Tag: fiabe popolari russe

La favola del giorno

La vecchia avida

C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: “Risparmiami, contadino! Farò tutto quello che mi chiederai”. “Allora fammi diventare ricco.” “D’accordo: torna a casa e avrai tutto a volontà.” Il vecchio tornò a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbero contare in tre giorni! “Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?”, domanda la vecchia. “Ecco, moglie mia, mi è capitato un albero che fa tutto quello che voglio.”

Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: “A che serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomastro, se vuole, può spedirci a lavorare e cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro”. Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. “Cosa vuoi?”, domanda l’albero. “Fammi diventare borgomastro.” “D’accordo, vai con Dio!”

Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: “Dove te ne vai a zonzo – iniziarono a gridare – vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da fare!”. E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non sempre è rispettato e dice al vecchio: “Ecco che si guadagna ad essere la moglie del borgomastro! Dei soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e chiedi di far diventare te un signore e me una gran dama”.

Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo: l’albero chiede: “Cosa vuoi, vecchio?”. “Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama.” “D’accordo, vai con Dio!” La vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: “Per quello che si guadagna ad essere gran dama! Se tu fossi un colonnello ed io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci invidierebbero”.

Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si apprestò a tagliarlo. L’albero gli chiede: “Cosa vuoi?”. “Cambia me in colonnello e la mia vecchia in colonnella.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.

Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: “Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira, può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa”. Il vecchio torna dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in generale e mia moglie in generalessa.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa, e fu promosso generale.

Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio: “Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina”. Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure: “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in zar e mia moglie in zarina.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: “Il sovrano è morto e tu sei stato scelto al suo posto”.

I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice: “Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un po’ dall’albero e chiedi di cambiarci in divinità”.

Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al vecchio, facendo fremere le foglie: “Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa”. In quell’istante il vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

Fiabe popolari russe.

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La favola del giorno

La volpe e la gru

La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino diventata sua comare per via di un battesimo.

Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la gru e andò da lei a chiamarla: “Vieni, comare, vieni mia cara! Vedrai che bel pranzetto ti preparerò!”. La gru si presenta al banchetto, ma la volpe aveva cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a fare la parte della padrona di casa ospitale: “Mangia, cara comare, colombella! Ho cucinato io stessa”. La gru, toc toc col becco, batteva, batteva senza prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto quello che c’era nel piatto da sola.

La pappa fu mangiata; la volpe dice: “Scusami, cara comare! Non ho più niente da offrirti”. “Grazie comare, e a buon rendere! Vieni a farmi visita.”

Il giorno dopo arriva la volpe, ma la gru aveva preparato una minestra e l’aveva messa in una brocca dal collo stretto; la portò in tavola e dice: “Mangia, comare! Parola mia, non ho altro da darti”. La volpe cominciò a girare intorno alla brocca, si accosta da un lato, poi dall’altro, tenta di dare una leccata, sniffa, ma tutto invano! Il suo muso non entra nella brocca. Nel frattempo, la gru non smette di beccare, finché non ebbe mangiato tutto. “Scusami, comare! Non ho altro da offrirti.” La volpe era verde dalla rabbia: sperava di rimpinzarsi per un’intera settimana e invece tornò a casa con le pive nel sacco. Chi la fa, l’aspetti! Da allora anche l’amicizia tra la volpe e la gru è finita.

Fiaba popolare russa.

La favola del giorno

La favola di Carpa Carpovna, figlia setolosa.

C’era una volta una carpetta, spiona e con la pancetta, che aveva una bella casetta. Divenuta, che avara!, poveretta, se ne andò la carpetta sul lago di Rostov, su un traino miserabile, a stento presentabile. Iniziò a gridare la carpetta con la sua forte vocetta: “Sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e voi ultimi pescetti, lasche-orfanelle! Permettetemi di fare una passeggiata nel vostro lago. Non resterò certo un anno: farò festa solo un’ora, mangiando pane e sale, ascoltandovi chiacchierare”. I pesci, sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e le piccole lasche-orfanelle diedero il permesso alla carpa di passeggiare un’ora nel loro lago.

