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La favola del giorno

Dalle Mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del re greco e del medico Duban

C’era, nel paese di Zuman, in Persia, un re i cui sudditi erano di origine greca. Questo re era coperto di lebbra e i suoi medici, dopo aver ricorso a tutti i loro rimedi per guarirlo, non sapevano più che cosa prescrivergli, quando arrivò alla sua corte un medico abilissimo, di nome Duban.

Questo medico aveva attinto la sua scienza nei libri greci, persiani, turchi, arabi, latini, siriaci ed ebraici; e, oltre ad aver approfondito la filosofia, conosceva alla perfezione le buone e le cattive qualità di ogni sorta di piante e di droghe. Appena informato della malattia del re e del fatto che i suoi medici lo avevano abbandonato, si vestì il più convenientemente possibile e fece in modo di farsi presentare al re.

“Sire, – gli disse, – so che tutti i medici di cui Vostra Maestà si è servita non sono riusciti a guarirla dalla lebbra; ma, se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno a guarirvi senza pozioni e senza topici. Il re ascoltò la proposta e rispose:

  • Se siete così abile da fare quanto dite, prometto di arricchirvi, voi e i vostri discendenti; e, senza contare i doni che vi farò, sarete il mio più caro favorito. Mi assicurate dunque di guarirmi dalla lebbra senza farmi prendere alcuna pozione e senza applicarmi nessun rimedio esterno?
  • Sì, Sire, – rispose il medico, – mi lusingo di riuscirvi, con l’aiuto di Dio; e, a cominciare da domani, ne farò la prova.”

Infatti il medico Duban si ritirò a casa sua, fece un maglio che scavò dalla parte del manico e in cui mise la droga della quale intendeva servirsi. Fatto ciò, preparò anche una palla proprio come la voleva. Il giorno dopo si presentò al cospetto del re; e, prosternandosi ai suoi piedi, baciò la terra e, dopo aver fatto una profonda riverenza, disse al re che giudicava opportuno che sua Maestà montasse a cavallo e si recasse a giocare a pallamaglio. Il re fece quando gli si chiedeva e, quando giunse sul luogo destinato al giuoco del pallamaglio a cavallo, il medico gli si avvicinò con il maglio che aveva preparato e porgendoglielo disse:

“Tenete, Sire; esercitatevi con questo maglio, spingete con esso questa palla lungo la piazza finché non vi sentirete la mano e il corpo sudati. Quando il rimedio che ho racchiuso nel manico di questo maglio si sarà riscaldato col calore della vostra mano, vi penetrerà in tutto il corpo; e, appena comincerete a sudare, dovrete interrompere questo esercizio, perché il rimedio avrà raggiunto il suo effetto. Appena sarete di ritorno a palazzo, entrate in bagno e fatevi ben lavare e strofinare; poi andate a letto e domani mattina, alzandovi, sarete guarito.”

Il re prese il maglio e spinse il suo cavallo dietro la palla che aveva lanciato. La colpì e gli ufficiali che giocavano con lui gliela rinviarono. La colpì di nuovo, e insomma il gioco durò tanto a lungo che la sua mano sudò come tutto il suo corpo. Così il rimedio racchiuso nel manico del maglio agì come aveva detto il medico. Allora il re smise di giocare, se ne ritornò a palazzo, entrò nel bagno e osservò esattamente quanto gli era stato prescritto.

Se ne trovò benissimo. Infatti il giorno dopo, alzandosi, si accorse con stupore pari alla gioia, che la lebbra era scomparsa e che il suo corpo era così liscio come se non fosse mai stato colpito da questa malattia. Appena vestito, entrò nella sala delle pubbliche udienze, salì sul trono e si mostrò a tutti i suoi cortigiani, accorsi di buon’ora per la premura di conoscere il risultato del nuovo rimedio. Quando videro il re perfettamente guarito, tutti manifestarono una gioia immensa.

