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Miti – Saghe e Leggende

Miti della vegetazione

La sensibilità degli antichi, capace di vivere nella natura meglio di quanto non sappiamo fare noi, aveva avvertito, fin da tempi lontanissimi, la presenza degli alberi, delle erbe, dei fiori, come una forza misteriosa che agiva lungo le strade della Terra per animare un universo misterioso, inaccessibile agli uomini.

Il mondo vegetale che muore e rinasce ogni anno in armonia con i ritmi segreti delle stagioni, le piante miracolosamente efficaci contro i mali fisici e morali. I fiori così splendidi e perfetti nella loro fragilità, parvero essere creature sacre, in esse potevano nascondersi gli dèi benevoli o malevoli, erano, insomma, certo vicinissimi alla divinità, se non divine esse stesse.

Molti sono i miti che parlano di uomini mutati in alberi, e sono quasi sempre racconti di pietà, dolore, pianto come se, per assumere la vita vegetale fosse necessario guadagnarla, purificarsi dalle scorie umane, diventare migliori attraverso la pena e la sofferenza. Mutandosi in albero, l’uomo ne assume un riflesso di quella eternità, potrà morire e rinascere ogni anno, parteciperà finalmente del ritmo universale da cui la natura lo ha escluso chiudendolo fra due date ben precise: nascita e morte.

Ciparisso, fanciullo piangente la morte del suo cerbiatto, veglierà per sempre nel cipresso sul silenzio dei cimiteri, sarà la buia eppur consolante preghiera delle tombe dimenticate; Adone, amante dal tragico destino, rifiorirà sempre bello e giovane nell’anemone; Narciso, sorriso stellato della primavera, continuerà a specchiarsi, vanitoso e gentile nelle acque dei ruscelli montani; Dafne, amata dal dio della gloria, sarà l’alloro che incoronerà le fronti dei Grandi.

La fantasia luminosa degli antichi splende nei miti vegetali, fra i più belli del patrimonio leggendario del mondo, testimoniando la grandezza di quelle civiltà, lontane nel tempo, ma che insegnano ancora a vivere la poesia in cui siamo immersi, ad essere in armonia con l’universo.

Miti – Saghe e Leggende

Mito dei Pellirosse – Le Pleiadi

Le Pleiadi erano cinque fanciulle e una pulce. Le fanciulle cantavano e sonavano tutta la notte nel cielo. La pulce andava sempre con loro. Ad esse non piacevano gli altri che venivano da loro; piaceva solo la pulce.

Quando venivano altri, esse scappavano; ma la pulce andava con loro. E presero per marito la pulce. La pulce le sposò tutt’e cinque. La pulce si mutò poi nell’animaletto di quel nome, e d’estate s’ammalò dal prurito.

Alle ragazze non piacque più. Dissero: “Fuggiamo. Dove andremo?”, dissero. “Appena la pulce si sarà addormentata”. La pulce s’addormentò e le cinque ragazze si lavarono e se ne andarono.

Erano già lontane quando la pulce si destò e pensò: “Dove sono le mie mogli?”. S’accorse ch’eran fuggite. Pensò: “Da che parte debbo andare?”. Andò verso oriente. Alla fine le scorse, poco prima di giungere al mare. Disse: “Vi piglierò”. Quelle dissero: “Sta venendo. Fuggiamo più lontano!”. E via di nuovo di corsa.

Una chiese: “Vedete ancora la pulce?”. Disse un’altra: “Si, è vicina”. Allora dissero: “Andiamocene su per aria. Così non potrà venire con noi”. E salirono in aria. Ma anche la pulce si alzò a volo.

Ecco perché ci sono ora nelle Pleiadi cinque stelle vicine e una in disparte. Quest’ultima è la pulce.

Mito degli Yokuts, popolazione indiana che vive nella California centromeridionale.

Mito dell’antica Cina – La tessitrice celeste

E’ un mito stellare; è il solo indizio che abbiamo di un culto rurale degli astri, insieme al fatto che, forse, il Cielo luminoso e l’Aurora erano già per i contadini le divinità del giuramento.

Ma l’elaborazione di un calendario da parte di gente il cui pensiero profondo era che niente di ciò che è umano può essere senza che vi sia una ripercussione in tutta la natura, si poté avere solo attribuendo alle costellazioni e alle meteore tutte le usanze degli uomini: così era per l’arcobaleno, nozze risplendenti della natura.

