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La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 8

  • C’è grandine e tempesta, – disse, – non mi son mai trovata fuori con un tempo simile.
  • Effettivamente, il troppo stroppia, – rispose il troll. Allora la principessa gli raccontò che Giovanni aveva indovinato per la seconda volta: se avesse fatto lo stesso la mattina seguente, avrebbe vinto, e allora a lei non sarebbe più stato possibile di venire nella montagna, non avrebbe più potuto fare le solite stregonerie, e questo l’addolorava molto.
  • Stavolta non dovrà indovinare! – esclamò il troll. – Troverò ben io qualcosa a cui non ha mai pensato, a meno che egli sia un mago più potente di me! Ma ora stiamo allegri! – Così dicendo prese per le mani la principessa, e ballarono intorno intorno con i minuscoli folletti e i fuochi fatui che erano nel salone. I ragni rossi saltarono su e giù per le pareti con altrettanta allegria, e i fiori di fuoco sembravano sprizzar scintille. Il gufo batté il tamburo, i grilli fischiarono, mentre le cavallette nere soffiavano nello scacciapensieri. Che ballo allegro!

Quando ebbero ballato abbastanza, la principessa dovette pensare al ritorno, altrimenti al castello avrebbero notato la sua assenza; il troll disse allora che voleva accompagnarla, così avrebbero potuto stare ancora un po’ insieme.

Volarono via nella tempesta, e il compagno di Giovanni consumò addirittura le sue verghe sulle loro spalle: non era mai capitato al troll di essere fuori con una simile grandinata. Arrivati davanti al castello, egli le sussurrò nel salutarla: – Pensa alla mia testa -. Ma il compagno di Giovanni sentì benissimo lo stesso, e proprio nel momento in cui la principessa sgusciava di nuovo dentro la sua camera da letto e il troll stava voltandosi per tornare via, lo afferrò per la lunga barba nera, e con un gran fendente della sua spada spiccò via dalle spalle quell’orribile testa senza, che il troll avesse nemmeno il tempo di vederlo. Gettò il corpo nel lago, in pasto ai pesci, ma la testa la sciacquò solo un momento nell’acqua, poi la legò nel suo fazzoletto di seta, la portò a casa e si mise a dormire.

La mattina dopo dette il fazzoletto a Giovanni raccomandandogli però di non aprirlo prima che la principessa gli domandasse a che cosa aveva pensato.

C’era tanta gente nel salone del castello, che stavano tutti gli uni sugli altri, come ravanelli legati in un mazzo. I consiglieri sedevano nei loro scanni con i morbidi cuscini, il vecchio re aveva messo un vestito nuovo; la sua corona d’oro e lo scettro erano lucidati di fresco che era una bellezza. La principessa però era pallidissima e tutta vestita di nero, come se dovesse andare a un funerale.

  • A che cosa ho pensato? – chiese a Giovanni, e subito quello sciolse il fazzoletto, e rimase lui stesso costernato nel vedere l’orrida testa del troll. Rabbrividirono tutti, perché era veramente uno spettacolo spaventoso, ma la principessa rimase immobile come una statua, incapace di dire una sola parola; alla fine si alzò e porse la mano a Giovanni, perché aveva indovinato; senza guardare in faccia nessuno, sospirò profondamente dicendo: – Ora sei il mio signore e padrone. Questa sera celebreremo le nozze!
  • Così sì che va bene, – esclamò il vecchio re, – e così deve essere! Tutti gridarono evviva, la fanfara militare passò per le strade, le campane suonarono a festa, e le venditrici ambulanti di dolci tolsero il nastro nero ai loro maialini di zucchero; ora era tornata l’allegria! In mezzo alla piazza furono portati tre buoi interi arrostiti e ripieni di anatre e di polli, e ognuno poté tagliarsene una fetta a piacere; dalle fontane sgorgò il vino più prelibato, e chi comprava dal fornaio una ciambellina da un soldo riceveva in regalo sei maritozzi, di quelli con l’uva passa dentro.

La sera vi fu grande illuminazione in tutta la città, i soldati spararono i loro cannoni e i ragazzi le loro castagnole e su al castello si mangiò, si bevve, si fecero brindisi e si ballò; parteciparono alle danze tutti i distinti cavalieri e tutte le graziose damigelle. Da lontano si sentivano cantare:

Ma quante graziose fanciulle,

che vogliono tutte ballar!

Ballano al suono del tamburello,

come una trottola sanno girar!

Ma le fanciulle danzeranno

sino a che i tacchi si staccheranno.

Ma la principessa era ancora una strega e non voleva bene al suo sposo; il compagno di Giovanni lo sapeva, e perciò diede al suo amico tre piume di ala di cigno e una bottiglietta con alcune gocce, consigliandogli di far mettere accanto al letto nuziale una grossa vasca piena d’acqua: quando la principessa avesse voluto mettersi a letto, lui doveva darle una spinta per farla cadere nell’acqua, e poi doveva immergervela ben tre volte, dopo averci però gettato le piume e le gocce. Si sarebbe così liberata dall’incantesimo e gli avrebbe voluto molto bene.

