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Arte – Cultura – Personaggi

Giacomo Leopardi

La poetica e la poesia: i piccoli idilli – 2

Che cosa è un idillio? Propriamente è un genere lirico di lunga e autorevole tradizione (famosi gli idilli di quel Mosco (II secolo a.C.) che Leopardi tradusse negli anni giovanili) avente la forma di un quadretto di ambientazione campestre: dunque, più in generale, potremmo definire l’idillio come la contemplazione-descrizione di uno spettacolo naturale. Anche gli idilli leopardiani sono quadretti: ma ciò che di originale vi immette il Recanatese è l’invadente presenza del proprio io: il quadretto, la contemplazione della natura, sono lo sfondo e l’occasione per rievocare un momento della propria esperienza interiore, per ritrovare se stesso nella cornice di quella Natura che fino al 1830 almeno, e sia pure in forme diverse resta pur sempre per Leopardi la condizione e il simbolo di una possibile autenticità umana in alternativa alla artificiosità della Cultura. Ecco perché Leopardi definisce gli idilli situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo. Dove è da sottolineare l’importanza di quell’aggettivo storico: perché l’idillio leopardiano è proiezione nella Natura di situazioni, affezioni, avventure che appartengono a un passato ormai trascorso, testimonianza di una capacità di autoillusione simile a quella che fu una volta dell’umanità tutta, e che continua oggi a sopravvivere nel singolo individuo, limitatamente allo spazio fascinoso e breve dell’età giovanile.

Ma come è fatto l’idillio leopardiano? Analizziamone brevemente i caratteri avvalendoci delle parole stesse del poeta:

  1. Sul piano ispirativo esso si realizza tramite il recupero memoriale di sensazioni, impressioni, immagini risalenti alla puerizia e alla fanciullezza. Di qui la centralità della nozione di ricordanza in tutta la poesia idillica leopardiana: “Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago”;
  2. Sul piano stilistico esso si concretizza in una trascrizione per così dire allusiva della realtà, trascrizione che trasvaluta il dato realistico in una serie di risonanze sempre più sfumate e suggestive. Mirando più a suggerire che a dire, è ovvio che Leopardi si serva di alcune parole e locuzioni preferenziali: “Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse”; “Le parole notte, notturno, ecc., le descrizioni della notte ecc., sono poeticissime, perché, la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta… Così oscurità, profondo, ecc. ecc.”;
  3. Sul piano tematico esso si realizza tramite l’insistente richiamo a tutte le situazioni e a tutti i temi tipici che possono meglio soddisfare l’ansia di infinito del poeta: “…Alle volte l’anima desidera ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario… Qualunque cosa ci richiama l’idea dell’infinito è piacevole per questo… Così un filare o un viale d’alberi di cui non arriviamo a scoprire il fine…la luce del sole e della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce… il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ecc… un canto… udito da lungi e che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando… il fragore del tuono, massime quando è più sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, e tra i vari oggetti di una campagna, e quando è udito da lungi, e dentro una città trovandoci per le strade ecc.”.

I caratteri precedentemente elencati sono facilmente riconoscibili nei due idilli: L’infinito e Alla luna entrambi del 1819.

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L’angolo della Poesia

Il sabato del villaggio – 2

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

e tutto l’altro tace,

odi il martel picchiare, odi la sega

del legnaiuol, che veglia

nella chiusa bottega alla lucerna,

e s’affretta, e s’adopra

di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

cotesta età fiorita

è come un giorno d’allegrezza pieno,

giorno chiaro, sereno,

che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vo’; ma la tua festa

ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Giacomo Leopardi

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Giacomo Leopardi

La poetica e la poesia: i “piccoli” idilli.

La prima stagione poetica leopardiana copre all’incirca il periodo 1818-1823 e coincide, sul piano delle idee, con quello che viene definito il pessimismo storico del Recanatese. Per comprendere questa prima poesia leopardiana occorre dunque vedere quali fossero le concezioni letterarie di Leopardi (poetica) all’epoca e in conseguenza del suo pessimismo storico.

