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Medicina – Far figli nel terzo millennio – 4

Un ruolo importante ha anche la salpinge (o tuba di Falloppio), cioè il dotto che va dall’ovaio all’utero. La salpinge ha due funzioni: “prende” l’uovo maturo nell’ovaio e con movimenti “peristaltici” (contrazioni simili a quelle dell’intestino) lo trasporta verso l’utero.

Se la salpinge è “malata” può aver perso l’una o entrambe le funzioni. Se perde solo l’azione di captazione, il medico può migliorarla con interventi di microchirurgia. O utilizzando la Gift, una tecnica che consente di prelevare l’uovo dall’ovaio e metterlo direttamente nella tuba insieme al seme che lo feconderà.

A volte si usa una tecnica più empirica: si induce un’ovulazione multipla sperando che almeno un uovo entri nella tuba.

Se invece la tuba ha perso la capacità di trasporto, c’è il rischio che l’uovo si impianti prima di arrivare nell’utero, mettendo a rischio anche la vita della madre. In questi casi si ricorre alla Ivf, o fertilizzazione in vitro: si mettono sia l’uovo sia gli spermatozoi in provetta, e quando l’uovo è stato fecondato lo si inserisce nell’utero.

Questo organo ha la funzione di accettare l’uovo fertilizzato, di consentirne l’impianto e di nutrirlo per i 9 mesi della gravidanza. Se la mucosa che riveste la la cavità uterina non è adeguata, la donna ha una sequela di aborti ripetuti o i bambini nascono troppo piccoli. Ma l’utero può essere addirittura preso in prestito: oggi l’unica soluzione è l’affitto o il dono dell’utero da parte di un’altra donna.

In futuro ci sarà l’utero artificiale.

L’ultima frontiera della riproduzione è la clonazione, cioè la creazione, da un individuo adulto, del suo gemello inserendo in un ovocita il nucleo di una cellula adulta dell’individuo da copiare. Diventò possibile nel 1997 quando Ian Wilmut creò la pecora Dolly: un successo costato ben 277 fallimenti. Troppi per trasferire nell’uomo questa tecnica, nonostante gli ultimi successi ottenuti finalizzati alla produzione di cellule staminali, non di individui. La clonazione possono desiderarla solo dei grandi imbecilli, e per realizzarla devono essere ricchi. Per fortuna gli imbecilli ricchi sono rari.

Molte cause di infertilità sono ereditarie e l’ostacolo superato con la fecondazione artificiale, si ripresenta nella generazione successiva. Ma una soluzione c’è si corregge il patrimonio genetico delle generazioni successive. Il suo metodo, già brevettato, sarà molto utile per conferire particolari caratteristiche agli animali da stalla. Ma in futuro, quando la tecnica sarà più collaudata, potrebbe essere utilizzata anche nell’uomo.

A chi obbietta che la fecondazione assistita è poco naturale, la ricerca risponde che la riproduzione umana è assistita da sempre. Tutti i mammiferi sono in grado di partorire senza assistenza. L’unica eccezione è la donna che ha bisogno di aiuto.

I cuccioli di primati impegnano il canale del parto con la faccia in avanti, verso il pube. La madre può prendere la testa del figlio in uscita, tirarla verso l’avanti, estraendolo senza problemi: la spina dorsale si inarca in senso favorevole. Ma l’uomo cammina eretto e ha modificato l’aspetto del bacino in modo sfavorevole al parto. Inoltre la sua testa è più grande di quella dei primati.

Per passare nel canale del parto il bimbo deve impegnarlo con la faccia verso il dorso. Ma così la sola uscita possibile è verso il basso, direzione nella quale può tirarlo solo un’altra persona. Fine

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Medicina – Far figli nel terzo millennio – 3

Se mancano i follicoli, l’unica soluzione possibile è l’ovodonazione di un’altra donna. L’uovo donato, dopo essere stato fecondato, viene impiantato nell’utero della donna che vuole diventare madre e che vivrà così l’esperienza di una gravidanza. Il successo di questa gravidanza è legato all’età della donatrice: un uovo giovane consente di diventare madre anche a una donna di 60 anni in piena menopausa, perché l’utero è meno importante dell’uovo. Un caso sperimentato anche in Italia, e che ha fatto molto discutere.

