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La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.

La favola del giorno

Il principe Ivan e la principessa Marfa – 2

Improvvisamente il drago uscì dai flutti e l’acqua debordò di almeno tre arsiny. (Plurale di arsin, antica misura russa pari a m o,71). Lo spaccone era lì con i soldati; quando l’acqua iniziò a salire, comandò loro: “Via, sugli alberi!”.

I soldati si arrampicarono tutti sugli alberi. Il drago uscì e va dritto verso la capanna. La principessa Marfa vide che il drago veniva verso di lei e svegliò il principe Ivan; lui saltò su, tagliò di un sol colpo le tre teste del drago e se ne andò. Lo spaccone riportò la principessa Marfa a casa dal padre.

Poco tempo dopo, l’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo dall’acqua e porta un messaggio con sei sigilli neri da parte dello zar delle Acque, affinché lo zar conduca la figlia nella stessa isola a un drago a sei teste; se non avesse dato la principessa Marfa, lo zar delle acque minacciava di inondare tutto il reame. Lo zar rispose nuovamente che acconsentiva a mandare la principessa Marfa. L’omino partì. Lo zar lanciò un appello, con manifesti ovunque: si troverà qualcuno che salverà la principessa Marfa dal drago? Si presentò lo stesso spaccone della volta precedente e dice: “Vostra Altezza Reale, me ne incarico io; datemi solo una compagnia di soldati”. “Non ne serviranno di più? Il drago, stavolta, ha sei teste.” “Basteranno e avanzeranno.”

Formata la truppa, la principessa Marfa venne condotta nell’isola; ma il principe Ivan venne a sapere che la principessa Marfa era di nuovo in pericolo e la seguì laggiù, riconoscente per la bontà che gli aveva dimostrato nel nominarlo governatore; ritrovò la principessa Marfa nella capanna, entra da lei. Lei lo sta già aspettando; appena lo vide, si rallegrò. Quello si stese e si addormentò. Improvvisamente il drago a sei teste uscì dai flutti; l’acqua debordò di sei arsiny. Lo spaccone e i soldati erano già spariti sugli alberi. Il drago entrò nella capanna, la principessa Marfa svegliò il principe Ivan; allora si affrontarono, si batterono: il principe Ivan tagliò al drago una testa, una seconda, una terza, tutte e sei, e le gettò nell’acqua; poi, come niente fosse, se ne andò. Lo spaccone scese dall’albero con i soldati, rientrò nel reame e riferisce allo zar che con l’aiuto di Dio ha salvato la principessa Marfa; quell’uomo, evidentemente l’aveva in qualche modo terrorizzata: lei non osò dire che non era stato lui a difenderla. Lo spaccone cominciò a insistere che si celebrassero le nozze. La principessa Marfa ordina di aspettare. “Lasciatemi – dice – rimettere dalla paura; ho avuto talmente paura!”

All’improvviso, lo stesso omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito esce di nuovo dall’acqua e porta un messaggio con nove sigilli neri, affinché lo zar mandi immediatamente, il tal giorno, nella tal isola, la principessa Marfa a un drago con nove teste, altrimenti tutto il reame sarà inondato. Lo zar ancora una volta rispose che acconsentiva; e di persona iniziò a cercare l’uomo che avrebbe salvato la principessa del drago a nove teste. Il solito spaccone si offrì e partì con una compagnia di soldati e la principessa Marfa.

Il principe Ivan, informato della cosa, si preparò e andò anche lui laggiù, dove la principessa Marfa lo sta già aspettando. Arrivò; lei si rallegrò, si mise a fargli domande sulla sua origine, su chi fosse e come si chiamasse. Quello non disse nulla, si stese e si addormentò. Ma ecco che il drago a nove teste uscì dai flutti, l’acqua debordò di nove arsiny. Lo spaccone comandò nuovamente ai soldati: “Via, sugli alberi!”. Si arrampicarono. La principessa Marfa tenta invano di svegliare il principe Ivan; il drago è già vicino alla soglia! Lei si mise a piangere a calde lacrime; non c’è verso di svegliare il principe Ivan. Il drago è ormai vicinissimo e sta per afferrare il principe Ivan! Ma quello continua a dormire. La principessa Marfa aveva con sé un temperino; lo strofinò sulla guancia del principe Ivan. Lui si svegliò di soprassalto e iniziò con il drago un terribile corpo a corpo. Il drago stava per avere la meglio sul principe Ivan. Apparve allora dal nulla l’uomo con le braccia di ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame, e afferrò il drago; in due, gli tagliarono tutte le teste, le gettarono nell’acqua e se ne andarono. Lo spaccone non stava più in sé dalla gioia; scesero dagli alberi, ritornarono nel loro reame ed egli chiedeva incessantemente allo zar che si celebrassero le nozze. La principessa Marfa rifiutava: “Abbiate un po’ di pazienza, lasciatemi riprendere; ho avuto talmente paura!”.

L’omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito portò un altro messaggio. Lo zar delle acque vuole il colpevole. Lo spaccone non avrebbe voluto andare dallo zar delle Acque, ma non ci fu niente da fare – ce lo spedirono. Fu armata una nave e tolta l’ancora (ma il principe Ivan, divenuto nel frattempo marinaio, era imbarcato proprio là). Mentre navigano, d’improvviso un vascello viene loro incontro, rapido come un rapace e al grido di: “A noi il colpevole! A noi il colpevole!”, e passa oltre. Un po’ più avanti, sopraggiunge un altro vascello sempre al grido di: “A noi il colpevole! A noi il colpevole!”. Il principe Ivan indicò lo spaccone; fu picchiato di santa ragione, finché non fu più morto che vivo! Proseguirono.

