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La favola del giorno

La Sirenetta – 2

Un giorno la principessa più grande compì quindici anni, ed ebbe il permesso di salire alla superficie del mare.

Al suo ritorno aveva cento cose da raccontare; la cosa più bella però, diceva, era stendersi al chiaro di luna sopra un banco di sabbia, nel mare calmo vicino alla costa, e guardare la grande città dove scintillavano le luci come mille stelle, e ascoltare la musica e il frastuono dei carri e le voci degli uomini, e guardare le torri e i campanili delle chiese e ascoltare il suono delle campane; proprio perché non sarebbe mai potuta andare in quei luoghi, l’attiravano tanto i campanili.

Oh come stava ad ascoltare la sorellina minore, e quando nella notte si affacciava alla finestra aperta, e guardava in alto, attraverso l’acqua azzurra, pensava alla grande città con le molte torri e i campanili, e le pareva, improvvisamente, che il suono delle campane arrivasse fino a lei.

L’anno seguente la seconda sorella ebbe il permesso di salire sul mare e di nuotare nella direzione che più le fosse piaciuta. Essa emerse proprio nel momento che il sole si tuffava in mare, e questo spettacolo le parve stupendo. Tutto il cielo sembrava d’oro, essa raccontava, e le nuvole, oh! non avrebbe mai potuto descrivere la loro bellezza, erano trascorse sopra di lei tutte rosse e viola, ma, più veloce delle nuvole, uno stormo di cigni selvatici era passato a volo sull’acqua, simile a un lungo velo bianco, verso il sole; allora, anch’essa tentò di nuotare dietro a loro, ma il sole scomparve e i riflessi rosei si spensero sullo specchio dell’acqua e sulle nuvole.

L’anno seguente salì la terza sorella; essa era la più ardita, per questo osò risalire a nuoto un largo fiume che si gettava in mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie, che spuntavano tra splendidi boschi; udì cantare tutti gli uccelli, e sentì che i raggi del sole scottavano tanto che più volte dové tuffarsi in acqua per rinfrescare il viso ardente. In una piccola ansa del fiume incontrò un gruppo di bambini, che sguazzavano tutti nell’acqua; lei voleva giocare con loro, ma quelli corsero via impauriti, e subito apparve un piccolo animale nero – era un cane, ma essa non aveva mai visto un cane prima di allora – che si mise ad abbaiare verso di lei in un modo orribile, ed ella si spaventò e riprese in fretta la via verso il mare aperto; mai più, però, avrebbe dimenticato le belle foreste e le colline verdi, e quei bambini così carini che sapevano nuotare in acqua pur non avendo la coda di pesce.

La quarta sorella fu meno coraggiosa: rimase in mezzo al mare aperto e raccontò che proprio questo le era piaciuto di più: ci si poteva guardare intorno per miglia e miglia e il cielo là sopra sembrava un’immensa campana di vetro. Aveva visto anche le navi, ma da lontano, e le erano sembrate simili a gabbiani; i delfini avevano fatto delle capriole tanto divertenti, e le grandi balene avevano schizzato l’acqua dalle narici così che le era sembrato di vedere mille fontane.

E fu la volta della quinta sorella: il suo compleanno cadeva d’inverno, perciò vide cose che non avevano visto le altre, la loro prima volta. Il mare s’era fatto verde cupo e tutt’intorno galleggiavano grandi blocchi di ghiaccio; sembravano perle, ma ciascuno di loro era molto più grande dei campanili costruiti dalle mani degli uomini. Prendevano forme bizzarre e risplendevano come diamanti. Essa era andata a sedersi sopra uno dei più alti, e da ogni parte i naviganti spaventati erano fuggiti via dal luogo dove ella stava, con la sua lunga chioma svolazzante al vento; ma verso sera il cielo si ricoprì di nuvole, scoppiarono tuoni e lampi mentre il nero mare sollevava in alto enormi montagne di ghiaccio che le saette rossastre illuminavano a giorno. Sulle navi gli equipaggi ammainavano le vele tra la disperazione e l’angoscia, ma lei se ne stava tranquillamente seduta sulla montagna di ghiaccio galleggiante, e guardava le saette bluastre che a ziz-zag cadevano in mare illuminandolo tutto.

