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Animali – I Felini – Altri tipi di Gatto

Il Gatto della Giungla

Il Gatto dai Piedi Neri

Il Gatto dai piedi neri si differenzia da quelli selvatici e domestici anche nel ciclo sessuale delle femmine: mentre le gatte domestiche sono in calore per sei giorni e sono disposte ad accoppiarsi per 3 o 4 giorni, nelle femmine di questa specie la fregola dura infatti solo 36 ore ed esse sono pronte all’accoppiamento solo per 5-10 ore. Tale fatto risulta comprensibile pensando che questi Carnivori vivono in territori poverissimi e non possono quindi concedersi il lusso di dividere il territorio personale per un periodo di tempo più lungo di quello strettamente necessario.

L’epoca degli accoppiamenti deve quindi essere il più breve possibile; del resto, a causa delle sue dimensioni abbastanza modeste, il Gatto dai piedi neri non può trattenersi a lungo in territorio aperto senza prestare la necessaria attenzione a tutti gli eventuali pericoli che possono minacciarlo.

La gestazione è insolitamente lunga per un Felino così piccolo, in quanto dura dai 63 ai 68 giorni (nelle razze domestiche più grosse è infatti di 63 giorni), ma in compenso i piccoli sembrano svilupparsi abbastanza rapidamente. Due esemplari nati in cattività caddero in calore, per la prima volta a un’età stranamente avanzata: l’uno a 21 e l’altro a 15 mesi. Le Gatte domestiche raggiungono invece la maturità sessuale a 6 mesi, e quelle selvatiche del gruppo silvestris a 10 mesi.

Non appena furono in grado di correre disinvoltamente, i piccoli Gatti dai piedi neri allevati cominciarono a considerare il nido come un semplice luogo in cui rifugiarsi in caso di necessità, pur continuando a correre subito dalla madre quando essa lanciava il grido d’allarme: questi Gatti non rimangono dunque per molto tempo nei dintorni del nido, e cominciano ben presto a compiere delle sortite nei territori più lontani alla ricerca di cibo. La bestiola non si arrampica volentieri ed è poco abile nel salto, mentre si sposta con un rapido trotto, dimostrando anche una notevole resistenza; ciò che più sorprende sono tuttavia le sue grida, che dovrebbero corrispondere al miagolio degli altri Gatti ma possono invece essere paragonate solo al ruggito della Tigre, anche se sono di circa un’ottava più alta. Se si incidono su un nastro e si ascoltano dimezzando la velocità con cui sono state registrate, tali grida sembrano veramente il ruggito della Tigre, anche se assai più lento. Nei loro luoghi d’origine questi rarissimi Felini vivono con ogni probabilità in estesi territori, per cui appare necessaria una notevole resistenza nella corsa, e una voce potente è utile per consentire agli animali di ritrovarsi anche a grande distanza.

Gatto della Giungla

Dal ceppo che ha dato origine ai Gatti selvatici si è probabilmente separata da tempo anche un’altra specie: IL GATTO DELLA GIUNGLA (Felis chaus; LTT 60-75 cm, LC 25-35 cm) E’ diffuso dall’Egitto e dall’Asia anteriore fino al Turkestan, all ‘India, alla Birmania e a Ceylon, e ha la coda più corta e gli arti assai più sviluppati rispetto ai Gatti selvatici del gruppo silvestris; si differenzia anche dalla specie finora trattate per il fatto di avere il cranio più sottile e il muso più lungo. Il mantello ha una colorazione variabile nelle diverse fattispecie (grigio-gialla nelle forme settentrionali, rosso-bruna in quelle meridionali e indocinesi), ed è ornato nei piccoli da un disegno a strisce trasversali, che scompare pressoché completamente negli adulti. In questi rimangono solo degli anelli scuri sulla parte inferiore delle zampe e sulla coda. Le orecchie sono appuntite e presentano esternamente una tinta rosso-bruna o nero-bruna, con una macchia più chiara alla base (negli adulti talora appena visibile) e un piccolo ciuffo di peli sulla punta. Per quest’ultimo carattere, oltre che per le lunghe zampe e la coda piuttosto corta, il Gatto della giungla venne chiamato in passato anche “Lince delle paludi”; esso tuttavia è assai più affine ai Gatti selvatici che non alle Linci, e vive non solo nelle zone paludose, ma anche nei canneti, nelle macchie e nei boschi lungo le rive di fiumi e laghi, nei territori erbosi, nei campi di cereali, mentre manca nelle umide foreste tropicali. Sovente si porta nelle vicinanze dei villaggi (lungo il margine meridionale dell’Himalaia si insedia addirittura nelle case abbandonate); sebbene si trattenga perlopiù in pianura, nell’India settentrionale si spinge fino all’altitudine di 2500 metri. Si muove di solito con un rapido trotto, e come i Gatti selvatici è attivo in prevalenza di giorno. Un tempo veniva considerato un vorace predatore di uccelli, ma le analisi del contenuto intestinale hanno dimostrato invece che la sua alimentazione si compone in prevalenza di roditori e rane. Talvolta si nutre ovviamente anche di uccelli, e in India, ad esempio, miete probabilmente numerose vittime tra i Pavoni.

