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La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del re greco e del medico Duban

C’era, nel paese di Zuman, in Persia, un re i cui sudditi erano di origine greca. Questo re era coperto di lebbra e i suoi medici, dopo aver ricorso a tutti i loro rimedi per guarirlo, non sapevano più che cosa prescrivergli, quando arrivò alla sua corte un medico abilissimo, di nome Duban.

Questo medico aveva attinto la sua scienza nei libri greci, persiani, turchi, arabi, latini, siriaci ed ebraici; e, oltre ad aver approfondito la filosofia, conosceva alla perfezione le buone e le cattive qualità di ogni sorta di piante e di droghe. Appena informato della malattia del re e del fatto che i suoi medici lo avevano abbandonato, si vestì il più convenientemente possibile e fece in modo di farsi presentare al re.

“Sire, – gli disse, – so che tutti i medici di cui Vostra Maestà si è servita non sono riusciti a guarirla dalla lebbra; ma, se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno a guarirvi senza pozioni e senza topici. Il re ascoltò la proposta e rispose:

  • Se siete così abile da fare quanto dite, prometto di arricchirvi, voi e i vostri discendenti; e, senza contare i doni che vi farò, sarete il mio più caro favorito. Mi assicurate dunque di guarirmi dalla lebbra senza farmi prendere alcuna pozione e senza applicarmi nessun rimedio esterno?
  • Sì, Sire, – rispose il medico, – mi lusingo di riuscirvi, con l’aiuto di Dio; e, a cominciare da domani, ne farò la prova.”

Infatti il medico Duban si ritirò a casa sua, fece un maglio che scavò dalla parte del manico e in cui mise la droga della quale intendeva servirsi. Fatto ciò, preparò anche una palla proprio come la voleva. Il giorno dopo si presentò al cospetto del re; e, prosternandosi ai suoi piedi, baciò la terra e, dopo aver fatto una profonda riverenza, disse al re che giudicava opportuno che sua Maestà montasse a cavallo e si recasse a giocare a pallamaglio. Il re fece quando gli si chiedeva e, quando giunse sul luogo destinato al giuoco del pallamaglio a cavallo, il medico gli si avvicinò con il maglio che aveva preparato e porgendoglielo disse:

“Tenete, Sire; esercitatevi con questo maglio, spingete con esso questa palla lungo la piazza finché non vi sentirete la mano e il corpo sudati. Quando il rimedio che ho racchiuso nel manico di questo maglio si sarà riscaldato col calore della vostra mano, vi penetrerà in tutto il corpo; e, appena comincerete a sudare, dovrete interrompere questo esercizio, perché il rimedio avrà raggiunto il suo effetto. Appena sarete di ritorno a palazzo, entrate in bagno e fatevi ben lavare e strofinare; poi andate a letto e domani mattina, alzandovi, sarete guarito.”

Il re prese il maglio e spinse il suo cavallo dietro la palla che aveva lanciato. La colpì e gli ufficiali che giocavano con lui gliela rinviarono. La colpì di nuovo, e insomma il gioco durò tanto a lungo che la sua mano sudò come tutto il suo corpo. Così il rimedio racchiuso nel manico del maglio agì come aveva detto il medico. Allora il re smise di giocare, se ne ritornò a palazzo, entrò nel bagno e osservò esattamente quanto gli era stato prescritto.

Se ne trovò benissimo. Infatti il giorno dopo, alzandosi, si accorse con stupore pari alla gioia, che la lebbra era scomparsa e che il suo corpo era così liscio come se non fosse mai stato colpito da questa malattia. Appena vestito, entrò nella sala delle pubbliche udienze, salì sul trono e si mostrò a tutti i suoi cortigiani, accorsi di buon’ora per la premura di conoscere il risultato del nuovo rimedio. Quando videro il re perfettamente guarito, tutti manifestarono una gioia immensa.

