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La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 4

Zobeide e Amina ebbero qualche difficoltà ad accordare a Safia quello che chiedeva, ed ella stessa ne sapeva bene la ragione; ma la sorella mostrò un tale desiderio di ottenere da loro questo favore, che non poterono rifiutarglielo.

“Andate, – le disse Zobeide, – fateli entrare, dunque. Ma non dimenticate di avvertirli di non parlare di cose che non li riguardano e di far leggere loro quanto è scritto sopra la porta.” A queste parole, Safia corse con gioia ad aprire la porta e, dopo poco, ritornò accompagnata dai tre calender.

I tre calender, entrando, s’inchinarono profondamente davanti alle dame che si erano alzate per riceverli. Esse dissero loro cortesemente che erano i benvenuti, che erano molto liete dell’occasione di far loro un piacere e di contribuire a ristorarli dalla stanchezza del viaggio, e conclusero invitandoli a sedersi accanto a loro. La magnificenza del luogo e la gentilezza delle dame, diedero ai calender un’alta idea di quelle belle ospiti; ma, prima di prender posto, avendo per caso volto gli occhi sul facchino, e vedendolo vestito pressappoco come altri calender coi quali erano in controversia su parecchi punti della loro disciplina, e che non si radevano la barba e le sopracciglia, uno di loro prese la parola e disse:

“Ecco, a giudicare dall’apparenza, uno dei nostri fratelli arabi rivoltosi.”

Il facchino, mezzo addormentato e con la testa riscaldata dal vino che aveva bevuto, fu urtato da queste parole; e, senza alzarsi dal suo posto, rispose ai calender, guardandoli con fierezza:

“Sedetevi e non interessatevi di cose che non vi riguardano. Non avete letto l’iscrizione che si trova sopra la porta? Non pretendete di costringere il mondo a vivere secondo il vostro costume: vivete voi secondo il nostro.

  • Buon uomo, – riprese il calender che aveva parlato, – non andate in collera; ci dispiace molto avervene dato il minimo motivo e siamo, anzi, pronti a ricevere i vostri ordini.” La discussione si sarebbe protratta se le dame non fossero intervenute sistemando ogni cosa.

Quando i calender si furono seduti a tavola, le dame servirono loro da mangiare, e l’allegra Safia, in particolare, si prese cura di versar loro da bere.

Dopo che i calender ebbero mangiato e bevuto a discrezione, dissero alle dame che sarebbero stati lieti di dare un concerto per loro, se esse avevano gli strumenti e volevano farli portare. Esse accettarono l’offerta con gioia. La bella Safia si alzò per andare a prendere gli strumenti. Tornò un momento dopo portando un flauto del paese, un flauto persiano e un tamburello. Ogni calender ricevette da lei lo strumento scelto, e tutti e tre cominciarono a sonare un’aria. Poiché le dame conoscevano le parole di quell’aria, che erano delle più gaie, l’accompagnarono con le loro voci; ma, di tanto in tanto, s’interrompevano a causa delle grandi risate provocate dalle parole. Nel bel mezzo di questo divertimento, e quando la compagnia era al colmo dell’allegria, bussarono alla porta. Safia smise di cantare e andò a vedere chi era.

A questo punto Sherazad disse al sultano:

Sire, è bene che Vostra Maestà sappia per quale ragione bussavano così tardi alla porta delle dame; eccone la ragione. Il califfo Harun-al-Rashid aveva l’abitudine di andare in giro molto spesso, di notte, in incognito, per vedere personalmente se tutto era tranquillo in città, e se non vi fossero disordini.

Quella notte il califfo era uscito di buon’ora, accompagnato dal suo gran visir Giafar, e da Mesrur, capo degli eunuchi del suo palazzo: tutti e tre erano travestiti da mercanti. Passando per la via delle tre dame, il principe, udendo il suono degli strumenti e delle voci e il fragore delle risate, disse al visir:

“Andate, bussate alla porta di questa casa dove si fa tanto chiasso; voglio entrarvi e scoprirne la ragione.”

Il visir ebbe un bel fargli presente che si trattava di donne che quella sera offrivano un banchetto; che evidentemente il vino aveva riscaldato le loro teste, e che non doveva esporsi a ricevere qualche insulto da loro; che non era ancora un’ora sconveniente e non si doveva turbare il loro divertimento.

“Non importa, – replicò il califfo, – bussate, ve l’ordino.” Continua.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

Sul finire del giorno, Safia, prendendo la parola in nome delle tre dame, disse al facchino:

“Alzatevi e andatevene: è ora di ritirarvi. – Il facchino non potendo risolversi a lasciarle, rispose:

  • Eh! signore, dove volete che vada nello stato in cui sono? Sono fuori di me, a furia di vedervi e di bere; non ritroverò mai la strada di casa. Lasciate ch’io resti qui per tutta la notte affinché abbia il tempo di tornare in me: la passerò dove vorrete; ma non mi occorre minor tempo per tornare nello stato in cui ero quando sono entrato in casa vostra; e, anche con ciò, son sicuro che ci lascerò la parte migliore di me stesso.”

Amina prese ancora una volta le parti del facchino.

“Sorelle mie, – disse, – ha ragione. Gli sono grata per la sua richiesta. Egli ci ha molto divertite. Se volete starmi a sentire, o meglio se mi amate tanto come credo, lo tratterremo qui affinché passi la serata con noi.

  • Sorella mia, – disse Zobeide, – non possiamo rifiutare nulla alla vostra preghiera. Facchino, – continuò rivolgendosi a lui, – vi concediamo volentieri anche questa grazia; ma vi poniamo una nuova condizione. Qualunque cosa faremo in vostra presenza, riguardo a noi stesse o ad altre cose, guardatevi bene dall’aprire soltanto la bocca per chiedercene la ragione, perché, rivolgendoci delle domande su cose che non vi riguardano affatto, potreste udire qualcosa di non gradito. Fate attenzione, e non vi salti in mente di essere troppo curioso, desiderando approfondire i motivi delle nostre azioni.
  • Signora, – replicò il facchino, – vi prometto di osservare questa condizione così rigorosamente che non avrete motivo di rimproverarmi per avervi disubbidito, e ancor meno di punire la mia indiscrezione. In questa occasione, la mia lingua sarà immobile e i miei occhi saranno uno specchio, che non conserva niente delle immagini ricevute.
  • Per farvi vedere, – riprese Zobeide in tono molto serio, – che quanto vi chiediamo non l’abbiamo stabilito in questo momento, alzatevi e andate a leggere ciò che è scritto sopra la nostra porta, dalla parte interna.”