Ecco che giungono dallo zar delle Acque. Lo zar delle Acque ordinò di arroventare una stufa di ghisa o di ferro e di infilarci il colpevole. Lo spaccone fu preso dal terrore, il cuore gli salì in gola! La morte lo aspetta al varco! Intanto, uno degli uomini dei vascelli sconosciuti era rimasto con il principe Ivan; vide che il principe Ivan non era di bassa stirpe, e si mise al suo servizio. Il principe Ivan gli disse: “Su, entra nella stufa”. Quello ci saltò subito dentro; siccome era un diavoletto, non gli successe nulla, ne venne fuori sano e salvo. Questa volta volevano il colpevole per portarlo allo zar delle Acque in persona; gli venne condotto lo spaccone. Lo zar delle acque lo coprì di insulti, lo pestò e ordinò di cacciarlo. Tornarono a casa.

Giunto a casa, lo spaccone iniziò a vantarsi più che mai e dà il tormento allo zar perché le nozze siano celebrate. Lo zar fece celebrare il fidanzamento; stabilirono la data del matrimonio. Lo spaccone era al settimo cielo! Era irraggiungibile, inavvicinabile! Ma la principessa dice al padre: “Padre, ordina di riunire tutti i soldati; ci tengo a vederli”. Detto fatto. La principessa Marfa andò, li passò in rivista e, arrivata di fronte al principe Ivan, guardò la guancia e vede la cicatrice del suo temperino; prende il principe Ivan per la mano e lo conduce al padre: “Ecco, padre, chi mii ha salvato dai draghi; non sapevo chi fosse, ma ora l’ho riconosciuto dalla cicatrice sulla guancia. L’altro, lo spaccone, se ne stava sugli alberi con i soldati!”. Vennero interrogati in proposito i soldati: stavano davvero sugli alberi? Quelli risposero: “E’ vero, Vostra Altezza Reale!! Il nostro capitano era più morto che vivo, non vale niente!”. Finalmente lo degradarono e lo spedirono in esilio; quanto al principe Ivan, sposò la principessa Marfa e da allora vive felice e contento.

Fiaba popolare russa.

La favola del giorno

Il principe Ivan e la principessa Marfa

Uno zar teneva in prigione da anni un uomo dalle mani da ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame, furbo e molto potente. Il piccolo principe Ivan, figlio dello zar, passò davanti alla prigione. L’uomo lo chiamò e lo supplicò: “Dammi da bere, principe Ivan, per pietà!”. Il principe Ivan, che non sapeva niente poiché era giovane, attinse dell’acqua e gliela diede: immediatamente l’uomo disparve dalla prigione, come per incanto. La notizia arrivò fino allo zar. Lo zar ordinò che per questo il principe Ivan fosse cacciato dal regno. La parola dello zar è legge: il principe Ivan venne cacciato dal regno e partì senza una meta.

Camminò a lungo; alla fine giunge in un altro reame e si presenta direttamente al sovrano per chiedergli un lavoro. Lo zar lo assunse come palafreniere. Ma quello non fa altro che dormire nelle scuderie e non si cura affatto dei cavalli; perciò il capo-scuderia lo picchiava spesso. Il principe Ivan sopportava tutto. Un altro sovrano, che aveva domandato invano a quello zar la mano di sua figlia, gli dichiarò guerra. Lo zar lasciò la capitale alla testa delle sue truppe e sua figlia, la principessa Marfa, divenne la reggente. Già da prima aveva notato che il principe Ivan non doveva essere di bassa stirpe così lo mandò in una certa provincia a titolo di governatore.

Il principe Ivan andò dove era stato mandato e iniziò a governare. Un giorno se ne andò a caccia: non appena superato l’abitato, si vide apparire davanti l’uomo dalle mani di ferro, la testa di ghisa e il corpo di rame: “Ah, buongiorno, principe Ivan!”. Il principe Ivan gli fece un inchino. Il vecchio lo invita: “Vieni – dice – ospite a casa mia”. Si avviarono. L’uomo lo fece entrare in una ricca dimora e gridò alla figlia minore: “Ehi dacci un po’ da mangiare e da bere, e in più dacci una coppa di vino grande come mezzo secchio!”. Si rifocillarono; d’un tratto la figlia porta la coppa di vino grande come mezzo secchio e la offre al principe Ivan. Lui tenta di rifiutare, dice: “Non ce la farò mai a berla tutta!”. Il vecchio ordina di prenderla; prese la coppa e, con sua stessa sorpresa, la vuotò d’un fiato!