Da una trasposizione del medesimo ordine è nata la leggenda della Tessitrice. Emblema delle giovani contadine del tempo passato, la Tessitrice è una costellazione che conduce durante tutto l’anno una solitaria vita di lavoro; non lontano da lei il Boote si dedica al lavoro dei campi celesti: bisogna proprio che ovunque i sessi restino separati e si dividano i compiti. Tra loro scorre una frontiera sacra, un fiume che è la Via Lattea.

Una volta all’anno, il lavoro cessa e le costellazioni si congiungono: allora per recarsi a celebrare le sue nozze annuali, la Vergine Celeste passa a guado il fiume santo del Cielo.

Come sulla terra, gli uccelli partecipano alle feste nuziali; le gazze fanno da scorta alla pompa dello sposalizio: se le loro teste sono guarnite di piume, è perché, radunandosi al di sopra delle acque profonde, hanno fatto un ponte per il passaggio del corteo.

Per la sua fedeltà alle vecchie usanze, la Tessitrice ha meritato di divenire e di restare la patrona del lavoro femminile e della vita coniugale: la notte delle Nozze Celesti, le donne cinesi, per favorire la gravidanza, fanno galleggiare sull’acqua delle figurine di bambini e, per divenire abili, infilano aghi al chiarore che scende dalla Costellazione Santa.

Miti – Saghe e Leggende

Mito africano – Il Sole e la Luna

Una volta il Sole e la Luna erano buoni amici: stavano insieme e facevano vita in comune. Un giorno il Sole se ne andò per tempo al campo dicendo alla Luna di restare a casa a far da mangiare. Ma la Luna non fece niente, e quando il Sole tornò e non trovò da mangiare, le disse: – Orsù, va’ almeno a prender dell’acqua, dacché non vuoi cucinare! – La Luna non si mosse, e restò lì seduta, senza dir parola. Allora il Sole prese la brocca, disse alla Luna di far fuoco, e andò al fiume a prender acqua. Ma anche questa volta la Luna infingarda non volle saperne. Allora il Sole si mise a far da mangiare da sé, pose la pentola con l’acqua sul focolare, accese il fuoco, e cominciò a dimenare la polenta. Quando il mangiare fu pronto, prese dal fuoco la pentola calda e se la mise davanti. Chiamò la Luna invitandola a mangiare. Ed ecco la Luna venne e si sedette a mensa. Allora il Sole indignato gridò: – Ah, carogna, poltrona, per mangiare sei pronta, ma di cuocere non hai voluto saperne! – e afferrata la pentola calda la scagliò in testa alla Luna facendola andare in mille pezzi, sì che il contenuto le gocciolò giù lungo il corpo. La luna spaventata fuggì via, e da quel tempo è sempre stata nemica implacabile del Sole.

Perciò quando c’è il Sole in cielo, la luna non osa farsi vedere, ma aspetta la notte per percorrere in fretta il suo cammino.

Mito degli Scilluk, popolazione negra africana che vive nel bacino del Nilo in Sudan.

Mito tuareg – La Stella Polare

Vi fu un tempo in cui un gruppo di sette ladroni Tuareg rubarono la cammella preferita di Sidi Nuah (Noè), e la uccisero per mangiarsela.

Ma Sidi Nuah, protetto da Allah, scoprì i predoni, e li punì facendoli tramutare chi in sciacallo, chi in camaleonte, chi in varano, e così via.

La cammella venne invece tramutata nelle sette stelle del piccolo Carro (l’Orsa Minore). L’occhio fu la stella più brillante. E da allora il piccolo astro luminosissimo indica alle carovane e ai viandanti del Sahara la via del settentrione.

Mito dei tuareg Ifogas, popolazione africana del sud tripolino.

Miti – Saghe e leggende

Le Costellazioni

Molte leggende correvano intorno ad Orione, cacciatore emulo di Artemide e dai suoi strali ucciso. Dopo questo, si diceva fosse stato trasformato nella costellazione di Orione, quella che appare sul nostro orizzonte dal solstizio d’estate (21 giugno) al cominciare dell’inverno (21 dicembre).

Nel fatto i miti stessi hanno la loro spiegazione nei fenomeni relativi a detta costellazione; così l’apparire di Orione nell’estate al primo mattino nel cielo d’oriente ed il suo improvviso impallidire al sorgere del sole, destò l’immagine dell’amore di Eos (l’Aurora) per lui; invece al principio dell’inverno, al suo levarsi di sera e l’essere visibile tutta la notte, splendido fra gli altri gruppi di astri, diede luogo alla leggenda del terribile cacciatore notturno, emulo di Artemide.

Lo si figurava come un enorme gigante che a volte cammina nel mezzo del mare e leva la testa fino alle stelle armato di una spada d’oro. Il cane del cacciatore Orione era la brillante stella Sirio, la cui comparsa annunciava la stagione canicolare, ossia la stagione più calda dell’anno.