Giovanni fece tutto quello che gli aveva consigliato il suo compagno; quando lui la spinse sott’acqua, la principessa gettò uno strillo e gli si divincolò tra le mani, trasformata in un grande cigno nero dagli occhi lucenti. Quando tornò a galla per la seconda volta era un cigno candido come la neve, con solo un cerchio nero al collo; Giovanni pregò allora devotamente il Signore e immerse per la terza volta l’uccello nell’acqua, e quello si mutò subito in una splendida principessa. Era ancora più bella di prima e lo ringraziò con i suoi magnifici occhi pieni di lagrime, per averla liberata dall’incantesimo.

La mattina dopo venne il vecchio re con tutta la corte, e le congratulazioni durarono gran parte della giornata: per ultimo venne il compagno di Giovanni, col bastone in mano e il sacco sulle spalle. Giovanni lo baciò ripetutamente, pregandolo di non andar via, ma di restare con lui, che gli era debitore di tutta la sua felicità. Ma quello scosse il capo e gli disse con dolce amorevolezza: –  No, ora il tempo concessomi è passato! Non ho fatto che pagare il mio debito. Ti ricordi di quel morto che degli individui infami volevano oltraggiare? Tu desti allora tutto quello che possedevi perché egli potesse riposare in pace nella sua tomba. Quel morto sono io! – Ciò detto sparì.

I festeggiamenti nuziali durarono un mese intero. Giovanni e la principessa si vollero molto bene, e il vecchio re visse molti giorni felici, facendo saltare i nipotini sulle ginocchia e lasciandoli giocare con lo scettro. Intanto Giovanni diventò re di tutto il paese.

Hans Christian Andersen

Fine, spero che vi sia piaciuta cosi come è piaciuta a me.

La favola del giorno

Mignolina – 5

  • No, non posso, – rispose.
  • Addio, allora, addio, graziosa e buona fanciulla, le gridò la rondine volando via alla luce del sole, Mignolina la seguì con lo sguardo, e gli occhi le si riempirono di lacrime, perché si era molto affezionata alla povera rondine.
  • Quivit! Quivit! – gorgheggiò l’uccello volando via verso il bosco verde.

Mignolina era molto triste. Non le davano mai il permesso di andare a prendere un po’ di sole, e il grano, che era stato seminato nel campo sopra la casa, era cresciuto così alto che era un vero bosco per la povera fanciulla, alta un mignolo.

  • Quest’estate ti farai il corredo! – le disse la topa; ormai il vicino, quel noioso del talpone dalla pelliccia nera vellutata, aveva chiesto la sua mano. – Non ti mancherà né la lana né il cotone; una volta sposata non ti dovrà mancare né la biancheria da tavola né quella da letto.

Mignolina dovette torcere il fuso, e la topa prese a cottimo quattro ragni per tessere e filare giorno e notte. Il talpone veniva in visita tutte le sere e continuava a ripetere che quando l’estate fosse terminata e il sole non fosse più stato così forte (adesso aveva reso la terra dura come la pietra)…

quando l’estate fosse finita, si sarebbero celebrate le sue nozze con Mignolina. Lei però non era per nulla contenta, perché quel noioso del talpone non le piaceva affatto. Ogni mattina al levar del sole e ogni sera al tramonto, essa sgusciava fuori dalla porta, e quando il vento scostava le cime del grano ed essa poteva vedere il cielo azzurro, pensava come tutto fosse bello e luminoso lì fuori, e sperava di tutto cuore di poter rivedere la sua cara rondinella, ma quella non tornava più: era certamente volata via lontano, nel bosco verde.

Quando arrivò l’autunno, il corredo di Mignolina era pronto.

  • Fra quattro settimane ci saranno le nozze! – le disse la topa. Mignolina allora si mise a piangere e dichiarò che di quel noioso talpone non voleva saperne.
  • Sciocchezze, – rispose la topa, – non fare la bisbetica, altrimenti ti darò io un bel morso con i miei denti bianchi. Un marito così non lo si trova mica tutti i giorni! Nemmeno la regina ha una pelliccia bella come la sua, e inoltre ha la cucina e la cantina piene. Ringrazia Dio piuttosto!

Giunse così il giorno delle nozze. Il talpone era già venuto a prendere Mignolina, che doveva andare ad abitare con lui giù sottoterra, senza poter ritornare mai più alla luce del sole, perché lui non la poteva soffrire. La povera piccola era disperata di dover dire addio per sempre al bel sole; fino a che aveva abitato con la topa, almeno, aveva potuto vederlo dalla soglia.

