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La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 3

Non eran questi i patti, – disse il giovane, – il banco è mio -. L’uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e si sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, uno dopo l’altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: – Sentite, posso giocare anch’io? – Sì, se hai denaro. – Denaro ne ho, – rispose, – ma le vostre palle non sono ben rotonde -. Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. – Così rotoleranno meglio, – disse. – Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po’ di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. – Com’è andata questa volta? – domandò. – Ho giocato a birilli, – rispose, – e ho perduto qualche soldo. – Non ti è venuta la pelle d’oca? – Macché! – egli rispose, – me la sono spassata. Se potessi sapere che cosa è la pelle d’oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: – Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: – Vieni, cuginetto, vieni! – Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c’era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio. – Aspetta, – disse, – voglio scaldarti un po’.

Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo. Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: “Se due stanno a letto insieme, si riscaldano”. Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po’, anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: – Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! – Ma il morto prese a dire: – Adesso ti strozzo. – Come, – disse il giovane, – è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via. – Non mi vuol proprio venir la pelle d’oca, – egli disse, – qui non l’imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca. – Nanerottolo, – disse, – imparerai subito cos’è la pelle d’oca, perché devi morire. – Non abbiate tanta fretta! – disse il giovane: – per morire devo esserci anch’io. – Ti piglio subito, – disse lo spirito maligno. – Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. – La vedremo, – disse il vecchio, – se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un’accetta e con un colpo cacciò in terra un incudine. – Io so far meglio, – disse il giovane, e andò all’altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l’accetta, con un colpo spaccò l’incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. – Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l’accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d’oro. – Di quest’oro, – disse, – una parte è dei poveri, l’altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. – Me la caverò lo stesso, – disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re è domandò: – Adesso avrai imparato cos’è la pelle d’oca?  – No, – rispose il giovane: – che roba è questa? E’ stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d’oca non me l’ha detto nessuno -. Allora il re disse: – Tu hai rotto l’incantesimo del castello e sposerai mia figlia. – Tutto questo va benissimo, – rispose il giovane, – ma io non so ancora che cos’è la pelle d’oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! ah, se mi venisse la pelle d’oca! – La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: – Ci penserò io: imparerà che cosa è la pelle d’oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d’acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: – Ah, che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia!

Si, ora lo so cos’è la pelle d’oca.

Fratelli Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 2

Anche il giovane continuò la sua strada e ricominciò a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – l’udì un carrettiere che camminava dietro a lui e domandò: – Chi sei?  – Non so, – rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: – di dove vieni? – non lo so. – Chi è tuo padre? – Non lo posso dire. – Che cosa continui a borbottare fra i denti? – Ah, – rispose il giovane, – vorrei farmi venire la pelle d’oca, ma non c’è nessuno che sappia insegnarmelo. – Smettila con le tue stupidaggini, – disse il carrettiere, – se tu vieni con me, vedrò di collocarti -. Il giovane andò col carrettiere e la sera giunsero a un’osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! se mi venisse la pelle d’oca! – L’oste, all’udirlo, disse ridendo: – Se non vuoi altro, qui ci sarebbe una bella occasione. – Sta’ zitto, – disse l’ostessa, – troppi temerari ci han già rimesso la vita! Sarebbe proprio un peccato che quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno -. Ma il giovane disse: – Per difficile che sia, voglio impararlo una buona volta: apposta me ne sono andato da casa -. Non lasciò in pace l’oste, finché questi gli raccontò che là vicino c’era un castello incantato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d’oca, purché ci si vegliasse tre notti. A chi osasse farlo, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che ci fosse al mondo; inoltre nel castello si celavano gran tesori, custoditi da spiriti malvagi: diventerebbero disponibili, e di un povero potevano fare un riccone. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane andò dal re e disse: – Se fosse permesso, vorrei vegliare tre notti nel castello incantato -. Il re lo guardò, lo trovò simpatico e disse: – Puoi chiedermi anche tre cose e portarle nel castello con te, ma devono essere cose non vive -. Il giovane rispose: – Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello.

