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La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del marito e del pappagallo

Un buon uomo aveva una bella moglie e l’amava con tanta passione da perderla di vista il meno possibile. Un giorno in cui degli affari urgenti lo costringevano ad allontanarsi da lei, si recò in un luogo dove vendevano ogni sorta di uccelli e comprò un pappagallo che non soltanto parlava benissimo, ma aveva anche il dono di riferire tutto quanto era stato fatto in sua presenza. Lo portò a casa in una gabbia, pregò la moglie di metterlo nella sua camera e di averne cura durante il viaggio ch’egli stava per intraprendere. Dopo di che partì.

Al suo ritorno non mancò di interrogare il pappagallo su quanto era avvenuto durante la sua assenza; e su questo punto l’uccello gli raccontò delle cose che l’indussero a rimproverare aspramente la moglie. Ella pensò che qualcuna delle sue schiave l’avesse tradita; ma tutte giurarono di esserle state fedeli, e convennero che doveva essere stato il pappagallo a fare questi rapporti maligni.

Convintasi di ciò, la moglie escogitò un mezzo per distruggere i sospetti del marito e vendicarsi, nello stesso tempo, del pappagallo. Lo trovò: essendo il marito partito per un viaggio di un giorno, ordinò a una schiava di girare, durante la notte, sotto la gabbia dell’uccello, un mulino a braccia; a un’altra di gettare dell’acqua a mo’ di pioggia dall’alto della gabbia, e ad una terza di prendere uno specchio e girarlo davanti agli occhi del pappagallo, a destra e a sinistra, alla luce di una candela. Le schiave passarono una buona parte della notte a fare quanto loro aveva ordinato la padrona, e se la sbrigarono con molta destrezza.

Il giorno dopo, il marito tornando fece ancora delle domande al pappagallo su quanto era avvenuto in casa sua. L’uccello gli rispose:

“Mio buon padrone, i lampi, il tuono e la pioggia mi hanno importunato a tal punto per tutta la notte che non posso dirvi tutto quello che ho sofferto.”

Il marito, ben sapendo che quella notte non era né piovuto né tonato, si convinse che il pappagallo, come non aveva detto la verità su questo punto, non gliel’aveva detta neppure riguardo alla moglie. Per questa ragione, tiratolo fuori con dispetto dalla gabbia, lo gettò a terra con tale violenza che lo uccise.

Tuttavia, più tardi, seppe dai suoi vicini che il povero pappagallo non gli aveva mentito parlandogli della condotta della moglie; il che gli diede motivo di pentirsi di averlo ucciso.

“E voi, visir, – soggiunse il re greco, – per l’invidia che avete concepito contro il medico Duban, il quale non vi ha fatto alcun male, volete che io lo faccia morire. Ma me ne guarderò bene per paura di pentirmene come quel marito di aver ucciso il suo pappagallo. – Il pernicioso visir era troppo interessato alla rovina del medico Duban da fermarsi lì.

  • Sire, – replicò, – la morte del pappagallo era poco importante, e non credo che il suo padrone lo abbia rimpianto a lungo. Ma perché il timore di opprimere l’innocenza deve impedirvi di far morire quel medico? Non basta che sia accusato di voler attentare alla vostra vita perché siate autorizzato a fargli perdere la sua? Quando si tratta di garantire i giorni di un re, un semplice sospetto deve passare per una certezza, ed è meglio sacrificare l’innocente piuttosto che salvare il colpevole. Ma, Sire, qui non si tratta di cosa incerta: il medico Duban vuole assassinarvi. Non è l’invidia che mi arma contro di lui: è soltanto l’interesse che nutro per la vita di Vostra Maestà; è il mio zelo che mi spinge a darvi un consiglio di così grande importanza. Se è falso, merito di essere punito nella stessa maniera in cui, in altri tempi, fu punito un visir.
  • Che aveva fatto questo visir, – chiese il re greco, – per esser degno di questo castigo?
  • Ora lo racconterò a Vostra Maestà, – riprese il visir. – Abbiate, per piacere, la bontà di ascoltarmi.”

Continua domani.

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 3

La necessità acuisce l’ingegno. Il pescatore escogitò uno stratagemma.