Il medico Duban entrò nella sala e andò a prosternarsi ai piedi del trono, col viso a terra. il re, avendolo scorto, lo chiamò, lo fece sedere accanto a sé e lo mostrò all’assemblea, rivolgendogli pubblicamente tutte le lodi che meritava. Ma il principe non si accontentò di questo. Poiché quel giorno offriva un banchetto a tutta la sua corte, lo fece mangiare alla sua tavola, solo con lui e, sul finire del giorno, quando volle congedare l’assemblea, lo fece rivestire di un abito lungo e ricchissimo, simile a quello che di solito i suoi cortigiani portavano alla sua presenza, e gli fece dare, inoltre, duemila zecchini. Il giorno dopo e gli altri che seguirono, non cessò di vezzeggiarlo. Insomma quel principe, credendo di non poter mai riconoscere abbastanza, gli obblighi che aveva verso un medico così abile, lo colmava ogni giorno di nuovi benefici.

Ora, il re aveva un gran visir che era avaro, invidioso e capace per natura di ogni sorta di delitti. Questi non era riuscito a guardare senza pena i doni che erano stati fatti al medico, d’altronde, cominciava a dargli ombra. Risolse perciò di farlo cadere in disgrazia presso il re. Per riuscirvi, andò a trovare il principe e gli disse in privato che doveva dargli un consiglio della massima importanza. Avendogli il re chiesto di che cosa si trattasse, rispose:

“Sire, è molto pericoloso per un monarca aver fiducia in un uomo la cui fedeltà non sia stata messa alla prova. Colmando di benefici il medico Duban, facendogli tutte le carezze che Vostra Maestà gli prodiga, non vi accorgete che è un traditore introdottosi in questa corte per assassinarvi.

  • Da chi avete appreso quanto osate dirmi? – replicò il re. – Avete pensato che state parlando a me e che non crederò alla leggiera a quanto affermate?
  • Sire, – replicò il visir, – sono perfettamente a conoscenza di quel che ho l’onore di farvi presente. Non adagiatevi dunque più su una pericolosa fiducia. Se Vostra Maestà dorme, si svegli; perché, insomma, lo ripeto ancora una volta, il medico Duban è partito dal fondo della Grecia, suo paese, è venuto a stabilirsi alla vostra corte soltanto per eseguire l’orribile piano di cui vi ho parlato.
  • No, no, visir, – interruppe il re, – son sicuro che quest’uomo, che voi trattate da perfido e da traditore, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini; non c’è nessuno al mondo che io ami quanto lui. Voi sapete con che rimedio, o meglio con quale miracolo mi ha guarito dalla lebbra. Se attenta alla mia vita, perché me l’ha salvata? Sarebbe bastato che mi avesse abbandonato al mio male: non potevo sfuggirgli, la mia vita era già consumata a metà. Smettete dunque d’ispirarmi ingiusti sospetti: invece di ascoltarli, vi avverto che, a cominciare da oggi, donerò a quel grand’uomo una pensione di mille zecchini al mese per tutta la sua vita. Quand’anche dividessi con lui tutte le mie ricchezze e persino i miei Stati, non lo ripagherei mai abbastanza per quanto ha fatto per me. Capisco di che si tratta: la sua virtù suscita la vostra invidia, ma non crediate ch’io mi lasci ingiustamente prevenire contro di lui. Ricordo troppo bene quello che un visir disse al re Sindbad, suo padrone, per impedirgli di far morire il principe suo figlio.
  • Sire, – disse il visir, – supplico Vostra Maestà di perdonarmi se ho l’ardire di chiedere che cosa il visir del re Sindbad disse al suo padrone per distoglierlo dal far morire il principe suo figlio. – Il re greco ebbe la compiacenza di soddisfarlo.
  • Quel visir, – rispose, – dopo aver fatto presente al re Sindbad che, per l’accusa di una suocera, egli doveva temere di compiere un’azione della quale avrebbe potuto pentirsi, gli raccontò questa storia.” Fine per il momento e al prossimo giro con Storia del marito e del pappagallo.
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La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 3

La necessità acuisce l’ingegno. Il pescatore escogitò uno stratagemma.