Il vecchio, poi, lo portò a sgranchirsi un po’ le gambe; giunsero a una pietra di cinquecento pudy. (Plurale di pud, antica misura di peso russa pari a kg. 16,38). Il vecchio dice: “Solleva questa pietra, principe Ivan!”. Quello pensa tra sé: “Non posso riuscire a sollevare una pietra tanto pesante! Comunque, proviamoci”. La sollevò e la lanciò senza sforzo: “Da dove mi viene questa forza? – pensa di nuovo tra sé. – E’ senza dubbio il vecchio che me l’ha data col vino”. Camminarono per un po’ e rientrarono a casa. Arrivano: il vecchio gridò alla sua seconda figlia di portare un secchio di vino. Il principe Ivan prese senza timore la coppa di vino e la vuotò di un fiato. Di nuovo uscirono per sgranchirsi, giunsero a una pietra di mille pudy. Il vecchio dice al principe Ivan: Su, lanciami quella pietra!”. Il principe Ivan subito afferrò la pietra e la lanciò, e pensa tra sé: “Che forza ho in me”.

Tornarono di nuovo a casa, e di nuovo il vecchio gridò alla sua figlia maggiore di portare una coppa di vino da un secchio e mezzo. Il principe Ivan vuotò anche questa d’un fiato. Lui e il vecchio uscirono per sgranchirsi. Il principe Ivan lanciò senza alcuno sforzo una pietra di mille e cinquecento pudy. Allora il vecchio gli diede una tovaglia magica e dice: “Ebbene, principe Ivan, ormai sei talmente robusto che un cavallo non riuscirebbe a portarti! Ordina di rifare le scale di casa, perché sotto il tuo peso non potrebbero reggere; cambia anche le sedie e fa’ aumentare i supporti del pavimento. Va’ con Dio!”. Tutti si misero a ridere quando videro che il governatore tornava a casa a piedi dalla caccia, portando il cavallo per la briglia. Arrivò a casa; fece aggiungere dei supporti sotto il pavimento, rifare le sedie; mandò via le cuoche, le cameriere e iniziò a vivere da solo, come un eremita. Ci si stupisce che non muoia di fame, dato che nessuno gli prepara da mangiare! Infatti è la tovaglia magica a nutrirlo.

Non andava più a trovare nessuno, e poi, dove sarebbe potuto andare? Le case altrui non l’avrebbero retto.

Lo zar, che nel frattempo era tornato dalla guerra, venne a sapere che il principe Ivan era governatore, ordinò di destituirlo e lo rinominò palafreniere. Non ci fu niente da fare: il principe Ivan ritornò ad essere palafreniere. Un giorno il capo-scuderia, dandogli degli ordini, lo colpì; il principe, furioso, non fece in tempo ad afferrarlo che la testa di quello saltò via. La notizia arrivò fino allo zar. Condussero il principe Ivan. “Perché hai picchiato il capo-scuderia?”, chiese lo zar. “E’ stato lui a colpirmi per primo; io non ho picchiato duro, ma ho colpito alla testa: e quella è saltata.”

Gli altri palafrenieri confermarono che aveva cominciato il capo-scuderia e che il principe Ivan non lo aveva colpito violentemente. Non fecero nulla al principe Ivan, ma comunque fu passato da palafreniere a soldato; una volta di più fece buon viso a cattiva sorte.

Poco tempo dopo, arriva dallo zar un omino alto quanto un barattolo e con la barba di un cubito, e gli dà un messaggio con tre sigilli neri da parte dello zar delle Acque; c’era scritto che se lo zar, il tal giorno, non avesse mandato, nella tal isola, sua figlia, la principessa Marfa, per farla sposare con il figlio dello zar delle Acque, tutti gli abitanti del reame sarebbero stati massacrati e il reame messo a fuoco; il marito della principessa sarebbe stato un drago a tre teste. Lo zar, dopo aver letto la lettera, rispose allo zar delle Acque che acconsentiva a dare la figlia; congedò il vecchio e riunì senatori e consiglieri perché meditassero su come salvare sua figlia dal drago a tre teste. Se non la invierà nell’isola, il reame sarà distrutto dallo zar delle Acque. Fu lanciato un appello per trovare qualcuno che si incaricasse di salvare dal drago la principessa Marfa. A costui lo zar la darà in moglie.

Venne trovato uno spaccone, prese una compagnia di soldati, condusse la principessa Marfa; la condusse nell’isola, la lasciò in una capanna e lui rimase ad aspettare fuori il drago. Intanto, il principe Ivan venne a sapere che avevano portato la principessa Marfa dallo zar delle Acque, si preparò e andò nell’isola; giunse nella capanna, la principessa Marfa piange. “Non piangere, principessa! – le disse. – Dio è misericordioso!” Poi si stese sulla panca, mise la testa sulle ginocchia della principessa Marfa e si addormentò.

Fiaba popolare russa.

 Continua domani.

La favola del giorno

Jamie Freel e la fanciulla rapita – 3

Un racconto del Donegal

Così passò un anno e venne di nuovo la vigilia di Ognissanti.

  • Mamma, – disse Jamie levandosi rispettosamente il cappello, – me ne vado al vecchio castello a cercar fortuna.
  • Sei matto Jamie? – gridò la madre terrorizzata. – Questa volta ti uccideranno di sicuro per quello che gli hai combinato l’anno scorso.

Jamie diede poca importanza a quei timori e andò per la sua strada.

Quando raggiunse il boschetto di meli selvatici vide, come la volta precedente, brillare le luci alle finestre del castello e udì un parlare ad alta voce. Strisciando sotto le finestre sentì i folletti che dicevano: – E’ stato un tiro mancino quello che ci ha giocato Jamie Freel l’anno scorso quando ci portò via la graziosa fanciulla.