“Poiché non posso evitare la morte, – disse al genio, – mi sottometto dunque alla volontà di Dio. Ma, prima che io scelga un genere di morte, vi scongiuro, per il gran nome di Dio inciso sul sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, di dirmi la verità su una domanda che debbo farvi.”

Quando il genio vide che la preghiera rivoltagli dal pescatore lo costringeva a rispondere positivamente, tremò dentro di sé e disse:

“Chiedimi ciò che vuoi, fai presto. – Al che il pescatore gli disse:

  • Vorrei sapere se eravate effettivamente in questo vaso, osereste giurarlo sul gran nome di Dio?
  • Sì, – rispose il genio, – giuro su quel gran nome che c’ero, ed è verissimo.
  • In buona fede, – replicò il pescatore, – non posso credervi. Questo vaso non riuscirebbe a contenere neppure un vostro piede; com’è possibile che vi fosse rinchiuso tutto il vostro corpo?
  • Eppure, – rispose il genio, – ti giuro che c’ero così come tu mi vedi. Non mi credi dopo il gran giuramento che ti ho fatto?
  • Veramente no, – disse il pescatore; – e non vi crederò a meno che non me lo mostriate.”

Allora il corpo del genio si dissolse e, mutandosi in fumo, si sparse come prima sul mare e sulla riva; poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò così con una successione lenta e monotona, finché non ne restò più nulla fuori. Subito dal vaso uscì una voce che disse al pescatore:

“Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; ora mi credi?”

Il pescatore, invece di rispondere al genio, prese il coperchio di piombo e, richiuso prontamente il vaso, esclamò:

“Genio, chiedimi a tua volta grazia, e scegli in che modo vuoi che io ti faccia morire. Ma no, è meglio rigettarti in mare, nello stesso punto in cui ti avevo pescato. Poi farò costruire una casa su questa sponda e verrò ad abitarci per avvertire tutti i pescatori che verranno a gettarvi le loro reti di fare molta attenzione a non ripescare un cattivo genio come te, che ha fatto giuramento di uccidere colui che lo metterà in libertà.”

A queste parole offensive, il genio irritato fece ogni sforzo per uscire dal vaso; ma non gli fu possibile perché l’impronta del sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, glielo impediva. Perciò, vedendo che il pescatore era ora in vantaggio rispetto a lui, penso di dissimulare la sua collera.

“Pescatore, – gli disse con tono addolcito, – guardati dal fare quanto dici. Quel che avevo detto era soltanto uno scherzo e non devi prenderlo sul serio.

  • O genio, – rispose il pescatore, – tu che appena un momento fa eri il più grande e ora sei il più piccolo di tutti i geni, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non serviranno a niente. Ritornerai in mare. Se ci sei stato tutto il tempo che mi hai detto, potrai ben restarci fino al giorno del giudizio. Io ti ho pregato, in nome di Dio, di non togliermi la vita, tu hai respinto le mie preghiere; debbo renderti la pariglia.”

Il genio non risparmiò nulla per cercare di commuovere il pescatore.

“Apri il vaso, – gli disse, – dammi la libertà, te ne supplico. Ti prometto che sarai contento di me.

  • Sei soltanto un traditore, – replicò il pescatore. – Meriterei di perdere la vita, se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Non mancheresti di trattarmi nello stesso modo in cui un certo re greco trattò il medico Duban. E’ una storia che voglio raccontarti. Ascolta.”

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore

Sire, c’era una volta un pescatore molto vecchio e così povero, che a stento riusciva a guadagnare di che far vivere la moglie e i tre figli che componevano la sua famiglia. Tutti i giorni andava a pesca di buon mattino; e si era fatto una legge di gettare la rete soltanto quattro volte al giorno.

Una mattina partì al chiaro di luna e si recò in riva al mare; si spogliò e getto la rete. Mentre la tirava a riva, avvertì dapprima una resistenza; pensò di aver fatto una buona pesca, e già se ne rallegrava dentro di sé. Ma, un istante dopo, accorgendosi che invece del pesce c’era soltanto la carcassa di un asino, provò un gran dolore per aver fatto una pesca così cattiva. Tuttavia, quando ebbe riaccomodato le sue reti che la carcassa dell’asino aveva rotto in più punti, le gettò una seconda volta. Tirandole sentì di nuovo molta resistenza: ciò gli fece credere che si fossero riempite di pesci; ma vi trovò soltanto un gran paniere pieno di ghiaia e di fango e se ne afflisse moltissimo.