Il medico Duban entrò nella sala e andò a prosternarsi ai piedi del trono, col viso a terra. il re, avendolo scorto, lo chiamò, lo fece sedere accanto a sé e lo mostrò all’assemblea, rivolgendogli pubblicamente tutte le lodi che meritava. Ma il principe non si accontentò di questo. Poiché quel giorno offriva un banchetto a tutta la sua corte, lo fece mangiare alla sua tavola, solo con lui e, sul finire del giorno, quando volle congedare l’assemblea, lo fece rivestire di un abito lungo e ricchissimo, simile a quello che di solito i suoi cortigiani portavano alla sua presenza, e gli fece dare, inoltre, duemila zecchini. Il giorno dopo e gli altri che seguirono, non cessò di vezzeggiarlo. Insomma quel principe, credendo di non poter mai riconoscere abbastanza, gli obblighi che aveva verso un medico così abile, lo colmava ogni giorno di nuovi benefici.

Ora, il re aveva un gran visir che era avaro, invidioso e capace per natura di ogni sorta di delitti. Questi non era riuscito a guardare senza pena i doni che erano stati fatti al medico, d’altronde, cominciava a dargli ombra. Risolse perciò di farlo cadere in disgrazia presso il re. Per riuscirvi, andò a trovare il principe e gli disse in privato che doveva dargli un consiglio della massima importanza. Avendogli il re chiesto di che cosa si trattasse, rispose:

“Sire, è molto pericoloso per un monarca aver fiducia in un uomo la cui fedeltà non sia stata messa alla prova. Colmando di benefici il medico Duban, facendogli tutte le carezze che Vostra Maestà gli prodiga, non vi accorgete che è un traditore introdottosi in questa corte per assassinarvi.

  • Da chi avete appreso quanto osate dirmi? – replicò il re. – Avete pensato che state parlando a me e che non crederò alla leggiera a quanto affermate?
  • Sire, – replicò il visir, – sono perfettamente a conoscenza di quel che ho l’onore di farvi presente. Non adagiatevi dunque più su una pericolosa fiducia. Se Vostra Maestà dorme, si svegli; perché, insomma, lo ripeto ancora una volta, il medico Duban è partito dal fondo della Grecia, suo paese, è venuto a stabilirsi alla vostra corte soltanto per eseguire l’orribile piano di cui vi ho parlato.
  • No, no, visir, – interruppe il re, – son sicuro che quest’uomo, che voi trattate da perfido e da traditore, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini; non c’è nessuno al mondo che io ami quanto lui. Voi sapete con che rimedio, o meglio con quale miracolo mi ha guarito dalla lebbra. Se attenta alla mia vita, perché me l’ha salvata? Sarebbe bastato che mi avesse abbandonato al mio male: non potevo sfuggirgli, la mia vita era già consumata a metà. Smettete dunque d’ispirarmi ingiusti sospetti: invece di ascoltarli, vi avverto che, a cominciare da oggi, donerò a quel grand’uomo una pensione di mille zecchini al mese per tutta la sua vita. Quand’anche dividessi con lui tutte le mie ricchezze e persino i miei Stati, non lo ripagherei mai abbastanza per quanto ha fatto per me. Capisco di che si tratta: la sua virtù suscita la vostra invidia, ma non crediate ch’io mi lasci ingiustamente prevenire contro di lui. Ricordo troppo bene quello che un visir disse al re Sindbad, suo padrone, per impedirgli di far morire il principe suo figlio.
  • Sire, – disse il visir, – supplico Vostra Maestà di perdonarmi se ho l’ardire di chiedere che cosa il visir del re Sindbad disse al suo padrone per distoglierlo dal far morire il principe suo figlio. – Il re greco ebbe la compiacenza di soddisfarlo.
  • Quel visir, – rispose, – dopo aver fatto presente al re Sindbad che, per l’accusa di una suocera, egli doveva temere di compiere un’azione della quale avrebbe potuto pentirsi, gli raccontò questa storia.” Fine per il momento e al prossimo giro con Storia del marito e del pappagallo.
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La favola del giorno

Il Gatto con gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel  vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, – infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro:

  • Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.

  • Al signor Marchese di Carabas, – risposero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’immensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare.

L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

  • M’hanno assicurato, – disse il Gatto, – che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
  • E’ verissimo! – rispose l’Orco bruscamente, – e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole, non valevano proprio nulla.

Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.

  • Mi hanno assicurato, – disse il Gatto, – ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
  • Impossibile? – rispose l’Orco, – adesso lo vedrete!

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:

  • La maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
  • Ma come, Marchese! – esclamò il Re, – anche questo castello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro, se vi aggrada?

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone ove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venirlo a trovare proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri:

  • Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!

Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Morale

Certamente è una gran comodità

Godere di una ricca eredità

Che da padre discende e a figlio viene.

Ma ai giovani più giova esercitare

L’industria e il saper fare

Che usar d’un bene avuto senza pene.

Altra morale

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente

Può d’una principessa acquistar cuore e mente,

Sì da avere da lei le più languide occhiate,

E’ che l’abito e il fior di giovinezza

Sono, per ispirar la tenerezza,

L’armi meglio temprate.

Fiaba popolare francese

la favola del giorno

Il bastimento a tre piani – 2

Arrivarono a un’isola tutta rocce altissime che calavano a picco sul porto. – Che carico portate? – gridarono di lassù.

  • Carogne putrefatte!
  • Buone! – dissero. – E’ quello che fa per noi, – e grandi ombre nere calarono sulla nave.

Era l’isola degli Avvoltoi, abitata tutta da quegli uccelli rapaci. Scaricarono la nave portandosi via le carogne a volo, e in cambio dissero che al richiamo: “Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi!”, sarebbero sempre accorsi in loro aiuto.

Dopo altri mesi di navigazione, arrivarono all’isola dov’era prigioniera la figlia del Re d’Inghilterra. Sbarcarono, attraversarono una lunga caverna, e sbucarono davanti a un palazzo, in un giardino. Venne loro incontro un nano. – E’ qui la figlia del Re d’Inghilterra? – Domandò il giovane.

  • Venite a domandarlo alla Fata Sibiana,  – disse il nano, e li introdusse nel palazzo dal pavimento d’oro e dalle pareti di cristallo. La Fata Sibiana era seduta su un trono di cristallo e d’oro.
  • Sono venuti re e principi con tutti i loro eserciti, – disse la Fata Sibiana, – per liberare la Principessa, e tutti sono morti.
  • Io ho solo la mia volontà e il mio coraggio, – disse il giovane.
  • Ebbene, – disse la Fata, – dovrai passare tre prove. Se non ci riuscirai non farai più ritorno. Vedi questa montagna che mi nasconde il sole? Domattina quando mi sveglio voglio avere il sole in camera. Devi riuscire ad abbattere la montagna entro questa notte.

Il nano portò un piccone e condusse il giovane ai piedi della montagna. Il giovane diede un colpo di piccone e il ferro si ruppe. “Come faccio a scavare?”, si disse e gli vennero in mente i topi dell’isola. – Topi, bei topi, – chiamò, – aiutatemi voi!

Non aveva finito di dirlo che una marea di topi si mise a brulicare sulle pendici della montagna, e la ricoperse tutta fin sulla cima, e tutti scavavano e rodevano e zampettavano via la terra, e la montagna si sfaldava, si sfaldava…

L’indomani la Fata Sibiana si svegliò ai primi raggi del sole che entravano nella sua camera. – Bravo, – disse al giovane, – ma non basta -. E lo condusse nei sotterranei del palazzo. In mezzo al sotterraneo, in una sala alta come una chiesa c’era un immenso mucchio di piselli e lenticchie tutti mischiati. – Bisogna che entro stanotte mi dividi i piselli dalle lenticchie, facendo due mucchi separati. E guai se lasci una lenticchia nel mucchio dei piselli, o un pisello nel mucchio delle lenticchie.

Il nano lasciò un lucignolo di candela, e se ne andò con la Fata.

Il giovane rimase di fronte al gran mucchio, col lucignolo che stava per spegnersi e mentre si domandava come avrebbe mai potuto un uomo compiere un lavoro così minuto, gli vennero in mente le formiche dell’isola. – Formiche, belle formiche, – chiamò, – aiutatemi voi!

Appena pronunciate queste parole, tutto l’enorme sotterraneo formicolò di quelle minuscole bestioline, che si disposero attorno al mucchio e, con ordine e pazienza, le une trasportando i piselli, le altre le lenticchie, ammucchiarono due cumuli divisi delle due specie.

  • Non sono ancora vinta, – disse la Fata quando vide il lavoro compiuto. – Ora ti aspetta una prova ben più difficile. Entro domani all’alba devi portarmi un barile pieno dell’acqua di lunga vita.