Il facchino andò fino alla porta e vi lesse queste parole, scritte in grossi caratteri d’oro:

CHI PARLA DI COSE CHE NON LO RIGUARDANO, ODE CIO’ CHE NON GLI PIACE.

Ritornò dalle tre sorelle e disse loro:

“Signore, vi giuro che non mi udrete parlare di nessuna cosa che non mi riguarda e che vi concerne.”

Una volta stabilita questa convenzione, Amina portò la cena; e, dopo aver illuminato la sala con un gran numero di bugie preparate con legno di aloe ed ambra grigia, che emanarono un piacevole odore e crearono una bella luce, si sedette a tavola con le sorelle e il facchino. Ricominciarono a mangiare, a bere, a cantare e a recitare versi. Le dame si divertivano a inebriare il facchino, col pretesto di farlo bere alla loro salute. Insomma erano tutti del miglior umore possibile, quando udirono bussare alla porta.

Le tre dame si alzarono contemporaneamente per andare ad aprire; ma Safia, alla quale spettava in particolare questo compito, fu la più svelta. Le altre due, vedendosi precedute, rimasero ad attendere che ella venisse a comunicare chi poteva arrivare in casa loro così tardi. Safia ritornò e disse:

“Sorelle mie, si presenta una bella occasione per passare una parte della notte molto piacevolmente; se siete del mio stesso parere, non ce la lasceremo sfuggire. Alla nostra porta vi sono tre calender, almeno a giudicare dai loro abiti mi sembrano tali; ma certamente vi meraviglierà il fatto che sono tutti e tre orbi dell’occhio destro, e hanno la testa, il viso e le sopracciglia rasi. Sono appena arrivati, dicono, a Bagdad, dove non sono mai venuti prima; e poiché è notte e non sanno dove andare ad alloggiare, hanno bussato per caso alla nostra porta e ci pregano, per l’amor di Dio, di avere la carità di riceverli. Non fanno caso al posto che gli offriremo, purché sia al coperto; si accontenteranno di una scuderia. Sono giovani e di aspetto piuttosto bello, sembrano anche molto spiritosi; ma non posso pensare senza ridere al loro volto buffo ed uniforme. – A questo punto Safia s’interruppe e si mise a ridere di così buon cuore, che le altre due dame e il facchino non poterono impedirsi di ridere a loro volta. – Mie buone sorelle, – riprese Safia, – volete lasciarli entrare? E’ impossibile che con persone come quelle che vi ho descritto non si finisca la giornata ancora meglio di quanto l’abbiamo iniziata. Ci divertiranno molto e non ci saranno a carico, poiché ci chiedono asilo soltanto per questa notte, ed è loro intenzione lasciarci appena sarà giorno.” Continua domani

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 3

  • Signore, – riprese il facchino, – mi è bastato il vostro aspetto per farmi giudicare che siete persone di rarissimo merito; e mi accorgo di non essere sbagliato. Sebbene la fortuna non mi abbia elargito beni sufficienti per elevarmi a una professione superiore alla mia, ho ugualmente coltivato il mio spirito come ho potuto, con la lettura di libri di scienze e di storia; e permettetemi, vi prego, di dirvi che ho anche letto una massima di un altro autore che ho sempre felicemente praticato: “Noi nascondiamo il nostro segreto, essa dice, soltanto a quelle persone riconosciute da tutti per indiscrete, che abuserebbero della nostra fiducia; ma non abbiamo nessuna difficoltà a svelarlo ai saggi, perché siamo convinti che saprebbero serbarlo.” Il segreto è con me così sicuro come se fosse in un gabinetto la cui chiave fosse andata perduta, e la cui porta fosse ben sigillata.”

Zobeide riconobbe che il facchino non mancava di spirito; ma, pensando che volesse partecipare al banchetto che esse volevano offrirsi, replicò sorridendo:

“Voi sapete che ci apprestiamo a banchettare; ma sapete anche che abbiamo fatto una spesa considerevole, e non sarebbe giusto che voi foste della partita senza contribuirvi. – La bella Safia sostenne l’opinione della sorella. – Amico mio, – disse al facchino, – non avete mai udito dire quel che si dice abbastanza comunemente? “Se portate qualche cosa, sarete qualche cosa con noi; se non portate niente, ritiratevi con niente!”

Il facchino, nonostante la sua retorica, sarebbe forse stato costretto a ritirarsi imbarazzato, se Amina, prendendo risolutamente le sue parti, non avesse detto a Zobeide e a Sofia:

“Care sorelle, vi scongiuro di permettergli di restare con noi: non c’è bisogna di dirvi che ci divertirà; vedete bene che ne è capace. Vi assicuro che, senza la sua buona volontà, la sua agilità e il suo coraggio nel seguirmi, non sarei riuscita a fare tante compere in così breve tempo. D’altra parte, se vi ripetessi tutti i complimenti che mi ha rivolto durante il percorso, il fatto ch’io lo protegga non vi stupirebbe molto.”

A queste parole di Amina, il facchino, in un impeto di gioia, si lasciò cadere sulle ginocchia, baciò la terra ai piedi di quella graziosa dama, e rialzandosi le disse:

“Mia amabile signora, oggi avete dato inizio alla mia felicità; ora la portate al colmo con un’azione così generosa. Non posso manifestarvi come vorrei la mia riconoscenza. D’altronde, signore, – soggiunse rivolgendosi alle tre sorelle, – poiché mi fate un così grande onore, non crediate ch’io ne abusi e pensi di meritarlo. No, mi considererò sempre come il più umile dei vostri schiavi. – Dette queste parole, fece per restituire il denaro che aveva ricevuto; ma la seria Zobeide gli ordinò di tenerlo. – Quello che è uscito una volta dalle nostre mani, – disse, – per ricompensare coloro che ci hanno reso servigio, non vi rientra più. Acconsentendo che voi restiate con noi, vi avverto che, non soltanto lo facciamo a condizione che voi serbiate il segreto che esigiamo da voi; pretendiamo anche che osserviate strettamente le regole della convenienza e dell’onestà.”