L’epoca degli amori cade nel mese di aprile nel Turkestan, in febbraio o ai primi di marzo nella parte orientale della Transcaucasia; è incerto invece se gli animali diffusi in India e Indocina siano legati a determinati periodi riproduttivi, ma si presume che diano alla luce i loro piccoli due volte all’anno. Tale supposizione, tuttavia, può dipendere dal fatto che in queste regioni i parti possono verificarsi nelle stagioni più diverse, per cui un osservatore superficiale può avere l’impressione che una femmina si riproduca più volte in un anno. La gestazione dura 66 giorni, e la femmina partorisce da 2 a 5 piccoli in nascondigli situati in luoghi asciutti, ad esempio sotto rocce e in tane abbandonate da Tassi e Istrici. Alcune osservazioni condotte nei giardini zoologici hanno permesso di rilevare che dopo il parto la fa femmina scaccia il maschio; più tardi, tuttavia, questo l’aiuta nell’allevamento dei figli. Inoltre, i Gatti della Giungla di sesso maschile marcavano con l’urina gli angoli e gli alberi del recinto che li ospitava.

Il numero dei piccoli nati in cattività oscillava tra due e sei e i parti si verificavano tra settembre e marzo, ma soprattutto in marzo e aprile. Continua.

Animali – I felini – Altri tipi di Gatti

Il Gatto selvatico

Gatto delle Sabbie (Felis margarita)

Il territorio di diffusione dei Gatti selvatici comprende anche alcune zone desertiche, molto estese e geologicamente antiche, ove si sono sviluppate delle forme particolari, adattate a questi caratteristici ambienti. Nella vasta zona che si estende dal Sahara fino ai deserti della penisola arabica, e nel territorio compreso tra il Mar Caspio e il Pakistan orientale, ad esempio, vivono le diverse sottospecie del Gatto delle Sabbie (Felis margarita; LTT 40-57 cm, LC 25-35 cm) dotate di un capo assai largo con occhi rivolti in avanti. Le orecchie bene sviluppate, larghe e appuntite, insieme alla grande bolla timpanica, indicano che si tratta di animali dotati di un udito finissimo, e questa è una caratteristica molto importante per delle forme deserticole. Essendo strettamente imparentati con i Gatti selvatici, i Gatti delle sabbie presentano nei confronti di questi delle notevoli affinità sia nella struttura anatomica sia nella colorazione e nel disegno del mantello: come i Gatti selvatici che vivono nei territori aridi hanno infatti il pelo color sabbia e grigio-giallo chiaro, mentre con quelli di altre sottospecie hanno in comune un pallido disegno a strisce trasversali e la punta della coda nera. Tra i cuscinetti digitali e plantari vi sono dei lunghi e folti peli, che formano uno strato protettivo particolarmente utile per animali costretti a spostarsi sulla sabbia e sui sassi riscaldati dal sole. I Gatti delle sabbie che vivono nel Sahara e nella penisola arabica (Felis margarita margarita) presentano una netta striatura trasversale sul dorso, e 3 o 4 anelli scuri sulla coda, e si differenziano quindi da quelli diffusi nel Turkestan (Felis margarita thinobia), che hanno un disegno visibile soltanto nei primi giorni dopo la nascita, e che allo stato adulto possono mancare addirittura delle strisce sul muso e sulla nuca. Questi ultimi sono animali notturni che trascorrono il giorno in tane scavate tra le radici, le rocce oppure nella sabbia, e che durante la notte vanno a caccia di piccoli roditori, lucertole e insetti.