“Poiché non posso evitare la morte, – disse al genio, – mi sottometto dunque alla volontà di Dio. Ma, prima che io scelga un genere di morte, vi scongiuro, per il gran nome di Dio inciso sul sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, di dirmi la verità su una domanda che debbo farvi.”

Quando il genio vide che la preghiera rivoltagli dal pescatore lo costringeva a rispondere positivamente, tremò dentro di sé e disse:

“Chiedimi ciò che vuoi, fai presto. – Al che il pescatore gli disse:

  • Vorrei sapere se eravate effettivamente in questo vaso, osereste giurarlo sul gran nome di Dio?
  • Sì, – rispose il genio, – giuro su quel gran nome che c’ero, ed è verissimo.
  • In buona fede, – replicò il pescatore, – non posso credervi. Questo vaso non riuscirebbe a contenere neppure un vostro piede; com’è possibile che vi fosse rinchiuso tutto il vostro corpo?
  • Eppure, – rispose il genio, – ti giuro che c’ero così come tu mi vedi. Non mi credi dopo il gran giuramento che ti ho fatto?
  • Veramente no, – disse il pescatore; – e non vi crederò a meno che non me lo mostriate.”

Allora il corpo del genio si dissolse e, mutandosi in fumo, si sparse come prima sul mare e sulla riva; poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò così con una successione lenta e monotona, finché non ne restò più nulla fuori. Subito dal vaso uscì una voce che disse al pescatore:

“Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; ora mi credi?”

Il pescatore, invece di rispondere al genio, prese il coperchio di piombo e, richiuso prontamente il vaso, esclamò:

“Genio, chiedimi a tua volta grazia, e scegli in che modo vuoi che io ti faccia morire. Ma no, è meglio rigettarti in mare, nello stesso punto in cui ti avevo pescato. Poi farò costruire una casa su questa sponda e verrò ad abitarci per avvertire tutti i pescatori che verranno a gettarvi le loro reti di fare molta attenzione a non ripescare un cattivo genio come te, che ha fatto giuramento di uccidere colui che lo metterà in libertà.”

A queste parole offensive, il genio irritato fece ogni sforzo per uscire dal vaso; ma non gli fu possibile perché l’impronta del sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, glielo impediva. Perciò, vedendo che il pescatore era ora in vantaggio rispetto a lui, penso di dissimulare la sua collera.

“Pescatore, – gli disse con tono addolcito, – guardati dal fare quanto dici. Quel che avevo detto era soltanto uno scherzo e non devi prenderlo sul serio.

  • O genio, – rispose il pescatore, – tu che appena un momento fa eri il più grande e ora sei il più piccolo di tutti i geni, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non serviranno a niente. Ritornerai in mare. Se ci sei stato tutto il tempo che mi hai detto, potrai ben restarci fino al giorno del giudizio. Io ti ho pregato, in nome di Dio, di non togliermi la vita, tu hai respinto le mie preghiere; debbo renderti la pariglia.”

Il genio non risparmiò nulla per cercare di commuovere il pescatore.

“Apri il vaso, – gli disse, – dammi la libertà, te ne supplico. Ti prometto che sarai contento di me.

  • Sei soltanto un traditore, – replicò il pescatore. – Meriterei di perdere la vita, se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Non mancheresti di trattarmi nello stesso modo in cui un certo re greco trattò il medico Duban. E’ una storia che voglio raccontarti. Ascolta.”

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore

Sire, c’era una volta un pescatore molto vecchio e così povero, che a stento riusciva a guadagnare di che far vivere la moglie e i tre figli che componevano la sua famiglia. Tutti i giorni andava a pesca di buon mattino; e si era fatto una legge di gettare la rete soltanto quattro volte al giorno.