La carpa passeggiò per un’ora e cominciò a tormentare i pesci a iosa, a spingerli contro la riva fangosa. Offesi, quelli andarono a lamentarsi della carpa da Simone-storione il giusto: “Simone-storione il giusto, perché la carpa ci offende? Ci ha domandato il permesso di passare un’ora nel nostro lago, e adesso cerca di cacciarci tutti via. Indaga e giudica tu, Simone-storione il giusto, secondo giustizia e verità”. Simone-storione il giusto mandò il piccolo ghiozzo a cercare la carpa. Il ghiozzo cercò la carpa per tutto il lago, ma non riuscì a trovarla. Simone-storione il giusto mandò il medio luccio a cercare la carpa.

Il luccio si immerse nel lago, si diede un colpo di coda e scoprì la carpa nel fondo di un incavo. “Salve, carpetta!” “Salve, caro luccio! Perché sei venuto?” “Ho l’ordine di portarti da Simone-storione il giusto, che forse ti farà mettere in catene: si sono lamentati di te.” “Chi è stato?” “Tutti i pesci: sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e gli ultimi pescetti, le lasche-orfanelle – anche quelle protestano, e perfino il siluro, un rustico con le labbra grosse e che non sa parlare, anche quello ha presentato una supplica contro di te; andiamo, carpa, affrettiamoci per sentire la sentenza.” “No, caro luccio! Piuttosto, andiamo a far baldoria insieme.” Il luccio si rifiuta di far baldoria con la carpa, vuole invece trascinare la carpa davanti al tribunale perché la condannino al più presto. “Be’, luccio, nonostante la tua testa puntuta, non mi metterai il sale sulla coda! E poi oggi è sabato, mio padre dà una bella festa: ci sarà da mangiare e da divertirsi; andiamoci, beviamo un po’, facciamo baldoria per una sera, e domani, anche se è domenica, andremo – e sia! – al tribunale; almeno avremo lo stomaco pieno.” Il luccio accettò e andò a far baldoria con la carpa; quella lo fece ubriacare, lo mise in uno stambugio, la porta accostò, con un palo la sprangò.

A lungo in tribunale aspettarono il luccio e poi si stufarono. Simone-storione il giusto mandò l’enorme siluro a cercare la carpa. Quello si immerse nel lago, si diede un colpo di coda e scoprì la carpa nel fondo di un incavo. “Salve, mia cara nuora!” “Salve suocero mio!” “Andiamo, carpa, al tribunale; si sono lamentati di te.” “Chi è stato?” “Tutti i pesci: sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e gli ultimi pescetti, le lasche-orfanelle!” La carpa era davvero la nuora del siluro: il siluro seppe prenderla in braccio e portarla di persona in tribunale. “Simone-storione il giusto, perché mi hai convocata d’urgenza?”, chiese la carpa. “E come non farlo? Hai chiesto di passare un’ora nel lago di Rostov, dopodiché hai tentato di cacciare tutti dal lago. L’hanno trovato molto seccante; si sono riuniti tutti, sterletti, salmoni, pesci persici, tinche e le piccole lasche-orfanelle e sono venuti a presentare personalmente una supplica contro di te: risolvi, dice, Simone-storione, la questione con equità!” “Ascolta ora – risponde la carpa – anche la mia supplica: sono loro ad avermi recato offesa: i solchi divisori sono scomparsi, gli argini corrosi, e io che una sera tardi seguivo la riva, di fretta, con un bel bottino, sono caduta dalla riva nel lago, e insieme a un pezzo di terra! Simone-storione il giusto, fai venire i pescatori di tutto lo stato, di’ loro di gettare le reti più fitte e di spingere i pesci verso una strettoia; allora saprai chi ha ragione e chi ha torto; quello che ha detto la verità non resterà nella rete, ma ne salterà fuori.”

Simone-storione il giusto ascoltò la supplica della carpa, convocò i pescatori di tutto lo stato e fece spingere i pesci verso una strettoia. Fu per prima la carpina a cadere nella retina, ma si dibattè, guizzò, sgranò gli occhi e riuscì a liberarsi prima degli altri. “Vedi, Simone-storione il giusto, chi aveva ragione e chi torto?” “Vedo che sei tu, carpa, ad avere ragione; va nel lago e nuota a tuo piacimento. Ora nessuno ti infastidirà più, a meno che il lago non si prosciughi e un corvo non ti tiri fuori dal fango.” La carpetta si allontanò nel lago con fare spavaldo: “Attenti a voi, sterletti e salmoni! Avrete mie notizie, pesci persici e tinche! E voi anche, piccole lasche-orfanelle! Il siluro dalla testa piatta non se la caverà così: to’, non sa parlare, ha le labbra grosse, ma sapeva come presentare una supplica! Me la pagherete tutti!”. Arrivò Luigi in giornata, non gli piacque la spacconata; arrivò Pietro con una canna dietro; Alessio una diga ha messo; Simone una nassa per la carpa pone; Paolino viene a vedere il bottino; quando Nicola ritira la nassa, la carpa tra le dita gli passa.