I piccoli nascono nella prima metà di aprile. Le abitudini dei Gatti delle sabbie diffusi in Arabia, nel Sahara e nel Pakistan sono ignote.

Gatto del deserto della Cina (Felis bieti).

Nell’estrema parte orientale del territorio di diffusione dei Gatti selvatici si trova un’altra specie abbastanza simile, Il Gatto del Deserto della Cina (Felis bieti; LTT 70-85 cm, LC 30-35 cm;). Esso ricorda soprattutto i Gatti selvatici del gruppo silvestris, dai quali si differenzia solo per le maggiori dimensioni e per la mancanza di una netta linea di separazione tra il colore del dorso e quello dell’addome; presenta una tinta giallo-grigia con sfumature rossicce sul dorso, biancastra o grigio-biancastra sull’addome, mentre sui fianchi vi sono delle pallide strisce trasversali e nella parte inferiore delle zampe e sulla coda degli anelli scuri. I Gatti del deserto della Cina hanno un cranio abbastanza più largo di quello dei Gatti selvatici del gruppo silvestris, con grosse capsule otiche; soprattutto nella livrea invernale posseggono dei lunghissimi peli tattili rossicci, che sporgono dal mantello. Vivono nei territori ricchi di cespugli e nei boschi radi, ma hanno ugualmente la superficie plantare rivestita di pelo, anche se meno folto rispetto a quello dei Gatti delle sabbie.

Sempre imparentato ai Gatti selvatici, come dimostrano la forma appuntita delle orecchie, la tinta nera della punta della coda, il disegno del mantello e le pupille simili a fessure, è infine il Gatto dai Piedi Neri (Felis nigripes; LTT 35-40 cm, LC 15-17 cm), il più piccolo della famiglia. E’ un tipico abitante delle zone desertiche del Sudafrica (è diffuso tra l’altro nel Karroo e nel Calahari), e a ciò sono imputabili la larghezza del suo cranio, le notevoli dimensioni della capsula otica e il rivestimento peloso delle superficie plantari. Ha il mantello di color ocra o sabbia, con un disegno maculato nerastro simile a quello dei Gatti selvatici delle steppe, ma più scuro e formato da macchie più ampie; ha inoltre la superficie plantare nera e la parte inferiore delle zampe ornata da larghi anelli neri. Per taluni abitudini esso ricorda più il Gatto leopardo che non i Gatti selvatici: ha infatti l’abitudine, ad esempio, di raspare con forza il terreno alternativamente con le due zampe anteriori, e non con una sola zampe e per breve tempo, come fanno i Gatti Domestici e i Gatti fulvi (gruppo ocreata); con ogni probabilità, allo stato libero ricorre a tale tecnica per dissotterrare prede di piccole dimensioni, e cioè roditori, lucertole e insetti, che cercano riparo dall’afa diurna o dalla rigida temperatura delle notti desertiche nascondendosi nella sabbia. Anche per quanto concerne il modo di orinare e di evacuare è più simile ai Gatti Leopardo che non ai Gatti selvatici; continua.

Il Gatto dai piedi neri (Felis nigripes).

Animali da compagnia – Il comportamento del Gatto domestico – 3

Gatto accaldato alla ricerca di un po’ di fresco

Per intimorire un Cane o un grande Carnivoro che lo sta minacciando, il Gatto ricorre alla notissima tecnica di inarcare il dorso e arruffare il pelo del dorso e della coda che tiene rivolta leggermente di lato, in modo da apparire al nemico più grande di quanto sia in realtà; tale impressione è accentuata anche dal fatto che il Felino si dispone parzialmente di lato rispetto all’avversario. A rendere più intimidatorio tale atteggiamento, che ricorda quello di imposizione di taluni Pesci, concorre una ben precisa mimica: le orecchie vengono appiattite, gli angoli della bocca tirati all’indietro, il naso arricciato, mentre un brontolio leggero, ma inequivocabilmente minaccioso, sale dal petto dell’animale e si trasforma a poco a poco in un soffio rabbioso; le fauci vengono allora spalancate e i canini scoperti, mentre il naso diviene sempre più increspato.