Anche la costellazione delle Pleiadi fu oggetto di racconti mitologici. Essa si leva a metà maggio annunciando la prossima raccolta e sparisce in autunno quando è la stagione del seminare. Sono in tutto sette stelle che erano dette figlie di Atlante. La più vecchia e la più bella era Maia che diede a Zeus un figlio, Ermes (Mercurio). I latini le chiamavano “primaverili” per il loro rapporto con la primavera.

Non meno celebri erano le Iadi, la costellazione delle piogge e delle tempeste marine. Secondo una leggenda erano cinque sorelle le quali tanto piangevano per la morte di un loro fratello Iade che gli dei, per compassione, le mutarono in stelle. Alcuni fanno derivare il loro nome da un verbo greco che vuol dire piovere, altri, ricordando che dai Latini erano dette “porcellini”, lo connettevano col nome che significa “porco” e pensavano che la costellazione celeste fosse stata immaginata come una mandria di porcellini, simbolo di fecondità.

Infine è da notare l’”Orsa” detta anche il “Carro”. La leggenda la identificava con Callisto, una ninfa arcade del seguito di Artemide, amata da Zeus però perseguitata da Diana (Artemide) per avere offeso la legge della castità, perciò portata da Zeus in cielo. I latini chiamavano questo gruppo “i sette buoi aratori” perché il girare che fanno queste stelle intorno al centro polare aveva destato l’immagine dei buoi che arino un campo girando in tondo.

Sull’altare di Pergamo si trovano rappresentate alcune stelle come combattenti dalla parte di Zeus contro i Giganti, artificio a cui si ricorse per riempire in qualche modo il largo spazio che veniva a rimanere vuoto dalla parte del cielo.

Miti – Saghe e Leggende

Miti delle costellazioni

Il cielo misterioso e remoto ha sempre affascinato, ha fatto tremare, ha incantato gli uomini.

Le stelle, prima di diventare “altri mondi”, sono state divinità che hanno percorso le notti vegliando la Terra addormentata, la Luna fu dea e madre, il Sole dio e padre; la luce sfolgorante, tremula o quieta, rivelava agli uomini la presenza e la potenza di queste divinità che “stavano in alto”, “venivano dall’alto”, abitavano l’infinito “in alto”, dove non arrivavano gli sguardi dei mortali e per diventare immortali bisognava andare lassù, fra il misterioso vivere di quelle piccole lucciole sperdute nei campi delle notti.

Perciò i miti delle costellazioni sono forse i più belli del mondo.

Berenice sacrifica la sua chioma, troppo splendente per restare sulla Terra, così diventa una costellazione.

Giove, diventato re deli dèi della Grecia, non vuole lasciare Amaltea, la capretta che lo ha allattato, vagante sulla Terra, così la libera nei pascoli del cielo.

Castore e Pollùce, i divini gemelli, si ritrovarono eternamente uniti solo lassù, dopo essersi sulla Terra generosamente sacrificati uno per l’altro… Ai pianeti del nostro Sistema Solare, alle stelle più lontane, perfino alle costellazioni che non si vedono senza potenti telescopi, gli scienziati hanno dato i nomi di antiche divinità, di eroi civilizzatori, di creature mitiche, perché un poco dell’infanzia innocente del mondo restasse anche quando le favole non ci sarebbero state più.

Oppure perché sopravvivesse qualcosa di sacro in un progresso che minaccia di dissacrare ogni cosa, perché l’esattezza calcolata della scienza fosse sfiorata ancora dall’incanto semplice e lieve della poesia.

Il libro del firmamento scritto dai sogni dell’uomo ha certo pagine meravigliose che varrebbe sempre la pena di leggere per ritrovare una dimensione che minaccia di andare perduta: quella della fantasia.

Mito greco

La Costellazione del Capricorno

Zèus trascorse la sua infanzia nell’isola di Creta. Le Ninfe (divinità dei boschi) del monte Ida ebbero cura di lui e Amaltèa, una piccola buona caprettina bianca, gli donò il suo latte gustoso e nutriente. Così il piccolo dio crebbe in quelle solitudini montane.

Si narra che un giorno Amaltèa, la caprettina, si ruppe un corno. Le Ninfe lo trovarono ai piedi di una pietra. Lo portarono a Zèus. Appena il dio lo toccò, il corno incominciò a crescere, e cresci, cresci, divenne grosso e largo come un bel vaso di terracotta.