Una mattina partì al chiaro di luna e si recò in riva al mare; si spogliò e getto la rete. Mentre la tirava a riva, avvertì dapprima una resistenza; pensò di aver fatto una buona pesca, e già se ne rallegrava dentro di sé. Ma, un istante dopo, accorgendosi che invece del pesce c’era soltanto la carcassa di un asino, provò un gran dolore per aver fatto una pesca così cattiva. Tuttavia, quando ebbe riaccomodato le sue reti che la carcassa dell’asino aveva rotto in più punti, le gettò una seconda volta. Tirandole sentì di nuovo molta resistenza: ciò gli fece credere che si fossero riempite di pesci; ma vi trovò soltanto un gran paniere pieno di ghiaia e di fango e se ne afflisse moltissimo.

“O fortuna! – esclamò con voce pietosa, – cessa di essere in collera con me, e non perseguitare un disgraziato che ti prega di risparmiarlo! Sono partito di casa per venire qui a cercare la mia vita, e tu mi annunci la mia morte. Non ho altro mestiere per vivere se non questo; e, nonostante tutte le attenzioni che vi metto, a stento riesco a provvedere ai bisogni più urgenti della mia famiglia. Ma sbaglio a lamentarmi con te; tu provi piacere a maltrattare le persone oneste e a lasciare i grandi uomini nell’oscurità, mentre favorisci i cattivi e innalzi coloro i quali non hanno nessuna virtù che li renda raccomandabili”

Finito di lamentarsi, gettò bruscamente il paniere e, dopo aver ben lavato le reti sporcate dal fango, le gettò per la terza volta. Ma pescò soltanto pietre, gusci e rifiuti. Non è possibile esprimere la sua disperazione: per poco non svenne. Intanto, poiché cominciava ad albeggiare, non dimenticò, da buon musulmano, di recitare la sua preghiera; poi soggiunse queste parole:

“Signore, voi sapete che getto le mie reti soltanto quattro volte al giorno. Le ho già gettato tre volte senza aver ricavato il minimo frutto del mio lavoro. Me ne resta un’altra soltanto: vi supplico di rendere il mare favorevole come lo avete reso a Mosè.”

Finita questa preghiera, il pescatore gettò le reti per la quarta volta. Quando giudicò che doveva esserci del pesce, le tirò come prima con gran fatica. Ciò nonostante, non ce n’erano, ma vi trovò un vaso di rame giallo che, dal peso, gli parve colmo di qualcosa e notò che era chiuso e piombato, con l’impronta di un sigillo. Questo lo rallegrò:

“Lo venderò al fonditore, – diceva, – e, col denaro che ne ricaverò, comprerò uno staio di grano.”

Esaminò il vaso da tutti i lati; lo scosse per vedere se il suo contenuto facesse rumore. Non udì nulla, e questa circostanza, unita all’impronta del sigillo sul coperchio di piombo, gli fece pensare che dovesse contenere qualcosa di prezioso. Per saperlo, prese il coltello e, con qualche difficoltà, riuscì ad aprirlo. Subito ne inclinò l’orifizio verso terra, ma non ne uscì niente, il che lo stupì grandemente. Lo posò davanti a sé e, mentre lo considerava attentamente, ne uscì del fumo molto denso che lo costrinse ad arretrare di due o tre passi. Il fumo s’innalzò fino alle nuvole e, spandendosi sul mare e sulla riva, formò una spessa nebbia: spettacolo che, come si può immaginare, meravigliò straordinariamente il pescatore. Quando tutto il fumo fu uscito dal vaso, si raccolse e divenne un corpo solido, dal quale si formò un genio alto il doppio del più grande di tutti i giganti. Alla vista di un mostro di così smisurata grandezza, il pescatore cercò di mettersi in fuga; ma era così turbato e spaventato che non riuscì a muoversi.

Salomone, – esclamò il genio per prima cosa, – Salomone, grande profeta di Dio, perdono, perdono! Non mi opporrò mai alle vostre volontà. Ubbidirò a tutti i vostri comandamenti.”