Oggi la diagnosi precoce e terapie più efficaci consentono a donne giovani e in età fertile di sopravvivere alle malattie tumorali. Ma chemio e radioterapia danneggiano irrimediabilmente i follicoli dell’ovaio. Per conservare la fertilità a queste donne è possibile prelevare e conservare le loro uova, e congelarle prima di iniziare la terapia. Per poi reinserirle quando la terapia è finita.

Ma si può conservare, congelandolo, anche il tessuto ovarico con le uova immature, prelevato prima della terapia. Il tessuto salvato può essere reimpiantato sotto la cute di un braccio delle pazienti: zona di facile accesso e molto ricca di vasi. Qui ricomincia a produrre gli ormoni naturali e, quando serve un uovo, lo si preleva, lo si feconda e lo si impianta nell’utero. E’ una tecnica che potrebbe servire anche a concepire in età avanzata o dopo la menopausa senza ricorrere all’ovodonazione.

L’età, infatti, è uno dei motivi di riduzione della fertilità. Invecchiando, anche l’ovoplasma (una parte del citoplasma, il liquido che circonda il nucleo di una cellula) invecchia e diventa meno efficiente. Oggi però l’ovoplasma si può trasfondere. Lo si preleva dall’uovo di una donna giovane e lo si inserisce in quello della donna matura prima di fecondarlo. In questo modo il genoma del figlio è prevalentemente quello della madre, perché suo è il nucleo, mentre un po’ di Dna dei mitocondri (le centraline energetiche della cellula) è della donatrice. A volte il rivestimento esterno dell’uovo, la cosiddetta zona pellucida, è troppo coriaceo per essere perforato dagli spermatozoi. Oppure i mitocondri sono malati. In questo caso la donatrice fornirà l’uovo senza il nucleo, che sarà sostituito col nucleo della donna che vuole il figlio.

In altri casi la placenta non funziona e tutte le gravidanze si concludono con aborti spontanei. Anche queste donne in futuro potranno avere un figlio grazie alla donazione di placenta. Gli embriologi hanno scoperto infatti che se fanno arrivare allo stadio di 4 cellule l’embrione di una donatrice e vi inseriscono una cellula più vecchia, prelevata dall’embrione di 8 cellule, della donna che vuole diventare madre, le 4 cellule diventano placenta, mentre la cellula trapiantata diventa embrione. Continua – 3

Medicina – Far figli nel terzo millennio – 2

In alcuni casi è il testicolo stesso che non è in grado di produrre seme, per una serie di cause. Alcune (infezioni in corso, squilibri ormonali, varicocele) sono curabili. Per valutare la tecnica utile nel caso in cui gli uomini non siano fertili, si usa lo spermiogramma, che conta il numero di spermatozoi presenti in un millilitro di eiaculato, e il test di capacitazione, che valuta il numero di spermatozoi utilizzabili.

Se lo spermiogramma dice che in un ml di eiaculato ci sono meno di 500 mila spermatozoi, si ricorre all’Icsi: se sono meno di 2-2,5 milioni si fa una Fivet (fertilizzazione in vitro e trasferimento dell’embrione), se sono meno di 5 milioni si può fare una Gift (trasferimento dello sperma nelle tube, i condotti che l’ovulo attraversa prima di arrivare nell’utero); se sono meno di 20 milioni si può fare l’Iui (inseminazione intrauterina): si mette direttamente il seme nell’utero scegliendo il momento più adatto in base al ciclo della donna. Si sa infatti che solo l’1% degli spermatozoi depositati nella vagina con l’eiaculazione riesce a salire al tratto genitale superiore dove avviene la fecondazione. Meno sono gli spermatozoi, comunque, più complicate sono le tecniche, e più la donna deve essere giovane e fertile perché abbiano possibilità di successo.

In altri casi, invece, l’azospermia (mancanza di spermatozoi) è assoluta, cioè il testicolo non produce spermatozoi. Per ora l’unica possibilità è l’inseminazione con seme da donatore. Ma prima o poi anche questi uomini sterili potranno avere figli grazie all’ aploidizzazione, tecnica che consente di fecondare un uovo con una cellula qualsiasi, per esempio prelevata dalla pelle. Il problema è che queste cellule contengono 46 cromosomi (cioè sono diploidi), mentre i gameti (spermatozoo e uovo) ne contengono solo 23 (sono cioè aploidi). Orly Lacham Kaplan, ricercatrice australiana della Monash University di Melbourne, fece nascere dei topolini inserendo il nucleo di una cellula diploide in un uovo, e ha scoperto che in queste condizioni l’uovo espelle i cromosomi di troppo.