Questa mimica minacciosa, che di per sé ha senza dubbio uno scopo difensivo, si osserva con particolare frequenza quando un Gatto si trova inaspettatamente davanti un grosso Cane, prima di poter fuggire; se questo, nonostante il minaccioso avvertimento, si fa ancor più vicino e supera la “distanza critica”, il Gatto non fugge, ma passa all’attacco, e lanciandosi sul Cane comincia a graffiarlo sul muso con gli artigli e con i denti, cercando di colpirlo nei punti più sensibili, possibilmente sugli occhi e sul naso. Se l’avversario indietreggia, sia pure per un istante, il Gatto approfitta regolarmente di questa momentanea pausa per darsi alla fuga: il breve attacco è dunque un semplice mezzo per sottrarsi al nemico.

Tuttavia, quando una femmina ritiene che i propri piccoli siano minacciati da un Cane, l’aggressività del Felino si manifesta allora in un caratteristico atteggiamento di minaccia: in simile eventualità, la Gatta non esita infatti a lanciarsi contro il nemico anche da una distanza superiore a quella critica e, poiché tiene il dorso inarcato e il corpo rivolto leggermente di lato, finisce per avanzare con un’andatura assai singolare, galoppando obliquamente rispetto al proprio asse longitudinale. Non si è mai osservato un simile comportamento in un maschio adulto, se non durante il gioco, senza dubbio perché esso non si spinge mai al punto da essere costretto ad affrontare un avversario fisicamente superiore. Per le femmine che allattano, l’aggressione di un nemico in simili condizioni significa un’incondizionata e completa abnegazione, ma anche la Gatta più dolce, quando viene a trovarsi in tale situazione, è pressoché invincibile: io stesso ho visto imponenti Cani capitolare e fuggire di fronte a un simile attacco, mentre Ernest Seton Thompson riferisce di una Gatta che, nel parco di Yellowstone, mise in fuga e inseguì un Orso finché questo, terrorizzato, non cercò scampo arrampicandosi su un albero (oserei dire che si trattava del famoso Orso Yoghi di Hanna e Barbera che vedevo in tv da ragazzino).

Ancora diversa, e in questo caso viene allora manifestata con atteggiamenti di sottomissione, è l’espressione di minaccia di un Gatto eccessivamente molestato da una persona amica: questo tipo di minaccia repressa, cui si sovrappongono gesti di sottomissione che implorano clemenza, si osserva sovente nelle esposizioni, ove i Gatti vengono a trovarsi in un ambiente estraneo e sono costretti a lasciarsi toccare da persone sconosciute, ad esempio dai giudici. Se questo complesso di condizioni particolari lo spaventa, l’animale si rannicchia su se stesso, appiattendo il corpo fino a farlo aderire pressoché completamente al suolo: le orecchie sono allora minacciosamente abbassate, la parte terminale della coda ondeggia qua e là, e se l’eccitazione si fa più violenta il Gatto comincia a emettere sordi brontolii. In un simile stato d’animo l’animale cerca sempre di coprirsi le spalle, spingendosi con fulminea rapidità sotto un armadio, in un camino o dietro un termosifone; se non trova un rifugio adatto, si rannicchia contro una parete, in modo da rivolgere sempre il dorso al muro, aderendovi con il corpo disposto obliquamente. Tale posizione viene assunta anche quando l’animale deve stare sul tavolo davanti al giudice, e indica chiaramente che esso è pronto a colpire con una delle zampe anteriori l’estraneo; via via che la sua paura aumenta, il Gatto assume una posizione sempre più obliqua e infine solleva una zampa con gli artigli sporgenti pronto a colpire. Se la paura si accresce ulteriormente il Gatto ricorre all’ultima e disperata misura difensiva, sdraiandosi supino, arrotolandosi su se stesso e rivolgendo verso l’importuno tutte le armi di cui dispone. Perfino un esperto conoscitore di questi Felini rimane meravigliato nel vedere con quale calma i giudici tocchino un Gatto che ha spalancato le fauci e sollevato le zampe per colpirli, e che sta emettendo dei sordi brontolii. Sebbene in simili casi l’animale intenda inequivocabilmente dire: “Non mi toccare, altrimenti ti morderò e graffierò”, nel momento decisivo non mette tuttavia in atto la minaccia o, tuttalpiù, in modo limitato e con forza ridotta.

Il Gatto, dunque, non si comporta prima amichevolmente per poi mordere e graffiare all’improvviso, bensì minaccia i giudici per sottrarsi a quelle che considera delle insopportabili molestie, senza peraltro avere il coraggio di rendere effettive tali minacce: questa, in sostanza, è dunque la pretesa falsità del Gatto.

