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La favola del giorno

Gentaglia

Galletto disse a Gallinella: – Adesso è il tempo in cui maturan le noci; andremo insieme sul monte e una buona volta ne mangeremo a sazietà, prima che le porti via tutte lo scoiattolo. – Sì, – rispose Gallinella, – vieni, ce la spasseremo insieme -. Se ne andarono tutti e due sul monte; era una bella giornata, e vi rimasero fino a sera. Ora, io non so se si fossero rimpinzati tanto o si dessero delle arie; fatto sta che non volevano andare a casa a piedi e Galletto dovette costruire una piccola carrozza di gusci di noce. Quando fu pronta, Gallinella ci salì e disse a Galletto: – Tu puoi tirare. – Che bell’idea! – disse Galletto, – vado a casa a piedi, piuttosto: no, non eran questi i patti. Fare il cocchiere e sedere a cassetta, va bene; ma tirare io, questo no.

Mentre litigavano, un’anitra schiamazzò: – Razza di ladri, chi vi ha detto di venire sul monte delle mie noci? Adesso ve la faccio pagare! – e si precipitò su Galletto col becco spalancato. Ma Galletto non era un codardo e si gettò bravamente addosso all’anitra; e alla fine le si avventò contro con gli sproni con tanta violenza che ella chiese grazia e in punizione si lasciò di buon grado attaccare alla carrozza.

Galletto salì a cassetta come cocchiere e si partì di carriera. – Anitra, corri più che puoi! – Dopo un tratto di strada, incontrarono due pedoni, uno spillo e un ago. Questi gridarono: – Alt! Alt! – e dissero che stava per diventar buio pesto, e non potevano più fare un passo, e la strada era così fangosa! Non potevano salire per un po’? Erano stati alla locanda dei sarti, fuori porta, e si erano attardati a bere un bicchier di birra. Siccome eran gente magra, che non prendeva molto posto, Galletto li lasciò salire entrambi, ma dovettero promettere di non pestare i piedi a lui e alla sua Gallinella.

A sera tarda giunsero a un’osteria, e siccome di notte non volevano proseguire e l’anitra era male in gambe e cadeva di qua e di là, vi si fermarono. In principio l’oste fece un monte di difficoltà, dicendo che la casa era già piena; pensava inoltre che non potevano essere signori distinti; ma essi gli fecero tanti bei discorsi – e che avrebbe avuto l’uovo fatto da Gallinella per istrada e tenuto anche l’anitra che ne faceva uno al giorno – che alla fine egli permise loro di pernottare. Allora fecero di nuovo mettere in tavola e banchettarono allegramente.

La mattina presto, all’alba, quando tutto dormiva ancora, Galletto svegliò Gallinella, andò a prender l’uovo, l’aprì col becco e lo succhiarono insieme; il guscio lo gettarono nel focolare. Poi andarono dall’ago che dormiva ancora, lo presero per la testa e lo piantarono nel cuscino, sulla sedia dell’oste; e infissero lo spillo nell’asciugamano; infine, senza dire ai né bai se ne volarono via per la pianura. L’anitra che dormiva volentieri all’aperto ed era rimasta nel cortile, li sentì frullar via, si svegliò, trovò un ruscello e ne seguì a nuoto la corrente: si faceva più in fretta che a tirar la carrozza.

Dopo un paio d’ore l’oste si alzò per primo, si lavò e volle asciugarsi con l’asciugamano; allora lo spillo gli graffiò il viso e gli lasciò una riga rossa da un’orecchia all’altra. Poi andò in cucina e volle accendersi la pipa, ma quando si accostò al camino i gusci d’uovo gli saltarono negli occhi. – Stamattina ce l’hanno tutti con la mia testa! – disse, e si lasciò cadere stizzosamente nella sua poltrona; ma saltò subito in piedi e gridò: – Ahi! – perché l’ago da cucire l’aveva punto ancor peggio, e non nella testa. Ora era su tutte le furie e cominciò a sospettare degli ospiti che erano arrivati così tardi la sera prima; e quando andò a cercarli se n’erano andati.

Allora giurò di non ospitar più gentaglia, che mangia molto, non paga nulla e per giunta ti ringrazia con tiri birboni.