La prima volta che ogni sorella si affacciava sul mare, sempre tornava incantata per le cose belle e nuove che aveva visto, ma ora che esse erano diventate grandi e avevano il permesso di salire ogni volta che lo desideravano, non si interessavano più a niente, anzi non vedevano l’ora di ritornare a casa, e dopo un mese di libertà dissero che in fin dei conti, più bello di tutto era il fondo del mare, e che a casa si stava tanto bene.

Molte volte, al calar della sera, le cinque sorelle salivano sull’acqua tenendosi per mano; avevano voci bellissime, più belle di quelle degli uomini, e se si scatenava la tempesta esse accorrevano nei pressi delle navi che stavano per capovolgersi, e cantavano come era bello il fondo del mare, e supplicavano i marinai di non aver paura di colare a picco, ma questi non potevano capire le loro parole; credevano che fosse la voce del vento, e poi non riuscivano mai a vedere le bellezze dell’abisso, perché, quando la nave affondava, tutti gli uomini affogavano, e arrivavano morti al castello del re del mare.

Quando le fanciulle, la sera, tenendosi per mano, salivano sul mare, la sorellina piccola rimaneva sola e le seguiva con lo sguardo; sembrava che avesse voglia di piangere, ma le sirene non hanno lacrime, perciò soffrono molto di più.

  • Oh! se avessi quindici anni, – diceva, – sento che amerei tanto il mondo di sopra, e tutti gli uomini che vivono la loro vita lassù.

Finalmente compì quindici anni.

  • E ora anche tu sei diventata grande! – disse la nonna, la vecchia regina vedova. – Vieni, che voglio farti bella come le tue sorelle! – E le pose una ghirlanda di bianchi gigli sul capo: ogni petalo di fiore era formato da una mezza perla; e come simbolo del suo illustre casato, attaccò otto grandi ostriche alla coda della principessa.
  • Fanno tanto male! – disse la piccola sirena.
  • Chi vuole essere bella, deve soffrire un poco! – disse la vecchia.

Oh! con qual piacere si sarebbe liberata di tutti gli ornamenti preziosi e avrebbe deposto la pesante ghirlanda; i fiori scarlatti del suo giardino l’avrebbero adornata molto meglio, ma ormai non era il caso di cambiare tutto. – Addio! – disse, e salì sulla superficie del mare leggera come una bolla d’aria. Continua domani. Buonanotte a tutti.

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La favola del giorno

La sirenetta

Lontano, in alto mare, l’acqua è azzurra come petali di bellissimi fiordalisi e trasparente come cristallo purissimo, ma è molto profonda, così profonda che un’anfora non potrebbe mai toccarne il fondo, e bisognerebbe mettere uno sopra l’altro molti campanili prima di arrivare alla superficie. Laggiù abitano le genti del mare.

Non si deve pensare, ora, che vi sia soltanto nuda sabbia bianca da vedere! Oh no! Alberi stupendi vi crescono, e piante con foglie e steli talmente flessibili che tremano come esseri viventi al più piccolo moto dell’acqua. Tutti i pesci, piccoli e grandi, guizzano tra i rami, come, qui da noi, gli uccelli dell’aria. Nel punto più profondo sta il castello del re del mare, le pareti sono di corallo e le grandi finestre a ogiva sono fatte di chiarissima ambra; il tetto è di conchiglie che si aprono e si chiudono a seconda che l’onda va e torna, e tutte, oh spettacolo meraviglioso! racchiudono splendide perle, una sola delle quali farebbe una bellissima figura sulla corona di una regina.

Il re del mare era ormai vedovo da molti anni, però c’era la sua vecchia madre che pensava a tenergli in ordine la casa; era una donna saggia, ma molto fiera della propria nobiltà; infatti aveva dodici ostriche sulla coda, mentre le personalità di massimo rango non avevano diritto a portarne più di sei. Peraltro aveva grandi meriti, soprattutto quello di amare moltissimo le piccole principesse, le sue nipotine. Erano sei belle fanciulle, ma la più giovane era la più bella di tutte. Aveva la carnagione chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo, ma al pari delle altre, non aveva piedi, il suo corpo terminava in una coda di pesce.