“Leggiadro tempo” scrive fin dal 1816, nella Lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana”, “quando il poeta della natura, fresca vergine intatta, vedendo tutto con gli occhi propri, non s’affannando a cercare novità, ché tutto era nuovo, creando, senza pensarselo, le regole dell’arte, con quella negligenza di cui ora con tutta la forza dell’ingegno e dello studio appena si sa dare la sembianza, cantava cose divine ed eternamente durature”. In altri termini, sembra a Leopardi che gli uomini, allontanandosi dalla Natura, abbiano perduto non solo il piacere delle “illusioni” (pessimismo storico) ma anche – che è lo stesso – la capacità di fare vera, autentica poesia (la poesia è “illusione” e creatrice di “illusioni”). Derivano da questa diagnosi (poi ampliata nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, del 1818) due conseguenze: 1) la prima è che solo gli antichi, i “classici”, sono riusciti a fare vera poesia, perché i più vicini alla Natura e i più lontani dalla Ragione; 2) la seconda è che pur essendo oggi impossibile – in un’età raziocinante come l’attuale – fare vera poesia, cioè una poesia nutrita di autentiche “illusioni” (che la Ragione ha distrutto), non è però impossibile, imitando gli antichi, tentare di dar vita a una sorta di “mezza poesia” o poesia “mista”, nella quale l’originaria naturalezza possa essere in parte recuperata attraverso un compromesso tra ingenuità, istintività, generosità, riapprese alla scuola dei classici, e verità, consapevolezza, disillusione proprie dell’uomo moderno. E’ sulla linea di questo programma di “mezza poesia” o poesia “mista” (cioè ibrida, commista di naturalezza e razionalità che nascono le canzoni civili e filosofiche scritte da Leopardi tra il ’18 e il ’23 (canzoni civili: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone; canzoni filosofiche: Bruto minore, Ultimo canto di Saffo, Alla primavera o delle favole antiche, Inno ai Patriarchi, Alla sua donna).

Fin dal 1819, tuttavia, Leopardi dà inizio a una poesia diversa rispetto a quella “mista” appena accennata. E’ vero che una poesia autentica è ormai impossibile perché l’uomo moderno è malato di razionalità e dunque incapace di illudersi (come si può continuare a credere, poniamo, che il fulmine sia una manifestazione dell’ira di Giove – e dunque continuare a imitare la mitologia degli antichi – oggi che la fisica ci ha ammaestrati sulla sua natura di fenomeno elettrico?).

Tuttavia esiste pur sempre, nell’arco della stessa vita individuale, un momento di ingenuità, un’oasi di verginità e di stupore, nella quale – oggi come una volta – continuiamo a illuderci, a vedere il mondo con occhi incantati e non scientifici; e questo è il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Una poesia che cercasse di far proprio il punto di vista dell’età delle illusioni sarebbe – se non poesia autentica come quella degli antichi, i quali si illudevano senza sapere di illudersi – certo molto vicina a quel modello. Nasce di qui la poetica degli “idilli”, e nascono di qui per intanto i piccoli o primi idilli leopardiani (1819-1821), come la critica li definirà per distinguerli dai secondi o grandi idilli che il Recanatese verrà scrivendo tra il 1828 e il ’30. Continua.

L’angolo della Poesia

Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole,

col suo fascio dell’erba; e reca in mano

un mazzolin di rose e di viole,

onde, siccome suole,

ornare ella si appresta

dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

su la scala a filar la vecchiarella,

incontro là dove si perde il giorno;

e novellando vien del suo buon tempo,

quando ai dì di festa ella si ornava,

ed ancor sana e snella

solea danzar la sera intra di quei

ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,

torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

giù da colli e da’ tetti,

al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

della festa che viene;

ed a quei suon diresti

che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

su la piazzola in frotta,

e qua e là saltando,

fanno un lieto romore:

e intanto riede alla sua parca mensa,

fischiando, il zappatore,

e seco pensa al dì del suo riposo.

Giacomo Leopardi

Continua.

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Giacomo Leopardi

L’ambiente, la personalità, le idee.

