è la tovaglia magica a nutrirlo.

Non andava più a trovare nessuno, e poi, dove sarebbe potuto andare? Le case altrui non l’avrebbero retto.

Lo zar, che nel frattempo era tornato dalla guerra, venne a sapere che il principe Ivan era governatore, ordinò di destituirlo e lo rinominò palafreniere. Non ci fu niente da fare: il principe Ivan ritornò ad essere palafreniere. Un giorno il capo-scuderia, dandogli degli ordini, lo colpì; il principe, furioso, non fece in tempo ad afferrarlo che la testa di quello saltò via. La notizia arrivò fino allo zar. Condussero il principe Ivan. “Perché hai picchiato il capo-scuderia?”, chiese lo zar. “E’ stato lui a colpirmi per primo; io non ho picchiato duro, ma ho colpito alla testa: e quella è saltata.”

Gli altri palafrenieri confermarono che aveva cominciato il capo-scuderia e che il principe Ivan non lo aveva colpito violentemente. Non fecero nulla al principe Ivan, ma comunque fu passato da palafreniere a soldato; una volta di più fece buon viso a cattiva sorte.

Poco tempo dopo, arriva dallo zar un omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito, e gli dà un messaggio con tre sigilli neri da parte dello zar delle Acque; c’era scritto che se lo zar, il tal giorno, non avesse mandato, nella tal isola, sua figlia, la principessa Marfa, per farla sposare con il figlio dello zar delle Acque, tutti gli abitanti del reame sarebbero stati massacrati e il reame messo a fuoco; il marito della principessa sarebbe stato un drago a tre teste. Lo zar, dopo aver letto la lettera, rispose allo zar delle Acque che acconsentiva a dare la figlia; congedò il vecchio e riunì senatori e consiglieri perché meditassero su come salvare sua figlia dal drago a tre teste. Se non la invierà nell’isola, il reame sarà distrutto dallo zar delle Acque. Fu lanciato un appello per trovare qualcuno che si incaricasse di salvare dal drago la principessa Marfa. A costui lo zar la darà in moglie.

Venne trovato uno spaccone, prese una compagnia di soldati, condusse la principessa Marfa; la condusse nell’isola, la lasciò in una capanna e lui rimase ad aspettare fuori il drago. Intanto, il principe Ivan venne a sapere che avevano portato la principessa Marfa dallo zar delle Acque, si preparò e andò nell’isola; giunse nella capanna, la principessa Marfa piange. “Non piangere, principessa! – le disse. – Dio è misericordioso!” Poi si stese sulla panca, mise la testa sulle ginocchia della principessa Marfa e si addormentò.

Fiaba popolare russa.

 Continua domani.

La favola del giorno

Giustizia e ingiustizia

In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi; dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. “Quanto hai guadagnato, fratello?”, domandò Ivan. “Il Signore mi ha dato cinque rubli!” “Il Signore! Ti darebbe assai se non lavorassi!” “No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!” Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: “Seguiamo la strada e domandiamo al primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato”.

Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrarono un diavolo con le sembianze di un uomo. Interrogato, rispose: “Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà nemmeno una copeca!”. Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice: “Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!”.  “Va bene – replica Ivan – se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi soldi e avrà il braccio destro tagliato.” Naum accettò.

Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: “Intanto passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio”.

A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: “Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato”. Un altro allora disse: “Sciocchezze! Gli basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!”.  “Io, invece – prese a vantarsi un terzo – ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!”  “Ma sì! – replicò un quarto. – Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!” “Un contadino – si mise a dire un quinto – ha messo un mulino ad acqua su di uno stagno, ma già da molti anni si affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare l’acqua.” “Che imbecille, il tuo contadino! – disse un sesto demone. – Dovrebbe solo coprire meglio di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia nella breccia e sarebbe la tua rovina!”

Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i diavoli si riunirono. “Sapete fratelli – dice uno di loro – ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!”

Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le lacrime dell’agnello!