Mentre così parlava, la bella Amina si tolse l’abito di città, sollevò la veste legandola alla cintura per agire più liberamente, e preparò la tavola. Ella servì parecchie qualità di cibi, e mise sopra una credenza bottiglie di vino e coppe d’oro. Fatto ciò, le dame presero posto e fecero sedere accanto a loro il facchino, soddisfatto oltre ogni dire nel vedersi a tavola con tre persone di così straordinaria bellezza.

Dopo il primo boccone, Amina che si era seduta accanto alla credenza, prese una bottiglia e una coppa, si versò da bere, e bevve per prima secondo il costume arabo. Poi versò alle sorelle, che bevvero l’una dopo l’altra; infine, riempiendo per la quarta volta la stessa coppa, la offrì al facchino. Questi, nel prenderla, baciò la mano di Amina e, prima di bere, cantò una canzone il cui senso diceva che come il vento porta con sé il buon odore dei luoghi profumati per i quali passa, così il vino che stava per bere, venendo dalla mano di Amina, aveva un gusto più squisito del solito. Questa canzone rallegrò le dame, che cantarono a loro volta. La compagnia fu, insomma, di ottimo umore per tutto il pranzo, che durò molto a lungo e fu accompagnato da tutto quanto poteva renderlo piacevole. Continua domani.   

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 2

La dama che aveva condotto il facchino si accorse del turbamento cui era in preda il suo animo, e del soggetto che lo causava. Questa scoperta la divertì; e provava tanto piacere ad esaminare il contegno del facchino, da non badare alla porta aperta.

“Entrate, dunque, sorella mia, – le disse la bella portinaia. – Non vedete che questo pover’uomo è così carico da non poterne più?”

Quando la prima dama fu entrata insieme con il facchino, la dama che aveva aperto la porta la richiuse; e tutti e tre, dopo aver attraversato un bel vestibolo, passarono in una corte piuttosto ampia, circondata da una loggia a trafori, che comunicava con parecchi appartamenti situati sullo stesso piano, e di somma magnificenza. In fondo a questa corte c’era un sofà riccamente ornato, al centro del quale sorgeva un trono di ambra, sostenuto da quattro colonne di ebano (arricchite di diamanti e perle di straordinaria grossezza), guarnite di raso rosso con ricami in rilievo di un merletto d’oro delle Indie, di mirabile fattura. In mezzo alla corte, c’era una vasca orlata di marmo bianco e piena di acqua limpidissima che sgorgava in abbondanza dal muso di un leone di bronzo dorato.

Il facchino, per quanto fosse carico, non tralasciava di ammirare la magnificenza di questa casa e l’eleganza che dappertutto vi regnava; ma ciò che attirò particolarmente la sua attenzione fu una terza dama, che gli parve ancora più bella della seconda, che stava seduta sul trono di cui ho parlato. Scorgendo le due prime dame, la terza discese dal trono e avanzò verso di loro. Dai riguardi che le altre dame avevano verso quest’ultima, il facchino giudicò che si trattasse della più importante: in ciò non si sbagliava. Questa dama aveva nome Zobeide; quella che aveva aperto la porta si chiamava Safia; e Amina era il nome di quella che aveva fatto le provviste.

Zobeide, avvicinandosi alle due dame, disse loro:

“Sorelle mie, non vedete che questo brav’uomo soccombe sotto tanto peso? Che aspettate a scaricarlo?”

Allora Amina e Safia presero il paniere, l’una davanti, l’altra dalla parte posteriore. Anche Zobeide vi mise mano e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo e, quand’ebbero finito, la graziosa Amina prese del denaro e pagò generosamente il facchino.

Questi, molto sodisfatto, doveva prendere il suo paniere e ritirarsi; ma non poté risolversi a farlo: si sentiva, suo malgrado, trattenuto dal piacere di vedere tre bellezze così rare, che gli sembravano ugualmente affascinanti. Infatti anche Amina si era tolta il velo, ed egli non la giudicava meno bella delle altre. Non riusciva a capire perché in quella casa non si vedesse nessun uomo. Nondimeno la maggior parte delle provviste ch’egli aveva portato, come i frutti secchi e le diverse qualità di paste e di marmellate, si addicevano soltanto a persone che volessero bere e godere.

Zobeide pensò dapprima che il facchino si fermasse per prender fiato. Ma, vedendo che restava troppo a lungo, gli disse:

“Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella mia, – soggiunse rivolta ad Amina, – dategli ancora qualcosa, che vada via contento.

  • Signora, – rispose il facchino, – non è questo che mi trattiene; sono stato pagato anche troppo per il mio lavoro. Capisco di aver commesso un atto ineducato restando qui più di quanto dovevo; ma spero che abbiate la bontà di perdonarlo poiché è dovuto al mio stupore di non vedere nessun uomo con tre dame di così poco comune bellezza. Una compagnia di donne senza uomini è, tuttavia, una cosa triste, come una compagnia di uomini senza donne.” A queste parole soggiunse altre cose divertenti per provare quanto aveva detto. Non dimenticò di citare quanto si diceva a Bagdad: che non si sta bene a tavola se non si è in quattro; e insomma, finì concludendo che, poiché esse erano tre, avevano bisogno di un quarto.