  • Certo, – disse la fatina minuscola, – e io l’ho punito per questo; infatti è una muta immagine quella che siede ora al suo focolare; ma lui non sa che tre gocce del liquido del bicchiere che tengo in mano le ridarebbero l’udito e la favella.

Il cuore di Jamie batteva forte mentre entrava nel salone. Fu di nuovo accolto dalla compagnia con un coro di “benvenuto”.

  • Ecco che arriva Jamie Freel. Benvenuto, benvenuto Jamie!

Appena il rumore si calmò la fatina disse: – Devi bere alla nostra salute Jamie da questo bicchiere che ho in mano.

Jamie le strappò il bicchiere e sfrecciò verso la porta. Non seppe mai come fosse riuscito a raggiungere la sua capanna, ma ci arrivò senza fiato e si lasciò cadere accanto al focolare.

  • Questa volta sei proprio finito male, mio povero ragazzo! – disse sua madre.
  • No davvero, questa volta sono stato più fortunato che mai -. E diede alla fanciulla le tre gocce del liquido che ancora restavano al fondo del bicchiere malgrado la sua corsa sfrenata attraverso il campo di patate.

La fanciulla cominciò a parlare e le sue prime parole furono di ringraziamento per Jamie.

I tre abitanti della capanna avevano talmente tante cose da dirsi, che quando l’alba era passata da un pezzo e la musica fatata era del tutto finita, stavano ancora parlando intorno al fuoco.

  • Jamie, – disse la fanciulla, – sii così gentile da procurarmi carta, penna e inchiostro in modo che io possa scrivere a mio padre e dirgli cosa mi è successo.

Scrisse, ma le settimane passavano e non riceveva risposta. Riscrisse più volte, e ancora nessuna risposta. Infine disse: – Devi venire con me a Dublino, Jamie, per cercare mio padre.

  • Non ho denaro per affittare un carro, – rispose Jamie, – e come fai ad andare a piedi fino a Dublino?

Ma la fanciulla lo pregò talmente che Jamie acconsentì a mettersi in viaggio e a farsi tutta la strada da Fannet a Dublino. Non fu certo così facile come durante il viaggio fatato ma infine suonarono alla porta della casa in Stephen’s Green.

  • Dite a mio padre che sua figlia è qui, – disse al servitore che era venuto ad aprire.
  • Il signore che abita in questa casa non ha figlie, ragazza mia. Ne aveva una ma è morta più di un anno fa.
  • Non mi riconoscete Sullivan?
  • No, povera ragazza, non vi conosco.
  • Fatemi vedere il padrone di casa. Chiedo solo di vederlo.
  • Beh! Non chiedete gran cosa. Vediamo cosa si può fare.

Dopo pochi minuti il padre della fanciulla giunse alla porta.

  • Caro padre, – disse la ragazza, – non mi riconoscete?
  • Come osi chiamarmi padre? – gridò l’anziano signore incollerito. – Sei una simulatrice. Io non ho nessuna figlia.
  • Guardatemi in viso, padre, e certo mi riconoscerete.
  • Mia figlia è morta e sepolta. E’ mancata molto tempo fa -.

La voce dell’anziano signore era passata dall’ira al dolore. – Puoi andartene, – concluse.

  • Caro padre, aspettate finché avrete visto l’anello che porto al dito. Guardate, ci sono incisi il vostro nome e il mio.
  • Questo è certamente l’anello di mia figlia, ma non so come ne sei venuta in possesso; temo non in modo onesto.
  • Chiamate mia madre, lei mi riconscerà di sicuro, – disse l’infelice ragazza che ormai stava piangendo amaramente.
  • La mia povera moglie sta cominciando a dimenticare la sua pena. Ormai parla raramente di sua figlia. Perché dovrei rinnovare il suo dolore ricordandole quella perdita?

Ma la fanciulla continuò a insistere tanto che alla fine fu mandata a chiamare la madre.

  • Mamma, – disse la ragazza quando l’anziana signora venne alla porta, – neanche tu riconosci tua figlia?
  • Io non ho figlie; mia figlia morì e fu sotterrata tanto, tanto tempo fa.
  • Dammi anche solo un’occhiata in viso è certo mi riconoscerai.

L’anziana signora scosse il capo.

  • Voi tutti mi avete dimenticata. Ma guarda questo neo che ho sul collo. Ora mamma mi riconoscerai di sicuro.
  • Sì, sì, – disse la madre, – la mia Gracie aveva sul collo un neo simile a questo; eppure io l’ho vista nella bara e ho visto il coperchio chiudersi sopra di lei.

Fu allora Jamie a parlare, e raccontò la storia del viaggio fatato, del rapimento della fanciulla, della sagoma che aveva visto adagiata al suo posto, della sua vita a Fannet insieme alla madre, dell’ultima vigilia di Ognissanti e delle tre gocce che l’avevano liberata dall’incantesimo.

Quando si interruppe la ragazza continuò la storia raccontando di quanto madre e figlio erano stati gentili con lei.

I genitori non sapevano come ringraziare Jamie. Lo trattarono con ogni riguardo e, quando espresse il desiderio di ritornare a Fannet, dissero che non sapevano cosa fare per dimostrargli la loro gratitudine.