Fiabe popolari russe 

La favola del giorno

Le oche-cigni

C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. “Piccola, piccola mia – diceva la madre – noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal cortile.” I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta campagna e in lontananza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento. Corri corri, ecco un forno. “Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia la mia galletta di segale e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!” Il forno tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. “Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche.cigni?” “Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano neanche quelle di giardino!” Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. “Fiume di latte, rive di gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna.

Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: “Porcospino, caro porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?”. “Di là!”, indicò quello. La bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa. Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le oche-cigni la inseguono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il fiume di latte tra le rive di gelatina. “Fiume caro, nascondimi!” “Mangia della mia gelatina!” Non c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni passarono oltre. La bambina uscì, disse: “Grazie!” e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cigni erano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. “Melo, caro melo, nascondimi!” “Mangia la mia mela selvatica!” La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno colpendo con le loro ali e a momenti le strappano dalle mani il fratellino! Per fortuna c’è il forno sulla strada. “Signor forno, nascondimi!” “Assaggia la mia galletta di segale” La bambina si mise in bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono, gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

Fiabe popolari russe

La favola del giorno

La baba-jaga e Scricciolino

C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano figli. Per quanto facessero e pregassero Dio, la vecchia non rimaneva incinta. Un giorno, il vecchio andò nel bosco a raccogliere funghi; per la strada incontra un vegliardo. “Io so – dice – quello che ti preoccupa; non pensi che ad avere bambini. Fa’ il giro del villaggio, prendi un uovo in ogni casa e falli covare a una gallina; vedrai tu stesso cosa ne verrà fuori!” Il vecchio rientrò al villaggio, che comprendeva quarantuno famiglie; andò di izba in izba, si fece dare da ognuno un uovo e fece covare le quarantuno uova a una gallina. Dopo due settimane, il vecchio guarda, anche la vecchia guarda: da quei gusci erano nati dei ragazzini; quaranta sani e vigorosi, il quarantunesimo, invece, non era riuscito bene: fragile e gracile! Il vecchio diede ai bambini dei nomi; li diede a tutti, ma non ne trovava uno adatto per l’ultimo. “Be’, – dice – ti chiamerai Scricciolino!”

I bambini crescevano, crescevano a vista d’occhio; diventarono grandi e cominciarono a lavorare, il padre e la madre ad aiutare: i quaranta robusti si danno da fare nei campi, mentre Scricciolino si occupa della casa. Venne il tempo della falciatura; i quaranta falciarono l’erba, divisero il fieno in mucchi e tornarono al villaggio, dopo circa una settimana di lavoro; mangiarono alla buona e si misero a dormire. Il vecchio li guarda e dice: “Che giovanotti! Mangiano a quattro palmenti, dormono sodo, ma scommetto che il lavoro non è andato avanti di un millimetro!” “Vai prima a vedere sul posto padre!”, interviene Scricciolino.

Il vecchio attaccò i cavalli e andò nei campi; diede un’occhiata: c’erano quaranta mucchi di fieno. “E bravi i miei ragazzi! Quanto hanno falciato e ammucchiato in una sola settimana.”

Il giorno dopo il vecchio tornò nei campi per ammirare i suoi averi; arrivò – ma uno dei covoni era sparito! Tornò a casa e dice: “Ah, figli miei! Ci è sparito un covone”. “Non ti agitare, padre! – risponde Scricciolino. – Prenderemo il ladro; dammi un po’ cento rubli e sistemerò tutto.” Prese dal padre i cento rubli e andò dal fabbro: “Potresti forgiarmi una catena che basti a legare saldamente un uomo dalla testa ai piedi?”. “Perché no!” “Bada bene di farla solida; se regge bene, avrai cento rubli, ma se si rompe, ci rimetterai il lavoro!” il fabbro fece una catena di ferro; Scricciolino si avvolse la catena addosso, tirò… e quella si ruppe. Il fabbro ne fece un’altra, due volte più solida; be’, questa resistette. Scricciolino prese la catena, pagò i cento rubli e si mise a fare la guardia al fieno; seduto ai piedi di un covone, aspetta.