“O fortuna! – esclamò con voce pietosa, – cessa di essere in collera con me, e non perseguitare un disgraziato che ti prega di risparmiarlo! Sono partito di casa per venire qui a cercare la mia vita, e tu mi annunci la mia morte. Non ho altro mestiere per vivere se non questo; e, nonostante tutte le attenzioni che vi metto, a stento riesco a provvedere ai bisogni più urgenti della mia famiglia. Ma sbaglio a lamentarmi con te; tu provi piacere a maltrattare le persone oneste e a lasciare i grandi uomini nell’oscurità, mentre favorisci i cattivi e innalzi coloro i quali non hanno nessuna virtù che li renda raccomandabili”

Finito di lamentarsi, gettò bruscamente il paniere e, dopo aver ben lavato le reti sporcate dal fango, le gettò per la terza volta. Ma pescò soltanto pietre, gusci e rifiuti. Non è possibile esprimere la sua disperazione: per poco non svenne. Intanto, poiché cominciava ad albeggiare, non dimenticò, da buon musulmano, di recitare la sua preghiera; poi soggiunse queste parole:

“Signore, voi sapete che getto le mie reti soltanto quattro volte al giorno. Le ho già gettato tre volte senza aver ricavato il minimo frutto del mio lavoro. Me ne resta un’altra soltanto: vi supplico di rendere il mare favorevole come lo avete reso a Mosè.”

Finita questa preghiera, il pescatore gettò le reti per la quarta volta. Quando giudicò che doveva esserci del pesce, le tirò come prima con gran fatica. Ciò nonostante, non ce n’erano, ma vi trovò un vaso di rame giallo che, dal peso, gli parve colmo di qualcosa e notò che era chiuso e piombato, con l’impronta di un sigillo. Questo lo rallegrò:

“Lo venderò al fonditore, – diceva, – e, col denaro che ne ricaverò, comprerò uno staio di grano.”

Esaminò il vaso da tutti i lati; lo scosse per vedere se il suo contenuto facesse rumore. Non udì nulla, e questa circostanza, unita all’impronta del sigillo sul coperchio di piombo, gli fece pensare che dovesse contenere qualcosa di prezioso. Per saperlo, prese il coltello e, con qualche difficoltà, riuscì ad aprirlo. Subito ne inclinò l’orifizio verso terra, ma non ne uscì niente, il che lo stupì grandemente. Lo posò davanti a sé e, mentre lo considerava attentamente, ne uscì del fumo molto denso che lo costrinse ad arretrare di due o tre passi. Il fumo s’innalzò fino alle nuvole e, spandendosi sul mare e sulla riva, formò una spessa nebbia: spettacolo che, come si può immaginare, meravigliò straordinariamente il pescatore. Quando tutto il fumo fu uscito dal vaso, si raccolse e divenne un corpo solido, dal quale si formò un genio alto il doppio del più grande di tutti i giganti. Alla vista di un mostro di così smisurata grandezza, il pescatore cercò di mettersi in fuga; ma era così turbato e spaventato che non riuscì a muoversi.

Salomone, – esclamò il genio per prima cosa, – Salomone, grande profeta di Dio, perdono, perdono! Non mi opporrò mai alle vostre volontà. Ubbidirò a tutti i vostri comandamenti.”

Il pescatore, appena udite le parole del genio, si rassicurò e gli disse:

“Spirito superbo, che dite mai? Sono più di milleottocento anni che Salomone, il profeta di Dio, è morto, ed ora siamo alla fine dei secoli. Raccontatemi la vostra storia, e per quale motivo eravate rinchiuso in questo vaso.” Continua.

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Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Il fattore, meno pietoso di me, la sacrificò. Ma, nello scuoiarla, si vide che aveva soltanto ossa, nonostante ci fosse sembrata grassissima. Ne provai un vero dolore.

“Prendetela voi, – dissi al fattore, – ve la lascio. Fatene regali ed elemosine a chi vorrete e, se avete un vitello ben grasso, portatemelo al suo posto.” Non m’informai di quel che fece della vacca. Ma, poco tempo dopo avermela tolta di sotto gli occhi, lo vidi arrivare con un vitello grassissimo. Sebbene ignorassi che quel vitello era mio figlio, ciò nonostante sentii le mie viscere commuoversi alla sua vista. Da parte sua, appena mi scorse, fece un tale sforzo per venire verso di me che spezzò la corda. Si gettò ai miei piedi, con la testa a terra come se avesse voluto suscitare la mia compassione e scongiurarmi di non avere la crudeltà di togliergli la vita, avvertendomi come poteva che era mio figlio.

