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Un commento alla Poesia Il Cinque Maggio

La tragedia di Napoleone si svolge nella terra e si scioglie nell’eternità. Ma la catastrofe è presentata nel prologo già più che umano, e preparata dallo svolgimento che via via s’innalza. La storia c’è, fedele, incisa a tratti di fulmine, rispecchiata in una mente comprensiva ma è sollevata in un’altra regione: il significato della vita del Bonaparte, trasportata nel regno senza tempo, non è più quello d’un dominio vario, rapido e immenso: la storia dilegua; il significato di quella vita diventa quello dell’immutabile sorte d’ogni impero umano che, fondato sulla materia, scompare di fronte al regno indistruttibile dello spirito.

E la figura di Napoleone è tratteggiata con una così densa vigoria, che lascia poi l’anima immersa in lunghe riflessioni sulla storia rumorosa e abbagliante che affonda senza tregua nel mare dell’eternità. Ci passano dinanzi alla fantasia eccitata, Napoleone che si prepara il dominio, gli splendori della sua corte, il turbine delle battaglie, l’Europa sbigottita, insanguinata, corsa degli eserciti, le turbe osannanti e maledicenti, i poeti che lasciano il loro vituperio inutile e vile o il loro tumido inno, Napoleone che cade e risorge e soffre i giorni inerti nella solinga Sant’Elena, la terra percossa dalla notizia della sua morte: trent’anni della vita d’una gran parte del mondo, de’ suoi tempi più travagliosi, ed uno dei più forti padroni dei destini delle genti; ma intanto sentiamo che quella gran febbre è vana perché chi l’ha voluta la può troncare, e la vediamo spegnersi – più che per una forza materiale – per il destino che attende ogni cosa terrena. Poiché l’ultima sconfitta di Napoleone, che parrebbe così importante nella sua vita, è quasi sottintesa, non è accennata con nessun particolare concreto: gli uomini che lo vinsero, non sono nemmeno nominati. E sparve: nient’altro. l’Inghilterra vincitrice non entra in questo dramma: il poeta non l’ha pensata nemmeno per un istante. E’ venuto un momento che il dominio di Napoleone è caduto; ed egli l’ha desiderato ancora; ma poi ha sentito che esso era un nulla.

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio

e l’avviò, pei floridi

sentier della speranza,

ai campi eterni, al premio

che i desidèri avanza,

dov’è silenzio e tenebre

la gloria che passò.

Bella Immortal! benefìca

fede ai trionfi avvezza!

scrivi ancor questo, allegrati;

ché più superba altezza

al disonor del Golgota

giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

sperdi ogni ria parola;

il Dio che atterra e suscita

che affanna e che consola,

sulla deserta coltrice

accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio – 3

Come sul capo al naufrago

l’onda s’avvolve e pesa,

l’onda cu cui del misero,

alta pur dianzi e tesa,

scorrea la vista a scernere

prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo

delle memorie scese!

ho quante volte ai posteri

narrar sé stesso imprese,

e sull’eterne pagine

cadde la stanca man!

oh quante volte, al tacito

morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,

le braccia al sen conserte,

stette, e dei dì che furono

l’assalse il sovvenir!

e ripenso le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio

cadde lo spirto anelo,

e disperò; ma valida

venne una man dal cielo,

e in più spirabil aere

pietosa il trasportò;

Alessandro Manzoni – continua

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio – 2

Fu vera gloria? Ai posteri

l’ardua sentenza: nui

chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

del creator suo spirito

più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge; e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio:

due volte nella polvere,

due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’ silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio

Chiuse in sì breve sponda,

segno d’immensa invidia

e di pietà profonda,

d’inestinguibil odio

e d’indomato amor.

Alessandro Manzoni

Continua

L’angolo della Poesia

IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom fatale;

né sa quando una simile

orma di piè mortale

la sua cruenta polvere

a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio

vide il mio genio e tacque;

quando, con voce assidua,

cadde, risorse e giacque,

di mille voci al sonito

mista la sua non ha:

vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,

sorge or commosso al subito

sparir di tanto raggio;

e scioglie all’urna un cantico

che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

di quel securo il fulmine

tenea dietro al baleno;

scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.