In futuro si potranno anche prendere dal testicolo i precursori degli spermatozoi, per esempio spermatociti e spermatogoni, che sono ancora diploidi, e coltivarli in laboratorio fino a maturazione, quando diventano aploidi. Si fa sperimentalmente, ma non è semplice il risultato è tutt’altro che certo.

Questo tipo di maturazione ha maggior successo se si una tecnica ancora più stupefacente: si introduce uno spermatocita umano nel testicolo di un animale. E stato fatto nel ratto è facile poi separare dall’eiaculato dell’animale gli spermatozoi umani: sono facilmente riconoscibili perché molto diversi.

Nel 30-40% dei casi invece la sterilità è dovuta alla donna. La causa potrebbe essere nel muco che protegge il canale cervicale. Per essere attraversato dagli spermatozoi nel loro viaggio verso l’uovo, deve avere una particolare fluidità. E invece, a causa di interventi chirurgici o infezioni, può essere troppo denso, o contenere anticorpi anti-sperma. Le condizioni possono essere migliorate con le cure (estrogeni, antiinfiammatori, immunosoppressori) rendendo possibile la fecondazione naturale.

Se però il muco non è migliorabile, l’ostacolo può essere oltrepassato meccanicamente, mettendo il seme maschile oltre il canale cervicale, direttamente nell’utero, una tecnica detta Iui, o inseminazione intrauterina.

Altri casi di sterilità femminile hanno radici più a monte, nell’ovaio, incapace di ovulare: una ovulazione l’anno basta per avere figli in modo naturale. Ma ci sono casi in cui l’ovulazione è assente perché la donna è nata senza follicoli (il tessuto ovarico dove matura l’ovulo) o perché è in menopausa chirurgica (le sono state tolte le ovaie) o spontanea ma prematura. Continua – 2

Medicina – Far figli nel terzo millennio – 1

Era il 25 luglio del 1978 e al Jershaw Hospital di Oldham, in Inghilterra, nasceva Louise Brown, prima figlia della provetta. E fu scandalo: chi parlò di bambini di Frankenstein e chi di manipolazioni oscene. Oggi Louise Brown ha quasi quarantuno anni, è madre a sua volta e in Italia ogni anno nascono un migliaio circa di figli della provetta. Già oggi possono fare figli le donne in menopausa, e le vedove di partner il cui seme è congelato. Domani, i bimbi in provetta sono destinati ad aumentare: nei laboratori di tutto il mondo sono in sperimentazione tecniche ardite, che promettono di sconfiggere la sterilità umana maschile e femminile. Ma anche di far fare figli a coppie omosessuali o di clonare adulti. Molte delle tecniche riproduttive in sperimentazione hanno più di un uso: alcuni accettati, altri considerati eticamente pericolosi. Ecco che cosa si può fare già oggi e cosa ci darà il futuro.

Le cause di sterilità possono essere molte. Nel maschio, in alcuni casi, nel liquido seminale non ci sono spermatozoi per l’assenza o l’ostruzione dei “dotti deferenti”, i canali che trasportano gli spermatozoi dal testicolo allo sbocco naturale. Quindi i testicolo produce il seme, ma questo resta lì. L’interruzione dei dotti può essere dovuto a infezioni, interventi chirurgici o anomalie genetiche. La Ivf (fertilizzazione in provetta) è una tecnica che consiste nel prelevare il seme dal testicolo del maschio o dal suo “epididimo”, cioè la struttura con la quale inizia il vaso deferente, e metterlo in provetta insieme all’uovo, perché lo fecondi.

Se gli spermatozoi disponibili sono pochi, si può ricorrere all’Icsi (Iniezione intracitoplasmatica dello sperma): con l’ago di una siringa si inietta uno spermatozoo direttamente dentro l’uovo.

Se i dotti deferenti mancano per un’anomalia genetica, bisogna accertare che non ne sia portatrice anche la madre, altrimenti c’è il rischio che il bambino nasca con lo stesso problema. In questo caso, come per molte altre malattie genetiche, si può fare una diagnosi genetica dell’embrione nei primi stadi dello sviluppo, esaminando una sua cellula prima di impiantarlo in utero.