La sorgente dell’acqua di lunga vita era in cima a un’altissima montagna, popolata di bestie feroci. Impossibile pensare di salirci, e più impossibile ancora andarci con un barile. Ma il giovane chiamò: – Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi! – E il cielo fu nero d’avvoltoi che scendevano a larghi giri. Il giovane attaccò al collo di ciascuno un’ampolla e gli avvoltoi volarono in lunghissimo stormo fino alla sorgente sull’alta montagna, riempirono ognuno la sua ampolla, e rivolarono fino dal giovane a rovesciare le ampolle nel barile che egli aveva preparato.

Quando il barile fu riempito, si sentì un galoppo di cavalli: la Fata Sibiana fuggiva, e dietro le correvano i suoi nani, e dal palazzo saltò fuori felice la figlia del Re d’Inghilterra dicendo: – Finalmente sono salva! M’avete liberata!

Con la figlia del Re e il barile dell’acqua di lunga vita, il giovane tornò sulla nave dove il vecchio marinaio l’aspettava per levar l’ancora.

Il Re d’Inghilterra scrutava ogni giorno il mare col cannocchiale, e quando vide avvicinarsi un bastimento con la bandiera inglese, corse al porto tutto contento. Il Tignoso, quando vide il giovane sano e salvo con la figlia del Re, per poco non morì di rabbia. E decise di farlo assassinare.

Mentre il Re festeggiava il ritorno della figlia con un grande pranzo, due tristi figuri vennero a chiamare il giovane, dicendo d’una questione urgente. Il giovane senza capire li seguì; giunti nel bosco, i due figuri, che erano sicari del Tignoso, trassero i coltelli e lo scannarono.

Intanto, al pranzo, la figlia del Re stava in pensiero perché il giovane era uscito con quei tristi figuri e non tornava. Andò a cercarlo e, arrivata nel bosco, trovò il suo cadavere pieno di ferite. Ma il vecchio marinaio aveva portato con se il barile dell’acqua di lunga vita e vi immerse il cadavere del giovane: lo videro saltar fuori più sano di prima, e così bello, che la figlia del Re gli gettò le braccia al collo.

Il Tignoso era verde dalla bile. – Cosa c’è in quel barile? Domandò.

  • Olio bollente, – gli rispose il marinaio.

Allora il Tignoso si fece preparare un barile di olio bollente e disse alla Principessa: – Se non amate me mi uccido -. Si trafisse col pugnale e saltò nell’olio bollente. Restò bruciato, sull’istante, e nel salto gli volò via la parrucca nera e si scoperse la testa tignosa.

  • Ah! Il Tignoso! disse il Re d’Inghilterra. – il più crudele dei miei nemici. Finalmente ha trovato la sua fine. E allora tu, valoroso giovane, sei il mio figlioccio! Tu sposerai mia figlia ed erediterai il mio regno! E così avvenne.

(Riviera ligure di ponente)

La favola del giorno

Barbablù – 2

  • Bisogna morire, signora, – le disse, – e senza indugi.
  • Dato che devo morire, – ella rispose guardandolo con gli occhi pieni di lagrime, – datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio.
  • Vi accordo un mezzo quarto d’ora, – rispose Barbablù, – ma non un minuto di più.

Rimasta sola, ella chiamò sua sorella e le disse:

  • Anna, – era questo il suo nome, – Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano promesso di venire a trovarmi quest’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi.

La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera infelice le gridava di quando in quando:

  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna le rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.

Intanto Barbablù, brandendo un coltellaccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo:

  • Scendi giù subito, o salgo su io!
  • Ancora un momentino, per piacere, – gli rispose la moglie: e, subito dopo, riprese con voce soffocata:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.
  • Scendi giù subito, – gridava Barbablù, – o salgo su io!
  • Adesso vengo, – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispondeva la sorella Anna, – vedo un gran polverone che viene da questa parte.
  • Sono i nostri fratelli?
  • Ahimè no! sorella mia! E’ soltanto un branco di pecore!
  • Insomma, vuoi scendere o no? – sbraitava Barbablù.
  • Ancora un momento – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispose la sorella, – vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lontani… Dio sia lodato! – esclamò un attimo dopo, – sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire.

Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La povera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a gettarsi ai suoi piedi.

  • Inutile far tante storie! – disse Barbablù, – dovete morire!

Poi afferrandola con una mano per i capelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si accinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgendosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di concederle un ultimo istante per potersi raccogliere

  • No, – lui disse, – e raccomandati a Dio! – Poi, alzando il braccio…

A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.

Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro moschettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli corsero dietro così lesti che lo acciuffarono prima ancora che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lasciarono morto. la povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per abbracciare i suoi fratelli.

Si scoperse che Barbablù non aveva eredi: così la moglie diventò padrona di ogni suo avere. Ne adoperò una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capitano ai fratelli; e il rimanente, a maritarsi con un galantuomo che le fece dimenticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

Morale

Quella curiosità che tanto spesso

costa dolori e gravi pentimenti

è un futile piacere (non spiaccia al gentil sesso)

che, una volta raggiunto, finisce immantinenti.

Altra morale

Chiunque sia del mondo un po’ informato

subito vede che il racconto nostro

non è che storia del tempo passato.

Oggi, dove trovarlo un tale mostro

di marito che vuole l’impossibile?

Per malcontento e geloso che sia,

oggi il marito si mostra impassibile

al fianco della moglie, e tira via.

E di qualunque tinta sia tinto il suo barbone,

è difficile dire chi dei due sia il padrone.

Fiabe popolari francesi

La favola del giorno

Barbablù

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna, vasellame d’oro e d’argento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; ma, per sua disgrazia, quest’uomo aveva la barba blu e ciò lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era ragazza o maritata, la quale, vedendolo non fuggisse per la paura.

Una sua vicina, dama molto distinta, aveva due figliole belle come il sole. Egli ne chiese una in matrimonio, lasciando alla madre la scelta di quella che avesse voluto dargli. Ma nessuna delle due ne voleva sapere, e se lo rimandavano l’una all’altra, non potendo risolversi a sposare un uomo il quale avesse la barba blu.

Un’altra cosa poi a loro non andava proprio a genio: era che egli aveva già sposato parecchie donne, e nessuno sapeva che fine avessero fatto.

Barbablù, per fare meglio conoscenza, le condusse, insieme alla madre, a tre o quattro delle loro migliore amiche, e ad alcuni giovanotti del vicinato, in una delle sue ville in campagna, ove rimasero per otto giorni interi. Non si fecero che passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini e merende: non si dormiva neppure più, perché si passava tutta la notte a farsi degli scherzi l’uno con l’altro; insomma, tutto andò così bene che la minore delle due sorelle cominciò a trovare che il padron di casa non aveva più la barba tanto blu, ed era in fondo una gran brava persona. Non appena furono tornati in città, il matrimonio fu concluso.

In capo a un mese, Barbablù disse a sua moglie che egli era costretto ad intraprendere un viaggio di almeno sei settimane, per un affare assai importante; la pregava di stare allegra durante la sua assenza: invitasse pure le sue amiche più care, le portasse in campagna, se voleva, insomma, pensasse sempre a passarsela bene.

  • Ecco qui, le disse, – le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quelle del vasellame d’oro e d’argento che non si adopera tutti i giorni; ecco quelle delle mie casseforti dove tengo tutto il mio denaro, quelle delle cassette dove sono i gioielli, ed ecco infine la chiave comune che serve ad aprire ogni appartamento. Quanto a questa chiavetta qui, è quella che apre lo stanzino in fondo al grande corridoio al pianterreno: aprite pure tutto, andate pure dappertutto, ma quanto allo stanzino, vi proibisco di mettervi piede, e ve lo proibisco in modo tale che, non sia mai vi entraste, dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa!

Lei promette d’ubbidire scrupolosamente agli ordini avuti e lui, dopo averla abbracciata, sale in carrozza e parte per il suo viaggio.

Le vicine e le amiche del cuore non aspettarono che le si mandasse a chiamare per venire a trovare la sposina, tant’erano impazienti di vedere tutte le ricchezze della casa di lei, e non avendo osato di venirvi quando c’era il marito, sempre per via di quella barba blu che tanto le spaventava. Eccole subito a correre per tutte le sale, una più bella e ricca dell’altra. Salirono poi alle guardarobe dove non avevano occhi abbastanza per ammirare la quantità e la bellezza degli arazzi, dei letti, dei divani, degli stipi, dei tavolinetti, delle tavole grandi e degli specchi, dove ci si poteva specchiare dalla punta dei piedi fino ai capelli e le cui cornici, alcune di cristallo, altre d’argento o d’argento dorato, erano le più ricche e splendide che mai si fossero vedute. Non la finivano più di portare alle stelle e invidiare la fortuna della loro amica, ma questa non provava alcun piacere nel vedere tutte quelle ricchezze, perché non vedeva l’ora di andare ad aprire lo stanzino a pianterreno.