Il pescatore, appena udite le parole del genio, si rassicurò e gli disse:

“Spirito superbo, che dite mai? Sono più di milleottocento anni che Salomone, il profeta di Dio, è morto, ed ora siamo alla fine dei secoli. Raccontatemi la vostra storia, e per quale motivo eravate rinchiuso in questo vaso.” Continua.

La favola del giorno

Dai racconti di Sherazad dalle Mille e una notte

Storia del secondo vecchio e dei due cani neri – 3

  • Debbo volare subito da quei traditori e da quegli ingrati, – esclamò, – e fare una pronta vendetta. Affonderò il loro veliero e li precipiterò in fondo al mare.
  • No, mia bella signora, – ripresi, – in nome di Dio, non fatene nulla. Placate il vostro sdegno; pensate che sono miei fratelli, e che bisogna fare il bene per il male”

Con queste parole calmai la fata; e, appena le ebbi pronunciate, mi trasportò in un attimo dall’isola sul tetto a terrazza della mia casa, e un momento dopo scomparve. Scesi, aprii le porte e dissotterrai i tremila zecchini che avevo nascosto. Poi mi recai alla mia bottega, l’aprii e ricevetti dai mercanti miei vicini i complimenti per il mio ritorno. Tornato a casa, scorsi questi due cani neri che mi si avvicinarono con aria sottomessa. Non sapevo che cosa significasse e ne ero molto stupito; ma la fata, che apparve ben presto, me ne diede la spiegazione.

“Marito mio, – mi disse, – non siate meravigliato di vedere questi cani neri in casa vostra: sono i vostri due fratelli. – A queste parole fremetti e le chiesi per quale potenza si trovassero in quello stato. – Sono stata io a ridurli così, – mi rispose. – O meglio, è stata una delle mie sorelle alla quale avevo affidato questo compito e che, nello stesso tempo, ha affondato il loro veliero. Voi perdete le mercanzie che avevate imbarcate sulla nave, ma io vi compenserò in altro modo. Quanto ai vostri fratelli, li ho condannati a restare per dieci anni sotto questa forma; la loro perfidia li rende anche troppo degni di questa penitenza.” Infine, dopo avermi detto in che modo potevo avere sue notizie, scomparve.

Ora i dieci anni sono trascorsi e sono in viaggio per andare a cercarla. Passando di qui ho incontrato questo mercante e il buon vecchio con la sua cerva, e mi son fermato con loro. Ecco la mia storia, o principe dei geni! Non vi sembra delle più straordinarie?

“Ne convengo, – rispose il genio, – e rimetto in suo favore anche il secondo terzo del delitto di cui questo mercante si è reso colpevole verso di me.”

Appena il secondo vecchio ebbe terminato la sua storia, prese la parola il terzo e rivolse al genio la stessa domanda dei due primi, di rimettere cioè al mercante il terzo terzo del suo delitto, supposto che la storia che gli avrebbe raccontata superasse per avvenimenti singolari le due che aveva già ascoltato. Il genio gli fece la stessa promessa fatta agli altri due.

Il terzo vecchio raccontò la sua storia al genio. Io non ve la narrerò perché non son riuscita a conoscerla. Ma so che risultò a tal punto superiore alle due precedenti, per la varietà delle avventure meravigliose in essa contenute, che il genio ne fu stupito. Appena ne ebbe ascoltato la fine, disse al terzo vecchio:

“Ti accordo l’ultimo terzo della grazia del mercante; egli deve proprio ringraziare voi tre di averlo cavato d’impaccio con le vostre storie. Senza di voi, non sarebbe più al mondo.” Dette queste parole, scomparve con grande gioia della compagnia. Il mercante non mancò di ringraziare come doveva i suoi tre liberatori. Essi si rallegrarono con lui di vederlo fuori pericolo, dopo di che si dissero addio, e ciascuno riprese la sua strada. Il mercante se ne ritornò dalla moglie e dai figli, e trascorse tranquillamente con loro il resto dei suoi giorni.