L’allevamento delle forme domestiche non è mai stato operato, come avviene per i Cani, in modo da ottenere razze capaci di assolvere determinati compiti; i popoli asiatici hanno allevato i Siamesi e i Persiani esclusivamente per la loro bellezza e per diletto personale, anche se in Cina si è scoperto un modo del tutto insolito per utilizzare questi Felini: in taluni territori, infatti, gli occhi dei Gatti vengono usati in sostituzione dell’orologio, poiché è possibile calcolare l’ora basandosi sulle dimensioni delle loro pupille. A questo proposito è interessante rilevare che già nell’antica Eliopoli il dio egizio del sole, Ra, veniva raffigurato con le sembianze di un Gatto, e la sua statua, troneggiante nel tempio, aveva le pupille forgiate in modo da dilatarsi o restringersi a seconda della posizione del sole, e quindi da consentire di determinare le diverse fasi del giorno. Continua.

altro Gatto accaldato in cerca di frescura

Animali da compagnia Comportamento del gatto domestico – 2

niente paura non sono in prigione è solo la zanzariera con rete di protezione alla finestra per evitare che finiscano in bocca ai cani che stanno li sotto con le fauci spalancate ad aspettarle. sono due femmine mamma e figlia.

Spesso i Gatti domestici riescono a instaurare dei rapporti amichevoli anche con animali che abitualmente sono loro nemici; l’ormai proverbiale inimicizia tra Cane e Gatto non trova sempre riscontro nella realtà, mentre sono numerosi gli esempi di stretta amicizia stabilitasi tra i due animali. In altri casi, questi Felini si abituano alla presenza di Criceti, Topi bianchi o altri Roditori, con cui giocano senza arrecare alcun danno, e numerosi allevatori di Uccelli hanno potuto constatare come il loro Gatto si sia abituato ai volatili al punto da afferrarli con estrema precauzione con la bocca quando fuggono dalla gabbia.

Il Gatto è uno dei pochi animali domestici che sia stato accolto nella comunità umana non per fini utilitaristici, ma, almeno in origine, per motivi religiosi: presso molte popolazioni, ad esempio gli antichi Germani e numerose tribù africane e sudamericane, i Gatti selvatici erano infatti considerati animali sacri già molto tempo prima della comparsa delle razze domestiche, ed è appunto grazie a tale concezione che essi riuscirono a diffondersi così rapidamente, divenendo ovunque oggetto di saghe, culti e superstizioni che ne facilitarono la domesticazione. Gli Egizi nutrivano per i Gatti un tale amore e rispetto da tagliarsi i capelli in segno di lutto alla loro morte; in caso di incendio, gli abitanti si preoccupavano addirittura di portare in salvo per prima cosa i Felini. Al Cairo esistono ancora, con ogni probabilità, degli antichi lasciti, i cui interessi vengono impiegati per nutrire i Gatti: lo stesso Maometto li scelse come animali prediletti, e per tale motivo l’allevamento dei Gatti si diffuse con l’islamismo nelle diverse regioni asiatiche e africane. Numerose credenze dettate dalla superstizione sono del resto largamente diffuse anche in Europa: la superstizione medievale secondo cui tra i Gatti, le streghe e i maghi esisterebbe uno stretto rapporto di interdipendenza trova in pratica riscontro in dicerie ancora oggi largamente seguite, secondo cui i Gatti di tre colori avrebbero il potere di proteggere la casa del padrone dagli incendi, mentre quelli neri porterebbero sfortuna agli uomini cui attraversano la strada.