Durante le lunghe giornate potevano giocare nelle grandi sale del castello, dove fiori viventi germogliavano alle pareti. Quando le grandi finestre di ambra venivano aperte, i pesci nuotavano dentro, come fanno da noi le rondini che entrano in casa quando spalanchiamo le finestre, ma laggiù i pesci si avvicinavano alle principessine, mangiavano dalle loro mani, e si lasciavano accarezzare.

Intorno al castello si stendeva un grande giardino con alberi color rosso acceso o turchino scuro, i frutti splendevano come oro e i fiori, che senza posa agitavano i petali e gli steli, parevano fiamme. La terra era fine sabbia, ma di colore azzurro come zolfo ardente. Tutto laggiù era soffuso d’uno strano chiarore turchino; era più facile pensare di trovarsi nell’aria e di vedere cielo dovunque, di sopra e di sotto, piuttosto che nella profondità del mare. Nei giorni di mare calmo si vedeva il sole, che sembrava un fiore di porpora dal cui calice sgorgasse un fiume di luce.

Ogni principessina aveva una piccola aiuola nel giardino, dove poteva lavorare e piantare fiori a suo piacere; una diede al suo giardinetto la forma di una balena, un’altra preferì che il suo somigliasse a una sirenetta; la più piccola fece la sua aiuola rotonda come il sole, e dentro vi piantò tutti fiori scarlatti come il sole. Era una bambina strana, tranquilla e pensierosa; le altre sorelle si divertivano a disporre nelle loro aiuole i più svariati oggetti provenienti da bastimenti affondati, invece lei volle soltanto i fiori scarlatti che somigliavano al sole su in alto, e la statua di un giovane, una bellissima statua, scolpita in pietra bianca e trasparente, capitata sul fondo del mare pel naufragio di qualche nave. Presso il piedistallo essa piantò un salice piangente dal fogliame roseo, che crebbe rigoglioso, ripiegando i freschi rami sopra il capo del giovane fino a toccare il suolo di sabbia turchina, dove l’ombra diventava viola e si muoveva come i rami; sembrava che i rami e le radici si prodigassero tra loro le più dolci carezze.

Non c’era per lei felicità più grande che sentir parlare del mondo sopra il mare, dove vivevano gli uomini; la vecchia nonna doveva raccontare tutto quello che sapeva sulle navi, le città, gli uomini e gli animali; soprattutto la incantava che sulla terra i fiori spirassero un buon profumo, poiché sul fondo del mare i fiori non odorano, e che i boschi fossero verdi, e che i pesci che si vedevano tra i rami sapessero cantare tanto bene che era una gioia ascoltarli; ella intendeva gli uccellini che la nonna chiamava pesci per farsi meglio capire da loro, che non avevano visto mai un uccello.

  • Quando avrete compiuto il quindicesimo anno di età, – aveva detto la nonna, – vi darò il permesso di affacciarvi alla superficie del mare, di sedervi sugli scogli nel chiaro di luna e guardare le navi che passano; vedrete anche i boschi e le città.

L’anno prossimo, la sorella maggiore avrebbe avuto quindici anni, e c’era un anno di differenza tra loro, così la più piccola doveva aspettare ancora cinque lunghi anni prima di poter salire dal fondo del mare per vedere come era fatto il mondo di noi uomini. Ma ognuna di loro aveva promesso alle altre di raccontare quello che aveva veduto il primo giorno e che le era piaciuto di più; poiché non era mai abbastanza quello che raccontava la nonna e c’erano ancora tante cose che desideravano sapere.