Ma, Sire, soggiunse Sherazad, per quanto belli siano i racconti narrati finora a Vostra Maestà, non raggiungeranno mai quello del pescatore.

Dinarzad, vedendo che la sultana s’interrompeva, le disse:

“Sorella mia, poiché ci resta ancora un po’ di tempo, raccontateci di grazia la storia di questo pescatore; il sultano lo permetterà certamente.” Shahriar acconsentì Sherazad, riprendendo il discorso, proseguì in questo modo.

Continua al prossimo giro.

La favola del giorno

Dai racconti di Sherazad dalle Mille e una notte

Storia del secondo vecchio e dei due cani neri – 2

“Fratelli miei, dobbiamo arrischiare questi tremila zecchini e nascondere gli altri in qualche posto sicuro affinché, se il nostro viaggio non sarà più fortunato di quelli fatti da voi, possiamo avere di che consolarci e riprendere la nostra vecchia professione.” Diedi dunque mille zecchini a ciascuno di loro, ne tenni altrettanti per me, e sotterrai gli altri tremila in un angolo di casa mia. Comprammo delle mercanzie e, dopo averle imbarcate sopra un veliero che avevamo noleggiato per noi tre, salpammo con un vento favorevole.

Dopo due mesi di navigazione, arrivammo felicemente a un porto di mare dove sbarcammo e facemmo un grandissimo smercio delle nostre mercanzie. Specialmente io vendetti così bene le mie da guadagnare il dieci per uno. Comprammo mercanzie del paese per trasportarle e venderle nel nostro.

Eravamo pronti a rimbarcarci per fare ritorno, quando incontrai in riva al mare una dama di bellissimo aspetto, ma vestita molto poveramente. Ella mi avvicinò, mi baciò la mano e mi pregò molto insistentemente di prenderla in moglie e di imbarcarla con me. Feci qualche difficoltà ad accordarle quanto mi chiedeva; ma per persuadermi mi disse tante cose, – che non dovevo far caso alla sua povertà, e che avrei avuto modo di essere contento della sua condotta, – che mi lasciai convincere. Le feci fare degli abiti adatti e, dopo averla sposata con un contratto di matrimonio in piena regola, l’imbarcai con me, e facemmo vela.

Durante la navigazione trovai nella donna che avevo sposato qualità così belle che mi indussero ad amarla ogni giorno di più. Frattanto i miei due fratelli, che non avevano fatto i loro affari bene come me ed erano gelosi della mia prosperità, cominciarono ad invidiarmi. Il loro furore arrivò al punto da farli cospirare contro la mia vita. Una notte, mentre mia moglie ed io dormivamo, ci gettarono in mare.

Mia moglie era fata e perciò anche genio. Quindi, come immaginerete, non annegò. Quanto a me, senza il suo aiuto sarei certamente morto; ma appena caduto in acqua, lei mi afferrò e mi trasportò in un’isola. Quando fu giorno, la fata mi disse:

“Vedete, marito mio, che salvandovi la vita non vi ho mal ricompensato del bene che mi avete fatto. Dovete sapere che sono fata e, trovandomi in riva al mare mentre stavate per imbarcarvi, provai una forte inclinazione per voi. Volli mettere alla prova la bontà del vostro cuore e mi presentai a voi travestita come mi avete vista. Vi siete condotto generosamente con me. Sono felice di aver trovato l’occasione per dimostrarvi la mia riconoscenza. Ma sono irritata contro i vostri fratelli, e non sarò soddisfatta finché non avrò tolto loro la vita.”

Io ascoltavo con ammirazione il discorso della fata. La ringraziai come meglio potei del gran favore che mi aveva fatto.