Proprio a mezzanotte, si alzò il vento, il mare cominciò ad agitarsi, e dalle profondità marine esce una giumenta meravigliosa, corse fino al primo covone e iniziò a mangiare il fieno. Scricciolino si precipitò, la imbrigliò con la catena di ferro e ci saltò in groppa. La giumenta partì al galoppo, per monti e per valli; no, non riuscì a scuotersi di dosso il suo cavaliere! Allora si fermò e gli dice: “Va bene, vedo che sei in gamba. Dato che sei riuscito a domarmi, ti affido i miei puledri”. La giumenta trottò verso il mare blu e nitrì forte; allora il mare blu si agitò, e quarantun puledrini uscirono dai flutti, uno più bello dell’altro! Puoi girare il mondo in lungo e in largo, ma non ne troverai di simili!

Al mattino, il vecchio sente nitrire e scalpitare nel cortile; che succede? Il figlioletto Scricciolino aveva riportato un’intera mandria. “Salve fratellini! – dice. – Ora abbiamo un cavallo per uno; partiamo in cerca di una fidanzata per tutti.” “Partiamo!” Il padre e la madre li benedissero, e quelli si misero in marcia.

Cavalcarono a lungo per il mondo, ma dove trovare un così grande numero di fidanzate? Non vogliono sposarsi separatamente, per evitare le gelosie; ma qual è la madre che può vantarsi di avere partorito quarantuno figlie? Giunsero i prodi in terre lontane; guardano: sulla cima di una montagna scoscesa c’è un castello di pietra bianca, circondato da alte mura, con dei pali di ferro accanto al portone. Li contarono: erano quarantuno. Vi attaccarono i loro bei destrieri ed entrarono nel cortile. La baba-jaga li accolse: “Ehi, razza di intrusi! Come avete osato attaccare i vostri cavalli senza il mio permesso?”, “Che hai da gridare, vecchia? Prima di farci domande, dacci da mangiare e da bere e poi portaci a fare un bagno.” La baba-jaga li fece bere e mangiare, li condusse al bagno e prese a interrogarli: “Allora, bravi giovani, state facendo un lavoro o state fuggendo un lavoro?”

“Stiamo facendo un lavoro, nonna!” “Di cosa avete bisogno?” “Cerchiamo delle fidanzate.” “Io ho delle figlie”, dice la baba-jaga, si precipitò nelle stanze più alte del palazzo e ne riportò quarantuno ragazze.

Concluso il matrimonio, si bevette, si festeggiò, un allegro sposalizio si celebrò. La sera, Scricciolino andò a vedere il suo cavallo. Lo vide il bel destriero e gli disse con voce umana: “Bada, padrone! Quando andrete a dormire con le vostre giovani mogli, scambiatevi i vestiti: mettete i vostri alle ragazze e indossate i loro, altrimenti sarà la catastrofe!”. Scricciolino avvertì i fratelli: misero i loro vestiti alle giovani mogli, indossarono quelli da donna e andarono a dormire. Tutti si addormentarono tranne Scricciolino, che non chiuse occhio. Quando suonò la mezzanotte, la baba-jaga cominciò a gridare con voce tonante: “Ehi, voi, miei fedeli servitori, tagliate le teste impetuose agli ospiti non invitati”. I fedeli servitori accorsero e tagliarono le teste impetuose alle figlie della baba-jaga. Scricciolino svegliò i fratelli e raccontò tutto ciò che era successo; presero le teste tagliate, le piantarono sui pali di ferro che coronavano le mura, poi sellarono i loro cavalli e se ne andarono in gran fretta.