Il re gli fece portare tutto nel castello quel giorno stesso. Verso sera il giovane salì al castello, si accese un bel fuoco in una stanza, vi collocò accanto il banco da ebanista e il coltello e sedette sul tornio. – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – diceva, – ma non imparerò neppur qui -. Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì improvvisamente gridare da un angolo: – Au, miau! che freddo! – Scimuniti, – esclamò, – perché gridate? Se avete freddo, venite, mettetevi accanto al fuoco e scaldatevi -. E come l’ebbe detto, due grossi gatti neri si accostarono d’un balzo gli si posero ai lati e lo guardarono ferocemente coi loro occhi di fuoco. Dopo un po’, quando si furono riscaldati, dissero: – Camerata, vogliamo giocare a carte? – Perché no? – egli rispose, – però fatemi vedere le zampe -. Essi allungarono le grinfie. – Oh, – disse il giovane, – che unghie lunghe! aspettate prima devo tagliarvele -. Li prese per la collottola, li sollevò sul banco, e avvitò le zampe. – Vi ho tenuti d’occhio, – disse, – e mi è passata la voglia di giocare a carte -. Li ammazzò e li gettò nell’acqua. Ma quando ebbe tolto di mezzo quei due e volle sedersi di nuovo vicino al fuoco, sbucarono da ogni parte gatti neri e cani neri, attaccati a catene infocate; erano tanti e tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi: gridavano orribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevan le braci e volevano spegnerlo. Per un po’ stette a guardare tranquillamente, ma quando le cose si misero troppo male, afferrò il coltello e gridò: – Finiamola, canaglia! – e si scagliò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Quando tornò, riattizzò il fuoco soffiando nella brace e si scaldò. E mentre se ne stava seduto, non poteva più tener gli occhi aperti e gli venne voglia di dormire. Si guardò attorno e vide un gran letto in un angolo. – E’ proprio quel che ci vuole, – disse, e ci si coricò. Ma quando volle chiudere gli occhi, il letto cominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello. – Benone! – disse il giovane: – più in fretta! – Allora il letto rotolò su e giù per soglie e scale come fosse un tiro a sei; d’un tratto, hopp, hopp! ribaltò a gambe all’aria, e gli restò addosso come una montagna. Ma egli buttò via coperte e cuscini, saltò fuori e disse: – Adesso vada a spasso chi vuole, – si sdraiò accanto al fuoco e dormì fino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide steso a terra pensò che gli spettri l’avessero ucciso e che fosse morto. Disse: – Peccato! Un così bel ragazzo! – Il giovane l’udì, si rizzò e disse: – Non siamo ancora a questo punto! – Allora il re si stupì e tutto contento gli domandò com’era andata. – Benissimo, – egli rispose, – una notte è passata, passeranno anche le altre due -. Quando tornò dall’oste, questi fece tanto d’occhi. – Non credevo di rivederti vivo, – disse; – hai imparato che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose il giovane, – è tutto inutile: se qualcuno me lo sapesse dire.

La seconda notte tornò nel vecchio castello, si mise a sedere accanto al fuoco e riprese la solita canzone: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – Verso mezzanotte, sentì un rumore e un trepestio, prima lieve, poi sempre più forte; poi un breve silenzio; infine con un grande urlo cadde dal camino un mezzo uomo e gli piombò davanti. – Olà – egli gridò: – ce ne vuole ancora mezzo; così è troppo poco -. Allora si ripeté il fracasso e l’urlo e cadde giù l’altra metà. – Aspetta, – disse il giovane, – voglio attizzarti un po’ il fuoco -. Quando ebbe finito e si guardò di nuovo attorno, i due pezzi si erano ricongiunti e un uomo orribile sedeva al suo posto. Continua e finisce domani.

La favola del giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d’impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: – sarà un bel peso per suo padre -. Se c’era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: – Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d’oca! – perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: – Mi vien la pelle d’oca! – Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. “Dicono sempre: mi vien la pelle d’oca! mi vien la pelle d’oca! A me non viene: sarà anche questa un’arte di cui non capisco nulla”.