Ma sorse allora una curiosa complicazione: la figlia non voleva che Jamie se ne andasse senza di lei. – Se Jamie se ne va, andrò via anch’io, – disse. – Mi ha salvato dai folletti e da allora ha sempre lavorato per me. Se non fosse stato per lui, cara mamma e caro padre, non mi avreste mai più rivisto. Se lui se ne va, andrò via anch’io.

L’anziano signore, vedendola così decisa, disse che Jamie sarebbe dovuto diventare suo genero. La madre fu fatta venire da Fannet con un tiro a quattro e ci fu uno splendido matrimonio.

Vissero tutti insieme nella stupenda casa di Dublino e alla morte del suocero Jamie divenne erede di incalcolabili ricchezze.

Fiabe popolari irlandesi.

La favola del giorno

La Sirenetta – 2

Un giorno la principessa più grande compì quindici anni, ed ebbe il permesso di salire alla superficie del mare.

Al suo ritorno aveva cento cose da raccontare; la cosa più bella però, diceva, era stendersi al chiaro di luna sopra un banco di sabbia, nel mare calmo vicino alla costa, e guardare la grande città dove scintillavano le luci come mille stelle, e ascoltare la musica e il frastuono dei carri e le voci degli uomini, e guardare le torri e i campanili delle chiese e ascoltare il suono delle campane; proprio perché non sarebbe mai potuta andare in quei luoghi, l’attiravano tanto i campanili.

Oh come stava ad ascoltare la sorellina minore, e quando nella notte si affacciava alla finestra aperta, e guardava in alto, attraverso l’acqua azzurra, pensava alla grande città con le molte torri e i campanili, e le pareva, improvvisamente, che il suono delle campane arrivasse fino a lei.

L’anno seguente la seconda sorella ebbe il permesso di salire sul mare e di nuotare nella direzione che più le fosse piaciuta. Essa emerse proprio nel momento che il sole si tuffava in mare, e questo spettacolo le parve stupendo. Tutto il cielo sembrava d’oro, essa raccontava, e le nuvole, oh! non avrebbe mai potuto descrivere la loro bellezza, erano trascorse sopra di lei tutte rosse e viola, ma, più veloce delle nuvole, uno stormo di cigni selvatici era passato a volo sull’acqua, simile a un lungo velo bianco, verso il sole; allora, anch’essa tentò di nuotare dietro a loro, ma il sole scomparve e i riflessi rosei si spensero sullo specchio dell’acqua e sulle nuvole.

L’anno seguente salì la terza sorella; essa era la più ardita, per questo osò risalire a nuoto un largo fiume che si gettava in mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie, che spuntavano tra splendidi boschi; udì cantare tutti gli uccelli, e sentì che i raggi del sole scottavano tanto che più volte dové tuffarsi in acqua per rinfrescare il viso ardente. In una piccola ansa del fiume incontrò un gruppo di bambini, che sguazzavano tutti nell’acqua; lei voleva giocare con loro, ma quelli corsero via impauriti, e subito apparve un piccolo animale nero – era un cane, ma essa non aveva mai visto un cane prima di allora – che si mise ad abbaiare verso di lei in un modo orribile, ed ella si spaventò e riprese in fretta la via verso il mare aperto; mai più, però, avrebbe dimenticato le belle foreste e le colline verdi, e quei bambini così carini che sapevano nuotare in acqua pur non avendo la coda di pesce.

La quarta sorella fu meno coraggiosa: rimase in mezzo al mare aperto e raccontò che proprio questo le era piaciuto di più: ci si poteva guardare intorno per miglia e miglia e il cielo là sopra sembrava un’immensa campana di vetro. Aveva visto anche le navi, ma da lontano, e le erano sembrate simili a gabbiani; i delfini avevano fatto delle capriole tanto divertenti, e le grandi balene avevano schizzato l’acqua dalle narici così che le era sembrato di vedere mille fontane.

E fu la volta della quinta sorella: il suo compleanno cadeva d’inverno, perciò vide cose che non avevano visto le altre, la loro prima volta. Il mare s’era fatto verde cupo e tutt’intorno galleggiavano grandi blocchi di ghiaccio; sembravano perle, ma ciascuno di loro era molto più grande dei campanili costruiti dalle mani degli uomini. Prendevano forme bizzarre e risplendevano come diamanti. Essa era andata a sedersi sopra uno dei più alti, e da ogni parte i naviganti spaventati erano fuggiti via dal luogo dove ella stava, con la sua lunga chioma svolazzante al vento; ma verso sera il cielo si ricoprì di nuvole, scoppiarono tuoni e lampi mentre il nero mare sollevava in alto enormi montagne di ghiaccio che le saette rossastre illuminavano a giorno. Sulle navi gli equipaggi ammainavano le vele tra la disperazione e l’angoscia, ma lei se ne stava tranquillamente seduta sulla montagna di ghiaccio galleggiante, e guardava le saette bluastre che a ziz-zag cadevano in mare illuminandolo tutto.

La prima volta che ogni sorella si affacciava sul mare, sempre tornava incantata per le cose belle e nuove che aveva visto, ma ora che esse erano diventate grandi e avevano il permesso di salire ogni volta che lo desideravano, non si interessavano più a niente, anzi non vedevano l’ora di ritornare a casa, e dopo un mese di libertà dissero che in fin dei conti, più bello di tutto era il fondo del mare, e che a casa si stava tanto bene.