Quest’atto mi stupì e mi colpì ancor più di quanto non lo avessero fatto i pianti della vacca. Sentivo una tenera pietà che mi spinse a commuovermi per lui; o, per meglio dire, il sangue fece in me il suo dovere.

“Andate, – dissi al fattore, – riportate via questo vitello, abbiatene gran cura e portatemene subito un altro al posto suo.”

Appena mia moglie mi udì parlare in questi termini, non mancò di esclamare ancora:

“Che fate, marito mio? Statemi a sentire, non sacrificate un altro vitello al posto di questo.

  • Moglie mia, – le risposi, – non l’immolerò. Voglio fargli grazia e vi prego di non opporvi.”

Ella era ben lungi, la perfida, dal cedere alle mie preghiere; odiava troppo mio figlio per consentire ch’io lo salvassi. Me ne chiese il sacrificio con tanta ostinazione che fui costretto ad accordarglielo. Legai il vitello e, prendendo il funesto coltello…

A questo punto Sherazad, scorgendo l’alba, smise di parlare.

“Sorella mia, – disse allora Dinarzad, – sono incantata da questo racconto che tiene desta così piacevolmente la mia attenzione.

  • Se il sultano mi lascia in vita ancora per oggi, – rispose Sherazad, – vedrete che quanto vi racconterò domani, vi divertirà molto di più.” Shahriar, curioso di sapere che cosa sarebbe accaduto al figlio del vecchio della cerva, disse alla sultana che sarebbe stato molto felice di ascoltare, la notte seguente, la fine di quel racconto.

Continua lunedì.

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Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Quarta notte

Verso la fine della notte seguente, Sherazad, col permesso del sultano, continuò così a narrare:

Sire, quando il vecchio della cerva vide che il genio aveva afferrato il mercante e stava per ucciderlo senza pietà, si gettò ai piedi di quel mostro e, baciandoglieli, gli disse:

“Principe dei geni, vi supplico molto umilmente di sospendere la vostra collera e di farmi la grazia di ascoltarmi. Vi voglio raccontare la mia storia e quella di questa cerva; ma, se la trovate più meravigliosa e più strabiliante dell’avventura di questo mercante al quale volete togliere la vita, posso sperare che voi vogliate rimettere a questo povero sventurato il terzo del suo delitto? – Il genio rimase pensieroso per qualche momento; ma infine rispose:

  • Ebbene, via, acconsento.”

Storia del primo vecchio e della cerva

Dunque ora comincerò il racconto, riprese il vecchio. Vi prego di ascoltarmi con attenzione. Questa cerva che porto con me è mia cugina e in più mia moglie. Aveva soltanto dodici anni quando la sposai, perciò posso dire che doveva considerarmi come un padre, oltre che come parente e marito.

Eravamo vissuti trent’anni insieme senza aver avuto figli; ma la sua sterilità non mi ha impedito di provare per lei molta tenerezza e amicizia. Soltanto il desiderio di avere dei figli m’indusse a comprare una schiava dalla quale ebbi un figlio che prometteva molto. Mia moglie ne divenne gelosa, prese in avversione la madre e il figlio, e nascose così bene i suoi sentimenti, che io li conobbi soltanto quando fu troppo tardi.

Nel frattempo mio figlio cresceva e aveva già dieci anni, quando fui costretto a fare un viaggio. Prima di partire, raccomandai a mia moglie, della quale non diffidavo assolutamente, la schiava e suo figlio e la pregai di averne cura durante la mia assenza che si protrasse per un intero anno. Ella approfittò di questo tempo per appagare il suo odio. Ricorse alla magia e, quando fu abbastanza edotta in quest’arte diabolica per eseguire l’orribile piano che meditava, la scellerata condusse mio figlio in un luogo nascosto. Poi, grazie ai suoi incantesimi, lo mutò in vitello e lo dette al mio fattore, dicendogli di aver comprato il vitello e ordinandogli di allevarlo. Non limitò il suo furore a quest’atto abominevole: trasformò la schiava in vacca, e affidò anch’essa al mio fattore.