Jacob e wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

I dodici fratelli – 2

Prese le dodici camicie e andò e subito si addentrò nella gran foresta. Camminò tutto il giorno, e a sera giunse alla casetta incantata. Entrò e trovò un ragazzino, che le chiese: – Donde vieni e dove vai? – e si meravigliò che fosse così bella, portasse abiti regali e avesse una stella in fronte. Ed ella rispose: – Sono una principessa e cerco i miei dodici fratelli, e voglio andare fin dove il cielo è azzurro, pur di trovarli -. E gli mostrò le loro dodici camicie. Allora Beniamino si avvide che era sua sorella e disse: – Io sono Beniamino il minore dei tuoi fratelli -. Ed ella si mise a piangere di gioia, come Beniamino; e si baciarono e si abbracciarono con grande affetto. Poi egli disse: – Cara sorella, c’è ancora un inciampo: avevamo stabilito che ogni ragazza che c’incontrasse dovesse morire, perché per una ragazza fummo costretti a lasciare il nostro regno -. Allora ella disse: – Morirò volentieri, se in tal modo posso liberare i miei dodici fratelli. – No, – egli rispose, – tu non devi morire: nasconditi sotto questa tinozza fino all’arrivo degli undici fratelli; mi metterò certo d’accordo con loro -. La fanciulla obbedì, e quando scese la notte, gli altri tornarono dalla caccia e la cena era pronta. Sedettero a tavola e durante il pasto domandarono: – Che c’è di nuovo? – Disse Beniamino: – Non sapete nulla? – No, – risposero. Egli proseguì: – Voi siete andati nella foresta e io son rimasto a casa, eppure ne so più di voi. – Racconta, dunque! – esclamarono gli altri. Rispose: – Mi promettete anche che la prima fanciulla da voi incontrata non sarà uccisa? – Sì, – esclamarono tutti, – le faremo grazia; ma racconta! – Allora egli disse: – C’è qui nostra sorella -. Sollevò la tinozza e ne uscì la principessa in abiti regali, con la stella d’oro in fronte; ed era tanto bella, delicata e gentile. Tutti se ne rallegrarono, le saltarono al collo, la baciarono e l’amarono con tutto il cuore.

Ora ella rimaneva a casa con Beniamino e l’aiutava nei lavori domestici. Gli undici fratelli andavano nel bosco, prendevano selvaggina, caprioli, uccelli e piccioncini, per aver da mangiare; e la sorella e Beniamino pensavano a prepararli. Ella cercava la legna per cuocere le erbe per la verdura e metteva le pentole sul fuoco, sicché la cena era sempre pronta quando gli undici tornavano a casa. Inoltre teneva in ordine la casetta e preparava i lettini con biancheria ben pulita, e i fratelli erano sempre contenti e vivevano con lei in grande armonia.

Per un po’ di tempo, i due che restavano a casa prepararono ottimi pasti; e quando eran tutti riuniti, sedevano, mangiavano, bevevano ed eran felici. Ma alla casetta incantata era annesso un minuscolo giardino, dov’eran cresciuti dodici gigli (che si chiamano anche fiori di Sant’Antonio). Un giorno ella volle far piacere ai fratelli, colse i dodici fiori e pensava di regalarglieli a cena, uno per ciascuno. Ma appena colti i fiori, ecco i dodici fratelli trasformarsi in dodici corvi e volar via per la foresta; e casa e giardino erano spariti. Ora la povera fanciulla era sola nella foresta selvaggia; e, quando si guardò intorno, accanto a lei c’era una vecchia, che disse: – Bimba mia, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, che ora son trasformati in corvi per sempre! – La fanciulla disse piangendo: – Non c’è nessun mezzo per liberarli? – No, – disse la vecchia, – non ce n’è che uno in tutto il mondo, ma è così difficile che non li libererai: perché devi esser muta per sette anni, non devi parlare né ridere e se dici una sola parola, e manca soltanto un’ora ai sette anni, tutto è vano e i tuoi fratelli saranno uccisi da quella tua sola parola.

E la fanciulla disse in cuor suo: “So di certo che libererò i miei fratelli”; andò a cercare un albero alto e ci si arrampicò; e lassù filava e non parlava né rideva. Ora avvenne che un re andò a caccia nella foresta; aveva un gran veltro che corse all’albero dov’era la fanciulla, e ci saltò intorno latrando e abbaiando verso la cima.

Il re si avvicinò e vide la bella principessa con la stella d’oro in fronte, e fu così rapito dalla sua bellezza che le domandò se voleva diventare sua moglie. Ella non rispose, ma fece un lieve cenno col capo. Allora egli salì sull’albero, la portò giù, la mise sul suo cavallo e la condusse a casa.

Le nozze furon celebrate con gran pompa e tripudio, ma la sposa non parlava e non rideva. Vissero insieme felici un paio d’anni; ma poi la madre del re, una donna cattiva, cominciò a calunniare la giovane regina, e disse al figlio: – E’ una volgare accattona quella che ti sei portato in casa, chissà che tiri scellerati combina di nascosto. Se è muta e non può parlare, potrebbe almeno ridere; ma chi non ride, ha cattiva coscienza -. Il re in principio non voleva crederci, ma la vecchia insistette tanto e la incolpò di tante brutte cose, che alla fine egli si lasciò persuadere e la condannò a morte.

Nel cortile fu acceso un gran fuoco in cui ella doveva esser bruciata; e il re stava alla finestra e guardava con gli occhi pieni di lacrime, perché l’amava ancora tanto. E quando era già legata al palo, e rosse lingue di fuoco lambivan le sue vesti, ecco trascorso l’ultimo istante dei sette anni. Allora si udì nell’aria un frullar d’ali e giunsero in fila dodici corvi e calarono a terra: e quando toccarono il suolo, erano i suoi dodici fratelli, liberati da lei. Essi sconvolsero il rogo, spensero le fiamme, slegarono la loro cara sorella e la baciarono e l’abbracciarono. Ma ora che poteva schiudere le labbra e parlare, ella raccontò al re perché prima fosse muta e non ridesse mai.