Al ragionamento del facchino, le dame si misero a ridere. Dopo di che, Zobeide gli disse in tono serio:

“Amico mio, voi spingete un po’ troppo oltre la vostra indiscrezione; ma, sebbene non meritiate ch’io scenda con voi in particolari, voglio tuttavia dirvi che siamo tre sorelle, e facciamo i nostri affari così segretamente che nessuno ne sa niente. Abbiamo una ragione troppo valida da temere di comunicarli a degli indiscreti; e un buon autore che abbiamo letto dice: “Mantieni il tuo segreto e non rivelarlo a nessuno: chi lo rivela non ne è più padrone. Se il tuo cuore non può più contenere il tuo segreto, come potrà contenerlo quello di colui al quale lo avrai confidato?” Continua domani.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad

Sire, disse Sherazad rivolgendo la parola al sultano, sotto il regno del califfo (nome dato al alcuni signori maomettani. Questa parola significa, in arabo, successore, rispetto a Maometto.) Harun-al-Rashid. (Harun-al-Rashid, quinto califfo della stirpe degli abbasidi, era contemporaneo di Carlo Magno. Morì l’anno 800 dell’era cristiana e il ventritreesimo del suo regno. Più rispettato dei suoi predecessori, egli seppe farsi obbedire fino in Spagna e nelle Indie; ridiede splendore alle scienze, fece fiorire le arti belle e utili, attirò gli uomini di lettere, compose versi, e fece succedere nei suoi vasti domini la civiltà alla barbarie. Sotto di lui, gli Arabi che adottavano già i numeri indiani, li diffusero in Europa. In Germania e in Francia si conobbe il movimento degli astri proprio per mezzo degli stessi Arabi. La parola almanacco ne è da sola la migliore testimonianza.) c’era a Bagdad, dove risiedeva, un facchino che, nonostante la sua professione umile e penosa, era ugualmente uomo di spirito e di buon umore. Una mattina, mentre come al solito stava in piazza con un gran paniere traforato accanto, in attesa di qualcuno che avesse bisogno dei suoi servigi, una giovane dama dalla bella figura, coperta da un gran velo di mussolina, gli si avvicinò e gli disse con aria graziosa:

“Sentite, facchino, prendete il vostro paniere e seguitemi.”

Il facchino, incantato da quelle poche parole pronunciate in un tono così gradevole, prese subito il paniere, se lo mise in testa, e seguì la dama dicendo:

“O giorno felice! O giorno di buon incontro!”

Prima di tutto la dama si fermò davanti a una porta chiusa e bussò. Un cristiano, venerando per una lunga barba bianca, aprì. La dama gli mise del denaro in mano senza dirgli una sola parola. Ma il cristiano, il quale sapeva che cosa voleva la dama, rientrò e poco dopo portò una grossa brocca di un vino eccellente.

“Prendete questa brocca, – disse la dama al facchino, – e mettetela nel vostro paniere.”

Fatto ciò, gli ordinò di seguirla; poi riprese a camminare e il facchino ricominciò a dire:

“O giorno di felicità! O giorno di piacevole novità e di gioia!”

La dama si fermò alla bottega di un fruttivendolo-fioraio, dove scelse parecchie qualità di mele albicocche, pesche, cotogne, limoni, arance, mirto, basilico, gigli, gelsomini e altre varietà di piante e di fiori profumati. Disse al facchino di mettere tutto nel paniere e seguirla. Passando davanti alla vetrina di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre della migliore carne che avesse, e ordinò al facchino di mettere anche questa nel paniere. In un’altra bottega comprò capperi, dragoncello, cetriolini, finocchi marini ed altre verdure, tutte sott’aceto; in un’altra acquistò pistacchi, noci, nocelle, pinoli, mandorle ed altri frutti del genere; poi passò ancora in un’altra bottega dove comprò ogni sorta di paste di mandorla. Il facchino metteva tutte queste cose nel paniere e, notando ch’esso stava riempendosi, disse alla dama:

“Mia buona signora, dovevate avvertirmi che avreste fatto tante provviste, avrei preso un cavallo o piuttosto un cammello per portarle. Se continuerete a fare acquisti, il mio paniere si riempirà più del consentito.” La dama rise di questa facezia, e gli ordinò ancora una volta di seguirla.

Entrò da un droghiere, dove si rifornì di ogni sorta di acque profumate, di chiodi di garofano, di noce moscata, di zenzero, di un grosso pezzo d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie: il che finì di riempire il paniere del facchino al quale ella disse di seguirla ancora.

Camminarono finché giunsero ad un magnifico palazzo, la cui facciata era ornata da belle colonne e aveva una porta d’avorio. Vi si fermarono, e la dama batté un colpetto.

Mentre aspettavano che la porta del palazzo venisse aperta, il facchino faceva mille riflessioni. Era stupito che una dama come quella si occupasse personalmente delle provviste; perché, insomma, egli si rendeva ben conto che non si trattava di una schiava: osservava che aveva un’aria troppo nobile da lasciar pensare che non fosse libera e che si trattasse di una persona di distinzione. Le avrebbe rivolto volentieri qualche domanda per informarsi sulla sua condizione; ma, mentre si accingeva a parlarle, un’altra dama, venuta ad aprire la porta, le parve così bella che né restò estasiato, o meglio fu così vivacemente colpito dallo splendore delle sue attrattive, che per poco non lasciò cadere il suo paniere con tutto quanto conteneva, a tal punto la vista di quella dama l’aveva messo fuori di sé. Non aveva mai visto una bellezza paragonabile a quella che aveva sotto gli occhi. Continua domani.

La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere – 2

La regina aveva appena pronunciato queste parole, quando il suo amante e lei, giunti in fondo al viale, girarono per imboccarne un altro e mi passarono davanti. Io avevo sguainato la spada e, poiché l’amante era dalla parte mia, lo colpii sul collo e lo gettai a terra. Credetti di averlo ucciso, e con questa convinzione mi ritrassi bruscamente senza farmi riconoscere dalla regina, che volli risparmiare essendo mia parente.

Il colpo che avevo inferto al suo amante era mortale, ma ella lo conservò in vita con la forza dei suoi incantesimi, in modo tale, però, che di lui si può dire che non è né morto né vivo. Mentre attraversavo il giardino per far ritorno al palazzo, udii la regina gridare fortemente e, immaginando da ciò il suo dolore, mi felicitai di averla lasciata in vita.

Rientrato nel mio appartamento, mi rimisi a letto; e, soddisfatto di aver punito il temerario che mi aveva offeso, mi addormentai. Il giorno dopo, svegliandomi, trovai la regina coricata accanto a me. Non vi dirò se dormiva o no; ma mi alzai senza far rumore, e passai nel mio spogliatoio dove finii di vestirmi. Poi mi recai al consiglio e, al mio ritorno, la regina, vestita a lutto e coi capelli sparsi in parte strappati, venne a presentarsi davanti a me;

“Sire, – mi disse, – vengo a supplicare Vostra Maestà di non trovare strano ch’io sia in questo stato. Tre funeste notizie, ricevute contemporaneamente, sono la giusta causa del vivo dolore di cui voi vedete soltanto qualche debole segno.