Nessuno però aveva nostalgia come la più piccola, proprio quella che doveva aspettare più a lungo, e che era così tranquilla e pensierosa. Parecchie volte, di notte, ella si metteva alla finestra aperta e guardava in su, attraverso l’acqua azzurro-scura, dove i pesci sbattevano con la coda e le pinne. Vedeva la luna e le stelle che attraverso l’acqua sembravano molto pallide, ma anche molto più grandi che ai nostri occhi; e quando un’ombra nera le oscurava, ella sapeva che stava passando una balena oppure una nave con tanti uomini; e quelli certo non s’immaginavano che laggiù una graziosa sirena tendeva a loro le sue bianche braccia. Continua domani.

La favola del giorno

Un folletto del Donegal

Eh, sì, è una brutta cosa scontentare i “signori”, è proprio vero – possono diventare poco amichevoli se li si fa andare in collera, e possono essere il meglio dei vicini se sono trattati con gentilezza.

Un giorno la sorella di mia madre stava tutta sola in casa con un pentolone d’acqua che bolliva sul fuoco, e uno della piccola gente è caduto giù dal camino, ed è scivolato nell’acqua calda con le sue gambette.

Ha cacciato uno strillo terribile e in un minuto la casa era piena di creaturine piccolissime che lo tiravano fuori dal pentolone e lo trascinavano per il pavimento.

  • Ti ha scottato lei? – mia zia ha sentito che gli chiedevano.
  • No, no, sono stato io che mi sono scottato da me, – fa il piccolino.
  • Ah, bene, bene, – dicono loro. – Se sei stato tu che ti sei scottato da te non diremo niente, ma se ti avesse scottato lei, gliela avremmo fatta pagare.

Incarnazioni fatate

A volte i folletti si invaghiscono di esseri mortali e li portano con sé nel loro paese, lasciando in cambio un qualche malaticcio bimbo-folletto, o un ceppo di legno che per incantesimo appare come un mortale, e a poco a poco si consuma e muore e viene sepolto. Rubano per lo più bambini. Se si “guarda troppo un bambino”, se cioè lo si osserva con invidia, i folletti lo hanno in loro potere. Si possono fare molte cose per scoprire se un bambino è un’incarnazione dei folletti, ma c’è un sistema infallibile: metterlo sul fuoco con questa formula riportata da Lady Wilde: “Brucia, brucia, brucia, se sei del diavolo, brucia; ma se sei di Dio e dei Santi, sii salvo da ogni male”. Allora, se è un’incarnazione dei folletti, scapperà su per il camino con un grido, perché secondo Giraldus Cambrensis , “il fuoco è il nemico più grande di ogni genere di spettro, tanto che quelli che hanno avuto apparizioni cadono in deliquio non appena percepiscono la brillantezza del fuoco”.

A volte ci si libera della creatura in un modo molto meno brutale. Risulta che un giorno, mentre una madre stava curva su una incarnazione avvizzita, il chiavistello fu sollevato ed entrò un folletto riportando a casa il bimbo sano rapito. “Sono stati gli altri, – disse, – a rapirlo”. In quanto a lei rivoleva indietro il suo bambino.

Secondo alcuni, coloro che sono portati via sono felici, poiché vivono in un’abbondanza di agi, musica e allegria. Altri però affermano che essi si struggono continuamente per la mancanza dei loro amici terreni. Lady Wilde riporta una fosca tradizione secondo la quale ci sono due tipi di folletti: i primi allegri e gentili; gli altri cattivi, che ogni anno sacrificano una vita a Satana ed è a tale scopo che rubano i mortali. Nessun altro scrittore irlandese riferisce di questa tradizione: se esistono tali tipi di folletti devono essere fra gli spiriti solitari, i Pooka, i Fit Darrig e simili.

Fiabe popolari irlandesi

La favola del giorno

Le oche-cigni

C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. “Piccola, piccola mia – diceva la madre – noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal cortile.” I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta campagna e in lontananza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento. Corri corri, ecco un forno. “Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia la mia galletta di segale e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!” Il forno tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. “Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche.cigni?” “Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano neanche quelle di giardino!” Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. “Fiume di latte, rive di gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna.

Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: “Porcospino, caro porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?”. “Di là!”, indicò quello. La bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa. Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le oche-cigni la inseguono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il fiume di latte tra le rive di gelatina. “Fiume caro, nascondimi!” “Mangia della mia gelatina!” Non c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni passarono oltre. La bambina uscì, disse: “Grazie!” e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cigni erano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. “Melo, caro melo, nascondimi!” “Mangia la mia mela selvatica!” La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno colpendo con le loro ali e a momenti le strappano dalle mani il fratellino! Per fortuna c’è il forno sulla strada. “Signor forno, nascondimi!” “Assaggia la mia galletta di segale” La bambina si mise in bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono, gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

Fiabe popolari russe

La favola del giorno

I dodici fratelli – 2

Prese le dodici camicie e andò e subito si addentrò nella gran foresta. Camminò tutto il giorno, e a sera giunse alla casetta incantata. Entrò e trovò un ragazzino, che le chiese: – Donde vieni e dove vai? – e si meravigliò che fosse così bella, portasse abiti regali e avesse una stella in fronte. Ed ella rispose: – Sono una principessa e cerco i miei dodici fratelli, e voglio andare fin dove il cielo è azzurro, pur di trovarli -. E gli mostrò le loro dodici camicie. Allora Beniamino si avvide che era sua sorella e disse: – Io sono Beniamino il minore dei tuoi fratelli -. Ed ella si mise a piangere di gioia, come Beniamino; e si baciarono e si abbracciarono con grande affetto. Poi egli disse: – Cara sorella, c’è ancora un inciampo: avevamo stabilito che ogni ragazza che c’incontrasse dovesse morire, perché per una ragazza fummo costretti a lasciare il nostro regno -. Allora ella disse: – Morirò volentieri, se in tal modo posso liberare i miei dodici fratelli. – No, – egli rispose, – tu non devi morire: nasconditi sotto questa tinozza fino all’arrivo degli undici fratelli; mi metterò certo d’accordo con loro -. La fanciulla obbedì, e quando scese la notte, gli altri tornarono dalla caccia e la cena era pronta. Sedettero a tavola e durante il pasto domandarono: – Che c’è di nuovo? – Disse Beniamino: – Non sapete nulla? – No, – risposero. Egli proseguì: – Voi siete andati nella foresta e io son rimasto a casa, eppure ne so più di voi. – Racconta, dunque! – esclamarono gli altri. Rispose: – Mi promettete anche che la prima fanciulla da voi incontrata non sarà uccisa? – Sì, – esclamarono tutti, – le faremo grazia; ma racconta! – Allora egli disse: – C’è qui nostra sorella -. Sollevò la tinozza e ne uscì la principessa in abiti regali, con la stella d’oro in fronte; ed era tanto bella, delicata e gentile. Tutti se ne rallegrarono, le saltarono al collo, la baciarono e l’amarono con tutto il cuore.

Ora ella rimaneva a casa con Beniamino e l’aiutava nei lavori domestici. Gli undici fratelli andavano nel bosco, prendevano selvaggina, caprioli, uccelli e piccioncini, per aver da mangiare; e la sorella e Beniamino pensavano a prepararli. Ella cercava la legna per cuocere le erbe per la verdura e metteva le pentole sul fuoco, sicché la cena era sempre pronta quando gli undici tornavano a casa. Inoltre teneva in ordine la casetta e preparava i lettini con biancheria ben pulita, e i fratelli erano sempre contenti e vivevano con lei in grande armonia.

Per un po’ di tempo, i due che restavano a casa prepararono ottimi pasti; e quando eran tutti riuniti, sedevano, mangiavano, bevevano ed eran felici. Ma alla casetta incantata era annesso un minuscolo giardino, dov’eran cresciuti dodici gigli (che si chiamano anche fiori di Sant’Antonio). Un giorno ella volle far piacere ai fratelli, colse i dodici fiori e pensava di regalarglieli a cena, uno per ciascuno. Ma appena colti i fiori, ecco i dodici fratelli trasformarsi in dodici corvi e volar via per la foresta; e casa e giardino erano spariti. Ora la povera fanciulla era sola nella foresta selvaggia; e, quando si guardò intorno, accanto a lei c’era una vecchia, che disse: – Bimba mia, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, che ora son trasformati in corvi per sempre! – La fanciulla disse piangendo: – Non c’è nessun mezzo per liberarli? – No, – disse la vecchia, – non ce n’è che uno in tutto il mondo, ma è così difficile che non li libererai: perché devi esser muta per sette anni, non devi parlare né ridere e se dici una sola parola, e manca soltanto un’ora ai sette anni, tutto è vano e i tuoi fratelli saranno uccisi da quella tua sola parola.