Il re apprese con gioia la sua innocenza e da allora vissero tutti insieme in buona armonia fino alla morte.

La cattiva matrigna venne sottoposta a giudizio, fu messa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di mala morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

La favola del giorno

Lo strano violinista

C’era una volta uno strano violinista, che se ne andava solo solo per un bosco, e pensava a questo e a quello; e quando la sua mente non ebbe ove posarsi, disse fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un buon compagno”. Si tolse di dosso il violino e si mise a sonore, sicché il suono si diffuse fra gli alberi. Poco dopo, ecco venire un lupo, trottando per la boscaglia. – Ah, viene un lupo! quello non lo desidero proprio, – disse il violinista. Ma il lupo si avvicinò e gli disse: – Oh, caro violinista! come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – gli rispose il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il lupo, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. Il violinista gli ordinò di seguirlo, e, quando ebbero fatto un pezzo di strada insieme, giunsero a una vecchia quercia, che era cava internamente e spaccata nel mezzo. – Guarda, – disse il violinista, – se vuoi imparar a suonare il violini, metti le zampe davanti in questa spaccatura -. Il lupo obbedì, ma il violinista prese in fretta un sasso e d’un sol colpo gli conficcò le zampe nel legno così saldamente, che il lupo dovette starsene là prigioniero. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista, e se ne andò per la sua strada.

Dopo un po’, disse di nuovo fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e di nuovo si diffuse il suono nel bosco. Poco dopo, ecco venire una volpe strisciando fra gli alberi. – Ah, viene una volpe – disse il violinista, – quella non la desidero proprio -. Ma la volpe gli si accostò e disse: – Ah, caro violinista, come suoni bene! Vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista: devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – rispose la volpe, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. – Seguimi, – disse il violinista, e quando ebbero fatto un pezzo di strada, giunsero ad un sentiero fiancheggiato da alti cespugli. Allora il violinista si fermò, da un lato del sentiero curvò fino a terra un giovane nocciolo e ne premette la cima col piede; dall’altro lato incurvò un altro alberello e disse: – Orsù, volpicina, se vuoi imparar qualcosa, porgimi una delle tue zampe davanti, la sinistra -. La volpe obbedì ed egli le legò la zampa al fusto di sinistra. – Volpicina, – disse, – ora porgimi la destra -. E la legò al fusto di destra. E, dopo essersi assicurato che i nodi delle corde fossero abbastanza solidi, lasciò la presa, e gli alberelli si rizzarono e lanciarono in alto la volpe, che restò sospesa in aria a sgambettare. – Aspettami qui finché torno, – disse il violinista e se ne andò per la sua strada.

Di nuovo disse fra sé: “Mi annoio qui nel bosco; voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e il suono si diffuse per il bosco. Allora ecco venire a gran balzi un leprotto. – Ah, viene una lepre! – disse il violinista: – questa non la volevo. – Ah, caro violinista, – disse il leprotto, – come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il leprotto, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro -.

Fecero un pezzo di strada insieme, finché giunsero a una radura nel bosco, dove c’era una tremula. Il violinista legò un lungo spago al collo del leprotto e ne annodò l’altro capo all’albero. – Svelto, leprottino, ora salta venti volte intorno all’albero! – esclamò il violinista, e il leprotto obbedì, e quando ebbe fatto i suoi venti giri, lo spago si era attorto venti volte intorno al tronco; e il leprotto era prigioniero, e aveva un bel tirare e dar strattoni: si tagliava soltanto il collo delicato con lo spago. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista e proseguì.

Intanto il lupo aveva dato spinte e strattoni, aveva morso la pietra e si era tanto adoprato, che alla fine si era liberato tirando fuori le zampe dalla spaccatura. Pieno di collera e di rabbia, corse dietro al violinista e voleva sbranarlo. Quando la volpe lo vide, cominciò a lamentarsi e gridò con tutte le sue forze: – Fratello lupo, vieni ad aiutarmi: il violinista mi ha ingannata -. Il lupo curvò gli alberelli, con un morso spezzò le funi e liberò la volpe, che lo accompagnò, per vendicarsi del violinista. Trovarono il leprotto legato liberarono anche lui, e poi tutti insieme andarono in cerca del loro nemico.