A mano a mano che cresceva, si riempiva di fiori e di frutta. Le Ninfe lo svuotarono, e quello tornò a riempirsi sull’istante di altri fiori e di altra frutta.

Allora la maggiore di quelle fanciulle esclamò:

  • Oh! il corno di quella caprettina, che con il suo latte diede vita al nostro Zèus, sarà d’ora innanzi il corno dell’abbondanza o Cornucopia. Io lo vorrò donare a quel contadino, che non sa che cosa sia l’ozio, e che non rimanda mai dal suo podere il povero senza avergli prima riempito la bisaccia. Quel contadino non conoscerà la miseria, perché questo corno sarà sempre pieno di frutta preziosa!

Amaltèa visse sulla montagna senza saper nulla del corno dell’abbondanza. Morì di vecchiaia, una notte d’inverno.

Gli uomini, con gran meraviglia, videro, in quella stessa notte, apparire nel cielo un gruppo nuovo di stelle, che avevano la forma di una capra e decisero di chiamarle: “La costellazione del Capricorno”.

E io credo che esse brillino ancor sempre lassù, nelle limpide notti invernali.

Da L. Aimonetto, il filo di Arianna, Lattes

Miti – Saghe e Leggende

Leggende dell’antica Cina

Secondo una tradizione leggendaria cinese, l’universo sarebbe stato originariamente un uovo che conteneva un embrione di uomo. La parte superiore del guscio divenne il cielo, quella inferiore la terra e l’embrione un gigante chiamato P’an-ku. Un giorno il gigante morì.

Le sue membra si trasformarono in montagne; i suoi occhi divennero la Luna e il Sole; i suoi capelli formarono le foreste, il suo sudore si cambiò in pioggia, il suo respiro in vento e la sua voce in tuono. Infine i parassiti del suo corpo si trasformarono in esseri umani.

Un’altra leggenda racconta che il mondo era di forma quadrata e poggiava su quattro colonne. Un giorno una di queste si ruppe. Una divinità chiamata Nu-kua,  si accinse alla sua ricostruzione e quand’ebbe terminato questo compito gigantesco, cominciò a creare gli uomini servendosi dell’argilla.

Una volta creata l’umanità, una lunga serie di reggitori si susseguì per migliaia di anni: i sovrani celesti, i sovrani terrestri ed i sovrani umani. Ad essi fecero seguito altri capi soprannaturali fino ad arrivare ad un gruppo di cinque imperatori che sono considerati come i benefattori dell’umanità: Fu-hsi, che inventò la scrittura, istituì il matrimonio, insegnò agli uomini a cacciare, a pescare e a suonare; Shen-nung, il cui principale merito fu la scoperta e l’insegnamento dell’arte di coltivare i campi e di raccogliere le piante medicinali; Huang-ti, che insegnò agli uomini l’arte della medicina e della fabbricazione di utensili, di carri con ruote; Yao e infine Shun, il quale istituì i riti religiosi, sacrificò al cielo e diede agli uomini le prime leggi. I regni di Yao e di Shun sono considerati come l’”età dell’oro” della Cina. Sull’esempio dei predecessori, Shun scelse come suo successore Yu, che incanalò le acque e organizzò il suo impero in nove province. Queste leggende descrivono allegoricamente il faticoso lavoro della razza cinese per acquistare il dominio delle terre paludose nella pianura del Fiume Giallo e per passare dallo stadio primitivo e seminomade a quello sedentario.