Fiaba popolare russa

La favola del giorno

Lo svernare degli animali

Se ne andava un toro per il bosco; incontra un montone. “Dove vai montone?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, dice il montone. “Vieni con me!” Si incamminarono insieme; incontrarono un maiale. “Dove vai maiale?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il maiale. “Vieni con noi!” Ripartirono dunque in tre; incontrano un’oca. “Dove vai oca?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde l’oca. “Bene, seguici!” E anche l’oca si avviò dietro a loro. Intanto stava sopraggiungendo un gallo. “Dove vai gallo?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il gallo. “Seguici!”

Eccoli quindi che vanno e cammin facendo conversano tra loro: “Allora, amici cari! Arriva il freddo: dove trovare un po’ di caldo?”. Il toro dice: “Costruiamoci un izbà, altrimenti rischiamo davvero di gelare”. Il montone dice: “Io ho una pelliccia calda; guardate che pelo! Posso svernare anche così”. Il maiale dice: “Io nemmeno ho paura del grande freddo: mi seppellisco nella terra e sverno senza izbà”. L’oca dice: “Io invece mi metto tra i rami di un abete, utilizzo un’ala come letto e l’altra come coperta: il freddo mi fa un baffo, posso svernare anche così”. Il gallo dice: “Per me è la stessa cosa!”. Il toro vede che la faccenda si mette male, deve ingegnarsi da solo. “Bene – dice – fate come vi pare, ma io mi costruirò un’izbà.” Si costruì un’izbà e iniziò a viverci.

Giunse l’inverno rigoroso, il gelo imperversava; il montone – non può fare altrimenti – va dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, montone, hai una pelliccia calda; puoi svernare anche così. Non ti lascerò entrare!” “Se non mi lasci entrare, allora io prendo la rincorsa e con le mie corna abbatto una trave della tua capanna; avrai certo più freddo.” Il toro pensava, pensava: “E’ meglio lasciarlo entrare, altrimenti, magari, gelerò anch’io”, e fece entrare il montone. Ecco che anche il maiale, intirizzito, andò dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, non ti lascerò entrare; non hai che da seppellirti nella terra e svernare così!” “Se non mi lasci entrare, allora scalzerò col muso tutti i pali della tua izbà e la farò crollare.” Non c’era scelta bisognava farlo entrare; fece entrare anche il maiale. Vennero poi dal toro l’oca e il gallo: “Permettici, fratello, di riscaldarci un pochino”. “No, non vi lascerò entrare. Voi avete le vostre ali: una per farvi da letto e l’altra da coperta; potete passare l’inverno così!” “Se non mi lasci entrare – dice l’oca – allora strapperò tutto il muschio dalle tue pareti; avrai certo più freddo.” “Non mi lasci entrare? – dice il gallo. – Allora volerò in cima all’izbà, toglierò la terra dal tetto; avrai certo più freddo.” Cosa doveva fare il toro? Fece stare con lui anche l’oca e il gallo.

Abitano quindi tutti d’amore e d’accordo nella stessa izbà. Il gallo, rinvigorito dal calore, cominciò perfino a cantare. La volpe lo udì cantare e le venne voglia di godersi un buon galletto, ma come averlo? Si decise ad usare l’inganno; andò dall’orso e dal lupo e disse: “Be’ cari compari, ho trovato una preda per tutti: per te, orso, un toro; per te, lupo, un montone; per me invece un gallo”. “Bene, comare – dicono l’orso e il lupo – non ci dimenticheremo mai dei tuoi servigi! Andiamo, sgozziamoli e mangiamoceli!”