Per la strada il violinista aveva ripreso a sonare, e questa volta era stato più fortunato. I suoni giunsero all’orecchio di un povero boscaiolo, che subito, lo volesse o no, interruppe il suo lavoro e con l’ascia sotto il braccio si avvicinò per sentire la musica. – Finalmente viene il compagno che fa per me, – disse il violinista: – un uomo cercavo, non bestie selvagge -. E cominciò a sonar così bene e con tanta dolcezza, che il pover’uomo se ne stava incantato e si sentiva allargare il cuore dalla gioia. E mentre se ne stava così, si avvicinarono il lupo, la volpe e il leprotto ed egli si accorse che tramavano qualcosa. Allora sollevò l’ascia rilucente e si mise davanti al violinista, come a dire: “Chi gli vuol male si guardi, l’avrà da fare con me”. Allora le bestie, impaurite, di corsa tornarono nel bosco; ma il violinista per ringraziamento sonò un altro pezzo e poi proseguì la sua strada.

Le fiabe del focolare – Jacob e Wilhelm Grimm

La favola del giorno

Il buon affare

Un contadino aveva portato la sua mucca al mercato e l’aveva venduta per sette scudi. Sulla via del ritorno doveva passare vicino a uno stagno, e già di lontano udì la rane gracidare: qua qua, qua qua. “Si, – disse fra sé, – le sentì strillare fin dal campo d’avena: sette scudi ho riscosso, non quattro”. Quando fu presso l’acqua gridò: – Stupide bestie che siete! non vi hanno informato meglio? Sono sette scudi, non quattro -. Ma le rane si ostinavano nel loro qua qua, qua qua. – Be’, se non ci credete, posso contarveli sotto il naso -. Trasse il denaro di tasca e contò i sette scudi, cento soldi per volta. Ma le rane non badarono ai suoi conti e gracidarono di nuovo: qua qua, qua qua. – Be’, – gridò il contadino infuriato, – se pretendete di saperlo meglio di me, contate voi -. E gettò tutto il denaro nell’acqua. Stette ad aspettare che finissero il conto e gli riportassero il suo avere, ma le rane si incaponirono, continuarono a gracidare qua qua, qua qua, e non restituirono il denaro. Egli attese ancora un bel po’, finché si fece sera e dovette ritornare a casa; allora coprì d’ingiurie le rane e gridò: – Sciaguattone, zuccone, balorde, avete una gran bocca e sapete strillare fino a rompere i timpani, ma sette scudi non sapete contarli: credete che io voglia star qui finché avrete finito? – E se ne andò, ma le rane gli gracidarono ancora dietro: qua qua, qua qua, e così egli rincasò di pessimo umore.

Qualche tempo dopo acquistò un’altra mucca, la macellò e calcolò che, vendendo bene la carne, poteva riscuotere il prezzo delle due mucche, e avrebbe avuto la pelle per sovrammercato. Quando arrivò in città con la carne, davanti alla porta era accorso tutto un branco di cani preceduto da un grosso levriere: questi saltò attorno alla carne, annusò e abbaiò: – Bu, bu, bu -. Siccome non voleva smetterla, il contadino gli disse: – Si lo so che è buona e ne vorresti un bel po’; ma farei un bell’affare a dartela! – Il cane rispose soltanto: – Bu, bu. – Non te la mangerai e garantisci per i tuoi compagni? – Bu, bu, – disse il cane. – Be’, se insisti te la lascerò; ti conosco bene e so da chi sei a servizio; ma ricordati: fra tre giorni devo avere il mio denaro, se no ti andrà male. Non hai che da portarmelo -. Dopo di che, scaricò la carne e tornò indietro; i cani ci si buttarono sopra e abbaiavano a gran voce: – Bu, bu, bu -. Il contadino che li udiva da lontano, disse fra sé: “Senti, senti, adesso ne vogliono tutti; ma quello grosso deve risponderne”.

Passati tre giorni, il contadino pensò: “Stasera avrai il tuo danaro in tasca” ed era tutto soddisfatto. Ma nessuno venne a sborsarlo. “Non ci si può fidare di nessuno”, disse fra sé, e alla fine gli scappò la pazienza: andò in città dal macellaio e richiese il suo denaro. Il macellaio credeva che fosse uno scherzo, ma il contadino disse: – Macché scherzo, io voglio il mio denaro; il cane grosso non vi ha portato tre giorni fa l’intera mucca macellata? – Allora il macellaio andò in collera, afferrò un manico di scopa e lo cacciò fuori. – Aspetta, – disse il contadino, – c’è ancora giustizia a questo mondo! – Andò al palazzo reale e chiese udienza. Fu condotto davanti al re, che sedeva vicino a sua figlia e gli domandò che torto gli avessero fatto: – Ah, – disse lui, – le rane e i cani mi hanno preso il mio avere, e il macellaio mi ha pagato a bastonate -. E narrò minutamente com’era andata. Allora la figlia del re scoppiò a ridere e il re gli disse: – Darti ragione non posso, ma in compenso sposerai mia figlia: in tutta la sua vita non ha mai riso, tranne appunto di te; e io l’ho promessa a colui che la facesse ridere. Puoi ringraziar Dio per la tua fortuna. – Oh, – disse il contadino, – non la voglio affatto: a casa ho una donna sola ed è già troppo; quando torno mi par che ce ne sia una per ogni angolo -. Allora il re andò in collera e disse: – Tu sei un villanzone. – Ah, Maestà, – rispose il contadino, – che cosa potete aspettarvi da un bue, se non carne di manzo? – Aspetta, – rispose il re, – avrai un altro compenso: adesso vattene, ma torna fra tre giorni; te ne saranno contati cnquecento.

