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Un commento alla poesia del giorno.

La morte del padre segnò indelebilmente l’esistenza e il carattere del poeta, che risentì sempre di quella tragedia familiare, trasferendola anche sul piano della meditazione esistenziale e giungendo alla conclusione che gli uomini sono cattivi e che la terra è un atomo opaco del male. La cattiveria degli assassini del padre si allarga a comprendere tutti gli uomini: il poeta ne ritrarrà un atteggiamento di sgomento di fronte alla vita, una sua tendenza a considerare la famiglia il nido tranquillo fuori del quale c’è cattiveria e violenza.

In questa poesia è messo in risalto il dolore della madre che, rassegnata alla perdita del marito, non si rassegna, però, al fatto che gli assassini non vengono scoperti, e, nella sua ansia di sapere, nella consapevolezza che chi sa tace per viltà o per omertà, chiede alla cavalla di confermare i suoi sospetti. Così l’animale si contrappone alla malvagità degli uomini: la cavalla selvaggia ha per il suo padrone tanto amore che, libera dalle briglie, vincendo il suo istinto alla corsa, lo conduce a casa lentamente come se avesse capito che egli è in agonia; l’uomo civile, invece, uccide a bruciapelo e senza motivo un padre buono e giusto. 

Note alla poesia del giorno

scarna: magra.

lasso: allentato.

nel cuor… corso: sebbene non più trattenuta dalle briglie vincesti la tentazione naturale di correre e proseguisti lentamente.

con dentro… vampe: con gli occhi ancora accecati dal bagliore dell’esplosione dei colpi di fucile.

altri non osa: gli altri, se sanno, non parlano per paura della vendetta.

L’angolo della Poesia

La cavalla storna – 2

La cavalla volgea la scarna testa

verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

Io so, lo so, che tu l’amavi forte!

Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,

tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,

nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,

perché facesse in pace l’agonia…”

La scarna lunga testa era daccanto

al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!

E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,

con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,

seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,

perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.

Mia madre l’abbracciò su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,

portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!

Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.

Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:

esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è Ti voglio dire un nome.

E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:

dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote

dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:

disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Giovanni Pascoli – da canti di Castelvechio

Note alla poesia del giorno

Torre: una tenuta dei Torlonia in Romagna. I Pascoli vivevano lì perché il padre, Ruggero, ne era amministratore.

Sussurravano… Salto: lungo il ruscello (rio) che scorreva accanto alla tenuta i pioppi mossi dal vento sembravano sussurrare.

normanni: è una razza particolarmente resistente alla fatica e di taglia robusta.

poste: i box nei quali sono alloggiati i cavalli.

frangean: spezzavano.

con rumor di croste: con lo stesso rumore che si fa quando si mastica la crosta del pane.

la cavalla era: la cavalla stava.

salsa: salata (perché bagnata dal mare).

froge: narici.

urli: il rumoreggiare del mare in tempesta.

con su… da essa: col gomito appoggiato alla mangiatoia (greppia) vicino a lei (da essa) stava mia madre.

storna: col mantello di colore nerastro macchiettato di bianco.

colui che non ritorna: il marito Ruggero Pascoli che fu ucciso il 10 agosto 1867 mentre con il calesse tirato dalla cavalla ritornava dal mercato di Cesena. Gli assassini restarono ignoti, ma forse la famiglia nutriva qualche sospetto.

Il suo detto: i suoi ordini, le sue parole.

Tu che… l’uragano: tu che ancora ti ricordi di quando vivevi libera sulla spiaggia e le onde del mare ti bagnavano i fianchi.

tu dài… mano: impara ad ubbidire, a seguire il più grande dei miei figli quando ti guida con le sue mani di bambino.

L’angolo della Poesia

La cavalla storna

Nella Torre il silenzio era già alto.

Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste

frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era selvaggia,

nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi,

ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa

era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

tu capivì il suo cenno ed il suo detto!

Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;

e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,

tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’ai nel cuore la marina brulla,

tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

Giovanni Pascoli – da canti di Castelvechio

Continua domani.

Note alla poesia del giorno

mezzo grigio e mezzo nero: il campo è solo in parte arato, pertanto una parte, quella ancora da arare, è grigia, l’altra, con le zolle rivoltate dall’aratro, è nera. E’ un immagine che dà malinconia e tristezza, così come, nel verso seguente, l’aratro abbandonato in mezzo al campo.

tra il vapor leggiero: nella leggera nebbia del mattino.

gora: canale dove le lavandaie si recano a lavare i panni.

sciabordare: il rumore dei panni agitati nell’acqua.

lavandare: lavandaie.

con tonfi … cantilene: la cantilena delle donne sembra ritmata dai tonfi, dal rumore della biancheria battuta sulla pietra. I canti dei lavoratori, in genere, servono proprio a scandire il ritmo di lavoro.

nevica la frasca: dalle foglie degli alberi cade la neve che vi si è accumulata. E’ l’inizio della cantilena delle lavandaie.

tu: la cantilena riporta il lamento di una donna che ama un uomo lontano, forse emigrato. Il dramma dell’emigrazione è spesso presente nella poesia pascoliana.

come l’aratro… maggese: l’ultimo verso si ricollega alla terzina iniziale e ne riprende il tono malinconico, di dolorosa solitudine. Il maggese è il campo che si lascia incolto per un certo periodo di tempo, in genere una stagione, perché sia di nuovo fertile, cioè perché si riproducano nella terra quelle sostanze indispensabili di cui alcune culture (per esempio il grano) la impoveriscono.