Molte volte, al calar della sera, le cinque sorelle salivano sull’acqua tenendosi per mano; avevano voci bellissime, più belle di quelle degli uomini, e se si scatenava la tempesta esse accorrevano nei pressi delle navi che stavano per capovolgersi, e cantavano come era bello il fondo del mare, e supplicavano i marinai di non aver paura di colare a picco, ma questi non potevano capire le loro parole; credevano che fosse la voce del vento, e poi non riuscivano mai a vedere le bellezze dell’abisso, perché, quando la nave affondava, tutti gli uomini affogavano, e arrivavano morti al castello del re del mare.

Quando le fanciulle, la sera, tenendosi per mano, salivano sul mare, la sorellina piccola rimaneva sola e le seguiva con lo sguardo; sembrava che avesse voglia di piangere, ma le sirene non hanno lacrime, perciò soffrono molto di più.

  • Oh! se avessi quindici anni, – diceva, – sento che amerei tanto il mondo di sopra, e tutti gli uomini che vivono la loro vita lassù.

Finalmente compì quindici anni.

  • E ora anche tu sei diventata grande! – disse la nonna, la vecchia regina vedova. – Vieni, che voglio farti bella come le tue sorelle! – E le pose una ghirlanda di bianchi gigli sul capo: ogni petalo di fiore era formato da una mezza perla; e come simbolo del suo illustre casato, attaccò otto grandi ostriche alla coda della principessa.
  • Fanno tanto male! – disse la piccola sirena.
  • Chi vuole essere bella, deve soffrire un poco! – disse la vecchia.

Oh! con qual piacere si sarebbe liberata di tutti gli ornamenti preziosi e avrebbe deposto la pesante ghirlanda; i fiori scarlatti del suo giardino l’avrebbero adornata molto meglio, ma ormai non era il caso di cambiare tutto. – Addio! – disse, e salì sulla superficie del mare leggera come una bolla d’aria. Continua domani. Buonanotte a tutti.

La favola del giorno

I dodici fratelli – 2

Prese le dodici camicie e andò e subito si addentrò nella gran foresta. Camminò tutto il giorno, e a sera giunse alla casetta incantata. Entrò e trovò un ragazzino, che le chiese: – Donde vieni e dove vai? – e si meravigliò che fosse così bella, portasse abiti regali e avesse una stella in fronte. Ed ella rispose: – Sono una principessa e cerco i miei dodici fratelli, e voglio andare fin dove il cielo è azzurro, pur di trovarli -. E gli mostrò le loro dodici camicie. Allora Beniamino si avvide che era sua sorella e disse: – Io sono Beniamino il minore dei tuoi fratelli -. Ed ella si mise a piangere di gioia, come Beniamino; e si baciarono e si abbracciarono con grande affetto. Poi egli disse: – Cara sorella, c’è ancora un inciampo: avevamo stabilito che ogni ragazza che c’incontrasse dovesse morire, perché per una ragazza fummo costretti a lasciare il nostro regno -. Allora ella disse: – Morirò volentieri, se in tal modo posso liberare i miei dodici fratelli. – No, – egli rispose, – tu non devi morire: nasconditi sotto questa tinozza fino all’arrivo degli undici fratelli; mi metterò certo d’accordo con loro -. La fanciulla obbedì, e quando scese la notte, gli altri tornarono dalla caccia e la cena era pronta. Sedettero a tavola e durante il pasto domandarono: – Che c’è di nuovo? – Disse Beniamino: – Non sapete nulla? – No, – risposero. Egli proseguì: – Voi siete andati nella foresta e io son rimasto a casa, eppure ne so più di voi. – Racconta, dunque! – esclamarono gli altri. Rispose: – Mi promettete anche che la prima fanciulla da voi incontrata non sarà uccisa? – Sì, – esclamarono tutti, – le faremo grazia; ma racconta! – Allora egli disse: – C’è qui nostra sorella -. Sollevò la tinozza e ne uscì la principessa in abiti regali, con la stella d’oro in fronte; ed era tanto bella, delicata e gentile. Tutti se ne rallegrarono, le saltarono al collo, la baciarono e l’amarono con tutto il cuore.

Ora ella rimaneva a casa con Beniamino e l’aiutava nei lavori domestici. Gli undici fratelli andavano nel bosco, prendevano selvaggina, caprioli, uccelli e piccioncini, per aver da mangiare; e la sorella e Beniamino pensavano a prepararli. Ella cercava la legna per cuocere le erbe per la verdura e metteva le pentole sul fuoco, sicché la cena era sempre pronta quando gli undici tornavano a casa. Inoltre teneva in ordine la casetta e preparava i lettini con biancheria ben pulita, e i fratelli erano sempre contenti e vivevano con lei in grande armonia.

Per un po’ di tempo, i due che restavano a casa prepararono ottimi pasti; e quando eran tutti riuniti, sedevano, mangiavano, bevevano ed eran felici. Ma alla casetta incantata era annesso un minuscolo giardino, dov’eran cresciuti dodici gigli (che si chiamano anche fiori di Sant’Antonio). Un giorno ella volle far piacere ai fratelli, colse i dodici fiori e pensava di regalarglieli a cena, uno per ciascuno. Ma appena colti i fiori, ecco i dodici fratelli trasformarsi in dodici corvi e volar via per la foresta; e casa e giardino erano spariti. Ora la povera fanciulla era sola nella foresta selvaggia; e, quando si guardò intorno, accanto a lei c’era una vecchia, che disse: – Bimba mia, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, che ora son trasformati in corvi per sempre! – La fanciulla disse piangendo: – Non c’è nessun mezzo per liberarli? – No, – disse la vecchia, – non ce n’è che uno in tutto il mondo, ma è così difficile che non li libererai: perché devi esser muta per sette anni, non devi parlare né ridere e se dici una sola parola, e manca soltanto un’ora ai sette anni, tutto è vano e i tuoi fratelli saranno uccisi da quella tua sola parola.