Quando il contadino uscì dalla porta, la sentinella disse: – Tu hai fatto ridere la principessa e t’avran dato quel che ti spetta. – Lo credo bene, – rispose il contadino: – me ne pagheranno cinquecento. – Senti, – disse il soldato, – dammene un po’! che vuoi fartene di tutto quel denaro! – Perché sei tu, – disse il contadino, – ne avrai duecento; presentati al re fra tre giorni e fatteli contare -. Un ebreo, che era lì accanto e aveva udito la conversazione, corse dietro al contadino, lo prese per la giubba e disse: – Gran Dio, siete proprio fortunato! Voglio cambiarveli, voglio convertirveli in moneta spicciola; che ve ne fate di quegli scudi sonanti? – Giudeo, – disse il contadino, – puoi averne ancora trecento; dammeli subito in spiccioli, di qui a tre giorni sarai pagato dal re -. L’ebreo si rallegrò del piccolo guadagno e portò la somma in soldi di cattiva lega, che tre ne valgon due buoni. Passati i tre giorni, come gli era stato ordinato, il contadino si presentò davanti al re. – Toglietegli la giubba, – disse questi, – deve avere i suoi cinquecento. – Ah, – disse il contadino, – non mi spettano più: duecento li ho regalati alla sentinella e trecento me li ha scambiati l’ebreo; non ho più diritto a nulla -. Intanto entrarono il soldato e l’ebreo e richiesero quando avevano ottenuto dal contadino; e si ebbero le botte, non una di più, non una di meno. Il soldato le sopportò pazientemente, e ne sapeva già il gusto; ma l’ebreo gemeva: – Ohimè! son questi gli scudi sonanti? – Il re dovette ridere del contadino, e, perché la collera era sfumata, disse: – Siccome hai già perduto il tuo premio prima che ti fosse consegnato, voglio risarcirti: va’ nella camera del Tesoro e prenditi tutto il denaro che vuoi -. Il contadino non se lo fece dire due volte e ficcò nelle sue ampie tasche tutto quel che poté entrarci. Poi se ne andò all’osteria e contò il suo denaro.

L’ebreo gli era andato dietro quatto quatto e lo sentì brontolare fra sé: –  Quel briccone di un re mi ha menato per il naso! Non poteva darmelo lui il denaro? Almeno saprei quel che ho: come posso sapere se è giusto quel che ho intascato a casaccio! – “Dio ci guardi! – disse tra sé l’ebreo: – costui parla con disprezzo del nostro re: corro a denunciarlo, così mi becco un premio e per giunta costui sarà punito”. Quando il re seppe dei discorsi del contadino, andò in collera e ordinò all’ebreo di andare a prendere il colpevole. L’ebreo corse dal contadino: – Dovete venir subito da sua Maestà senza por tempo in mezzo. – So meglio di voi quel che si conviene, – rispose il contadino: – prima mi faccio fare una giubba nuova; credi forse che un uomo che ha tanto denaro in tasca debba andarci nei suoi vecchi stracci? – L’ebreo, quando vide che senza un’altra giubba il contadino non si muoveva, temendo che, se l’ira del re fosse sfumata, egli ci avrebbe rimesso il premio e il contadino la punizione, disse: – Per questo po’ di tempo v’impresterò io una bella giubba, per pura amicizia: che cosa non si fa quando si vuol bene! – Il contadino accettò, indossò la giubba dell’ebreo e andò con lui dal re. Il re rinfacciò al contadino le male parole che gli aveva riferito l’ebreo. – Ah, – disse il contadino, – quel che dice un ebreo è sempre falso; non gli esce di bocca una parola sincera; questa birba ha il coraggio di dire che io ho indosso la sua giubba. – Come sarebbe a dire? – gridò l’ebreo: – non è mia la giubba? Non ve l’ho imprestata per pura amicizia, perché poteste presentarvi a sua Maestà? – Il re disse all’udirlo: – Qualcuno l’ebreo l’ha ingannato di certo; o me, o il contadino -. E gli fece ancora sborsar qualche scudo. Ma il contadino se ne tornò a casa con la sua brava giubba e il suo bravo denaro in tasca e disse: “Stavolta l’ho imbroccata”.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Il fedele Giovanni – 2