Al mattino, la baba-jaga si alzò, guardò dalla finestra: intorno alle mura, sui pali, stanno le teste delle figlie; folle di rabbia, ordinò che le fosse dato il suo scudo di fuoco, si lanciò all’inseguimento e prese a bruciare con lo scudo qualunque cosa le capitasse a tiro. Dove potevano nascondersi i giovanotti? Avevano il mare blu davanti e la baba-jaga alle spalle, che incendiava e bruciava tutto. Sarebbero morti tutti se Scricciolino non fosse stato previdente: aveva portato via dal castello, infatti, un fazzoletto; scosse il fazzoletto davanti a sé – e subito apparve un ponte sul vasto mare blu; i bravi giovani lo attraversarono. Scricciolino scosse il fazzoletto nell’altro senso – il ponte scomparve, la baba-jaga tornò indietro, mentre i fratelli andarono a casa.

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La favola del giorno

La vecchia avida

C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: “Risparmiami, contadino! Farò tutto quello che mi chiederai”. “Allora fammi diventare ricco.” “D’accordo: torna a casa e avrai tutto a volontà.” Il vecchio tornò a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbero contare in tre giorni! “Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?”, domanda la vecchia. “Ecco, moglie mia, mi è capitato un albero che fa tutto quello che voglio.”

Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: “A che serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomastro, se vuole, può spedirci a lavorare e cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro”. Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. “Cosa vuoi?”, domanda l’albero. “Fammi diventare borgomastro.” “D’accordo, vai con Dio!”

Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: “Dove te ne vai a zonzo – iniziarono a gridare – vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da fare!”. E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non sempre è rispettato e dice al vecchio: “Ecco che si guadagna ad essere la moglie del borgomastro! Dei soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e chiedi di far diventare te un signore e me una gran dama”.

Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo: l’albero chiede: “Cosa vuoi, vecchio?”. “Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama.” “D’accordo, vai con Dio!” La vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: “Per quello che si guadagna ad essere gran dama! Se tu fossi un colonnello ed io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci invidierebbero”.

Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si apprestò a tagliarlo. L’albero gli chiede: “Cosa vuoi?”. “Cambia me in colonnello e la mia vecchia in colonnella.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.

Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: “Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira, può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa”. Il vecchio torna dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in generale e mia moglie in generalessa.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa, e fu promosso generale.

Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio: “Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina”. Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure: “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in zar e mia moglie in zarina.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: “Il sovrano è morto e tu sei stato scelto al suo posto”.

I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice: “Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un po’ dall’albero e chiedi di cambiarci in divinità”.

Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al vecchio, facendo fremere le foglie: “Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa”. In quell’istante il vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

Fiabe popolari russe.

La favola del giorno

La volpe e la gru

La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino diventata sua comare per via di un battesimo.

Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la gru e andò da lei a chiamarla: “Vieni, comare, vieni mia cara! Vedrai che bel pranzetto ti preparerò!”. La gru si presenta al banchetto, ma la volpe aveva cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a fare la parte della padrona di casa ospitale: “Mangia, cara comare, colombella! Ho cucinato io stessa”. La gru, toc toc col becco, batteva, batteva senza prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto quello che c’era nel piatto da sola.

La pappa fu mangiata; la volpe dice: “Scusami, cara comare! Non ho più niente da offrirti”. “Grazie comare, e a buon rendere! Vieni a farmi visita.”

Il giorno dopo arriva la volpe, ma la gru aveva preparato una minestra e l’aveva messa in una brocca dal collo stretto; la portò in tavola e dice: “Mangia, comare! Parola mia, non ho altro da darti”. La volpe cominciò a girare intorno alla brocca, si accosta da un lato, poi dall’altro, tenta di dare una leccata, sniffa, ma tutto invano! Il suo muso non entra nella brocca. Nel frattempo, la gru non smette di beccare, finché non ebbe mangiato tutto. “Scusami, comare! Non ho altro da offrirti.” La volpe era verde dalla rabbia: sperava di rimpinzarsi per un’intera settimana e invece tornò a casa con le pive nel sacco. Chi la fa, l’aspetti! Da allora anche l’amicizia tra la volpe e la gru è finita.

Fiaba popolare russa.