  • Eh! quali sono queste notizie, signora? – le chiesi.
  • La morte della regina, mia cara madre; quella del re mio padre, ucciso in battaglia, e quella di un fratello, caduto in un precipizio.”

Il fatto che ella adducesse questo pretesto per nascondere il vero motivo della sua afflizione non m’irritò, e pensai che non mi sospettasse di aver ucciso il suo amante.

“Signora, – le dissi, – lungi dal biasimare il vostro dolore, vi assicuro che vi partecipo come debbo. Sarei sommamente meravigliato se foste insensibile alla perdita che avete subito. Piangete: le vostre lacrime sono infallibili segni della vostra eccellente natura. Spero, nondimeno, che il tempo e la ragione possano mitigare i vostri dispiaceri.”

Ella si ritirò nel suo appartamento dove, abbandonandosi senza riserve ai suoi dolori, trascorse un intero anno a piangere e ad affliggersi. Passato questo periodo, mi chiese il permesso di far costruire il suo sepolcro nelle mura del palazzo, dove voleva, diceva, restare fino alla fine dei suoi giorni. Glielo permisi ed ella fece costruire un maestoso palazzo, la cui cupola si può vedere di qui, e lo chiamò il Palazzo delle lacrime.

Quando fu finito, vi fece portare il suo amante, che aveva fatto trasportare, dove aveva creduto opportuno, la stessa notte in cui l’avevo ferito. Gli aveva impedito di morire sino a quel momento, grazie a pozioni che gli aveva somministrato e che continuò a dargli e a portargli personalmente tutti i giorni, appena egli fu condotto nel Palazzo delle lacrime.

Tuttavia, pur con tutti i suoi incantesimi, non poteva guarire quel disgraziato. Egli non soltanto non era in condizioni di camminare e di reggersi in piedi, ma aveva anche perduto l’uso della parola, e dava segni di vita soltanto attraverso i suoi sguardi. Sebbene la regina non avesse altra consolazione fuorché quella di vederlo e di dirgli tutto ciò che il suo folle amore poteva ispirarle di più tenero e di più appassionato, non tralasciava tuttavia di fargli ogni giorno due visite piuttosto lunghe. Io ero ben informato di tutto ciò, ma fingevo d’ignorarlo.

Un giorno mi recai per curiosità al Palazzo delle lacrime, per sapere quale fosse l’occupazione della principessa; e, da un punto da dove non potevo essere scorto, la udii parlare in questi termini all’amante:

“Sono tormentata da una profonda afflizione, vedendovi in questo stato; non sento meno vivamente di voi i cocenti mali di cui soffrite; ma, anima mia, vi parlo sempre e voi non rispondete. Fino a quando manterrete il silenzio? Dite una sola parola. Ahimè! i più dolci momenti della mia vita sono quelli che passo qui a dividere i vostri dolori. Non posso vivere lontana da voi, e preferirei il piacere di vedervi continuamente all’impero di tutto l’universo.”

A questo discorso, più di una volta interrotto dai suoi sospiri e dai suoi singhiozzi, persi infine la pazienza. Mi mostrai e, avvicinandomi a lei, dissi:

“Signora, basta con le lacrime. E’ tempo di porre fine a un dolore che ci disonora entrambi; significa dimenticare troppo quanto mi dovete e quanto dovete a voi stessa.

  • Sire, – mi rispose, – se vi resta ancora un po’ di considerazione, o piuttosto un po’ di tenerezza per me, vi supplico di non reprimermi. Lasciate ch’io mi abbandoni ai miei mortali dolori; è impossibile che il tempo riesca ad alleviarli.”

Quando vidi che i miei discorsi, invece di richiamarla al proprio dovere, servivano soltanto ad irritare il suo furore, smisi di parlarle e mi ritirai. Ella continuò a visitare ogni giorno l’amante; e, per due anni, altro non fece se non disperarsi.

Mi recai una seconda volta al Palazzo delle lacrime mentre vi si trovava la regina. Mi nascosi e la udii dire all’amante:

“Da tre anni non mi avete detto una sola parola e non rispondete ai segni d’amore che vi do con le mie parole e i miei gemiti; lo fate per insensibilità o per disprezzo? O tomba! hai forse distrutto quell’impeto di tenerezza ch’egli aveva per me? Forse hai chiuso quegli occhi che mi mostravano tanto amore e costituivano tutta la mia gioia? No, no, non ci credo. Dimmi piuttosto per quale miracolo sei divenuta la depositaria del più raro tesoro che sia mai esistito?” Continua domani.

La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere

Dovete sapere, signore, proseguì il giovane, che mio padre, Mahmud, era re di questo Stato. E’ il regno delle Isole Nere, che prende il nome dalle quattro colline dei dintorni. Queste montagne, infatti, in altri tempi erano isole, e la capitale dove soggiornava il re mio padre sorgeva nel punto in cui ora si trova lo stagno che avete visto. Il seguito della mia storia vi informerà di tutti questi mutamenti.

Il re mio padre morì all’età di settant’anni. Poco dopo aver preso il suo posto, mi sposai: la donna che scelsi per farle dividere con me la dignità regale era mia cugina. Ebbi tutti i motivi per essere contento delle sue manifestazioni d’amore verso di me; e, da parte mia, concepii per lei una tale tenerezza che nulla era comparabile alla nostra unione che durò cinque anni.

Un pomeriggio, mentre lei era al bagno, mi venne voglia di dormire e mi gettai sopra un sofà. Due ancelle di mia moglie, che si trovavano in quel momento nella mia camera, vennero a sedersi l’una alla mia testa e l’altra ai miei piedi, con un ventaglio in mano, sia per attutire il calore sia per tener lontane le mosche che avrebbero potuto turbare il mio sonno. Esse mi credevano addormentato e conversavano a voce bassa; ma io avevo soltanto gli occhi chiusi e non persi una parola della loro conversazione.

Una delle ancelle disse all’altra:

“Non è vero che la regina ha un gran torto a non amare un principe così amabile come il nostro?