La curiosità la spinse a un punto che, senza considerare quanto fosse sconveniente di lasciare lì, su due piedi, le amiche, ella vi andò, scendendo per una scaletta segreta e con una precipitazione tale che, due o tre volte, fu lì lì per rompersi l’osso del collo. Giunta dinanzi alla porta dello stanzino, esitò un momento prima d’entrarci, pensando alla proibizione del marito e considerando che la propria disubbidienza avrebbe potuto attirarle qualche guaio; ma la tentazione era così forte che non poté vincerla; prese la chiavetta e aperse con mano tremante la porta dello stanzino.

Dapprincipio ella non vide nulla, perché le finestre erano chiuse; ma a poco a poco cominciò ad accorgersi che il pavimento era tutto coperto di sangue rappreso, nel quale si rispecchiavano i corpi di parecchie donne morte e appese lungo le pareti. (Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato e che aveva sgozzato una dopo l’altra). Per poco non morì dalla paura, e la chiave dello stanzino, che ella aveva ritirato dalla serratura, le cadde di mano. Dopo essersi un tantino riavuta, raccolse la chiave, richiuse la porta e salì nella sua camera per riflettere un poco, ma non le riusciva tant’era la sua agitazione.

Essendosi accorta che la chiave dello stanzino era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte, ma il sangue non se ne andava via; allora la lavò e perfino la strofinò con la rena e col gesso: il sangue era sempre lì, perché la chiave era fatata, e non c’era mezzo di pulirla per bene: se si levava il sangue da una parte, rispuntava dall’altra.

La sera stessa Barbablù tornò dal suo viaggio; disse che per strada aveva ricevuto una lettera, dove gli si diceva che l’affare per il quale era partito, era stato già concluso in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto il possibile per dimostrargli che ella era felice del suo pronto ritorno.

Il dì seguente egli le chiese le chiavi, lei le consegnò ma con una mano così tremante, che lui indovinò senza fatica tutto l’accaduto.

  • Come mai, – le chiese, – la chiavetta dello stanzino non si trova qui, insieme alle altre?
  • Forse, – lei rispose, – l’ho lasciata in camera, sul mio tavolino.
  • Non tardate a restituirmela, – disse Barbablù.

Dopo qualche inutile indugio, non si poté fare a meno di portare la chiave. Barbablù, dopo averla ben guardata, disse alla moglie:

  • Come mai c’è del sangue su questa chiave?
  • Non ne so nulla, – rispose la poverina, più pallida della morte.
  • Non ne sapete nulla? – replicò Barbablù, – ma io lo so benissimo! Siete voluta entrare nello stanzino! Ebbene, signora, adesso vi tornerete e prenderete posto accanto a quelle dame che avete visto lì dentro.

Ella si gettò ai piedi del marito piangendo e chiedendogli perdono, con tutti i segni di un sincero pentimento per la sua disubbidienza. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno; ma Barbablù aveva un cuore più duro di un macigno. Continua domani.