E la fanciulla disse in cuor suo: “So di certo che libererò i miei fratelli”; andò a cercare un albero alto e ci si arrampicò; e lassù filava e non parlava né rideva. Ora avvenne che un re andò a caccia nella foresta; aveva un gran veltro che corse all’albero dov’era la fanciulla, e ci saltò intorno latrando e abbaiando verso la cima.

Il re si avvicinò e vide la bella principessa con la stella d’oro in fronte, e fu così rapito dalla sua bellezza che le domandò se voleva diventare sua moglie. Ella non rispose, ma fece un lieve cenno col capo. Allora egli salì sull’albero, la portò giù, la mise sul suo cavallo e la condusse a casa.

Le nozze furon celebrate con gran pompa e tripudio, ma la sposa non parlava e non rideva. Vissero insieme felici un paio d’anni; ma poi la madre del re, una donna cattiva, cominciò a calunniare la giovane regina, e disse al figlio: – E’ una volgare accattona quella che ti sei portato in casa, chissà che tiri scellerati combina di nascosto. Se è muta e non può parlare, potrebbe almeno ridere; ma chi non ride, ha cattiva coscienza -. Il re in principio non voleva crederci, ma la vecchia insistette tanto e la incolpò di tante brutte cose, che alla fine egli si lasciò persuadere e la condannò a morte.

Nel cortile fu acceso un gran fuoco in cui ella doveva esser bruciata; e il re stava alla finestra e guardava con gli occhi pieni di lacrime, perché l’amava ancora tanto. E quando era già legata al palo, e rosse lingue di fuoco lambivan le sue vesti, ecco trascorso l’ultimo istante dei sette anni. Allora si udì nell’aria un frullar d’ali e giunsero in fila dodici corvi e calarono a terra: e quando toccarono il suolo, erano i suoi dodici fratelli, liberati da lei. Essi sconvolsero il rogo, spensero le fiamme, slegarono la loro cara sorella e la baciarono e l’abbracciarono. Ma ora che poteva schiudere le labbra e parlare, ella raccontò al re perché prima fosse muta e non ridesse mai.

Il re apprese con gioia la sua innocenza e da allora vissero tutti insieme in buona armonia fino alla morte.

La cattiva matrigna venne sottoposta a giudizio, fu messa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di mala morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

La favola del giorno

I dodici fratelli

C’era una volta un re e una regina che vivevano insieme in buona armonia e avevano dodici figli tutti maschi. Allora il re disse alla moglie: – Se il tredicesimo figlio che tu metti al mondo è una femmina, i dodici maschi devono morire, perché ella abbia grandi ricchezze e il regno tocchi a lei sola -. E ordinò dodici bare, già riempite di trucioli, e in ognuna c’era il guancialino funebre; le fece portare in una stanza chiusa a tutti, poi diede la chiave alla regina e le comandò di non dir nulla a nessuno.