  • Certamente, – rispose la seconda. – Io non ci capisco nulla, e non so perché ella esce tutte le notti e lo lascia solo. Lui non se ne accorge?
  • Eh! come vuoi che se ne accorga? – riprese la prima. – Ella mescola tutte le sere nella sua bevanda un certo succo d’erba che lo fa dormire per tutta la notte così profondamente ch’ella ha il tempo di andare dove vuole; e, all’alba, viene a coricarsi di nuovo accanto a lui; allora lo sveglia passandogli sotto il naso un certo profumo.”

Giudicate, signore, il mio stupore a questo discorso e i sentimenti che m’ispirò. Nondimeno, qualunque turbamento potesse causarmi, mi dominai abbastanza da dissimularlo: finsi di svegliarmi e di non aver udito nulla.

La regina tornò dal bagno; cenammo insieme e, prima di coricarci, ella mi porse personalmente la tazza piena d’acqua che avevo l’abitudine di bere; ma, invece di portarla alla bocca, mi avvicinai a una finestra aperta e gettai l’acqua così accortamente ch’ella non se ne avvide. Le rimisi poi la tazza fra le mani affinché non dubitasse ch’io l’avessi bevuta.

Poi ci coricammo. Poco dopo, credendomi addormentato, mia moglie si alzò con così poca precauzione da dire a voce abbastanza alta:

“Dormi e che tu possa non risvegliarti mai!” Si vestì in fretta e uscì dalla camera…

Appena fu uscita, mi alzai e mi vestii con premura; presi la spada e la seguii così da vicino che presto l’udii camminare davanti a me. Allora, regolando i miei passi sui suoi, camminai leggermente per paura di essere udito. Ella attraversò parecchie porte che si aprirono in virtù di certe sue parole magiche; l’ultima porta che si aprì fu quella del giardino nel quale entrò. Io mi fermai su questa porta affinché non potesse scorgermi mentre attraversava un’aiuola; e, seguendola con lo sguardo fin dove l’oscurità me lo permetteva, notai che ella entrò in un boschetto i cui viali erano orlati da steccati molto spessi. Mi ci recai per un’altra strada e, scivolando dietro lo steccato di un viale abbastanza lungo, la vidi passeggiare con un uomo.

Non mancai di prestare un orecchio attento ai loro discorsi, ed ecco quanto udii:

“Non merito, – diceva la regina al suo amante, – che voi mi rimproveriate di non essere abbastanza sollecita; conoscete bene la ragione che me lo impedisce. Ma, se tutte le prove d’amore che vi ho dato finora non bastano a convincervi della mia sincerità, sono pronta a darvene di più evidenti: dovete soltanto ordinare, voi conoscete il mio potere. Se volete, prima del sorgere del sole, trasformerò questa grande città e questo bel palazzo in orribili rovine che saranno abitate soltanto da lupi, gufi e corvi. Volete ch’io trasporti tutte le pietre di queste mura, così solidamente costruite, di là dal monte Caucaso, e oltre i confini del mondo abitabile? Dite soltanto una parola, e tutti questi luoghi muteranno faccia.” Continua domani.

La favola del giorno

da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del visir punito – 7

Il castello era circondato da tre lati da un giardino che le aiuole, gli specchi d’acqua, i boschetti e mille altri ornamenti contribuivano ad abbellire. Ma, ciò che finiva di rendere mirabile quel luogo, era costituito da un’infinità di uccelli che riempivano l’aria dei loro canti armoniosi, e avevano stabilito la loro dimora nel giardino: infatti, delle reti tese sopra gli alberi e il palazzo impedivano loro di uscirne.

Il sultano passeggiò a lungo di stanza in stanza, e tutto gli apparve grande e magnifico. Quando fu stanco di camminare, si sedette in un gabinetto che dava sul giardino; e là, con la mente piena di tutto quanto aveva già visto e di tutto quanto voleva ancora vedere, stava riflettendo su tutti quei differenti oggetti quando, ad un tratto, una voce lamentevole, accompagnata da grida disperate, venne a colpire il suo orecchio. Egli ascoltò con attenzione, e udì distintamente queste tristi parole:

“O fortuna, che non sei riuscita a farmi godere a lungo di una notte felice e mi hai reso il più sfortunato degli uomini, cessa di perseguitarmi e vieni a porre fine ai miei dolori con una pronta morte! Ahimè! E’ possibile ch’io sia ancora in vita dopo tutti i tormenti sofferti?”

Il sultano, commosso da quei pietosi lamenti, si alzò e si diresse verso il punto da cui venivano. Giunto sulla porta di un salone, aprì la tenda e vide un giovane di bell’aspetto e vestito molto riccamente, che in quel momento sedeva sopra un trono un poco elevato da terra. La tristezza era dipinta sul suo viso. Il sultano gli si avvicinò e lo salutò. Il giovane rispose al suo saluto inclinando profondamente la testa e, poiché non si alzava, disse al sultano:

“Signore, giudico bene che voi meritate ch’io mi alzi per ricevervi e rendervi tutti gli onori possibili; ma vi si oppone una ragione così importante che non dovete prendervela con me.

  • Signore, – gli rispose il sultano, – vi sono molto obbligato per la buona opinione che avete di me. Quanto alla ragione che vi impedisce di alzarvi, qualunque possa essere, l’accetto di buon cuore. Attratto dai vostri lamenti, colpito dalle vostre pene, vengo ad offrirvi il mio aiuto. Piaccia a Dio che dipenda da me portare conforto ai vostri mali; mi adopererei con tutto il mio potere. Spero che vogliate raccontarmi la storia delle vostre pene; ma, di grazia, ditemi prima che cosa significa lo stagno situato nelle vicinanze che contiene pesci di quattro diversi colori; che cos’è questo castello, perché vi ci trovate, e come mai siete solo? – Invece di rispondere a queste domande, il giovane si mise a piangere amaramente.
  • Com’è incostante la fortuna! – esclamò. – Essa si compiace di portare in basso gli uomini che ha innalzato. Dove sono coloro che godono tranquillamente di una felicità derivata da essa, e i cui giorni sono sempre puri e sereni?”

Il sultano, mosso a compassione vedendolo in questo stato, lo pregò molto insistentemente di dirgli la ragione di un così grande dolore.