Ma un giorno, mentre navigavano in alto mare, il fedele Giovanni che sedeva a prua e sonava, scorse in aria tre corvi, che si avvicinavano a volo. Smise di suonare e ascoltò quel che dicevano, perché lo capiva bene. Uno gracchiò: – Be’, ecco che si porta a casa la principessa dal Tetto d’oro. – Sì, – rispose il secondo, – ma non l’ha ancora! – Disse il terzo: – Ma sì, è con lui sulla nave -. Allora il primo riprese a dire: – A che pro! Quando sbarcheranno, gli balzerà incontro un cavallo sauro; allora egli vorrà montare in sella, e se lo farà, il cavallo correrà via con lui e si alzerà nell’aria a volo, cosicché egli non vedrà mai più la sua fanciulla -. Disse il secondo: – Non c’è scampo? – Oh sì, se un altro balza in sella, estrae la pistola dalla fonda e uccide il cavallo, il giovane re è salvo. Ma chi può saperlo! E chi, sapendolo, glielo dicesse, diverrebbe di pietra dalla punta dei piedi alle ginocchia -. Allora il secondo disse: – Io so di più: anche se il cavallo viene ucciso, il giovane re non conserva la sua sposa: entrando nel castello, troveranno su un vassoio una camicia nuziale che sembrerà intessuta d’oro e d’argento, ma sarà tutta di zolfo e pece. Se egli l’indosserà, brucerà  fino alle midolla -. Disse il terzo: – Non c’è scampo? – Oh sì, – rispose il secondo, – se qualcuno afferra la camicia coi guanti e la getta nel fuoco e la brucia, il giovane re è salvo. Ma a che pro! Chi, sapendolo, glielo dicesse, diventerebbe di pietra a mezzo il corpo, dalle ginocchia al cuore -. Disse il terzo: – Io so di più: anche se bruceranno la camicia, il giovane re non avrà ancora la sua sposa: quando, dopo le nozze, comincerà il ballo, e la giovane regina danzerà, impallidirà all’improvviso e cadrà come morta. E se qualcuno non la solleva e non succhia dalla sua mammella destra tre gocce di sangue e non le risputa, ella morirà. Ma se qualcuno lo sa e lo rivela, diventerà tutto di pietra, dalla testa alla punta dei piedi -. Scambiate queste parole, i corvi volarono via, e il fedele Giovanni aveva capito tutto; ma da quel momento fu triste e taciturno: se non diceva al suo signore quel che aveva udito, questi sarebbe stato infelice; se glielo rivelava, doveva sacrificar la sua vita. Ma infine si disse: “Il mio signore devo salvarlo, a costo della mia rovina”.

Quando sbarcarono, accadde quel che il corvo aveva predetto, e balzò loro incontro uno splendido sauro. – Orsù, – disse il re, – mi porterà al mio castello -. E voleva montare in sella; ma il fedele Giovanni lo prevenne, balzò a cavallo, estrasse la pistola dalla fonda e lo abbatté. Allora gli altri servi del re, che non amavano il fedele Giovanni, esclamarono: – Che infamia uccidere il bell’animale, che doveva portare il re al suo castello! – Ma il re disse: – Lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni; un buon motivo l’avrà -. Poi entrarono nel castello, e nella sala c’era un vassoio con la camicia nuziale, che pareva tutta d’oro e d’argento. Il giovane re si avvicinò per prenderla, ma il fedele Giovanni lo respinse, afferrò la camicia con i guanti, la buttò rapidamente nel fuoco e la bruciò. Gli altri servi ricominciarono a brontolare e dissero: – Guardate, brucia persino la camicia nuziale del re! – Ma il giovane re disse: – Un buon motivo l’avrà, lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni -. Poi celebrarono le nozze: cominciò il ballo e anche la sposa vi partecipò. Il fedele Giovanni stava attento e la guardava in volto; d’un tratto ella impallidì e cadde a terra come morta. Allora egli corse a lei, la sollevò e la portò in una stanza; qui la depose, s’inginocchiò, succhiò le tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e le risputò. Subito ella riprese a respirare e si riebbe, ma il giovane re aveva visto tutto e non sapeva perché il fedele Giovanni l’avesse fatto; andò in collera e gridò: – Gettatelo in prigione -. La mattina dopo il fedele Giovanni fu condannato e condotto al patibolo; e quando fu lassù e stava per essere giustiziato, disse: – Ognuno che debba morire, prima della morte può parlare ancora una volta; ho anch’io questo diritto? – Sì, – rispose il re, – ti sia concesso -. Allora il fedele Giovanni disse: – Sono condannato a torto e ti son sempre stato fedele -. E gli raccontò che aveva udito sul mare i discorsi dei corvi e aveva dovuto fare tutto quel che aveva fatto per salvare il suo signore. Allora il re esclamò: – O mio fedelissimo Giovanni! grazia! grazia! Portatelo giù -. Ma, appena pronunciata l’ultima parola, il fedele Giovanni era caduto senza vita; era di pietra.