Ma la madre passava l’intero giorno in grande tristezza; e il figlio minore che le era sempre accanto e che ella chiamava col nome biblico di Beniamino, le disse: – Cara mamma, perché sei così triste? – Amor mio, non posso dirtelo, – rispose la regina. Ma egli non le diede requie, finché ella andò ad aprire la stanza e gli mostrò le dodici bare già riempite di trucioli. Poi disse: – Mio carissimo Beniamino, queste bare le ha ordinate tuo padre, per te e i tuoi undici fratelli; perché se io do alla luce una femmina, voi dovete tutti essere uccisi e seppelliti qui -. E così dicendo piangeva; ma il figlio la consolò e disse: – Non piangere, cara mamma, ci trarremo d’impaccio e ce ne andremo -. Ma ella disse: – Va’ nel bosco con i tuoi undici fratelli, e uno stia sempre di guardia sull’albero più alto che troverete, e osservi la torre qui nel castello. Se nascerà un maschietto, isserò una bandiera bianca e voi potrete ritornare; se nascerà una femmina, isserò una bandiera rossa, e allora fuggite più in fretta che potete, e vi protegga il buon Dio. Ogni notte mi alzerò e pregherò per voi, d’inverno che possiate scaldarvi accanto al fuoco, d’estate che l’arsura non vi faccia languire

Dopo aver ricevuto la sua benedizione, i figli andarono nel bosco. A turno facevan la guardia, stavano sulla quercia più alta e osservavano la torre. Dopo undici giorni il turno toccò a Beniamino, ed egli vide che veniva esposta una bandiera: ma non era bianca, bensì rosso-sangue e annunciava che dovevan tutti morire. Quando i fratelli lo seppero, s’infuriarono e dissero: – Grazie a una femmina, dovremmo morire! Giuriamo di vendicarci; quando troveremo una ragazza, scorrerà il suo sangue vermiglio.

Poi entrarono nella foresta, e proprio nel folto, dove era più buio, trovarono una minuscola casetta incantata, che era vuota. Allora dissero: – Abiteremo qui; e tu, Beniamino, che sei il minore e il più debole, non uscirai e baderai alla casa, noi andremo a cercar da mangiare -. Andavano nella foresta e uccidevano lepri, caprioli, uccelli e piccioncini e ogni animale buono da mangiare; li portavano a Beniamino che doveva cucinarli, perché potessero sfamarsi. Nella casetta vissero insieme dieci anni e il tempo non parve loro lungo.

Intanto la bimba, che la regina aveva partorito, era cresciuta, era buona di cuore e bella di viso e aveva una stella d’oro in fronte. Una volta durante il bucato generale, vide dodici camicie da uomo e domandò a sua madre: – Di chi sono queste dodici camicie? Non son troppo piccole per il babbo? – Allora la mamma rispose col cuore grosso: – Bimba cara, sono dei tuoi dodici fratelli -. Disse la fanciulla: – Dove sono i miei dodici fratelli? Non ne ho mai sentito parlare -. La madre rispose: – Lo sa Iddio dove sono: errano per il mondo -. Prese la fanciulla e le aprì la stanza e le mostrò le dodici bare coi trucioli e i guancialini funebri. – Queste bare, – disse, – erano destinate ai tuoi fratelli; ma essi sono fuggiti di nascosto prima che tu nascessi -. E le raccontò quel ch’era accaduto. Allora la fanciulla disse: – Cara mamma, non piangere; andrò a cercare i miei fratelli. Continua domani.

La favola del giorno

La palla d’oro

C’erano due ragazze, figlie della stessa madre, e un giorno tornando dalla fiera videro un giovanotto bello davvero, che se ne stava sulla soglia della casa di fronte. Uno bello così non l’avevano visto mai. Aveva oro sul cappello, oro sul dito, oro al collo, una catena d’oro rosso per l’orologio, eh!, lì sì che c’erano dei bei soldi. Aveva una palla d’oro in ogni mano. Diede una palla a ciascuna ragazza, e doveva conservarla, e se l’avesse persa, allora bisognava impiccarla. Una delle ragazze, quella più giovane, perse la sua palla. Vi dico come. Era accanto allo steccato di un giardino, e tirava in alto la palla, e la palla andava su e giù, sempre più su, finché oltrepassò lo steccato; e quando lei si arrampicò per guardare, la palla rotolava sull’erba verde, rotolò dritta fino alla porta, poi la palla entrò in casa e lei non la vide più.

Così la portarono via, e l’avrebbero appesa per il collo finché fosse morta, perché aveva perso la palla.