Al mio ritorno le chiesi notizie della madre e del figlio.

“La vostra schiava è morta, – mi rispose mia moglie. – E, quanto a vostro figlio, non lo vedo da due mesi e non so che cosa gli sia capitato.”

Fui commosso dalla morte della schiava, ma poiché mio figlio era soltanto scomparso, mi illusi di rivederlo presto. Nondimeno trascorsero otto mesi senza che egli tornasse e non ne avevo nessuna notizia, quando giunse la festa del gran Bairam. Per celebrarla, mandai a dire al mio fattore di portarmi una delle vacche più grasse per farne sacrificio. La vacca che mi portò era la schiava stessa, la disgraziata madre di mio figlio. La legai, ma, nel momento in cui mi preparavo a sacrificarla, si mise a muggire pietosamente, e mi accorsi che dai suoi occhi scendevano fiumi di lacrime. La cosa mi parve molto straordinaria e sentendomi, mio malgrado, in preda a un moto di pietà, non potei risolvermi a colpirla. Ordinai al fattore di andare a prendermene un’altra.

Mia moglie, che era presente, fremette per la mia compassione e, opponendosi a un ordine che rendeva inutile la sua perfidia, esclamò:

“Che fate, amico mio? Immolate questa vacca. Il vostro fattore non ne ha di più belle né di più adatte all’uso che vogliamo farne.”

Per accontentare mia moglie, mi avvicinai alla vacca e, combattendo contro la pietà che ne sospendeva il sacrificio, stavo per inferirle il colpo mortale, quando la vittima, raddoppiando i pianti e i muggiti, mi disarmò una seconda volta. Allora misi il mazzuolo fra le mani del fattore, dicendogli:

“Prendete e sacrificatela voi stesso; i suoi muggiti e le sue lacrime mi spezzano il cuore.” Continua domani 

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – i racconti di Sherazad

Terza notte

La notte seguente, Dinarzad rivolse alla sorella la stessa preghiera delle due precedenti.

“Cara sorella, – le disse, – se non dormite, vi supplico di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete.”

Ma il sultano disse che voleva ascoltare il seguito di quello del mercante e del genio. Perciò Sherazad riprese così:

Sire, mentre il mercante e il vecchio con la cerva chiacchieravano, arrivò un altro vecchio, seguito da due cani neri. Avanzò fino ad essi e li salutò domandando che cosa facessero in quel luogo. Il vecchio della cerva lo informò dell’avventura del mercante e del genio, di quanto era avvenuto fra i due e del giuramento del mercante. Aggiunse che quello era il giorno stabilito dalla promessa, e che egli era risoluto a restare in quel luogo per vedere che cosa sarebbe accaduto.

Il secondo vecchio, trovando anch’egli la cosa degna della sua curiosità, prese la stessa risoluzione. Si sedette accanto agli altri, e aveva appena cominciato a prender parte alla loro conversazione, quando sopraggiunse un terzo vecchio il quale, rivolgendosi ai primi due, chiese loro per quale motivo il mercante che era in loro compagnia sembrasse così triste. Gliene dissero il motivo, e gli parve così straordinario, che anche lui desiderò assistere a quanto sarebbe avvenuto fra il genio e il mercante. Perciò si sedette insieme con gli altri.

Dopo un po’ scorsero nella campagna una fitta nube, come un turbine di polvere sollevato dal vento. Questa nube avanzò fino a loro e, dissipandosi d’un tratto, mostrò loro il genio che, senza salutarli, si avvicinò al mercante con la spada in pugno e, afferrandolo per il braccio, gli disse:

“Alzati affinché io ti uccida come tu hai ucciso mio figlio.”

Il mercante e i tre vecchi spaventati, si misero a piangere e a far risonare l’aria delle loro grida…

A questo punto Sherazad, scorgendo l’alba, interruppe il suo racconto, che aveva a tal punto acceso la curiosità del sultano da indurre il principe, il quale voleva assolutamente conoscerne la fine, a rinviare ancora una volta al giorno dopo la morte della sultana.

Non si può esprimere la gioia del gran visir, quando vide che il sultano non gli ordinava di far morire Sherazad. La sua famiglia, la corte, tutti ne furono generalmente stupefatti. Continua domani.