E la fanciulla disse in cuor suo: “So di certo che libererò i miei fratelli”; andò a cercare un albero alto e ci si arrampicò; e lassù filava e non parlava né rideva. Ora avvenne che un re andò a caccia nella foresta; aveva un gran veltro che corse all’albero dov’era la fanciulla, e ci saltò intorno latrando e abbaiando verso la cima.

Il re si avvicinò e vide la bella principessa con la stella d’oro in fronte, e fu così rapito dalla sua bellezza che le domandò se voleva diventare sua moglie. Ella non rispose, ma fece un lieve cenno col capo. Allora egli salì sull’albero, la portò giù, la mise sul suo cavallo e la condusse a casa.

Le nozze furon celebrate con gran pompa e tripudio, ma la sposa non parlava e non rideva. Vissero insieme felici un paio d’anni; ma poi la madre del re, una donna cattiva, cominciò a calunniare la giovane regina, e disse al figlio: – E’ una volgare accattona quella che ti sei portato in casa, chissà che tiri scellerati combina di nascosto. Se è muta e non può parlare, potrebbe almeno ridere; ma chi non ride, ha cattiva coscienza -. Il re in principio non voleva crederci, ma la vecchia insistette tanto e la incolpò di tante brutte cose, che alla fine egli si lasciò persuadere e la condannò a morte.

Nel cortile fu acceso un gran fuoco in cui ella doveva esser bruciata; e il re stava alla finestra e guardava con gli occhi pieni di lacrime, perché l’amava ancora tanto. E quando era già legata al palo, e rosse lingue di fuoco lambivan le sue vesti, ecco trascorso l’ultimo istante dei sette anni. Allora si udì nell’aria un frullar d’ali e giunsero in fila dodici corvi e calarono a terra: e quando toccarono il suolo, erano i suoi dodici fratelli, liberati da lei. Essi sconvolsero il rogo, spensero le fiamme, slegarono la loro cara sorella e la baciarono e l’abbracciarono. Ma ora che poteva schiudere le labbra e parlare, ella raccontò al re perché prima fosse muta e non ridesse mai.

Il re apprese con gioia la sua innocenza e da allora vissero tutti insieme in buona armonia fino alla morte.

La cattiva matrigna venne sottoposta a giudizio, fu messa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di mala morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del re greco e del medico Duban

C’era, nel paese di Zuman, in Persia, un re i cui sudditi erano di origine greca. Questo re era coperto di lebbra e i suoi medici, dopo aver ricorso a tutti i loro rimedi per guarirlo, non sapevano più che cosa prescrivergli, quando arrivò alla sua corte un medico abilissimo, di nome Duban.

Questo medico aveva attinto la sua scienza nei libri greci, persiani, turchi, arabi, latini, siriaci ed ebraici; e, oltre ad aver approfondito la filosofia, conosceva alla perfezione le buone e le cattive qualità di ogni sorta di piante e di droghe. Appena informato della malattia del re e del fatto che i suoi medici lo avevano abbandonato, si vestì il più convenientemente possibile e fece in modo di farsi presentare al re.

“Sire, – gli disse, – so che tutti i medici di cui Vostra Maestà si è servita non sono riusciti a guarirla dalla lebbra; ma, se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno a guarirvi senza pozioni e senza topici. Il re ascoltò la proposta e rispose:

  • Se siete così abile da fare quanto dite, prometto di arricchirvi, voi e i vostri discendenti; e, senza contare i doni che vi farò, sarete il mio più caro favorito. Mi assicurate dunque di guarirmi dalla lebbra senza farmi prendere alcuna pozione e senza applicarmi nessun rimedio esterno?
  • Sì, Sire, – rispose il medico, – mi lusingo di riuscirvi, con l’aiuto di Dio; e, a cominciare da domani, ne farò la prova.”

Infatti il medico Duban si ritirò a casa sua, fece un maglio che scavò dalla parte del manico e in cui mise la droga della quale intendeva servirsi. Fatto ciò, preparò anche una palla proprio come la voleva. Il giorno dopo si presentò al cospetto del re; e, prosternandosi ai suoi piedi, baciò la terra e, dopo aver fatto una profonda riverenza, disse al re che giudicava opportuno che sua Maestà montasse a cavallo e si recasse a giocare a pallamaglio. Il re fece quando gli si chiedeva e, quando giunse sul luogo destinato al giuoco del pallamaglio a cavallo, il medico gli si avvicinò con il maglio che aveva preparato e porgendoglielo disse:

“Tenete, Sire; esercitatevi con questo maglio, spingete con esso questa palla lungo la piazza finché non vi sentirete la mano e il corpo sudati. Quando il rimedio che ho racchiuso nel manico di questo maglio si sarà riscaldato col calore della vostra mano, vi penetrerà in tutto il corpo; e, appena comincerete a sudare, dovrete interrompere questo esercizio, perché il rimedio avrà raggiunto il suo effetto. Appena sarete di ritorno a palazzo, entrate in bagno e fatevi ben lavare e strofinare; poi andate a letto e domani mattina, alzandovi, sarete guarito.”