Il re e la regina se ne afflissero molto, e il re diceva: – Ah, come ho ricompensato male tanta fedeltà! – Fece sollevare la statua di pietra e la fece mettere nella sua camera, vicino al suo letto. Ogni volta che la guardava, piangeva e diceva: – Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni! – Passò qualche tempo e la regina partorì due gemelli, due maschietti, che crebbero ed erano la sua gioia. Un giorno che la regina era in chiesa e i due bambini giocavano accanto al padre, il re guardò con gran tristezza la statua di pietra, sospirò e disse: – Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni! – Allora la pietra si mise a parlare e disse: – Sì, puoi ridarmela, a prezzo di quanto ti è più caro -. Il re esclamò: – Per te, darò tutto quello che ho al mondo! – La pietra proseguì: – Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi sfreghi con il loro sangue, io riacquisterò la vita -. Il re inorridì, udendo che doveva uccidere egli stesso i suoi figli diletti, ma pensò a quella gran fedeltà e che il fedele Giovanni era morto per lui: trasse la spada e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando l’ebbe sfregata con il loro sangue, la pietra si rianimò e il fedele Giovanni gli stette innanzi vivo e sano. Disse al re: – La tua fedeltà non deve rimanere senza ricompensa -. E prese le teste dei bambini, le mise sul busto e spalmò le ferite con il loro sangue; ed eccoli risanati, e ripresero a saltare e a giocare come se nulla fosse accaduto. Il re era felice, e quando vide venir la regina, nascose il fedele Giovanni e i due bimbi in un grande armadio.

Quand’ella entrò, le disse: Hai pregato in chiesa? – Sì – ella rispose, – ma ho sempre pensato al fedele Giovanni, che per causa nostra fu così sventurato -. Allora egli disse: – Cara moglie, noi possiamo ridargli la vita, ma a prezzo dei nostri due figlioletti: dobbiamo sacrificarli -. La regina impallidì e le si gelò il sangue, ma disse: – Glielo dobbiamo per la sua grande fedeltà -. E il re fu lieto  che ella pensasse proprio come lui, andò ad aprire l’armadio e ne uscirono i bambini e il fedele Giovanni. Il re disse: – Grazie a Dio, egli è disincantato e noi abbiamo ancora i nostri figlioletti -. E le raccontò tutto quel che era successo. Poi vissero felici insieme, fino alla morte.

Le fiabe del focolare – Fratelli Grimm

La favola del giorno

Il lupo e i sette caprettini

C’era una volta una vecchia capra, che aveva sette caprettini, e li amava come una mamma ama i suoi bimbi. Un giorno pensò di andare nel bosco a far provviste per il desinare; li chiamò tutti e sette e disse: – Cari piccini, voglio andar nel bosco; guardatevi dal lupo; se viene, vi mangia tutti in un boccone. Quel furfante spesso si traveste, ma lo riconoscerete subito dalla voce rauca e dalle zampe nere -. I caprettini dissero: – Cara mamma, staremo bene attenti, potete andar tranquilla -. La vecchia belò e si avviò fiduciosa.

Poco dopo, qualcuno bussò alla porta, gridando: – Aprite, cari piccini; c’è qui la vostra mamma, che vi ha portato un regalo per ciascuno -. Ma, dalla voce rauca, i caprettini capirono che era il lupo. – Non apriamo, – dissero, – non sei la nostra mamma; la mamma ha una vocina dolce, la tua è rauca; tu sei il lupo -. Allora il lupo andò da un bottegaio e comprò un grosso pezzo di creta; lo mangiò e così si addolcì la voce. Poi tornò, bussò alla porta e gridò: – Aprite, cari piccini, c’è la vostra mamma, che vi ha portato un regalo per ciascuno -. Ma aveva appoggiato alla finestra la sua zampa nera; i piccini la videro e gridarono: – Non apriamo; la nostra mamma non ha le zampe nere come te: tu sei il lupo -. Allora il lupo corse da un fornaio e gli disse: – Mi son fatto male al piede, spalmaci sopra un po’ di pasta -. E quando il fornaio gli ebbe spalmato la zampa, corse dal mugnaio e gli disse: – Spargimi sulla zampa un po’ di farina bianca -. Il mugnaio pensò: “Il lupo vuole ingannare qualcuno” e rifiutò; ma il lupo disse: – Se non lo fai, ti mangio -. Allora il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò la zampa. Già così fanno gli uomini.

Ora il briccone andò per la terza volta all’uscio, bussò e disse: – Apritemi, piccini; la vostra cara mammina è tornata dal bosco e vi ha portato un regalo per ciascuno -. I caprettini gridarono: prima facci vedere la zampa, perché sappiamo se tu sei la nostra cara mammina -. Allora il lupo mise la zampa sulla finestra, e quando essi videro che era bianca credettero tutto vero quel che diceva e aprirono la porta. Ma fu il lupo a entrare. I capretti si spaventarono e cercarono di nascondersi. Il primo saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto sotto l’acquaio, il settimo nella cassa dell’orologio a pendolo. Ma il lupo li trovò tutti e non fece complimenti: li ingoiò l’un dopo l’altro; ma l’ultimo, dentro la cassa dell’orologio, non lo trovò. Quando si fu cavata la voglia, il lupo se ne andò, si sdraiò sotto un albero sul verde prato e si mise a dormire.