“Ma, signora, – le dissi, – per quanto riguarda i miei fratelli, vi supplico di perdonarli. Qualunque motivo io abbia di lamentarmi di loro, non sono abbastanza crudele da volere la loro rovina. – Le riferii quanto avevo fatto per entrambi e il mio racconto accrebbe la sua indignazione contro di loro. Continua.

La favola del giorno

Dai racconti di Sherazad dalle Mille e una notte

Storia del secondo vecchio e dei due cani neri

Grande principe dei geni, dovete sapere che questi due cani neri ed io siamo fratelli: io sono il più giovane dei tre. Nostro padre, morendo, aveva lasciato mille zecchini a ciascuno di noi. Tutti e tre impiegammo questa somma per intraprendere la stessa professione: diventammo mercanti. Poco tempo dopo aver aperto bottega, mio fratello maggiore, uno di questi cani, risolse di viaggiare e di andare a commerciare nei paesi stranieri. A questo scopo vendette il suo negozio e con il denaro ricavatone comprò mercanzie adatte al commercio che voleva svolgere.

Egli partì e rimase assente per un intero anno. Trascorso questo periodo, si presentò alla mia bottega un povero che mi parve chiedesse l’elemosina.

“Dio vi assista, – gli dissi.

  • Dio assista anche voi, – mi rispose. – E’ possibile che non mi riconosciate? – Allora, osservandolo attentamente, lo riconobbi.
  • Ah, fratello mio! – esclamai abbracciandolo, – come avrei potuto riconoscervi nello stato in cui siete ridotto?”. Lo feci entrare in casa, gli chiesi notizie della sua salute e del successo del suo viaggio.

“Non fatemi questa domanda, – mi disse; – vedendomi, vedete tutto. Raccontarvi i particolari di tutte le disgrazie che mi sono capitate da un anno a questa parte e che mi hanno ridotto allo stato in cui sono, significherebbe rinnovare la mia afflizione.”

Feci subito chiudere la bottega e, abbandonando ogni altro pensiero, lo accompagnai al bagno e gli diedi i più begli abiti del mio guardaroba, Esaminai i miei libri mastri e, vedendo che avevo raddoppiato i miei fondi, possedevo una ricchezza di duemila zecchini, gliene diedi la metà.

“Con questo, fratello mio, – gli dissi, – potrete dimenticare la perdita subìta.” Accettò con gioia i mille zecchini, rimise in sesto i suoi affari e vivemmo insieme come avevamo vissuto prima.

Dopo un po’ di tempo, il mio secondo fratello, l’altro cane che vedete, volle anche lui vendere il suo negozio. Mio fratello maggiore ed io facemmo tutto il possibile per distoglierlo; ma non ci fu verso. Lo vendette e col denaro ricavatone comprò mercanzie adatte al commercio estero che voleva intraprendere. Si unì a una carovana e partì. Ritornò dopo un anno nelle stesse condizioni del fratello maggiore; e, poiché io avevo ancora una volta mille zecchini in più, glieli diedi. Egli rilevò bottega e continuò ad esercitare la sua professione.

Un giorno i miei due fratelli vennero a trovarmi per propormi di fare un viaggio e di andare a commerciare con loro. In un primo momento respinsi la loro proposta.

“Voi avete viaggiato, – dissi loro, – e che cosa avete guadagnato? Chi mi assicurerà che sarò più fortunato di voi?” Invano mi esposero tutto quanto pareva loro dovesse sedurmi e incoraggiarmi a tentare la fortuna; rifiuti di entrare nei loro piani. Ma tornarono tante volte alla carica che, dopo aver resistito costantemente per cinque anni alle loro sollecitazioni, alla fine mi arresi. Ma, quando bisognò fare i preparativi del viaggio e quando si trattò di comprare le merci di cui avevamo bisogno, risultò che essi si erano mangiato tutto e non restava nulla dei mille zecchini che avevo dato a ciascuno di loro. Non rivolsi loro il minimo rimprovero. Anzi, poiché il mio capitale era di seimila zecchini, ne divisi la metà con loro dicendo:

Continua.