L’opera leopardiana nasce da un fondo di atteggiamenti e di riflessioni che vanno in gran parte ricondotti all’ambiente oppressivo in cui il poeta si formò. Recanati appartiene alla Marca Anconetana, e quindi allo Stato pontificio: è perciò non soltanto un piccolo centro di provincia, ma di una provincia tutta particolare, che unisce alla naturale angustia della collocazione periferica, la chiusura e l’arretratezza dello Stato cui appartiene. D’altra parte l’ambiente familiare, nonché correggere, aggrava una siffatta situazione generale: Adelaide, pur abile amministratrice del dissestato patrimonio familiare, non si raccomanda certo per calore umano e per spirito materno; Monaldo, religiosissimo fino alla bigotteria e politicamente reazionario, è in fondo un buon diavolo, ha qualche pretesa culturale ed è riuscito a mettere insieme una biblioteca decisamente ragguardevole. Ma è un uomo mediocre, debole di carattere e di idee ristrette.

Sulle prime Leopardi si adatta conformisticamente a questo ambiente, professando ad esempio idee politiche reazionarie. Preferisce un’Italia “divisa in regni”, con “numerose capitali animate da corti floride e brillanti”, retta da “sovrani affettuosi ed amabili”, piuttosto che una nazione unita ma inquieta; oggi, “possiamo dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell’italiano” (Agli italiani per la liberazione del Piceno). Più tardi la “conversione dall’erudizione al bello” spazza via queste posizioni, perché la maturità umana derivata dalle tante e approfondite letture intraprese faceva sentire sempre più a Leopardi il contrasto insanabile tra la propria ansia di gloria, d’amore, di libertà, e i limiti ad essa opposti dall’ambiente d’origine. A ciò si aggiunga il progressivo declinare della sua salute, determinato anche da quell’ambiente, o comunque avvertito da Leopardi anche come risultato di un’educazione sbagliata, e visto come conseguenza di uno sforzo intellettuale certo sproporzionato alle possibilità di un’adolescente, ma inevitabile in quanto unico mezzo possibile di evasione e di autenticità umana in un contesto socio-familiare senza sbocchi e profondamente “innaturale”.

Sono qui le radici del pessimismo leopardiano, nella sua duplice articolazione di pessimismo storico e di pessimismo cosmico. Come dire che all’inizio Leopardi spiega l’infelicità umana alla luce dei conflitti che storicamente si vengono determinando tra l’ingenuità e la spontaneità della natura umana, e i lacci posti ad esse da un’evoluzione culturale (culturale in senso lato, quindi anche socio-familiare) mistificante e artificiosa. Mentre in un secondo momento – proprio perché l’oppressivo ambiente d’origine è privo di sbocchi – l’ipotesi di una fondamentale  sanità della Natura viene meno e il pessimismo da storico diventa cosmico: l’infelicità umana, in altre parole, non dipenderebbe tanto o soltanto da una frattura, operatasi in qualche momento della storia, tra Natura e Cultura (ma Leopardi svolge le sue riflessioni con l’occhio ancora rivolto alla recente cultura illuministica e parla di Ragione), quanto piuttosto dalla totale e assoluta negatività della Natura stessa e dell’esistere che da essa deriva: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male”. Continua.

L’angolo della Poesia

La quiete dopo la tempesta

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

o torna all’opre? o cosa nova imprende?

quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita aborria,

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr, vedendo

mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

O natura cortese,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

è diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

prole cara agli eterni! assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor: beata

se te d’ogni dolor morte risana.

Giacomo Leopardi

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Giacomo Leopardi

La vita

Giacomo Leopardi nasce a Recanati (Macerata) il 29 giugno del 1798, dal conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici, in un ambiente sociale e familiare tra i meno adatti ad assecondare le aspettative di un giovane generoso e ricco di ingegno.

Dopo una prima educazione sotto la guida del padre e di due sacerdoti, il Torres e il Sanchini, il futuro poeta assume in prima persona la responsabilità della propria formazione: si immerge nell’esplorazione della ricca biblioteca paterna e in “sette anni di studio matto  e disperatissimo” (1809-1816) si impadronisce del latino, del greco, dell’ebraico, e si cimenta in difficili studi filologici ed eruditi; contemporaneamente tenta anche le prime prove creative, componendo due tragedie (La virtù indiana, 1811; Pompeo in Egitto, 1812) e attendendo a varie traduzioni (da Mosco, da Omero, da Virgilio, da Esiodo); sono opere compilatorie, ma importanti nella formazione del futuro poeta, la Storia dell’Astronomia (1813)e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815).