Circa 350 malattie genetiche, come la distrofia muscolare di Duchenne e l’emofilia, sono legate al sesso e colpiscono prevalentemente i maschi. Questo significa che molte malattie genetiche sono trasmesse con il cromosoma Y. Per evitare il rischio di queste malattie (quando sono presenti in famiglia), alla fine degli anni Novanta si era pensato di separare nel liquido seminale gli spermatozoi contenenti il cromosoma X, più grandi, che generano una femmina, da quelli con il cromosoma Y, più piccoli, che generano un maschio. Poi del metodo non si seppe più nulla: troppo complicato, troppo costoso, ma soprattutto troppo impreciso per passare dalla stalla, dove di solito vengono sperimentati i metodi di riproduzione artificiale, all’uomo. Le probabilità di avere un figlio del sesso desiderato con questo sistema aumentavano solo del 15-20%. Prima o poi però sarà perfezionato, ed entrerà in uso. Continua – 1

La salute dalla A alla Zeta – dizionario della salute – 11

ACRODERMATITE ENTEROPATICA

Rara malattia ereditaria in cui l’epidermide delle dita delle mani e dei piedi e la zona anale, la bocca e il cuoio capelluto dei lattanti sono arrossati, ulcerati e ricoperti di pustole.

L’acrodermatite enteropatica è provocata dall’incapacità di assorbire una quantità sufficiente di zinco dal cibo. L’aggiunta di preparati di zinco alla dieta apporta un rapido miglioramento.

ACRODINIA

Forma morbosa caratteristica dell’età infantile (3-4 anni), contraddistinta da un quadro clinico solitamente ben delineato.

Cause

Il meccanismo responsabile dell’insorgenza della malattia è ancora ignota.

Sintomi

Iniziano con modificazioni del comportamento: il bambino diviene ostile, piange, rifiuta il cibo. Compaiono poi formicolii o crisi dolorose alle estremità, con mani e piedi tumefatti. Seguono disturbi cardio-vascolari che comprendono aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca.

Terapia

Aspecifica: somministrazione di vitamina B6, alimentazione ricca di vitamine in generale, controllo dell’epidermide per eliminare il rischio di infezioni.

ACROFOBIA

Paura ossessiva dei luoghi elevati (montagne, torri, grattacieli, scale che portano in alto). Si accompagna a sensazione di vertigine e di pericolo di cadere nel vuoto.

Secondo la psicoanalisi è causata da paure inconsce che portano alla formazione del sintomo fobico.

ACROMATOPSIA

Incapacità di percepire i colori. Malattia spesso ereditaria in cui la retina è in grado di fornire soltanto immagini in bianco e nero o in tinte intermedie.

L’acromatopsia può essere provocata anche da lesioni retiniche di tipo degenerativo.

ACROMEGALIA

Rara malattia caratterizzata dall’ingrossamento anomalo del cranio, della mandibola, delle mani e dei piedi.

Causa e sintomi

L’acromegalia è provocata dalla secrezione eccessiva di ormone della crescita dall’ipofisi anteriore, una ghiandola posta alla base del cervello, conseguente a un tumore benigno.

Se un tumore di questo tipo colpisce una persona nei primi 10 anni di vita, provoca gigantismo, in cui la crescita in lunghezza delle ossa è accelerata, e non acromegalia. Più spesso il tumore si sviluppa quando è terminata la crescita delle ossa lunghe degli arti e provoca acromegalia, cioè crescita in larghezza delle ossa, sebbene talvolta trascorrano parecchi anni prima della comparsa dei segni e dei sintomi.

Tra i segni e i sintomi dell’acromegalia figurano: ingrossamento delle mani e dei piedi, grossolanità dei lineamenti, ingrandimento degli orecchi e del naso, prominenza della mandibola e allungamento del viso. Gli acromegalici possono pertanto constatare una progressiva impossibilità a portare anelli, calzare le scarpe, infilare i guanti e mettere il cappello, mentre la voce diventa via via più profonda e rauca. Altri possibili sintomi sono quelli comuni a tutti gli altri tumori del cervello, come mal di testa e disturbi della vista.

Diagnosi e terapia

Se in una persona si osserva lo sviluppo di acromegalia, si misura il livello di ormone della crescita prima e dopo la somministrazione di una certa quantità di glucosio. Di solito il glucosio sopprime la secrezione di ormone della crescita; se non ha alcun effetto sul suo livello nel sangue, ciò conferma una secrezione incontrollata di questo ormone da parte dell’ipofisi. La tomografia computerizzata o l’indagine mediante risonanza magnetica nucleare possono rivelare la presenza di un tumore o di ipertrofia dell’ipofisi.