“Ahimè! signore, – gli rispose il giovane, – come potrei non essere afflitto, e come sarebbe possibile che i miei occhi non siano inesauribili fonti di lacrime?” Dette queste parole, si tolse l’abito e mostrò al sultano il suo corpo: era uomo soltanto dalla testa alla cintura, l’altra metà del suo corpo era di marmo nero.

Potete bene immaginare, riprese Sherazad, lo stupore del sultano alla vista del deplorevole stato in cui era quel giovane.

“Quel che mi mostrate, – gli disse, – provocando il mio orrore, eccita la mia curiosità. Brucio dal desiderio di conoscere la vostra storia, che dev’essere certamente stranissima, e son convinto che lo stagno e i pesci c’entrano in qualche modo. Perciò vi scongiuro di raccontarmela; voi troverete una certa consolazione perché è indubbio che gli infelici trovano una specie di conforto nel raccontare le loro sventure.

  • Non voglio negarvi questa soddisfazione, – riprese il giovane, – sebbene non possa darvela senza rinnovare i miei vivi dolori; ma vi avverto anticipatamente di preparare le vostre orecchie, il vostro animo ed anche i vostri occhi a cose che superano tutto ciò che l’immaginazione può concepire di più straordinario.”

Fine per il momento delle Mille e una notte – I racconti di Sherazad – al prossimo giro di favole per poter ascoltare la storia del giovane re delle isole nere.

La favola del giorno

da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del visir punito – 6

Mandò a chiamare il pescatore: glielo condussero.

“Pescatore, – gli disse il sultano, – i pesci che ci hai portato mi causano molta inquietudine. Dove li hai pescati?

  • Sire, – rispose il pescatore, – li ho pescati in uno stagno situato fra quattro colline, oltre la montagna che si vede da qui.
  • Conoscete questa montagna? – chiese il sultano al visir.
  • No, Sire, – rispose il visir, – non ne ho mai udito parlare; e tuttavia sono sessant’anni che vado a caccia nei dintorni e oltre quella montagna.”

Il sultano chiese al pescatore a che distanza dal palazzo si trovava lo stagno; il pescatore assicurò che non c’erano più di tre ore di cammino. Avuta questa assicurazione, poiché restava ancora luce per arrivarvi prima di notte, il sultano ordinò a tutta la corte di montare a cavallo, e il pescatore fece loro da guida.

Salirono tutti sulla montagna; e, scendendo, videro con grande meraviglia una vasta pianura che nessuno aveva mai notato fino a quel momento. Finalmente arrivarono allo stagno, che trovarono effettivamente situato fra quattro colline, come aveva raccontato il pescatore. L’acqua era così trasparente che notarono che tutti i pesci erano simili a quelli portati a palazzo dal pescatore. Il sultano si fermò sull’orlo dello stagno; e, dopo aver guardato per qualche minuto i pesci con ammirazione, chiese ai suoi emiri e a tutti i cortigiani se era mai possibile che non avessero visto quello stagno, situato a così breve distanza dalla città. Essi gli risposero che non ne avevano mai udito parlare.

“Poiché siete tutti d’accordo, – disse il sultano, – sul fatto di non averne mai udito parlare e poiché io non sono meno stupito di voi di questa novità, ho stabilito di non rientrare a palazzo fino a quando non avrò saputo perché questo stagno si trova qui e perché contiene soltanto pesci di quattro colori. “Dette queste parole, ordinò di piantare le tende; e in breve il suo padiglione e gli accampamenti per la sua corte furono eretti in riva allo stagno.

Al cader della notte, il sultano, ritiratosi sotto il suo padiglione, parlò in privato al suo gran visir e gli disse: “Visir, ho l’animo in preda a una strana inquietudine: questo stagno trasportato qui, quel negro che ci è apparso nel mio gabinetto, quei pesci che abbiamo udito parlare, tutto ciò eccita a tal punto la mia curiosità che non posso resistere all’impazienza di sodisfarla. Per questa ragione, sto meditando un piano che voglio assolutamente mettere in atto. Mi allontanerò solo da questo campo, vi ordino di tener segreta la mia assenza; restate sotto il mio padiglione, e domani mattina, quando i miei emiri e i miei cortigiani si presenteranno sulla porta, mandateli via dicendo che ho una leggiera indisposizione e voglio restar solo. I giorni seguenti continuerete a dire loro la stessa cosa, finché non sarò di ritorno.”

Il visir disse parecchie cose al sultano per cercare di distoglierlo dal suo progetto; gli rappresentò il pericolo al quale si esponeva e la pena che forse si sarebbe presa inutilmente. Ma ebbe un bel esaurire la sua eloquenza, il sultano non rinunciò affatto alla sua risoluzione e si preparò a metterla in pratica. Indossò degli abiti comodi per camminare a piedi, si munì di una sciabola e, appena vide che nel campo tutto era tranquillo, partì senza farsi accompagnare da nessuno.

Diresse i suoi passi verso una delle colline e l’ascese senza molte difficoltà. Trovò la discesa ancora più facile e, giunto nella pianura, camminò fino al sorgere del sole. Allora scorgendo da lontano un grande edificio, se ne rallegrò nella speranza di poter apprendere quanto voleva sapere. Giuntovi, notò che si trattava di un magnifico palazzo, o piuttosto di un castello molto massiccio, di un bel marmo nero lucente, e ricoperto di acciaio fine e compatto come uno specchio. Felice di non essere stato a lungo senza incontrare qualcosa degna per lo meno della sua curiosità, si fermò davanti alla facciata del castello e la considerò con grande attenzione.

Poi avanzò fino alla porta a due battenti, uno dei quali si era aperto. Sebbene fosse libero di entrare, ciò nonostante giudicò doveroso bussare. Bussò un colpo piuttosto leggermente, ed attese per qualche momento: non vedendo venire nessuno, pensò che non l’avessero udito. Ciò lo stupì grandemente: non poteva pensare, infatti, che un castello così ben tenuto fosse abbandonato. “Se non c’è nessuno, – diceva fra sé, – non ho nulla da temere; se c’è qualcuno ho di che difendermi.”