La volpe li condusse all’izbà. “Compare – dice all’orso – apri la porta: io andrò avanti e mangerò il gallo.” L’orso aprì la porta e la volpe si precipitò nell’izbà. Il toro l’aveva vista e subito la costrinse con le sue corna al muro, mentre il montone iniziò a martellarle i fianchi; la volpe esalò l’anima. “Ma quanto ci mette a mangiare il suo gallo? – dice il lupo. – Apri fratello Michajlo Ivanovic! Entrerò io.” “Va bene, vai.” L’orso aprì la porta e il lupo si precipitò nell’izbà. Il toro costrinse anche lui con le sue corna al muro, mentre il montone gli martellava i fianchi in modo talmente pressante che il lupo rese l’ultimo respiro. L’orso, intanto, aspettava, aspettava: “Ma quanto ci mette a mangiare il suo montone! Ora vado io”. Entrò nell’izbà; ma il toro e il montone lo accolsero allo stesso modo. A stento riuscì a salvarsi e filò via senza voltarsi.

Fiabe popolari russe

La favola del giorno

Il lupo e la capra

C’era una volta una capra che si era costruito una capanna nel bosco e aveva messo al mondo dei capretti. Spesso andava nella foresta in cerca di cibo; non appena esce, i capretti sprangano la porta e restano in casa. Al suo ritorno, la capra bussa alla porta e canticchia: “Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!” I capretti si affrettano ad aprire la porta e fanno entrare la madre, che li allatta e poi torna nella foresta, mentre i capretti si chiudono dentro a doppia mandata.

Il lupo aveva sentito tutto origliando; aspettò il momento buono, e non appena la capra fu andata nella foresta, si avvicinò alla capanna e gridò con la sua voce cavernosa: “Figlioletti, piccoletti, aprite, aprite in fretta! E’ arrivata la mamma, carica di latte, con gli zoccoli pieni d’acqua!”. Ma i capretti rispondono: “No, no, non è la vocetta della mamma! La nostra mamma ha una voce sottile e dice altre cose”. Il lupo se ne andò e si nascose. Ecco arrivare la capra che bussa: “Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!”.

I capretti lasciarono entrare la madre e le raccontarono che era venuto il lupo cattivo e voleva mangiarli. La capra li allattò e, uscendo per andare nella foresta, raccomandò fermamente di non aprire per nessun motivo al mondo a chiunque si fosse avvicinato all’izbà e avesse parlato loro con voce cavernosa e non avesse ripetuto le sue precise parole. Si era appena allontanata la capra, che il lupo sopraggiunse di corsa, bussò alla porta dell’izbà e cominciò a canterellare con una vocetta flebile: “Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!”. I capretti aprirono la porta, il lupo si precipitò nell’izbà e li divorò tutti; si salvò solo un capretto, che si era nascosto nel forno.

La capra torna; ma aveva un bel canticchiare – nessuno le rispondeva. Si avvicinò di più alla porta e vede tutto spalancato; entrò – tutto era deserto; guardò dentro il forno e scoprì l’unico capretto rimasto. Quando la capra conobbe la sua disgrazia, si accasciò su una panca e iniziò a piangere amaramente e a lamentarsi: “Ah piccolini miei, caprettini! Perché avete aperto-spalancato, siete finiti in bocca al lupo cattivo? Vi ha divorati tutti e ha gettato me, la capra, nel dolore e nello sconforto”. Il lupo, che l’aveva sentita penetra nell’izbà e dice alla capra: “Oh, comare, comare! Di cosa mi accusi? Non sono stato io! Andiamo a fare una passeggiata nella foresta”. “No, compare, non ho l’umore adatto per fare passeggiate.” “Ma su, andiamo!”, insiste il lupo.

Se ne andarono nel bosco, trovarono una fossa, e in quella fossa i briganti avevano cotto da poco della polenta, e c’era rimasto fuoco a sufficienza. La capra dice al lupo: “Compare, perché non proviamo a vedere chi riuscirà a saltare la fossa?”. Detto fatto. Il lupo saltò e cadde nella fossa ardente; la sua pancia per il calore scoppiò e ne saltarono fuori i capretti, che s precipitarono verso la loro mamma. Da allora, vivono felici e contenti, son diventati furbi e non si cacciano nei pasticci.

Fiabe popolari Russe

La favola del giorno

IL GATTO, IL GALLO E LA VOLPE.

C’era una volta un vecchio che aveva un gatto e un gallo. Il vecchio se ne andò nel bosco a lavorare, il gatto gli portò da mangiare, mentre il gallo fu lasciato a far la guardia alla casa. In quel momento arrivò una volpe.