Altrettanto diffusa e invano contestata dagli studiosi è l’dea che questi Felini siano falsi; a tale proposito Konrad Lorenz scrive: “non riesco davvero a comprendere in qual modo possa essersi originata una simile teoria: escludo infatti che sia da attribuire alla tecnica di caccia adottata dai Gatti, e cioè al fatto di avvicinarsi con movimenti circospetti alla preda, per poi aggredirla all’improvviso, in quanto Tigri e Leoni si comportano allo stesso modo. Al contrario di questi Carnivori, il Gatto non ha però la fama di essere assetato di sangue, benché uccida anch’esso le proprie vittime azzannandole mortalmente. Io non conosco un solo atteggiamento, tipico del Gatto, che possa essere definito sia pure approssimativamente, anche se a torto, “falso”: ben pochi sono gli animali la cui mimica consenta di comprendere in modo così chiaro il loro stato d’animo del momento. Quando si ha a che fare con un Gatto si sa sempre come comportarsi e quale gesto ci si debba attendere per l’istante successivo: così come è inequivocabile l’espressione di fiduciosa amicizia, quando il muso viene rivolto verso l’osservatore con le orecchie ritte e gli occhi spalancati, altrettanto chiaramente qualsiasi emozione provocata da paura, irritazione o dalla presenza di un nemico trova immediata corrispondenza nella contrazione della muscolatura facciale. E sufficiente una lieve sensazione di diffidenza, perché gli innocenti occhi rotondi assumano una forma un poco più allungata e obliqua e le orecchie non siano più erette; si può in tal caso ignorare il leggero cambiamento nella posizione del corpo e della punta della coda, per comprendere che lo stato d’animo dell’animale è mutato. Quale espressività raggiungono, ad esempio, gli atteggiamenti minacciosi del Gatto, e come differiscono nettamente l’uno dall’altro a seconda che siano rivolti alla persona amica che si sia “presa un’eccessiva confidenza”, o a un nemico molto temuto, oppure abbiano uno scopo puramente difensivo o palesino l’intenzione di passare all’attacco, se l’animale si sente superiore all’avversario! Quest’ultimo atteggiamento, in particolare, non viene mai tralasciato, a eccezione ovviamente degli animali che potremmo chiamare “psicopatici”, e che esistono sia tra i Gatti sia tra i Cani meglio addomesticati; un Gatto infatti non morde o graffia mai l’avversario senza averlo prima messo chiaramente in guardia. La minaccia si esprime con vari atteggiamenti e diviene particolarmente palese di solito immediatamente prima dell’attacco, quando appunto assume il significato di ultimo avvertimento. Continua – 2’

Animali da compagnia Comportamento del gatto domestico

Il Gatto domestico non considera di solito il padrone come compagno, ma più semplicemente interpreta la sua casa come il proprio territorio personale e lo stesso padrone come un “oggetto” di questo territorio: di conseguenza mantiene sempre un atteggiamento assai indipendente, e viene perciò spesso giudicato un animale “ancora selvatico”. Ciò nonostante, o forse appunto per questo, è un animale molto amato: fin dalla comparsa dei primi Gatti in Egitto, l’uomo ha infatti apprezzato in essi la loro genuina indole selvatica: pur sostenendone a parole l’utilità nella lotta contro i Topi, la maggior parte delle persone alleva in realtà i Gatti per pura e semplice gioia personale. Trova infatti piacere nell’ospitare questi vivaci e sensibilissimi animali che non sono divenuti docili schiavi dell’uomo, ma hanno conservato la propria indipendenza.

Mentre si riesce quasi sempre a impedire che i Cani si riproducano (qualora ovviamente ciò non sia desiderato), semplicemente tenendoli rinchiusi, è assai più difficile reprimere gli stimoli sessuali dei Gatti: all’epoca degli accoppiamenti, se non trovano il mezzo per portarsi all’aperto, questi Felini diventano infatti insofferenti e corrono allora senza posa nelle stanze, si rotolano sul pavimento e giungono addirittura a lasciare dei segnali odorosi sui tappeti e negli angoli, forse nella speranza che un compagno riesca in qualche modo a introdursi nell’abitazione. Poiché tuttavia durante l’epoca degli amori i maschi e le femmine riescono a sfuggire alla sorveglianza dei padroni, i Gatti finiscono col moltiplicarsi in misura assai superiore a quella auspicata dall’uomo; soltanto facendo ricorso alla sterilizzazione si può impedire che questi animali si riproducano periodicamente due volte l’anno.

Non si può dire di conoscere a fondo una Gatta se non dopo aver trascorso con essa gli 8-10 giorni durante i quali è in cerca di un compagno: in questo periodo essa rivela infatti la sua più intima natura, e per una persona “malata” di perbenismo, questa è un’esperienza indubbiamente spiacevole.

Il fatto che anziane zitelle si circondino così spesso di Gatti dimostra che la loro larghezza di vedute è di gran lunga superiore a quanto generalmente si presume: chi ha vissuto con una Gatta non sterilizzata deve necessariamente liberarsi di ogni pregiudizio … Chi, in campagna o in città, alleva dei Gatti non castrati, deve rassegnarsi a sopportare in essi un comportamento in cui gli istinti sessuali costituiscono una parte notevole, talvolta addirittura la più importante… Anche la Gatta più dolce e mansueta è perfettamente conscia del fatto che al mondo esistono anche i maschi ed è fermamente decisa a conquistarne uno.