Infine il sultano entrò e, avanzando sotto il vestibolo, esclamò:

“Non c’è nessuno qui per ricevere uno straniero che, passando, avrebbe bisogno di ristorarsi?” Ripeté la stessa cosa due o tre volte; ma, sebbene parlasse a voce molto alta, nessuno gli rispose. Quel silenzio accrebbe il suo stupore. Passò in una corte molto spaziosa e, guardando da ogni lato per vedere se scopriva qualcuno, non scorse il più piccolo segno di vita. Entrò in alcuni saloni ornati di tappeti di seta, baldacchini e divani ricoperti di stoffe delle Indie, con ricami in rilievo d’oro e d’argento. Poi passò in un meraviglioso salone, al centro del quale c’era una grande vasca con un leone d’oro massiccio ad ogni angolo. I quattro leoni gettavano acqua dalla gola e l’acqua, cadendo, formava diamanti e perle; il che faceva da degna cornice a un getto d’acqua che, zampillando dal centro della vasca, andava quasi a colpire il fondo di una cupola arabescata. Continua domani.

La favola del giorno

da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del visir punito – 5

“Pesce, pesce, stai facendo il tuo dovere? – Poiché il pesce non aveva risposto nulla, ella ripeté le stesse parole, e allora i quattro pesci alzarono tutti insieme la testa, e le dissero molto distintamente:

  • Sì, sì; se voi contate, noi contiamo; se pagate i vostri debiti, noi paghiamo i nostri; se fuggite, noi vinciamo e siamo contenti.”

Appena ebbero pronunciato queste parole, la giovane dama capovolse la padella e rientrò nella breccia del muro che subito si richiuse e tornò nello stesso stato in cui era prima.

La cuoca, che si era spaventata per tutte queste meraviglie, tornò in sé e andò a raccogliere i pesci che erano caduti sulla brace; ma li trovò più neri del carbone e in condizioni tali da non poterli servire al sultano. Ne provò un vivo dolore e, mettendosi a piangere con tutte le sue forze, diceva:

“Ahimè! che cosa sarà di me? Quando racconterò al sultano quel che ho visto, son sicura che non mi crederà e si arrabbierà con me.”

Mentre si affliggeva così, entrò il gran visir e le chiese se i pesci erano pronti. Ella gli raccontò tutto quanto era successo e, come si può immaginare, il visir se ne stupì molto. Ma, senza parlarne al sultano, inventò una scusa che lo sodisfece. Poi, mandò immediatamente a chiamare il pescatore e, quando giunse, gli disse:

“Pescatore, portami altri quattro pesci simili a quelli che hai già portato, perché è sopravvenuto un’incidente che ci ha impedito di servirli al sultano.”

Il pescatore non gli disse quel che il genio gli aveva raccomandato; ma, per dispensarsi dal fornire quel giorno i pesci, si scusò col pretesto della lunghezza della strada e promise di portarli la mattina dopo.

Il pescatore, infatti, partì durante la notte e si recò allo stagno. Vi gettò le reti e, quando le tirò, vi trovò quattro pesci identici agli altri, ciascuno di un colore differente. Se ne tornò subito indietro e li portò al gran visir per l’ora che gli aveva promesso. Il ministro li prese, e ancora una volta li portò personalmente in cucina. Vi si rinchiuse solo con la cuoca che cominciò a condirli in sua presenza, e li mise sul fuoco come aveva fatto il giorno prima. Quando furono cotti da una parte e li ebbe girati dall’altra, il muro della cucina si dischiuse ancora una volta e apparve la stessa dama con la sua bacchetta in mano; si avvicinò alla casseruola, colpì uno dei pesci, rivolgendogli le stesse parole, ed essi, alzando la testa, diedero tutti la stessa risposta.

Allora la dama capovolse di nuovo la casseruola con un colpo di bacchetta e si ritirò attraverso lo stesso punto del muro da dove era uscita. Il gran visir che era stato testimone dell’accaduto, disse:

“E’ una cosa troppo stupefacente e troppo straordinaria da farne mistero col sultano; vado subito ad informarlo di questo prodigio.”

Infatti andò da lui e gliene fece un fedele rapporto.

Il sultano, molto stupito, mostrò una gran premura di vedere questa meraviglia. A questo scopo, mandò a chiamare il pescatore e gli disse:

“Amico mio, non potresti portare ancora altri quattro pesci di diverso colore?” Il pescatore rispose al sultano che, se Sua Maestà voleva accordargli tre giorni di tempo per fare quanto desiderava, egli prometteva di accontentarlo.

Ottenutili, si recò per la terza volta allo stagno e non fu meno fortunato delle due precedenti; infatti, appena gettata la rete, pescò quattro pesci di diverso colore. Subito li portò al sultano, il quale provò una gioia tanto maggiore in quanto non si aspettava di averli così presto, e gli fece dare ancora quattrocento monete.

Appena il sultano ebbe avuto i pesci, li fece portare nel suo gabinetto con tutto il necessario per cuocerli. Poi, dopo esservisi rinchiuso col suo gran visir, il ministro li condì, li mise in una casseruola sul fuoco e, quando furono cotti da una parte, li rigirò dall’altra. Allora il muro del gabinetto si dischiuse; ma, invece della giovane dama, ne uscì un negro. Questo negro indossava un vestito da schiavo, era di grossezza e di altezza gigantesche, e teneva un grosso bastone verde in mano. Avanzò fino alla casseruola e, toccando col bastone uno dei pesci, disse con voce terribile: “Pesce, pesce, stai facendo il tuo dovere? – A queste parole, i pesci alzarono la testa e risposero:

  • Sì, sì, lo stiamo facendo; se contate, noi contiamo; se pagate i vostri debiti, noi paghiamo i nostri; se fuggite, noi vinciamo e siamo contenti.”

Appena i pesci ebbero pronunciato queste parole, il negro capovolse la casseruola in mezzo al gabinetto e ridusse i pesci a carbone. Fatto ciò, si ritirò fieramente e rientrò nella breccia del muro che si richiuse e tornò nello stato di prima.

“Dopo quanto ho visto, – disse il sultano al suo gran visir, – non mi sarà possibile avere l’animo tranquillo. Questi pesci significano certamente qualche cosa di straordinario che voglio chiarire.”

Continua domani.