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Scienza – La Semiotica – 2

Una scienza per comunicare

Fin qui le basi, il materiale di lavoro della semiotica, quelle che de Saussure avrebbe chiamato “unità minime”. Da questo punto di partenza, i semiologi hanno elaborato i loro strumenti… e una terminologia spesso incomprensibile per i non addetti ai lavori, infarcita di “attanti”, “apparati autoriali”, “soggetti enunciatari”, “ipertesti”, “dimensione pragmatica” e così via.

Ecco un caso concreto di analisi semiotica, sia pure semplicissimo.

Il nipotino Luigi mi manda una cartolina con scritto “nonno Cosimo ti voglio bene”. Siamo di fronte a un testo, che per la semiotica non è composto solo della frase ma da tutta la cartolina. Esiste un soggetto empirico trasmittente (Luigi) e uno ricevente (nonno Cosimo): poi, nell’ordine, un soggetto enunciatore modello (l’idea che il nonno ha del suo nipotino); un soggetto dell’enunciato (la scritta affettuosa), un soggetto enunciatario (il nonno o altri che leggono la cartolina… una cartolina dovrebbe essere privata, ma si deve tenere conto della possibilità che venga letta anche da altri). Manca qualcosa? Sì, il soggetto ricevente modello, o “lettore implicito”, ossia l’idea che il nipote ha del nonno facile alla commozione, e non abbiamo ancora detto nulla sulla complessità del testo espresso da una qualunque cartolina, indipendentemente dal messaggio: vi entrano in gioco codici grafici, economici (francobollo di posta prioritaria o normale?), sociali (raffinatezza della foto, luogo scelto…). Nel messaggio trovano posto contesti: se vai all’estero come fai a non mandare una cartolina al nonno? E poi ci sono i precedenti che non tutti i possibili soggetti enunciati capirebbero… il nonno, e solo lui, può cogliere in quel “ti voglio bene” una traccia d’ironia…

A questo punto c’è da porsi una domanda: perché? Perché darsi tanta pena per analizzare una cartolina? Risposta: lo scopo della semiotica è proprio quello di studiare “tutto” il significato di un atto comunicativo, che si tratti di una cartolina, di un discorso del Presidente degli Stati Uniti, dei Promessi Sposi o di un piercing all’ombelico. A questo scopo (e non per complicare la vita a se stessi e ai loro studenti) gli studiosi di semiotica hanno a poco a poco elaborato modelli di analisi sempre più complessi, in grado di descrivere tanto la nostra cartolina quanto un quadro o un comizio politico.

Questi modelli servono dunque a studiare 3 elementi della comunicazione: i segni, intesi come qualcosa che rinvia a qualcos’altro, ed è interpretato come tale; il testo, inteso come il “luogo” dove avviene la comunicazione e l’interazione tra testo e destinatario. Continua

Scienza – La Semiotica

Una scienza per comunicare

Nata nel 1913, la semiotica (scienza dei segni), studia i modi, gli strumenti, le convenzioni e anche i limiti della comunicazione.

A cosa serve questa disciplina spesso nominata e così poco spiegata? Si tratta, è vero, di una scienza giovane, a fatica le si può dare poco più di un secolo di vita, ma mentre tutti più o meno saprebbero dire qualche parola sulla psicanalisi, nata nello stesso periodo, difficilmente capita di sentire due vicini di ombrellone confidarsi il nome della scuola semiotica preferita e del semiologo di fiducia.

Eppure, senza saperlo, i primi semiologi esistevano già ben più di duemila anni fa. La parola semiotica deriva infatti da semeion, in greco segno, e la si può definire scienza dei segni: è la disciplina che studia – in ogni aspetto – i simboli utilizzati dagli uomini per comunicare tra loro, dai più evidenti (le parole, i numeri, i segni convenzionali…) ai più marginali (i cartelli stradali, gli ornamenti del corpo, i colori…)

Fino a qualche tempo fa si parlava di semiologia (logos significa anche studio), ma poi si è preferito italianizzare il termine americano semiotics, da cui semiotica.

Che la si chiami semiologia o semiotica, comunque, questa disciplina esiste da quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla comunicazione e su ciò che la rende possibile: l’interpretazione dei segni.

Parlavano di segni Platone e Tommaso d’Aquino, Aristotele e gli Stoici. D’altra parte la vera e propria disciplina che si occupa del “segno” nasce quando un linguista svizzero Ferdinand de Saussure, scrive il Corso di linguistica generale pubblicato nel 1913 ponendo le basi della semiotica come disciplina autonoma

Abbiamo visto quando nasce la semiotica e di che cosa si occupa. Resta la domanda fondamentale: a che cosa serve? Non bastavano la linguistica, la psicologia, l’etologia umana? Dopotutto, tutte queste discipline si occupano di comunicazione. Certo, risponderebbe un semiologo, ma lo fanno in modo parziale, senza poterne cogliere le regole e le metodologie generali. E in un periodo storico in cui la comunicazione umana si fa di anno in anno più complessa, articolata e spesso confusa, una scienza che ne chiarisca gli aspetti essenziali appare indispensabile.

Il presupposto della semiotica è che tutto sia comunicazione, quindi che tutto sia “segno”, purché ci sia qualcuno in grado di recepire questa comunicazione. Si comunica attraverso il modo in cui ci si veste (con eleganza o trascuratezza, di nero o di rosa…), quando si canta, quando ci si gratta il naso, oltre che, naturalmente, quando si parla o si scrive. Sono comunicazione i cartelli stradali, le insegne dei negozi, i cartelloni pubblicitari, così come lo sono i libri, i giornali, i graffiti sul muro, i film…

Il primo livello di classificazione dei segni è quello della volontarietà: molti segni presuppongono infatti l’intenzione di comunicare, per quanto non sempre evidente. Anche grattarsi il naso è comunicazione volontaria, perché segnala rilassamento – forse non lo si farebbe ad un ricevimento di corte – o disagio, se il gesto manifesta un tic. Esistono però anche i segni non volontari, come le nuvole che annunciano il temporale, le rondini che (lo diceva già Aristotele) indicano l’arrivo della primavera, il fumo che rimanda a un fuoco…

Tutti i segni comunicano, anche senza che ci sia la volontà di comunicare: l’importante è che ci sia qualcuno che li recepisca. Ma che cos’è un “segno”? Secondo la definizione classica, il segno è “qualcosa che sta al posto di qualcos’altro”, ossia qualcosa (il fumo, l’atto di grattarsi, le rondini) che non rimanda solo a se stesso, ma ad altro: il fumo rimanda al fuoco, il grattarsi al disagio, le rondini alla primavera. Tutti questi segni, quindi, non comunicano solo ciò che sono ma anche qualcos’altro. Continua domani.