In alcuni casi per far regredire il tumore ipofisario viene somministrata bromocriptina; il tumore può essere anche sottoposto a radioterapia o asportato chirurgicamente.

ACROMELALGIA

Forma morbosa (sindrome) contraddistinta da dolori di tipo parossistico (bruciori, formicolii ecc.), localizzati alle estremità degli arti e di insorgenza prevalentemente notturna.

ACROMIA

Riduzione oppure scomparsa completa dell’usuale pigmentazione dell’epidermide. Queste alterazioni della colorazione della cute possono essere congenite o acquisite. Lesioni acromiche si possono osservare in vari stati morbosi: vitiligine, albinismo, pitiriasi versicolor.

Continua – 11

Pillole & Pasticche – 2

Avete mai notato che alcune compresse contengono la stessa identica quantità di principio attivo, eppure non hanno la stessa efficacia? Sembra assurdo, invece non lo è affatto.

Il 90% di ogni pillola, infatti è costituito dagli eccipienti, elementi grazie ai quali il farmaco diventa compressa confetto, capsula, pillola o pastiglia. E che hanno inoltre varie funzioni, da quella di rendere inalterabile il principio attivo a quella di tenere insieme la compressa o darle il giusto peso. Oltre, naturalmente, a stabilire dove il farmaco entrerà in azione: nello stomaco, nel duodeno o anche nella parte finale dell’intestino (è il caso dei farmaci contro l’artrosi, che si prendono alla sera ma devono agire al mattino, per contrastare la rigidità e il dolore agli arti). Esistono anche pasticche a strati: studiate cioè per rilasciare una parte di medicinale nello stomaco e un’altra parte nell’intestino, dopo parecchie ore.

Prima di arrivare a un simile livello di raffinatezza, però, si è dovuta percorrere una strada molto lunga. Le prime pillole che si ricordino furono infatti prodotte 4 mila anni fa in Cina e India: contenevano zenzero (anti-nausea), rabarbaro (lassativo), papavero (stimolante) e ginseng (tonico). In Europa, le pillole di gran lunga più importanti e più longeve, anche se ormai dimenticate, sono quelle di “teriaca” un antiveleno inventato da Mitridate, re del Ponto. Mitridate le usava così spesso che divenne addirittura immune al veleno e, quando cercò di usarlo per suicidarsi non ci riuscì: dovette usare la spada. La teriaca venne usata fino al Medioevo e oltre, benché fosse di difficilissima preparazione: nelle compresse (che all’epoca si chiamavano “trocisci”) dovevano trovare posto, oltre alla carne di vipera, altri 57 ingredienti.

Benché sia difficile negare l’utilità delle pillole, non ci si può nascondere che in alcuni casi l’effetto non è quello atteso. Secondo i medici, gli eventi inattesi che si possono presentare dopo aver ingoiato una pillola sono raggruppabili in cinque categorie (negative) più una (positiva). Quella positiva è l’effetto placebo, che in alcuni disturbi riduce i sintomi fino al 50%: si tratta di un processo di autoguarigione, indipendente dal medicinale assunto. E quelle negative? E gli eventi negativi?

Prima di tutto ci sono gli effetti collaterali (alcuni antistaminici, per esempio, provocano sonnolenza); poi gli effetti tossici (sostanze dette fans, come l’aspirina, possono provocare lesioni simili a ulcere in stomaco e intestino); gli effetti iatrogeni (cioè disturbi permanenti… ci sono antibiotici che, raramente, danno sordità); gli effetti paradosso, quando il farmaco provoca proprio la malattia che dovrebbe curare (accade per esempio con alcuni antiasmatici) e infine gli effetti bizzarri, cioè reazioni impreviste e assurde… come un antigotta, che può addirittura ridurre in alcuni casi la lunghezza delle dita delle mani. Come fa? Riassorbendo i “calli gottosi” può riassorbire – una volta su un milione – anche parte dell’articolazione.