Tetti e giardini sono i luoghi d’incontro preferiti, e da qui le femmine lanciano le loro grida per attirare i maschi; questi a loro volta danno inizio a rumorosi e lunghi concerti: il risultato di questi incontri notturni è un variopinto miscuglio di piccoli Gattini, che finirebbero per invadere le città e i villaggi se l’uomo non intervenisse, e si troverebbero esposti a molteplici pericoli, ritornerebbero semiselvatici, arrecherebbero ogni sorta di danni e sarebbero comunque destinati a concludere miseramente la propria esistenza in un tempo più o meno breve. Tale problema preoccupa i naturalisti di tutto il mondo: oggi come in passato vengono uccisi in ogni parte della terra innumerevoli Gattini appena nati, mentre una quantità incalcolabile di Gatti vagabondi scorrazza nelle città e nelle campagne, rimanendo prima o poi vittima della fame o dell’uomo.

Sebbene nella nostra società la sterilizzazione delle Gatte mediante legatura degli ovidotti sia praticamente inevitabile, ognuno prova una particolare gioia nell’allevare i piccoli e nel vederli giocare con la madre: in tali occasioni la femmina insegna ai figli a catturare le prede vive, mentre i Gattini, ancora maldestri, se le lasciano continuamente sfuggire; la madre è pronta allora a riafferrarle e a porgerle di nuovo ai figli.

Anche allo stato libero i piccoli Felini, se vogliono riuscire a sopravvivere, devono apprendere dalla madre le più diverse tecniche di caccia, e tutte queste azioni istintive sono rimaste inalterate anche nelle razze domestiche. Continua.

Animali in genere – Felini

I FELINI – 1

La più vasta famiglia di carnivori, quella dei Felidi (Felidae), comprende animali che, nonostante le notevoli differenze nelle dimensioni (LTT 35-230 cm), costituiscono un gruppo assai omogeneo. Ciò si riferisce sia alla struttura anatomica, sempre slanciata ed elegante, sia al numero dei cromosomi, che nella condizione diploide è sempre uguale a 38, a eccezione delle specie dei generi Leopardus e lynchailurus ove è uguale a 36. Poiché il gruppo estinto dei Macairodontidi (Machairodontidae) viene oggi classificato come una famiglia a sé, i Felidi vengono qui suddivisi in 3 sottofamiglie: 1) Nimravini (Nimravinae), oggi estinti; 2) Felini (Felinae), comprendenti le 2 tribù dei Felini (Felini) e dei Panterini (Pantherini); 3) Acinonichini (Acinonychinae).

In quasi tutte le specie, non vi sono particolari differenze tra maschi e femmine, se si eccettua il fatto che i primi hanno dimensioni di solito maggiori, il capo più massiccio, e un peso superiore; soltanto nei Leoni si riscontra un più evidente dimorfismo sessuale, in quanto i maschi sono dotati di una folta criniera. In alcune specie la livrea infantile si differenzia da quella degli adulti: al momento della nascita, ad esempio, i Ghepardi hanno una lunga criniera bianco-grigia, che si estende sulla nuca e sul dorso, e che si riduce notevolmente negli adulti; i piccoli Puma hanno generalmente una colorazione variabile dal bruno-ruggine al cannella, su cui spiccano sempre grandi macchie nerastre, che mancano invece negli adulti; anche altre forme, quali il Gatto selvatico europeo (felis silvestris silvestris) e il Gatto della giungla (felis chaus), presentano nell’età adulta un disegno appena accennato, ben marcato invece nei piccoli.

Si riteneva un tempo che i Felidi fossero privi di ghiandole sudoripare e perciò non sudassero; in realtà essi posseggono ghiandole sudoripare, sebbene queste siano in gran parte atrofizzate e siano bene sviluppate solo tra i cuscinetti plantari e digitali, vicino alle labbra, all’angolo del mento, attorno ai capezzoli e all’ano. Dimensioni modeste hanno in genere anche le ghiandole sebacee, che sono bene sviluppate soltanto sulla mascella superiore, nel prepuzio maschile e nella parte superiore della coda (organi caudali). Tanto i maschi quanto le femmine recano infatti attorno all’ano numerose ghiandole sebacee e sudoripare; i primi, inoltre possiedono anche delle tasche anali, cioè delle masse di ghiandole sebacee approfondate nella cute, ciascuna delle quali forma una tasca munita di un dotto ai lati dell’ano. Organi caudali e tasche anali servono soprattutto per marcare il territorio personale e per consentire agli animali di ritrovarsi.