Il re prese il maglio e spinse il suo cavallo dietro la palla che aveva lanciato. La colpì e gli ufficiali che giocavano con lui gliela rinviarono. La colpì di nuovo, e insomma il gioco durò tanto a lungo che la sua mano sudò come tutto il suo corpo. Così il rimedio racchiuso nel manico del maglio agì come aveva detto il medico. Allora il re smise di giocare, se ne ritornò a palazzo, entrò nel bagno e osservò esattamente quanto gli era stato prescritto.

Se ne trovò benissimo. Infatti il giorno dopo, alzandosi, si accorse con stupore pari alla gioia, che la lebbra era scomparsa e che il suo corpo era così liscio come se non fosse mai stato colpito da questa malattia. Appena vestito, entrò nella sala delle pubbliche udienze, salì sul trono e si mostrò a tutti i suoi cortigiani, accorsi di buon’ora per la premura di conoscere il risultato del nuovo rimedio. Quando videro il re perfettamente guarito, tutti manifestarono una gioia immensa.

Il medico Duban entrò nella sala e andò a prosternarsi ai piedi del trono, col viso a terra. il re, avendolo scorto, lo chiamò, lo fece sedere accanto a sé e lo mostrò all’assemblea, rivolgendogli pubblicamente tutte le lodi che meritava. Ma il principe non si accontentò di questo. Poiché quel giorno offriva un banchetto a tutta la sua corte, lo fece mangiare alla sua tavola, solo con lui e, sul finire del giorno, quando volle congedare l’assemblea, lo fece rivestire di un abito lungo e ricchissimo, simile a quello che di solito i suoi cortigiani portavano alla sua presenza, e gli fece dare, inoltre, duemila zecchini. Il giorno dopo e gli altri che seguirono, non cessò di vezzeggiarlo. Insomma quel principe, credendo di non poter mai riconoscere abbastanza, gli obblighi che aveva verso un medico così abile, lo colmava ogni giorno di nuovi benefici.

Ora, il re aveva un gran visir che era avaro, invidioso e capace per natura di ogni sorta di delitti. Questi non era riuscito a guardare senza pena i doni che erano stati fatti al medico, d’altronde, cominciava a dargli ombra. Risolse perciò di farlo cadere in disgrazia presso il re. Per riuscirvi, andò a trovare il principe e gli disse in privato che doveva dargli un consiglio della massima importanza. Avendogli il re chiesto di che cosa si trattasse, rispose:

“Sire, è molto pericoloso per un monarca aver fiducia in un uomo la cui fedeltà non sia stata messa alla prova. Colmando di benefici il medico Duban, facendogli tutte le carezze che Vostra Maestà gli prodiga, non vi accorgete che è un traditore introdottosi in questa corte per assassinarvi.

  • Da chi avete appreso quanto osate dirmi? – replicò il re. – Avete pensato che state parlando a me e che non crederò alla leggiera a quanto affermate?
  • Sire, – replicò il visir, – sono perfettamente a conoscenza di quel che ho l’onore di farvi presente. Non adagiatevi dunque più su una pericolosa fiducia. Se Vostra Maestà dorme, si svegli; perché, insomma, lo ripeto ancora una volta, il medico Duban è partito dal fondo della Grecia, suo paese, è venuto a stabilirsi alla vostra corte soltanto per eseguire l’orribile piano di cui vi ho parlato.
  • No, no, visir, – interruppe il re, – son sicuro che quest’uomo, che voi trattate da perfido e da traditore, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini; non c’è nessuno al mondo che io ami quanto lui. Voi sapete con che rimedio, o meglio con quale miracolo mi ha guarito dalla lebbra. Se attenta alla mia vita, perché me l’ha salvata? Sarebbe bastato che mi avesse abbandonato al mio male: non potevo sfuggirgli, la mia vita era già consumata a metà. Smettete dunque d’ispirarmi ingiusti sospetti: invece di ascoltarli, vi avverto che, a cominciare da oggi, donerò a quel grand’uomo una pensione di mille zecchini al mese per tutta la sua vita. Quand’anche dividessi con lui tutte le mie ricchezze e persino i miei Stati, non lo ripagherei mai abbastanza per quanto ha fatto per me. Capisco di che si tratta: la sua virtù suscita la vostra invidia, ma non crediate ch’io mi lasci ingiustamente prevenire contro di lui. Ricordo troppo bene quello che un visir disse al re Sindbad, suo padrone, per impedirgli di far morire il principe suo figlio.
  • Sire, – disse il visir, – supplico Vostra Maestà di perdonarmi se ho l’ardire di chiedere che cosa il visir del re Sindbad disse al suo padrone per distoglierlo dal far morire il principe suo figlio. – Il re greco ebbe la compiacenza di soddisfarlo.
  • Quel visir, – rispose, – dopo aver fatto presente al re Sindbad che, per l’accusa di una suocera, egli doveva temere di compiere un’azione della quale avrebbe potuto pentirsi, gli raccontò questa storia.” Fine per il momento e al prossimo giro con Storia del marito e del pappagallo.