Chicchirichi Galletto,

Cresta d’oro, graziosetto!

Mostrati, fatti ammirare,

Ti darò dei piselli da mangiare.

Così cantava la volpe, seduta sotto la finestra. Il gallo aprì la finestra e mise fuori la testina per vedere chi cantasse. La volpe afferrò il gallo e lo portò via. Il gallo iniziò a gridare: “La volpe mi ha preso, porta il gallo per i boschi scuri, verso paesi lontani, verso terre straniere, terre ai confini del mondo. Gatto Gattonvic, salvami!”. Il gatto nel campo sentì la voce del gallo, si lanciò all’inseguimento, raggiunse la volpe, liberò il gallo e lo riportò a casa. “Sta’ attento, Galletto – gli dice il gatto – non ti affacciare più, non credere alla volpe; ti mangerà senza lasciare nemmeno un ossetto.”

Il vecchio se ne andò di nuovo nel bosco a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. Andandosene, il vecchio raccomandò al gallo di fare la guardia alla casa e di non affacciarsi. Ma la volpe stava spiando, aveva una voglia matta di mangiare il gallo; si avvicinò all’izbà e iniziò a cantare:

Chicchirichi Galletto,

Cresta d’oro, graziosetto!

Mostrati, fatti ammirare,

Ti darò dei piselli da mangiare,

Tanto grano da farti scoppiare.

Il gallo camminava avanti e indietro per l’izbà e taceva. La volpe di nuovo iniziò a cantare la sua canzoncina e lanciava dei piselli attraverso la finestra. Il gallo beccò i piselli e dice: “No, volpe, non mi inganni! Tu vuoi mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto”. “Ma cosa dici, Galletto! Io volerti mangiare! Vorrei solo che tu venissi ospite da me, che vedessi come me la passo e dessi un’occhiata alle mie cose!”, e giù a cantare:

Chicchirichi Galletto,

Cresta d’oro, graziosetto,

Con le piume variopinte!

Mostrati, fatti ammirare,

Dei piselli hai avuto in dono,

Ti darò anche del grano.

Il gallo diede solo un’occhiata dalla finestra e subito la volpe lo afferrò. Il gallo si mise a gridare a squarciagola: “La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, per fitte pinete, per monti e mari; vuole mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto!”. Il gatto nel campo sentì, si lanciò all’inseguimento, liberò il gallo e lo riportò a casa: “Non ti avevo detto: non aprire la finestra, non affacciarti, la volpe vuole mangiarti senza lasciare nemmeno un ossetto? Sta’ attento, dammi ascolto! Domani saremo molto lontani”.

Il vecchio di nuovo se ne andò a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. La volpe scivolò sotto la finestra e iniziò a cantare la stessa canzoncina; cantò tre volte, ma il gallo non fiatava. La volpe dice: “Guarda un po’, il gallo oggi è diventato muto!”. “No, volpe, non mi inganni, non mi affaccerò.” La volpe iniziò a lanciare piselli e grano attraverso la finestra e riprese a cantare:

Chicchirichi Galletto,

Cresta d’oro, graziosetto,

Con le piume variopinte!

Mostrati, fatti ammirare,

Ho un enorme appartamento

Pieno di chicchi di frumento:

Mangerai fino a scoppiare!

Poi aggiunse: “Se tu vedessi, Galletto, quante rarità ci sono da me! Mostrati dunque, Galletto! Basta, non credere al gatto. Se avessi voluto davvero mangiarti, l’avrei fatto da un pezzo; invece, vedi, mi sei simpatico, ti voglio far vedere il mondo, darti dei buoni consigli e insegnarti a vivere. Andiamo, Galletto, mostrati, mi metterò dietro l’angolo!”, e si appiattì di più contro il muro. Il gallo saltò su una panca e guardò lontano, per assicurarsi che la volpe se ne fosse andata. Ma non appena si fu affacciato, la volpe lo afferrò e chi s’è visto s’è visto.

Il gallo si mise a gridare come al solito, ma il gatto non lo sentì. La volpe portò il galletto oltre la giovane abetaia e se lo mangiò, lasciando sparpagliare al vento la coda e le piume. Il vecchio e il gatto arrivarono a casa e non trovarono il gallo; per quanto si affliggessero, alla fine dissero: “Ecco dove conduce la disubbidienza!”

Fiabe popolari russe.