Ma la ragazza aveva un innamorato che pensò di andare a cercare la palla. Andò al cancello del parco, ma era chiuso; allora si arrampicò sulla palizzata, e quando arrivò in cima, vide una donna uscir fuori da un rigagnolo lì davanti e la donna disse che se lui voleva la palla doveva dormire tre notti nella casa. L’innamorato disse di sì.

Poi entrò in casa e si mise a cercare la palla, senza trovarla. Arrivò la notte e sentì gli spiritelli muoversi in cortile, allora andò a guardare dalla finestra, e il cortile era pieno zeppo di quelli lì.

Poco dopo sentì dei passi salire le scale. Si nascose dietro la porta, immobile come un topo. Entrò un gigante enorme altro cinque volte lui, e questo gigante si guardò attorno m non vide il ragazzo, così andò alla finestra e si chinò per vedere fuori, e mentre era lì piegato sui gomiti a guardare gli spiritelli in cortile, il ragazzo gli arrivò alle spalle, e con un’unica sciabolata lo tagliò in due, e la metà superiore cadde in cortile, e la metà inferiore restò a guardare dalla finestra.

Gli spiriti lanciarono un grido fragoroso quando videro mezzo gigante cader giù fra loro, e urlarono: – Ecco metà del nostro padrone, dacci anche l’altra.

Allora il giovane disse: – A che ti serve, paio di gambe, startene tutto solo alla finestra, dato che non hai occhi per vedere? Raggiungi tuo fratello -. E gettò la metà inferiore del gigante dietro a quella superiore. E quando gli spiriti maligni ebbero ottenuto il gigante tutto intero la smisero di schiamazzare.

La notte seguente il ragazzo andò di nuovo alla casa, e dalla porta entrò un secondo gigante, e mentre entrava il ragazzo lo tagliò in due, ma le gambe andarono verso il camino e risalirono su per la cappa. – Vai, raggiungi le tue gambe, – disse il giovane alla testa, e lanciò anche quella su per il camino.

La terza notte il giovane andò a dormire e sentì gli spiritelli litigare sotto il letto, avevano la palla e giocavano a tirarsela. Ed ecco che spuntò la gamba di uno di loro, e il ragazzo la tagliò di netto con la spada. Poi spuntò un braccio dall’altro lato del letto, e il ragazzo lo troncò. Alla fine li aveva mutilati tutti, e loro non facevano altro che piangere e lamentarsi, alla palla non ci pensavano più, allora la prese lui e andò a cercare il suo amore.

La ragazza era a York, per essere impiccata; la portarono al patibolo, e il boia disse: – Adesso, fanciulla devo appenderti per il collo finché non sarai morta -. Ma lei gridò:

  • Fermo, fermo che arriva mia madre!

madre dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

No, non te l’ho certo portata

e non sarai certo salvata

ho fatto tanta strada

per venir qui a vederti impiccata.

Allora il boia disse: – Su’, ragazza, dì le tue preghiere, perché devi morire.

  • Fermo, fermo che arriva mio padre!

Padre dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

No, non te l’ho certo portata

e non sarai certo salvata

ho fatto tanta strada

per venir qui a vederti impiccata.

Allora il boia disse: – Hai finito le preghiere? Allora, ragazza, infila la testa nel cappio.

Ma lei rispose: – Fermo, fermo, che arriva mio fratello! – e ripeté la sua canzone, e poi le parve di veder arrivare la sorella, poi lo zio, poi la zia, poi una cugina, ma alla fine il boia disse: – Non posso indugiare oltre, ti stai prendendo gioco di me. Adesso ti impicco all’istante.

Ma ecco che arrivava il suo innamorato, che si faceva largo fra la folla tenendo alta sulla testa la palla d’oro; e allora lei disse:

  • Fermo, fermo che arriva il mio amore!

amore dimmi se hai la palla d’oro,

se grazie a te sarò salvata?

Certamente te l’ho portata

e di sicuro sarai salvata

non ho fatto tutta questa strada

per venir qui a vederti impiccata.

E se la portò a casa, e da allora vissero sempre felici e contenti.

Fiabe popolari inglesi.