L’angolo della Poesia

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

resta un aratro senza buoi, che pare

dimenticato, tra il vapor leggiero.

E cadenzato dalla gora viene

lo sciabordare delle lavandare

con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,

e tu non torni ancora al tuo paese!

quando partisti, come son rimasta!

come l’aratro in mezzo alla maggese.

Giovanni Pascoli

Un commento alle poesie del Pascoli postate questa settimana.

Spesso il Pascoli si rifugia nella memoria della fanciullezza e dell’infanzia, viste come uniche età felici. I momenti più autentici della poesia pascoliana sono quelli in cui il contrasto fra presente e passato, fra impressione diretta e simbolo, fra maturità e infanzia si presenta nel modo più consapevole e dà luogo ad un sentimento di turbamento e angoscia e questo si nota soprattutto nelle liriche in cui il poeta si annulla nella natura, in cui la sua coscienza è tutt’uno con i palpiti, i bisbigli, i moti impercettibili della natura.

Nascono da questa disposizione il paesaggio nebbioso con presentimento di morte, il campo mezzo bianco e mezzo nero in cui la malinconia del poeta si esprime attraverso l’accenno all’aratro abbandonato e si identifica nella triste cantilena delle lavandaie nella quale è anche accennato, in due parole, il dramma dell’emigrazione vista come strappo, come dissoluzione del nido e causa di solitudine per chi resta.

Solitudine che risveglia la tristezza dell’aratro abbandonato in un campo, che ci dà il senso di un profondo sgomento e di una sfumata tristezza.

Nasce sempre da questa disposizione ad identificarsi nella natura come fonte di serenità in confronto alla vita che dà paura, la descrizione della sensazione di pace che dà il crepuscolo sereno di un giorno che è stato sconvolto dalla burrasca.

In questa poesia, la sera tranquilla diviene la mia sera ed assurge a simbolo autobiografico, a simbolo della disposizione del poeta ad annullarsi in quella pace della natura che lo riporta prima indietro nel tempo e poi all’idea dell’indefinito, della morte.

Man mano che il paesaggio si rasserena, il Pascoli si allontana sempre più dall’immediatezza delle vicende quotidiane considerate tempestose e si abbandona ai sussurri, ai rumori degli uccelli e del fiume, al fascino rasserenante della natura che persuade alla pace: è una pace, la sua, che ha echi di morte, ma di una morte serena e a lungo vagheggiata come fine della tempesta e dello sgomento diurno.

Note alla poesia del giorno

tacite: dopo la tempesta del giorno il cielo si è rasserenato: l’aggettivo tacite serve appunto a distinguere e sottolineare il fragore del giorno e la pace della sera.

Le tremule foglie… leggiera: la leggera brezza della sera, passando attraverso le foglie (trascorre), le fa vibrare come di gioia.

Si devono aprire: le stelle, addirittura, sbocciano, si aprono come petali di fiori.

fulmini fragili: che son durati poco, fragili nel senso di passeggeri, non duraturi. Il senso della fragilità, cioè della labilità delle cose, è spesso presente nella poesia pascoliana.

cirri… d’oro: rimangono nuvolette sparse che prendono i colori del sole che tramonta  e sembrano rosse alcune, dorate altre.

o stanco dolore… sera: finora il confronto ha riguardato la natura, la tempesta del giorno e la pace della sera, ora la riflessione si trasferisce sul piano personale, autobiografico, ed il poeta, annullandosi in queste voci serene e consolatrici, dimentica il giorno sconvolto dalla tempesta (la vita con le sue delusioni e i suoi dolori) e si raccoglie tutto nelle suggestioni della natura che riesce a far dimenticare la nube del giorno.

La fame… cena: gli uccelli che a causa della tempesta non erano potuti uscire in cerca di cibo, ora finalmente possono cenare e la cena è più lunga e piena di gioia nell’aria rasserenata.

La parte, si piccola… sera: durante il giorno sconvolto dalla tempesta, le rondini (i nidi) hanno sofferto; anche il poeta ha tanto sofferto, la sua vita è stata sconvolta da ansie e dolori, ma ora, al declinare della vita, recupera, come gli uccelli, la sua serenità, la sua sera.

voci di tenebra azzurra: il suono delle campane si effonde nelle tenebre della sera, fino al cielo azzurro.

Mi sembrano… sera: i suoni delle campane, che sembrano invitarlo dolcemente al riposo, ad un lungo riposo, lo riportano al passato, alla sua infanzia ed alla presenza tenera della madre, ma subito la riflessione si smarrisce in una sensazione di infinito (poi nulla), di indeterminato, che è un presagio ed un desiderio di morte, di un porto di quiete, di una sera definitiva che metta per sempre fine alle tempeste.

L’angolo della Poesia

La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!                                                  

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozzo monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera.

E’ quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d’oro…

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

Nel giorno non l’ebbero intera.

Né io… e che voli, che gridi,

mia limpida sera!

Don… Don… E mi dicono “Dormi!”

mi cantano “Dormi”! sussurrano

“Dormi!” bisbigliano “Dormi!”

là, voci di tenebra azzurra…

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era…

sentivo mia madre… poi nulla…

sul far della sera.

Giovanni Pascoli – da Canti di Castelvecchio