Nel 1816 cadono l’esperienza (tutta platonica) del primo amore (per la cugina Gertrude Cassi Lazzari), l’inizio della corrispondenza epistolare con il letterato piacentino Pietro Giordani (conosciuto di persona solo nel 1818), che sarà sempre per il Leopardi un interlocutore prezioso e sensibile, e infine la cosiddetta “conversione letteraria”, che segna, nella storia leopardiana, il passaggio dall’erudizione al bello: la grande poesia antica diviene, da palestra erudita, fonte di godimento estetico e di arricchimento intellettuale ed esistenziale, ponendosi, nel contempo, anche come base per una più larga e più intensa frequentazione degli autori moderni e contemporanei (Parini, Monti, Alfieri, Foscolo, Byron, Goethe, Chateaubriand e così via).

Il 1816 è anche l’anno dell’ingresso ufficiale del Romanticismo in Italia, e Leopardi tenta di prendere posizione sull’argomento con una Lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana”, che però non verrà pubblicata. Le tesi qui esposte saranno risistemate e approfondite, due anni dopo, nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818).

Il 1819 è un anno di grave crisi: il fisico già minato del poeta (soffriva da tempo di una deviazione della colonna vertebrale) registra una nuova, seria infermità agli occhi; cade poco più tardi un tentativo di fuga dalla casa paterna, stroncato sul nascere; si compie, soprattutto dopo la conversione letteraria, la cosiddetta conversione filosofica, che segna il passaggio dal bello al vero: in conseguenza di essa vengono meno le illusioni giovanili; la vita, le sue ragioni, le sue finalità sono sottoposti a impietosa analisi; la stessa capacità di godere e produrre il bello (dal 1818-19 la poesia leopardiana è ormai entrata in una fase sostanzialmente matura) subisce i contraccolpi dell’abito disilluso e filosofico che il poeta si è venuto creando.

Dal novembre del 1822 all’aprile del 1823 soggiorna a Roma, ospite degli zii materni: è l’evasione tanto attesa dall’oppressivo ambiente recanatese. Ma l’esperienza si rivelerà deludente, perché la vita che si conduce nella capitale non è meno oziosa, dissipata, senza metodo di quella che si conduce in provincia.

Rientrato a Recanati, il poeta compone le Operette morali (o almeno il nucleo più consistente di esse). Sul finire del 1825, si trasferisce a Milano, su invito dell’editore Stella, per curare l’edizione completa delle opere di Cicerone. Durante il viaggio si ferma a Bologna, dove incontra il Giordani e stabilisce cordiali rapporti con letterati ed estimatori. Tra il 1826 e il 1827, dopo aver abbandonato Milano, il cui clima non si adatta alle sue condizioni di salute, si trattiene a Firenze, dove entra in contatto con l’ambiente della rivista “L’Antologia”, diretta dal ginevrino Giampietro Vieusseux. Poi si trasferisce a Pisa, qui attratto dal clima mite della città. A Pisa avrà inizio la seconda grande stagione poetica leopardiana.

Rientrato, nel novembre del 1828, a Recanati, vi si tratterrà fino all’aprile del 1830. Poi sarà di nuovo a Firenze, qui invitato da Pietro Colletta (storico e uomo d’armi d’orientamento liberale) che gli garantisce un sussidio mensile sottoscritto da ignoti ammiratori. E’ il distacco definitivo dal natio borgo selvaggio, e l’inizio di un diverso stile di vita, caratterizzato da una nuova, risentita volontà di contatti umani, e da un’insolita combattività intellettuale. Ha inizio, proprio nel 1830, la terza grande stagione della poesia leopardiana.

A Firenze il poeta si innamora, non ricambiato, di Fanny Targioni Tozzetti, e qui conosce un esule napoletano, Antonio Ranieri, con il quale deciderà di vivere in sodalizio. E’ con lui infatti che nel 1833, ottenuto un modesto mensile dalla famiglia, si trasferisce a Napoli, spinto a questo passo anche dalla speranza di trovare nella città campana condizioni climatiche più adatte alla propria salute sempre più compromessa. Nel nuovo soggiorno rimarrà fino alla morte, senza peraltro trovare nell’ambiente culturale partenopeo nessuna vera corrispondenza intellettuale.

Nel 1836, da Napoli – dove infuriava il colera – si sposta con il Ranieri in una villetta fra Torre del Greco e Torre Annunziata. Qui lo coglierà la morte il 14 giugno del 1837.