La favola del giorno

La figlia della Madonna

Davanti a una gran bosco viveva un taglialegna con la moglie; essi avevano una figlia sola, una bimba di tre anni, ma eran così poveri che non tutti i giorni avevano il pane e non sapevano che cosa darle da mangiare. Una mattina, il boscaiolo andò al suo lavoro nella foresta, tutto preoccupato; e mentre spaccava la legna, gli apparve all’improvviso una bella signora d’alta statura, che aveva una corona di stelle lucenti sul capo; e gli disse: – Sono la Vergine Maria, la madre del Bambino Gesù; tu sei in miseria, portami la tua bimba; io la prenderò con me, sarò la sua mamma e provvederò a lei -. Il boscaiolo obbedì, andò a prendere la bambina e la consegnò alla Vergine Maria, che la portò in Cielo. Là stava bene: mangiava marzapane e beveva latte dolce, e i suoi vestiti erano d’oro, e gli angioletti giocavano con lei. Quando ebbe quattordici anni, la Vergine Maria la chiamò a sé e disse: – Cara bambina, io devo fare un lungo viaggio; prendi in consegna le chiavi delle tredici porte del regno dei cieli: dodici puoi aprirle e contemplare le meraviglie che custodiscono, ma la tredicesima, per cui serve questa piccola chiave, ti è vietata; guardati dall’aprirla, o sarà la tua disgrazia . La fanciulla promise di obbedire e, quando la Vergine Maria fu partita, cominciò a visitare le stanze del regno dei cieli: ogni giorno ne apriva una, fin che n’ebbe viste dodici. In ogni stanza c’era un apostolo, circondato di grande splendore, e la fanciulla gioiva di quel fasto e di quella magnificenza, e gli angioletti che l’accompagnavano sempre gioivano con lei. Ormai rimaneva soltanto la porta proibita; allora le venne una gran voglia di sapere che cosa fosse nascosta là dietro e disse agli angioletti: – Non voglio aprirla del tutto e nemmeno entrare, ma voglio socchiuderla, perché possiamo sbirciar dalla fessura. – Ah, no, – dissero gli angioletti, – sarebbe peccato: la Vergine Maria l’ha proibito, e potrebbe essere la tua disgrazia -. Allora la fanciulla tacque, ma non tacque la brama nel suo cuore; continuò a roderla e a tormentarla, e non le dava requie. E in un momento che gli angioletti erano tutti fuori, ella pensò: “Adesso son sola sola e potrei dare una sbirciatina, tanto non lo saprà nessuno”. Scelse la chiave e quando l’ebbe in mano l’infilò nella serratura, e quando l’ebbe infilata la girò. Allora la porta si spalancò ed ella vide la Trinità circonfusa di fuoco e di luce sfolgorante. Restò un attimo immobile a contemplare, piena di meraviglia; poi sfiorò col dito quel fulgore e il dito si coprì d’oro. Fu subito presa da una gran paura, chiuse violentemente la porta e volle correr via. Per quanto facesse, la paura non cedeva e il cuore continuava a batter forte e non si voleva chetare; e l’oro rimase sul dito e non andò via, per quanto lavasse e strofinasse.

Poco dopo la Vergine Maria tornò dal suo viaggio. Chiamò la fanciulla e le richiese le chiavi del Cielo. Quando la fanciulla le porse il mazzo, la Vergine la guardò negli occhi e disse: – Non hai aperto anche la tredicesima porta? – No, – rispose. Allora le mise la mano sul cuore, sentì come batteva e batteva e si accorse che la fanciulla aveva trasgredito il suo ordine e aperto la porta. Domandò ancora una volta: – Davvero non l’hai fatto? – No, – disse la fanciulla per la seconda volta. Allora la Vergine scorse il dito che si era coperto d’oro toccando il fuoco celeste, vide che la fanciulla aveva peccato e per la terza volta domandò: – Non l’hai fatto? – No, – disse la fanciulla per la terza volta. Allora disse la Vergine Maria: – Tu non mi hai ascoltato e per di più hai mentito: non sei più degna di stare in Cielo.

E la fanciulla cadde in un sonno profondo e quando si svegliò giaceva sulla terra, in un luogo selvaggio. Volle chiamare, ma non poté emetter suono. Saltò in piedi e volle correr via, ma dovunque si volgesse, era sempre trattenuta da fitti roveti, che non poteva attraversare. Nel deserto dov’era prigioniera c’era un vecchio albero cavo; doveva essere la sua dimora. Quando veniva la notte, ella si rannicchiava là dentro per dormire, e vi si riparava quando pioveva e faceva tempesta; ma era una vita ben misera e, quando ella pensava come era bello vivere in Cielo dove gli angeli avevan giocato con lei, allora piangeva amaramente. Radici e bacche eran tutto il suo nutrimento, le cercava fin dove poteva arrivare. D’autunno raccoglieva le noci e le foglie cadute e le portava nel suo buco; d’inverno le noci erano il suo cibo e quando veniva la neve e il ghiaccio ella si rannicchiava come un povero animaletto nelle foglie, per non gelare. Ben presto i suoi vestiti si lacerarono e le caddero di dosso a brandelli. Appena il sole splendeva caldo, ella usciva e sedeva davanti all’albero, e i suoi lunghi capelli la coprivano da ogni parte come un mantello. Così ella passava un anno dopo l’altro e sentiva il dolore e la miseria del mondo.