Esistono però pillole ben più strane, anche se con effetti perfettamente prevedibili: come la “radiopillola” messa a punto dalla Johns Hopkins University: serve a misurare la temperatura interna del corpo, con l’accuratezza di 0,1°C, e a trasmettere via radio le sue rilevazioni almeno per 24 ore, prima di essere… espulsa. E’ stata sperimentata da alpinisti che hanno scalato l’Everest. Ancora più incredibile è la videopillola: un sistema innovativo per effettuare la gastroscopia, ideato dall’israeliana Given Imaging: si tratta di una capsula capace di raccogliere segnali video durante il passaggio nel tratto gastrointestinale, sostituendo le sonde, fastidiose e dolorose. Lunga 3 cm, funziona sfruttando due minuscole fonti di illuminazione interne, un sensore e un trasmettitore alimentati da due microbatterie. Fine.

Pillole & Pasticche

Pillole – piccole sferiche, un tempo erano confezionate dai farmacisti.

Compresse – di aspetto rugoso, sono formate compattando principi attivi in polvere. Se hanno un rivestimento in zucchero si chiamano confetti.

Pastiglie – sono quelle che si sciolgono in bocca. Un sinonimo, talora usato per le droghe, è pasticche.

Capsule – L’involucro esterno è di gelatina, rigida o molle, a elevata disgregabilità per un’azione più rapida.

Soltanto in Italia si vendono ogni anno 1,5 miliardi di confezioni medicinali, che contengono circa 20 miliardi di pillole, 600 al secondo. Nel mondo, il record assoluto va a una decina di nomi (per esempio alcuni farmaci contro l’ulcera o anticolesterolo) di ciascuno dei quali si producono, ogni anno, circa 4,5 miliardi di pezzi. E non è finita, perché sotto forma di pillole non si vendono soltanto molti medicinali, ma anche droghe come l’ecstasy, integratori alimentari, vitamine, specialità dimagranti e così via.

Ma che cosa succede quando inghiottiamo una pillola, indipendentemente dal suo contenuto?

Proviamo a rispondere seguendone il cammino passo passo.

Farmaco a orologeria

Immediatamente dopo averla ingerita, la compressa (o la capsula) viene sospinta, attraverso i movimenti ritmici dell’esofago nello stomaco. Se l’assunzione avviene con un po’ d’acqua, e se l’esofago non ha problemi di adesione, la compressa raggiunge lo stomaco nell’arco di 5-10 secondi. Unica eccezione, le pastiglie che si sciolgono in bocca, come i disinfettanti del cavo orale o come alcuni anti-infarto che si fanno sciogliere sotto la lingua: il caso più noto è quello della nitroglicerina. Una curiosità: le pastiglie sublinguali sono le uniche confezionate in forme strane – per esempio a triangolo – proprio per evitare che vengano inghiottite accidentalmente. Se lo stomaco è vuoto e la compressa facile da disgregare (come le capsule), il principio attivo è pronto ad agire in un tempo variabile da 2 a 10 minuti. E nel caso di sostanze facili da assorbire in ambiente acido, come gli analgesici, comincia ad essere assorbito già a livello dello stomaco. Sono passati circa 20 minuti. Per accelerare questa fase, oggi vengono prodotti anche farmaci che contengono il principio attivo già sotto forma di una goccia di liquido.

Se il principio attivo viene assorbito meglio in ambiente alcalino (il contrario di acido), bisogna attendere il passaggio della compressa, ormai disgregata, nel duodeno e nell’intestino tenue. Qui agisce la gran parte dei medicinali: dagli psicofarmaci agli antibiotici. Il tempo di passaggio dipende dal contenuto dello stomaco: si va dai 15 minuti alle 6 ore.

Il principio attivo attraversa quindi la mucosa gastrica, o quella intestinale, e raggiunge il fegato (nel migliore dei casi, sono passati da 20 a 40 minuti. Da parte sua il fegato svolge il consueto lavoro di demolizione e disattiva il principio attivo… ma non del tutto: dal 20% al 95% della sostanza supera la barriera e si riversa nel sangue. Sono passati nella maggioranza dei casi, 30-45 minuti. Il farmaco continua a svolgere la sua azione nel corpo finché gli enzimi del fegato non lo disattivano del tutto, e proprio questa azione di demolizione produce uno dei più classici effetti collaterali di quasi tutte le pastiglie medicinali: un cambiamento nel colore dell’urina. Il fegato, infatti, incolla alla sostanza da eliminare un veicolante (come l’acido glucuronico) che la aiuterà a viaggiare verso i reni sono passati 60-180 minuti. Ed è proprio questo veicolante a rendere la pipì giallo brillante o addirittura bruna. Continua.