La dentatura dei Felidi appare particolarmente specializzata per l’alimentazione carnivora: in ogni semiarcata mascellare e mandibolare vi sono tre piccoli incisivi e un robusto canino a forma di sciabola, divisi mediante un diastema (mancante però nel Ghepardo) dai premolari. Questi sono tre nella mascella (due però nelle Linci, nel Manul e nel Gatto delle pampas), mentre nella mandibola sono solo due. Il molare della mascella è piccolissimo; la formula dentaria risulta dunque la seguente: superiore 3-1-3-(2)1 inferiore 3-1-2-1 per ogni lato, quindi in totale 30 (28). Al contrario di quanto si verifica per l’uomo, questi carnivori non tagliano i singoli bocconi mediante gli incisivi (come si è detto poco sviluppati), ma con i molari; i denti ferini, cioè l’ultimo e grande premolare superiore e il grosso molare inferiore, costituiscono una sorta di trinciante; essendo infatti i denti più vicini all’angolo della bocca, si trovano nella posizione più favorevole rispetto ai muscoli masseteri, e riescono quindi a esercitare la pressione maggiore; i Felidi, dunque, addentano la carne tenendo la bocca di fianco. I denti anteriori vengono utilizzati insieme alla lingua dalla superficie molto ruvida per spolpare le ossa; i Panterini tuttavia se ne servono per recidere piccoli bocconi: in tal caso la carne viene afferrata con gli incisivi e i canini e lacerata mediante un deciso movimento all’indietro del capo. I lunghissimi e robusti canini servono inoltre per azzannare e uccidere le prede, mentre la lingua, provvista di numerose piccole papille cornee rivolte all’indietro, coadiuva appunto la dentatura agendo come una lima, e ciò consente a questi animali di spolpare completamente le ossa.

I Felidi hanno il cranio breve e arrotondato, le ossa nasali e mascellari brevi, gli archi zigomatici fortemente ricurvi e il palato osseo esteso solo fino all’altezza dei molari; la bolla timpanica è rotonda e gonfia, il ramo ascendente della mandibola molto alto. La clavicola, ridotta a un piccolo osso allungato, è nascosta tra i muscoli e non collega più la scapola con lo sterno; l’osso penico è molto ridotto.

I Felidi dispongono di una seconda ed efficacissima arma negli artigli, aguzzi e a forma di falce, che abitualmente rimangono retratti e vengono sfoderati al momento di aggredire le prede o in caso di necessità. In posizione di riposo, infatti, due coppie di fasci elastici tengono tesa verso l’alto l’ultima falange, in cui sono appunto impiantati gli artigli; quando un qualsiasi stimolo provoca nell’animale uno stato di eccitazione, esso contrae un muscolo flessore i cui tendini corrono lungo la parte inferiore del piede e sono fissati all’estremità inferiore dell’ultima falange. Per effetto della contrazione muscolare, questa viene spostata all’indietro, e l’artiglio viene sfoderato. In quasi tutte le specie gli artigli retratti non sono visibili in quanto si trovano all’interno di apposite tasche cutanee; nel Ghepardo e nel Gatto a testa piatta, peraltro, tali guaine sono debolmente sviluppate, per cui le punte degli artigli rimangono sempre visibili. I Felidi sono tutti digitigradi e hanno un robusto cuscinetto plantare che distribuisce uniformemente il peso del corpo sui singoli cuscinetti delle dita e conferisce alla loro andatura la caratteristica leggerezza. Hanno gli arti anteriori pentadattili, con il pollice talmente ridotto da non toccare il terreno, e quelli posteriori tetradattili, in quanto l’alluce è solo un moncherino. I piedi sono rivestiti di pelo anche tra le dita ma non sui cuscinetti; nel Gatto delle sabbie, nelle Linci e nell’Irbis questo pelo raggiunge una lunghezza tale da avvolgere e proteggere la stessa superficie plantare. Continua 1