Un bel giorno il padre gli disse: – Ascolta, tu, in quell’angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. – Sì, babbo, – egli rispose, – qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venire la pelle d’oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all’udirlo, e pensò: “Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino”. Il padre sospirò e rispose: – La pelle d’oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente. – Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d’oca. – Se è tutto qui, rispose il sagrestano, – può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: “Il ragazzo diventerà un po’ più sveglio”. Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. “Imparerai che cos’è la pelle d’oca!” pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. – Chi è là? – gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. – Rispondi o vattene, – gridò il giovane, – non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: – Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: “Non avrà intenzioni così malvage”. Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane lo interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: – Non sai dov’è mio marito? E’ salito sul campanile prima di te. – No, – rispose il giovane, – ma c’era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio, e siccome non voleva rispondere né andarsene, l’ho creduto un malandrino e l’ho buttato giù. Andate un po’ a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: – Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! – gridò, – ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il figlio: – Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. – Sentite, babbo, – egli rispose, – io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. – Ah, – disse il padre, – tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più vederti. – Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cosa è la pelle d’oca, così avrò un arte che mi darà da mangiare. – Impara quel che vuoi, disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. – Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah se mi venisse la pelle d’oca! – Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l’uomo gli disse: – Guarda, quello è l’albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos’è la pelle d’oca. – Se è tutto qui, – disse il giovane, – è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos’è la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l’uno contro l’altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: “Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!” E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l’uno dopo l’altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: – Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: – Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l’un dopo l’altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l’uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: – Ora lo sai che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose, – come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l’uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: – Un tipo simile non mi è mai capitato. Continua domani.

La favola del giorno

IL GATTO E IL TOPO IN SOCIETA’

Un gatto fatto conoscenza con un topo, aveva acconsentito ad andare a star di casa con lui e a far vita comune.

  • Ma, – disse il gatto, – bisognerà che prendiamo le nostre precauzioni per l’inverno, altrimenti soffriremo la fame.

Così essi comprarono un vasetto di grasso.

  • Lo metteremo in chiesa, – disse il gatto, – sotto l’altare e non lo toccheremo finché non sia necessario.

Il vasetto fu dunque messo al sicuro, ma non andò molto che il gatto cominciò ad averne voglia e disse al topo:

  • Lasciami uscire, per oggi, ed abbi cura della casa tu solo.
  • Sì, sì –  rispose il topo, – va’ e che Dio ti benedica.

Se ne andò diritto diritto in chiesa, si avvicinò pian piano al vasetto e incominciò a leccare. Poi andò a fare una passeggiata sui tetti della città. Quando cominciò a farsi buio, il gatto tornò a casa.

  • Oh, eccoti tornato! – disse il topo. – Hai certo passato una buona giornata.
  • Sì, – rispose il gatto.

Non molto tempo dopo, cominciò di nuovo a venire al gatto una vogliolina. E disse al topo:

  • Debbo andare a far da compare. Non mi posso rifiutare.

Il buon topo acconsentì, e il gatto strisciando dietro le mura della città se ne andò in chiesa e mangiò la metà del grasso.

Quando fu tornato a casa, il topo gli domandò:

  • E il piccino, come l’hanno battezzato?
  • Mancamezzo, – rispose il gatto.
  • Mancamezzo! Questo nome in vita mia non l’ho mai sentito.

Ben presto il gatto ricominciò a sentirsi l’acquolina in bocca.

  • Io debbo per la seconda volta far da compare – disse al topo.
  • Mancamezzo! – rispose il topo. – E’ un nome curioso che mi dà da pensare.
  • Sfido! te ne stai sempre a casa e ti metti in testa ogni specie d’idee strampalate, – disse il gatto.

Durante l’assenza del gatto, il topo sbarazzò e mise tutta la casa in ordine: e intanto quel ghiottonaccio di gatto ripulì per bene tutto il vasetto.

  • Almeno, una volta finito, non ci si pensa più, – disse fra sé.

Il topo gli domandò subito del nome che aveva messo al secondo piccino.

  • Non ti piacerà certo neanche questo, – disse il gatto. – Si chiama Mancatutto.
  • Mancatutto! – esclamò il topo. – Questo poi è il nome più strano di tutti. Che cosa mai può voler dire?

Il gatto scosse il capo, si arrotolò su se stesso e si mise a dormire.

Venne l’inverno e il topo disse:

  • Vieni, gatto, andiamo a prendere il nostro vasetto di grasso, che abbiamo messo da parte; vedrai come ci piacerà.

Si misero in cammino, e quando finalmente furono arrivati, trovarono sì il vasetto ancora al suo posto, ma era vuoto.

  • Ah! – disse il topo. – Ora capisco come è andata la cosa; ora si vede come sei un amico sincero! Ti sei mangiato ogni cosa, quando andavi a far da compare.
  • Ti vuoi chetare? – esclamò il gatto.

Aveva già sulla lingua il povero topo; l’afferrò e lo inghiottì in un boccone.

Il mondo, vedete, è fatto così.

Da tutte le fiabe, Fratelli Grimm