  • Addio sole splendente! – esclamò alzando le braccia al cielo, e si allontanò di qualche passo dalla casa della topa; ormai il grano era stato raccolto e non c’erano più che delle stoppie secche. – Addio, addio, – gridò, buttando le sue braccine attorno a un fiorellino rosso che era lì, – saluta da parte mia la cara rondinella quando la vedi!
  • Quirrevit! Quirrevit! – si sentì in quel momento nell’aria, sopra il suo capo: era la rondinella che passava proprio di lì a volo. Quando vide Mignolina fu molto contenta; lei le raccontò che non voleva sposare quel brutto talpone, perché da allora in poi avrebbe dovuto abitare giù sottoterra, dove il sole non brillava mai. E intanto piangeva, non poteva farne a meno.
  • Adesso viene il freddo inverno, – le disse la rondine, – e io volerò lontano, verso i paesi caldi; vuoi venire con me? Ti puoi mettere a cavalcioni sulla mia schiena e legarti forte con la tua cintura; voleremo così lontano dal brutto talpone e dalle sue buie stanze, lontano lontano, al di là dei monti, sino ai paesi caldi, dove il sole splende ancor più di qui e dove l’estate e i magnifici fiori non hanno mai fine. Vieni via con me, cara piccola Mignolina, che mi hai salvato la vita quando ero stesa congelata nel sotterraneo buio.
  • Oh sì, voglio venir via con te! – disse Mignolina. Si sedette sul dorso dell’uccello, puntò i piedi sulle sue ali aperte e si legò stretta con la cintura a una delle penne più robuste; la rondine volò alta nel cielo, su boschi e su laghi, su in alto, oltre le grandi montagne dove c’è sempre la neve. Mignolina sentì un gran freddo in quell’aria gelata, ma si infilò sotto le piume calde dell’uccello, sporgendone solo il capino per guardare tutte quelle meraviglie sotto di lei

Arrivarono così ai paesi caldi. Il sole era molto più luminoso che da noi, il cielo era alto il doppio, sugli argini e sulle siepi cresceva l’uva più stupenda che ci sia, verde e viola. Nei boschi pendevano dagli alberi limoni e arance, e si sentiva profumo di mirti e di mentuccia; nelle strade maestre i più bei bambini del mondo giocavano con grandi farfalle variopinte. Ma la rondine volò ancora più lontana, e tutto diventava sempre più bello. Sotto splendidi alberi verdi, vicino a un lago azzurro, si ergeva un castello dei tempi antichi, tutto di marmo bianco lucente, e dei tralci di vite si avvolgevano intorno agli alti pilastri; in cima c’erano molti nidi e in uno di questi abitava la rondine che portava Mignolina.

  • Ecco qui la mia casa, – disse la rondine, – ma se tu vuoi sceglierti uno dei fiori più belli tra quelli che fioriscono laggiù, io ti ci poserò, e non potrai desiderare nulla di meglio.
  • Che gioia! – esclamò la piccola battendo le manine.

C’era lì una grande colonna di marmo bianco caduta a terra, che si era rotta in tre pezzi, e tra di essi crescevano dei grandi fiori bianchi, bellissimi. La rondinella volò giù insieme a Mignolina e la depose su uno dei larghi petali: come rimase stupita nel vedere dentro il fiore un omino! Era bianco e trasparente come se fosse di vetro, e sulla testa aveva una graziosissima corona d’oro e sulle spalle delle bellissime ali lucenti; di statura non era più alto di Mignolina. Era l’angelo del fiore. In ogni fiore abitavano un omino e una donnina come lui, ma egli era il re di tutti.

  • Dio mio, come è bello! – sussurrò Mignolina alla rondinella.

A vedere la rondine il piccolo principe si spaventò moltissimo, perché era un uccello gigantesco rispetto a lui, che era così piccolo e delicato, ma quando scorse Mignolina fu molto contento, perché era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Si tolse subito dal capo la sua coroncina d’oro, la pose sul capo di lei, le chiese come si chiamava e se voleva essere sua moglie: sarebbe così diventata la regina di tutti i fiori! Era un marito ben diverso dal figlio della rospa e dal talpone con la pelliccia nera vellutata! Mignolina perciò disse di sì al grazioso principino, e da ogni fiore uscirono subito degli omini e delle donnine, così bellini che era un piacere vederli. Ognuno aveva un dono per Mignolina, ma il regalo più bello di tutti fu quello di due belle ali di mosca bianca, che furono fissate alle spalle di Mignolina, così essa poté volare di fiore in fiore. Che felicità! La rondine standosene su nel suo nido cantò per loro meglio che poteva, ma in fondo al cuore era triste, perché voleva molto bene a Mignolina e non avrebbe mai voluto esserne divisa.

  • Non ti chiamerai più Mignolina, – disse l’angelo del fiore, – perché è un brutto nome, e tu sei tanto bella! Ti chiameremo Maia.
  • Addio, addio, – gridò la rondinella, e volò via di nuovo dai paesi caldi per andare lontano lontano, in Danimarca. Lì aveva un piccolo nido sopra la finestra della stanza dell’uomo che sa raccontare tante storie, e – Cip! Cip! Cip! – essa si mise a cantare per lui.

Ecco come siamo venuti a sapere tutta la storia.

Le Fiabe di Hans Christian Andersen