Una volta, quando di nuovo gli alberi si eran vestiti di fresco verde, il re del paese cacciava nella foresta e inseguiva un capriolo e, poiché esso era fuggito tra i cespugli che cingevano la foresta, smontò da cavallo, spezzò i pruni e si aprì il varco con la spada. Penetrò nel folto e vide seduta sotto l’albero una fanciulla meravigliosa, coperta fino alla punta dei piedi dalla sua chioma d’oro. Egli si fermò e la contemplò pieno di stupore; poi le rivolse la parola, e disse: – Chi sei? perché sei qui in questo deserto? – Ma essa non rispose, perché non poteva schiuder le labbra. Il re proseguì: – Vuoi venir con me al mio castello? – La fanciulla chinò lievemente il capo. Il re la sollevò tra le braccia, la portò sul suo cavallo e andò a casa con lei; e quando arrivò alla reggia, le fece indossare belle vesti e non le lasciò mancar nulla. Benché non potesse parlare, essa era così bella e graziosa, che il re se ne innamorò e poco dopo la sposò.

Era passato circa un anno e la regina diede alla luce un figlio. La notte, mentre giaceva sola nel suo letto, le apparve la Vergine Maria e disse: – Se vuoi dir la verità e confessare che hai aperto la porta proibita, ti dissuggellerò le labbra e ti renderò la parola; ma se persisti nella colpa e continui a negare, porterò con me il tuo piccino -. Alla regina fu concesso di rispondere, ma, ancora ostinata, ella disse: – No, non ho aperto la porta proibita -. E la Vergine Maria le tolse dalle braccia il neonato è scomparve con lui. La mattina dopo, quando non si trovò il bambino, si mormorò fra la gente che la regina era un’orchessa e aveva ucciso suo figlio. Ella udiva tutto e non poteva contraddire; ma il re non volle crederlo, tanto l’amava.

Dopo un anno la regina partorì un altro figlio. Nella notte tornò la Vergine Maria e disse: – Se vuoi confessare di avere aperto la porta proibita, ti restituirò il tuo bambino e ti scioglierò la lingua; ma se persisti nella colpa e neghi, porto anche questo con me -. E la regina torno a dire: – No, non ho aperto la porta proibita -. La Vergine le tolse dalle braccia il bambino e lo portò in Cielo. La mattina, scomparso di nuovo il piccino, la gente disse ad alta voce che la regina l’aveva divorato; e i consiglieri del re chiesero che ella fosse giudicata. Ma il re l’amava tanto che non volle crederlo e ordinò ai consiglieri di non parlarne più, pena la vita.

L’anno dopo la regina partorì una bella figlioletta; per la terza volta le apparve di notte la Vergine Maria e disse: -Seguimi -. La prese per mano e la condusse in Cielo e le mostrò i due figli maggiori che le sorridevano e giocavano con la palla del mondo. La regina se ne rallegrò; allora disse la Vergine Maria: – Non si è ancora intenerito il tuo cuore? Se confessi di aver aperto la porta proibita, ti restituirò i tuoi due figlioletti -. Ma la regina rispose per la terza volta: – No, non ho aperto la porta proibita -. Allora la Vergine la lasciò ricadere sulla terra e le prese anche la bambina. La mattina dopo, quando la cosa trapelò, tutti gridarono a gran voce: – La regina è un’orchessa, deve esser condannata! – E il re non poté più respingere i suoi consiglieri. La regina fu giudicata e, perché non poteva rispondere e difendersi, fu condannata a morire sul rogo. Ammucchiarono la legna, e quando ella fu legata al palo e il fuoco cominciò ad avvampare intorno a lei, si sciolse il duro ghiaccio della superbia, il suo cuore fu preso dal pentimento ed ella pensò: “Potessi, prima di morire, confessare di aver aperto la porta!” Allora le tornò la voce ed ella gridò: – Sì, l’ho fatto, Maria! – Subito dal cielo cadde la pioggia e spense le fiamme; una luce irruppe sopra di lei e la Vergine Maria, fra i due bambini, scese con la neonata in braccio. Le disse con dolcezza: – Chi si pente della sua colpa e confessa, è perdonato -. E le porse i tre bimbi, le sciolse la lingua e la rese felice per tutta la vita.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare