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Miti – Saghe e Leggende

Un castigo di Dio: i terremoti.

…. Quando la terra era ancor liscia e piana e non c’erano monti né pietre e gli uomini ancora obbedivano a Dio ed era un piacere vivere su la terra, non c’erano allora né ricchi né poveri e tutti erano felici. Oggi ci sono ricchi e poveri, e gli uomini non sono più eguali, perché quando Iddio, malcontento, suscitò un terremoto, insieme con le pietre caddero dal cielo anche i ricchi. E da quando ci sono monti e pietre, anche la terra è disuguale: quella buona Iddio la diede ai ricchi, perché erano obbedienti, quella montuosa ai poveri.

Un giorno, quando la terra era ancora liscia e piana, ma gli uomini erano diventati disobbedienti, Iddio minacciò la terra dicendo: “Se si continua così, io ti punirò. Manderò un terremoto, e la distesa delle terre diverrà tutta montuosa, e farò piovere pietre dal cielo”. La Terra si mise a ridere, e disse: “Ma io scapperò via, e tu non avrai su che far piovere le tue pietre”. Indignato di questa risposta sprezzante, Iddio mandò un violento uragano, fece tremare la terra e piovere pietre dal cielo, e la terra non poté fuggire, e dové soffrire.

Da allora in poi ciò si ripete ogni qualvolta Iddio è malcontento.

E noi sappiamo che allora Iddio aiuta gli uomini del mondo infero a conquistare la terra. E sappiamo altresì che verrà un giorno che gli uomini di laggiù ci vinceranno, perché sono migliori di noi, e noi dovremo scomparire e morire.

Mito africano – Mito del Konso, popolazione negra africana che vive nell’Etiopia meridionale.

Miti – Saghe e leggende

Origine del Fuoco

Il fuoco, questa cosa così preziosa per gli uomini, proviene dal paese di Gjuok, l’Essere Supremo. Da principio non si conosceva il fuoco: i cibi erano scaldati al sole, e quel che si coceva, cioè la parte superiore, lo mangiavano gli uomini, mentre la parte di sotto, non cotta, era per le donne. Una volta il cane portò a casa un pezzo di carne arrostita sul fuoco, ch’egli aveva rubato nel paese di Gjuok. Gli uomini l’assaggiarono e la trovarono molto migliore che la carne cruda. Allora, per procurarsi questo fuoco, avvolsero la coda del cane con della paglia secca, e lo ricacciarono nel paese di Gjuok. Là giunto il cane, cominciò a rotolarsi, come era solito, sulla cenere, e poiché questa ardeva ancora, la paglia della coda prese fuoco. Il cane si mise a guaire e se ne fuggì di corsa col fuoco nella coda, e arrivato di nuovo al paese dei Scilluk cominciò a rotolarsi, dallo spasimo, su l’erba secca, e questa subito si accese, e da quell’incendio i Scilluk presero il fuoco, che da allora essi hanno conservato nelle ceneri senza mai lasciarlo estinguere.

Mito africano – Mito degli Scilluk, popolazione negra africana che vive nel bacino del Nilo.

Origine della morte

La Luna, nei tempi andati, chiamò la tartaruga e per mezzo suo mandò agli uomini di allora questo messaggio: “Uomini, com’io morendo resuscito, così resusciterete voi dopo la morte”. La tartaruga si mise in cammino per trasmettere il messaggio, e più e più volte veniva ripetendolo fra sé per non dimenticarlo. Ma era così lenta a camminare che per quanto facesse se lo dimenticò, sicché tornò indietro per farselo ripetere dalla Luna. Quando la Luna sentì che la tartaruga aveva dimenticato il messaggio, s’adirò e chiamò la lepre. Disse: “Tu sei una buona corritrice. Porta questo messaggio agli uomini laggiù: Uomini, com’io morendo resuscito, così resusciterete voi dopo la morte”. La lepre correva molto forte, ma a un certo momento giunse dov’era della bella erba e si fermò a brucare.

Si dimenticò il messaggio, e, non osando tornare indietro, lo riferì a questo modo: “Uomini, quando morirete, sarete morti per sempre”.

Aveva la lepre appena finito di parlare che giunse la tartaruga e riferì il suo messaggio, sicché si misero a discutere chi di loro avesse ragione. La lepre dette della bugiarda alla tartaruga. Gli uomini si adirarono talmente con la lepre che uno di loro raccattò un sasso e glielo tirò. Il sasso la colpì sulla bocca e le spaccò il labbro; così ancor oggi ogni lepre ha il labbro fenduto. Gli uomini mandarono a chiedere che cosa avesse realmente detto la Luna; ma era troppo tardi, poiché era stato trasmesso il messaggio sbagliato, e così da allora tutti gli uomini son morti sempre.

Mito africanoMito dei Boscimani, popolazione del Sud-Africa che vive nelle steppe del Kalahari.

Miti -Saghe e leggende

Mito Greco

Il mito è raccontato dal poeta Esiodo (secolo VIII-VII a.C.) nella Teogonia (Generazione degli dèi).

Nella mitologia greca i Titani erano esseri giganteschi, figli della terra e di Urano, il Cielo stellato. Essi lottarono contro Zeus, il re degli dèi, e, sconfitti, furono precipitati nel Tartaro, l’eterno regno della dannazione. L’unico superstite dei Titani fu Prometeo che non aveva partecipato alla lotta.

I Cicopli erano giganti che avevano un solo occhio nel mezzo della fronte.

Promèteo, gli uomini e il fuoco

I primi uomini pallidi, smunti, con sul volto palese il terrore e l’odio, trascinavano la loro misera esistenza di caverna in caverna.

All’alba e al tramonto si aggiravano per le selve, trasalendo ad ogni frusciare di cespuglio, scrutando cauti l’orlo dei dirupi. Di notte e al meriggio si rintanavano negli angoli più bui delle loro spelonche.

Oh, i disgraziati non sapevano quanto fosse serena la luce del sole, e come limpido risplendesse su di loro il cielo!

Forze misteriose li attorniavano da per tutto; ed essi temevano il mormorio delle fonti, il sussurro delle fronde, il gracidare dei corvi e lo stridere delle civette …

Promèteo, il titàno superstite, che errava sulla terra, ebbe pietà di quegli infelici:

  • Zèus, gran padre, abbi pietà della povera stirpe mortale! Concedi loro una scintilla del fuoco divino; rischiara il buio, che li avvolge inermi. Guardali, Zèus! Simili a bruti, a testa bassa, con gli occhi torvi, strisciano sulla terra inospitale!
  • Promèteo, non sai più che cosa chiedere al re degli dèi? Io non sento pietà per quei vermi, che formicolano nel fango. Sì, li voglio distruggere tutti, voglio creare una razza simile a quella degli dèi.
  • Gran padre, se ti fui caro nel giorno della tua vittoria sopra i Titàni ribelli, se fui io a consigliarti di costruire i fulmini e i lampi, abbi tu oggi pietà di quegli infelici! Concedimi, o Zèus, la loro vita!
  • Ebbene sia! Gli uomini vivranno, ma dovranno errare per boschi e paludi, simili a bruti; dura dovrà essere la ricerca del cibo; e il fantasma della morte, sovrastando su di loro con le sue nere ali, li opprimerà d’affanno.

Era l’alba.

La montagna di fuoco, nel cui grembo si internava la fucina di Efèsto, il dio del fuoco, appariva nitida e lampeggiante nelle prime luci del mattino.

Promèteo si fermò sulle soglie della spelonca. Vedeva i fuochi e le enormi braccia dei Ciclòpi, che apparivano or sì, or no tra le fiamme, maneggiando formidabili martelli. L’aria era piena di scintille e tutta la fucina rintronava del febbrile lavoro.

  • Efèsto! Efèsto! – La voce di Promèteo si perse in quell’antro pieno di fragore.

Il dio stava cesellando lo scudo di Zèus. Promèteo passò tra i Ciclòpi, si accostò ad Efèsto e gli pose una mano sulla spalla:

  • Efèsto!

Il dio si volse stupito:

  • Promèteo! Tu? Che cosa vuoi da Efèsto?
  • Voglio un vaso di bronzo. Ma di chi è questo scudo intorno a cui lavori corrugando i sopraccigli, mentre la fronte ti si fa madida di sudore?
  • E’ l’ègida, lo scudo di Zèus.
  • Oh, lascia che la guardi nella luce del fuoco!

Così dicendo Promèteo si accostava ad uno dei fuochi pieni di scintille. Efèsto protese lo scudo verso le fiamme e stette, inorgoglito, a contemplare il suo lavoro. Egli non si accorse che Promèteo, con rapida mano, rapiva una scintilla del fuoco eterno e la nascondeva dentro la sua canna.

  • Guarda, – diceva Efèsto – i macigni dei Titàni hanno ammaccato le cesellature… Dovrò rimettere a nuovo lo scudo… – Poi, rivolto ad uno dei Ciclòpi, ordinò: – Ohè! porgi a Promèteo il vaso di bronzo più bello. Efèsto glielo vuole donare per l’aiuto che egli diede a Zèus.

Dalla scintilla rubata Promèteo trasse mille e mille scintille e le donò agli uomini, che via via si imbattevano in lui. Ed, oh prodigio!, quegli esseri brutali, che fino allora avevano solo conosciuto gli odi e gli agguati, sollevarono improvvisamente gli occhi da terra e scoprirono il cielo. Videro il sole, le nubi, il sereno… Poi nella notte rimasero a lungo sulla soglia delle loro caverne a contemplare, meravigliati, le stelle.

E il cuore degli uomini conobbe l’amore.

Con stupore incominciarono a guardarsi gli uni e gli altri nel volto, e i loro occhi, le loro labbra si aprirono al sorriso. Quelli che prima erano stati orribili a vedersi, apparivano ora irradiati di una luce, che li rendeva simili agli dèi.

Miti – Saghe e leggende

Mito Greco

Le cinque età dell’uomo

Mito raccontato dal poeta Esiodo (secolo VIII-VII a.C.), nella Teogonia (generazione degli dèi)

Taluni negano che gli uomini siano stati creati da Prometeo, oppure che siano nati dai denti di un drago. Dicono invece che la Terra li generò spontaneamente, come i suoi frutti migliori, specialmente sul suolo dell’Attica, e che Alalcomeneo fu il primo uomo che visse nei pressi del lago Copaide in Beozia, prima ancora che vi fosse la Luna. Egli fu il consigliere di Zeus quando il dio venne a contesa con Era e il tutore di Atena giovanetta.

Cotesti uomini costituirono la stirpe appartenente alla cosiddetta “Età dell’oro” e furono sudditi di Crono. Vivevano senza pena e senza fatica, nutrendosi di ghiande, di frutta selvatica e del miele che stillava dalle piante, e bevendo il latte delle pecore e delle capre.

Fra svaghi e danze, in serena allegria, non invecchiavano mai e la morte, per loro, non era più temibile del sonno. Ora si sono estinti, ma i loro spiriti sopravvivono come geni tutelari di rustici eremi, come datori di buona fortuna e come difensori della giustizia.

Poi vi fu la stirpe dell’”età dell’argento”, anch’essa creata dagli dèi. Gli uomini erano in tutto soggetti alle madri e non osavano disobbedire ai loro ordini. Litigiosi ed ignoranti non sacrificavano mai agli dèi, ma almeno non combattevano gli uni contro gli altri. Zeus li distrusse tutti. Poi vi fu la “stirpe dell’età del bronzo”, i cui uomini caddero dai frassini come frutti maturi e portavano armi di bronzo. Mangiavano carne e pane e godevano nel fare la guerra, poiché erano insolenti e spietati. La Morte Nera si impadronì di loro.

La quarta stirpe appartenne pure all’”età del bronzo”, ma fu più nobile e generosa, perché generata dagli dèi in madri mortali. Essi si batterono valorosamente all’assedio di Tebe, nella spedizione degli Argonauti e nella guerra contro Troia. Divennero eroi ed ora vagano nei Campi Elisi.

La quinta stirpe è l’attuale stirpe dell’”età del ferro” ed i suoi uomini sono indegni discendenti  della quarta: crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi e traditori.

Da R. Graves, I Miti Greci, Longanesi

Miti – Saghe e leggende

I miti della distruzione

Mito babilonese – Il Diluvio

Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollevò il capo, e sorrise.

  • Gilgamesh – disse lentamente – ti svelerò il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno

conosce, eccettuati gli dèi e io stesso.

E gli narrò la storia del diluvio universale, che gli dèi avevano mandato sulla terra nei tempi antichi: e gli disse come Ea, il dolce signore della sapienza, gli avesse fatto pervenire il suo avvertimento con una folata di vento, che aveva fatto stormire le frasche della sua capanna.

Per ordine di Ea, Utnapishtim aveva fatto costruire un’arca, e aveva chiuso ogni apertura con pece e catrame, e su di essa aveva caricato la famiglia e gli animali e aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano, le tempeste infuriavano e i fulmini guizzavano nelle tenebre. E al settimo giorno l’arca aveva approdato su una montagna agli estremi limiti della terra, ed egli aveva aperto una finestra nell’arca, e ne aveva fatto uscire una colomba, per vedere se il livello delle acque fosse sceso. Ma la colomba era tornata perché non aveva potuto trovare un luogo ove posarsi. Poi aveva fatto uscire una rondine, e anche la rondine era tornata. Infine, aveva fatto uscire un corvo, e il corvo non aveva fatto ritorno. Allora aveva condotto fuori la propria famiglia e gli animali, e aveva offerto doni di ringraziamento agli dèi. Ma, d’improvviso, il dio dei Venti era sceso dal cielo, lo aveva ricondotto nell’arca e con lui sua moglie, e ancora una volta aveva spinto l’arca sulle acque, finché non aveva raggiunto un’isola sul lontano orizzonte, dove gli dèi lo avevano condotto perché vi abitasse in eterno.

Mito greco – Il Diluvio di Deucalione

Ritornato sull’Olimpo col cuore greve di disgusto (per la malvagità degli uomini), Zeus scatenò una grande alluvione sulla Terra che avrebbe dovuto distruggere il genere umano. Ma Deucalione, re di Ftia, avvertito da suo padre Prometeo il Titano, che si era recato a trovare nel Caucaso, costruì un’arca, la riempì di vettovaglie e vi salì con sua moglie Pirra, figlia di Epimeteo. Quando il vento del sud cominciò a soffiare, cadde la pioggia ed i fiumi si precipitarono con fragore verso il mare che, gonfiatosi con velocità sorprendente, spazzò via le città della costa e della pianura, finché tutto il mondo fu sommerso, salvo poche vette di monti, e tutte le creature mortali parvero perdute, salvo Deucalione e Pirra. L’arca navigò per nove giorni e infine, quando la furia delle acque si placò, andò a posarsi sul monte Parnaso o, come altri dicono, sul monte Etna o sul monte Athos, o sul monte Otri in Tessaglia. Si dice che Deucalione fu rassicurato da una colomba che aveva mandato ad esplorare in volo la regione lì attorno.

……….

Tuttavia, come si seppe poi, Deucalione e Pirra non furono gli unici sopravvissuti al diluvio, poiché Megaro, figlio di Zeus, fu strappato dal sonno dalle grida di certe gru che gli raccomandavano di riugiarsi sulla vetta del monte Gerania, che infatti non fu sommerso dalle acque. Un altro scampato fu Cerambo del Pelio che, trasformato in scarabeo dalle Ninfe, volò sulla vetta del Parnaso.

Mito africano – Ribellione e Diluvio

Ci fu un tempo in cui la terra e tutto quel che c’è sopra si ribellò all’uomo. Allora la terra e tutto quel che c’è sopra aveva la favella come gli uomini: soltanto le pietre non potevano parlare. La terra si rifiutava di produrre erba e frutti, sebbene piovesse molto. Le vacche si rifiutavano di dar latte, l’acqua non voleva lasciarsi bere, il legno non voleva lasciarsi tagliare, e neppure potevano gli uomini spander acqua ed emettere gli escrementi, perché la terra si rifiutava, e diceva: “Se lo fai, ti ammazzo”.

Allora uno degli uomini andò a parlare con Dio e gli raccontò della ribellione della terra: “Perché, disse, ci hai tu creati, se ora ci lasci perire? Perché ci hai dato occhi ed orecchi come hai tu? Perché ci hai fatto simili a te, se ora tutti ci sono contro e non ci obbediscono?”.

Iddio allora ordinò alla terra di ubbidire all’uomo e di produrre erba e frutta, e a tutte le altre cose che sono sulla terra impartì lo stesso comandamento, alle vacche, all’acqua e al legno. Ma nessuno ubbidì.

La Terra si mise a ridere, e disse: “Chi è Dio? Comandi pure. A noi non può comandare. Nessuno può camminare su di me, io non farò crescere l’erba”. Le vacche, l’acqua e il legno dissero altrettanto.

Allora Iddio si adirò, e mandò molta acqua e la terra scomparve sotto l’acqua, e anche le grandi rupi furono sommerse. Ma l’uomo che aveva parlato con Dio fabbricò una casa che stava sopra l’acqua e sotto il cielo, e così fu salvo. Ma fu il solo che si salvò.

Miti – Saghe e Leggende

Miti della distruzione

Dal libro della Genesi – il diluvio universale –

Vide pertanto il Signore che la malvagità degli uomini sulla terra era grande e che le aspirazioni dei pensieri del loro cuore erano volte di continuo al male, e il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, se ne dolse nel suo cuore e disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato, dall’uomo fino agli animali domestici, fino ai rettili e fino agli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti”. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

Questa è la storia di Noè.

Noè fu uomo giusto e intemerato fra i suoi contemporanei; Noè inoltre camminò con Dio. E Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet.

Ora, la terra era corrotta davanti a Dio, anzi la terra era ripiena di ogni violenza. Dio vide dunque la terra ed ecco che era corrotta; infatti ogni carne aveva depravato la sua condotta sulla terra. Perciò disse a Noè: “La fine di ogni carne è giunta davanti a me, perché la terra, per cagion loro, è piena di violenza; ed ecco, io li sterminerò insieme alla terra. Fatti un’arca di legname resinoso; falla a piccole celle e spalmala di bitume di dentro e di fuori. Ed ecco come la devi fare: la lunghezza dell’arca sarà di trecento cubiti, la sua larghezza di cinquanta cubiti e la sua altezza di trenta cubiti. Darai luce all’arca su in alto ad un cubito dal tetto e da un suo lato metterai la porta dell’arca; farai poi i piani, uno in basso, un secondo ed un terzo. Ed ecco, io manderò sulla terra il diluvio delle acque, per distruggere ogni carne che ha alito vitale sotto il cielo; tutto ciò che è sulla terra perirà. Ma con te farò un patto; entrerai pertanto nell’arca, tu e i tuoi figli, tua moglie e le moglie dei tuoi figli con te. Inoltre, di ogni vivente, di tutto ciò che è carne, ne farai entrare nell’arca una coppia di ogni specie, per conservarli in vita con te: saranno maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, degli animali domestici secondo la loro specie, di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, una coppia di tutti verranno da te, per essere conservati in vita. Tu poi prenditi ogni sorta di cibo che si mangia e portalo con te: servirà a te e a loro di nutrimento”. E Noè eseguì tutto quello che Dio gli aveva comandato. Così fece.

Quindi il Signore disse a Noè: “Entra nell’arca tu e tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto davanti a me, in mezzo a questa generazione. Di tutti gli animali domestici puri ne prenderai sette paia, un maschio e la sua femmina; invece degli animali domestici che non sono puri, un paio, un maschio e la sua femmina, inoltre, degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservare in vita la razza sulla faccia di tutta la terra. Infatti, fra sette giorni io farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti e sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri che ho fatto”. E Noè eseguì tutto ciò che il Signore gli aveva comandato.

Ora Noè aveva seicento anni quando venne sulla terra il diluvio delle acque. Noè dunque insieme ai suoi figli e a sua moglie e alle mogli dei suoi figli, entrò nell’arca prima delle acque del diluvio. Degli animali domestici puri e degli animali domestici che non sono puri, degli uccelli e di tutto quello che striscia sulla terra, una coppia entrò nell’arca con Noè, un maschio ed una femmina, come Dio aveva comandato a Noè. E’ avvenne che in capo a sette giorni le acque del diluvio inondarono la terra. Nell’anno seicentesimo della vita di Noè, il diciassette del secondo mese, in quel giorno si ruppero tutte le fonti del grande abisso e si aprirono le cateratte del cielo e la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quel giorno appunto Noè e i suoi figli, Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono nell’arca, loro e tutti gli animali selvatici secondo la loro specie, tutti gli animali domestici secondo la loro specie, ogni rettile che striscia secondo la sua specie e tutti gli uccelli secondo la loro specie, cioè tutti i volatili di ogni ala. Vennero dunque a Noè nell’arca due a due di ogni carne in cui è il soffio di vita; e quelli che vennero erano maschio e femmina d’ogni carne, come Dio gli aveva comandato. Il Signore poi chiuse l’arca dietro di lui. E per quaranta giorni sulla terra ci fu il diluvio e le acque aumentarono e sollevarono l’arca, la quale si alzò al di sopra della terra.

Le acque dunque si rinforzarono ed aumentarono grandemente sulla terra e l’arca galleggiava sulla superficie delle acque. Le acque infatti si rinforzarono oltremodo sopra la terra e ricoprirono tutti i più alti monti che sono sotto il cielo. Le acque si innalzarono quindici cubiti al di sopra, perciò ricoprirono i monti. Allora perì ogni carne che si muove sulla terra, quella degli uccelli, degli animali domestici, degli animali selvatici e di tutti i rettili che strisciano sopra la terra e ogni uomo. Tutto quanto ha alito vitale nelle proprie narici fra tutto ciò che è sulla terra asciutta morì. Fu così sterminato ogni essere esistente sulla faccia della terra, dall’uomo agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; tutto fu dunque sterminato sulla terra; rimase solo Noè e coloro che erano con lui nell’arca. E le acque rimasero alte sopra la terra per centocinquanta giorni

Da La Bibbia concordata, Mondadori

Miti-Saghe e Leggende

La Creazione – Mito Africano

In Principio la terra era un arido squallido deserto, ove dimorava un drago di nome Nenaunir. Iddio scese dal cielo, combatté contro il drago e lo vinse. Il liquidò che fluì dal cadavere, cioè l’acqua, fecondò la petraia selvaggia. Là dove Iddio aveva ucciso il mostro e dal suo cadavere era sgorgato il sangue, sorse il Paradiso, un giardino ricco di lussureggiante vegetazione. Ormai la terra era sicura. Allora Iddio per virtù della sua parola creò il sole, la luna, le stelle, le piante e gli animali, e finalmente fece nascere la prima coppia umana. L’uomo, Maitumbé, fu da lui mandato giù dal cielo, mentre la donna, Naiterogòb, emerse per ordine di Dio dal seno della terra.

L’uomo e la donna si incontrarono nel Paradiso, dove gli alberi erano carichi dei frutti più deliziosi (la Iddio aveva condotto Maitumbé). Iddio disse alla coppia: “Voi mangerete di tutti questi frutti; essi saranno il vostro nutrimento: soltanto di un albero, quello là – e l’indicò con la mano – non mangerete i frutti. Questo è il mio comandamento”. I due annuirono, e vissero poi da pastori tranquillamente senza pensieri. Al mattino con un toro, tre vacche e un paio di capre se ne andavano al pascolo, si cibavano durante il giorno di frutta, e la sera si coricavano sul muschio e le fronde, non avendo una capanna e nemmeno dei vestiti.

L’espulsione dal Paradiso

Quasi ogni giorno Iddio visitava l’uomo e la donna nel Paradiso, scendendo dal cielo per una scala che appariva soltanto nel momento in cui egli l’adoperava, per scomparire insieme con lui quand’egli ritornava in cielo. Quando Iddio scendeva, soleva chiamare l’uomo e la donna, che ogni volta accorrevano a lui con gioia. Un giorno Iddio discese su la terra, e chiamò l’uomo e la donna, ma invano. Essi si erano nascosti nel bosco; e quando Iddio li scorse, li chiamò e chiese perché si fossero nascosti. Maitumbé rispose: “Noi ci vergogniamo perché abbiamo agito male e contrariamente al tuo comandamento, mangiando dei frutti dell’albero da te proibito. Naiterogòb mi diede di quei frutti, e mi persuase a mangiarne dopo averne mangiato lei stessa”. Allora Iddio chiese a Naiterogòb perché avesse disubbidito e contro la sua volontà avesse mangiato di quei frutti; ed essa rispose: “Il serpente a tre teste venne da me, e disse che mangiando di quei frutti noi saremmo divenuti eguali a te e onnipotenti come te. Perciò io ne mangiai e ne diedi da mangiare a Maitumbé”. Iddio si sdegnò, e disse: “Poiché avete disubbidito al mio comandamento, ve ne andrete dal Paradiso”, e rivolto al serpente soggiunse: “E tu, per castigo, abiterai in eterno nei crepacci della terra”. Ciò detto Iddio si voltò e ritornò immediatamente in cielo. Maitumbé mosse per andargli dietro e chiedergli perdono, ma subito gli si fece incontro la Stella del mattino, mandata da Dio per cacciare l’uomo e la donna dal Paradiso e rimanere poi a guardia di esso. Allora l’uomo e la donna dovettero procurarsi faticosamente di che nutrirsi, perché Iddio non provvedeva più al loro sostentamento, né si curava più, come prima, delle loro faccende.

da R. Pettazzoni, miti e leggende, UTET