Poco dopo la vecchia capra tornò dal bosco. Ah, cosa le toccò vedere! La porta di casa era spalancata, tavola sedie e panche erano rovesciate, l’acquaio era in pezzi, coperta e cuscini strappati dal letto. Cercò i suoi piccoli, ma non riuscì a trovarli da nessuna parte. Li chiamò per nome, l’un dopo l’altro, ma nessuno rispose. Finalmente, quando chiamò il più piccolo, una vocina gridò: – Cara mamma, sono nascosto nella cassa dell’orologio -. Lo tirò fuori ed egli le raccontò che era venuto il lupo e aveva divorato tutti gli altri. Pensate come pianse per i suoi poveri piccini!

Alla fine uscì tutt’afflitta e il caprettino più piccolo corse fuori con lei. Quando arrivò nel prato, ecco il lupo sdraiato sotto l’albero, e russava tanto da far tremare i rami. L’osservò da tutte le parti e notò che nella pancia rigonfia qualcosa si moveva e si dimenava. “Ah, Dio mio, – pensò, – che siano ancor vivi i mie poveri piccini, che il lupo ha divorato per cena?” Disse al capretto di correre a casa e di prendere forbici, ago e filo. Poi tagliò la pancia del mostro; e al primo taglio, un capretto mise fuori la testa, poi, via via che tagliava, saltaron fuori tutti e sei ed erano tutti vivi e stavano benone; perché il mostro per ingordigia li aveva ingoiati interi. Che gioia fu quella! Si strinsero alla loro cara mamma e saltellavano contenti come pasque. Ma la vecchia disse: – Andate, ora; e cercate delle pietre da riempir la pancia a questo dannato prima che si desti -. Allora i sette caprettini trascinarono in gran fretta le pietre e ne cacciarono in quella pancia quante ne poterono portare. Poi la vecchia la ricucì in un baleno, sicché il lupo non se ne accorse e non si mosse neppure.

Finalmente, quando ebbe fatto una bella dormita, il lupo si alzò, e perché le pietre nello stomaco gli davano una gran sete, volle andare a una fontana. Ma quando cominciò a muoversi, le pietre si misero a cozzare nella pancia con gran fracasso. Allora gridò:

  • Romba e rimbomba

nella mia pancia

credevo fossero – sei caprettini,

son pietroni – belli e buoni.

E quando arrivò alla fontana e si chinò sull’acqua per bere, il peso delle pietre lo tirò giù, e gli toccò miseramente affogare. A quella vista i sette capretti vennero di corsa, gridando: – Il lupo è morto! il lupo è morto! – E con la loro mamma ballarono di gioia intorno alla fontana.

Le fiabe del focolare – Jacob e Wilhelm Grimm.

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 3

Non eran questi i patti, – disse il giovane, – il banco è mio -. L’uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e si sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, uno dopo l’altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: – Sentite, posso giocare anch’io? – Sì, se hai denaro. – Denaro ne ho, – rispose, – ma le vostre palle non sono ben rotonde -. Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. – Così rotoleranno meglio, – disse. – Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po’ di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. – Com’è andata questa volta? – domandò. – Ho giocato a birilli, – rispose, – e ho perduto qualche soldo. – Non ti è venuta la pelle d’oca? – Macché! – egli rispose, – me la sono spassata. Se potessi sapere che cosa è la pelle d’oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: – Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: – Vieni, cuginetto, vieni! – Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c’era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio. – Aspetta, – disse, – voglio scaldarti un po’.

Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo. Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: “Se due stanno a letto insieme, si riscaldano”. Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po’, anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: – Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! – Ma il morto prese a dire: – Adesso ti strozzo. – Come, – disse il giovane, – è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via. – Non mi vuol proprio venir la pelle d’oca, – egli disse, – qui non l’imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca. – Nanerottolo, – disse, – imparerai subito cos’è la pelle d’oca, perché devi morire. – Non abbiate tanta fretta! – disse il giovane: – per morire devo esserci anch’io. – Ti piglio subito, – disse lo spirito maligno. – Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. – La vedremo, – disse il vecchio, – se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un’accetta e con un colpo cacciò in terra un incudine. – Io so far meglio, – disse il giovane, e andò all’altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l’accetta, con un colpo spaccò l’incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. – Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l’accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d’oro. – Di quest’oro, – disse, – una parte è dei poveri, l’altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. – Me la caverò lo stesso, – disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re è domandò: – Adesso avrai imparato cos’è la pelle d’oca?  – No, – rispose il giovane: – che roba è questa? E’ stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d’oca non me l’ha detto nessuno -. Allora il re disse: – Tu hai rotto l’incantesimo del castello e sposerai mia figlia. – Tutto questo va benissimo, – rispose il giovane, – ma io non so ancora che cos’è la pelle d’oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! ah, se mi venisse la pelle d’oca! – La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: – Ci penserò io: imparerà che cosa è la pelle d’oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d’acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: – Ah, che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia!

Si, ora lo so cos’è la pelle d’oca.

Fratelli Grimm – Le fiabe del focolare.