Alessandro Manzoni – continua.

Arte – Cultura – Personaggi

Federico Garcia Lorca

Le poesie

Il rinnovamento della lirica europea che prende avvio dalle esperienze del Simbolismo francese di secondo Ottocento, tocca, all’inizio del nuovo secolo, anche la Spagna. Ne nasce un ventaglio di sperimentazioni liriche che, sebbene diversificate tra loro, sono tuttavia accomunate dal recupero della grande poesia spagnola cinque-seicentesca, e in particolare dalla riscoperta del poeta barocco Luis de Gòngora (1561-1627), le cui ardite soluzioni stilistiche poterono apparire ai nuovi poeti una imprescindibile lezione di rigore formale. Tra questi poeti (che la comune ammirazione per Gòngora – morto nel 1627 e da loro celebrato nel 1927 – fece definire la “generazione del ‘27”) un gruppo a parte costituiscono gli “andalusi” Garcia Lorca e Alberti, la cui poesia si distingue da quella dei sodali per la sapiente commistione di “cultismo” e “popolarità”, di recuperi dotti e consonanza con l’anima popolare. “Dallo scorcio del secolo”, cioè dell’Ottocento – chiarisce bene H. Friedrich – “si era iniziato in Spagna un cambiamento stilistico, che scaturiva dal disgusto per la poesia realistica, ingenua e brutale che fosse, per ogni sorta di naturalismo. Esso fu favorito dalla tradizione indigena, sotto forma della poesia altamente metaforica, estranea alla natura, di Gòngora. L’allontanamento dal naturalismo avvenne per le stesse ragioni e con gli stessi fini che in Francia… Ne conseguì una tematica e una tecnica poetica che necessariamente dovevano avere lo stesso aspetto che in Francia. Così molte poesie degli spagnoli moderni sono vicine al campo di radiazione di Rimbaud, Mallarmé e dei loro eredi. Ciò nonostante conservano la loro caratteristica impronta spagnola. Ciò si rivela anche sotto un aspetto particolare.

 Anche in Spagna la poesia moderna è diventata sempre più oscura, esoterica (cioè per pochi). Ma per la mentalità spagnola il limite dell’esoterico è situato in un altro punto che per gli altri europei. E’ situato più in alto. Il ritorno alla tradizione indigena ha ricondotto non solo a Gòngora, ma anche alla poesia popolare, in particolare a quella delle romanze. Questo patrimonio primitivo della poesia spagnola aveva sempre avuto come sua caratteristica uno stile oscuro, pieno di laconicità e allusioni, con la tendenza ad abbandonare tutto all’intuizione, a risparmiare i legami oggettivi e logici. La poesia moderna si appropria questo stile. In certi versi enigmatici di Garcia Lorca, ma anche di un Alberti, un orecchio spagnolo avverte il suono familiare di romanze indigene, mentre lo straniero vi vede soltanto un linguaggio enigmatico di un fascino assai poco popolare… Gli spagnoli del XX secolo riprendono dalla loro poesia popolare – anche dai canti zingareschi dell’Andalusia – quel linguaggio simbolico velato, che evoca più che nominare. Poiché esso si conviene a uno stile lirico moderno che per molte ragioni vuole essere ardito e oscuro”.

L’angolo della Poesia

Amparo

Amparo,

quanto sei sola nella tua casa,

vestita di bianco!

(Equatore tra il gelsomino

e la tuberosa).

Ascolta i mervigliosi

zampilli del tuo cortile

e il fragile trillo giallo

del canarino.

Vedi a sera tremare

d’uccelli i cipressi,

mentre adagio ricami

iniziali sul canovaccio.

Amparo,

quanto sei sola nella tua casa,

vestita di bianco!

Amparo,

e quanto è difficile dirti:

ti amo!

Federico Garcia Lorca