Miti – Saghe e Leggende

Mito dei Pellirosse

Origini del grano

Gli Arikara furono i primi a trovare il mais. Un giovane se ne andò a caccia. Arrivò ad un alto colle, e guardando giù in una valle vide un bufalo ritto nel mezzo di una bassura alla confluenza di due fiumi. Si mise ad esaminare il terreno per vedere se ci fosse modo di avvicinarsi al bufalo, e rimase impressionato dalla bellezza del paesaggio. Le rive dei due fiumi erano basse e ben arborate. Notò che il bufalo stava rivolto verso nord; ma vide che da nessuna parte avrebbe potuto avvicinarsi all’animale fino a portata di tiro. Pensò che per tirargli non c’era che aspettare fino a che si movesse verso le sponde dell’uno o dell’altro fiume, oppure verso le colline piene di burroni e di macchie. Rimase dunque in attesa. Il Sole andò giù e il bufalo non si era mosso. Il giovane tornò a casa deluso. Quasi tutta la notte rimase sveglio col rammarico della delusione, perché il cibo scarseggiava e il bufalo avrebbe fornito una buona provvista. Avanti l’alba si alzò e se ne andò in fretta a vedere se l’animale movendosi fosse venuto a tiro. Come giunse in cima al colle del giorno prima, il sole spuntò, ed egli vide che il bufalo era sempre nello stesso posto. Ma notò che era rivolto verso est. Si rimise ad aspettare che l’animale si movesse; ma di nuovo il sole andò giù e il bufalo rimase fermo nello stesso punto. Il cacciatore andò a casa e passò un’altra notte agitata. Prima dell’alba se ne andò di nuovo, ed arrivò in cima al colle proprio mentre si alzava il sole, e vide il bufalo che stava ancora nello stesso posto, ma si era girato volgendosi verso il sud. Il giovane aspettò fino a sera che l’animale si movesse, ma dovette ancora una volta tornarsene deluso a casa, dove passò un’altra notte insonne. Al suo desiderio di catturare la bestia si associava una certa curiosità di sapere perché il bufalo rimanesse sempre lì fermo in quel punto senza mangiare né bere né sdraiarsi. Con la mente presa da questa curiosità si alzò per la quarta volta avanti l’alba e si affrettò a raggiungere il colle per vedere se il bufalo stava ancora allo stesso posto. Quando fu sul colle si fece giorno, ed ecco il bufalo stava esattamente nello stesso posto, solo che si era girato con la faccia verso ovest. Risoluto ormai a sapere cosa volesse l’animale, il giovane si mise in vedetta come aveva fatto i tre giorni precedenti. Pensò che l’animale agisse in quel modo per l’influenza di un potere invisibile e per qualche scopo recondito, e che lui stesso al pari del bufalo fosse dominato dalla stessa influenza. E ancora una volta lo colse la notte mentre l’animale stava sempre nella stessa posizione. Tornato a casa, il cacciatore non chiuse occhio tutta la notte, domandandosi quale potesse esser l’esito di quella strana avventura. Si alzò avanti l’alba e di nuovo si recò in tutta fretta al luogo misterioso. Quando giunse sulla cima del colle, la luce del giorno si spandeva sopra la terra. Il bufalo se ne era andato. Ma nel punto dove egli era stato c’era qualcosa come un piccolo cespuglio. Il giovane si avvicinò con un senso di curiosità e di delusione. Si accostò all’oggetto che in distanza pareva un cespuglio, e vide che era una pianta sconosciuta. Guardò per terra, e scorse le impronte del bufalo e le seguì nel loro girare da nord ad est, da est a sud, e da sud a ovest, mentre nel centro c’era una sola impronta di bufalo, dalla quale era spuntata quella strana pianta. Si mise ad esaminare il terreno vicino alla pianta per scoprire da dove il bufalo se ne fosse andato, ma non c’erano altre impronte fuor che quelle intorno alla pianta. Il cacciatore se ne tornò in fretta, e riferì la sua strana avventura ai capi e personaggi influenti della sua gente. Condotti da lui essi si recarono sul posto e, osservato il terreno, trovarono che egli aveva detto la verità. Videro le impronte del bufalo là dove si era girato, ma non trovarono alcuna traccia che indicasse per dove fosse venuto e per dove se ne fosse andato. Tutti furono persuasi che la pianta era stata data così misteriosamente al popolo da Wakonda, ma non sapevano come dovesse essere adoperata. Conoscevano altre piante commestibili, e sapevano il tempo della loro maturazione; e ritenendo che anche questa avrebbe a suo tempo maturato i suoi frutti, provvidero a custodirla e proteggerla con ogni cura aspettando l’epoca della maturazione.

La pianta germinò, ma dalla conoscenza che avevano di altre piante arguirono che il germoglio doveva essere il fiore e non il frutto. Mentre aspettavano che fruttificasse, spuntò dalle giunture un nuovo germoglio, e su quello si portò la loro attenzione. Esso si fece sempre più grande finché sulla cima vi spuntò come un ciuffo di capelli, che di verde pallido che era si fece, col tempo, bruno scuro, e dopo molto discutere il popolo si persuase che quel germoglio doveva essere il frutto della pianta giunto a maturazione.

Fino a quel momento nessuno aveva osato toccare la pianta. Tutti erano ansiosi di sapere come potesse esser adoperata e a che cosa potesse servire, ma nessuno ardiva toccarla. Mentre tutti erano riuniti lì dintorno, incerti sul modo di esaminarla, un giovane si fece avanti e disse: “Tutti voi sapete come fin dall’infanzia la mia vita è stata peggio che indegna, e che io son vissuto tra voi facendo più male che bene. Poiché nessuno mi rimpiangerebbe se mi toccasse qualche sciagura, lasciate che io sia il primo a toccare questa pianta e ad assaggiare il suo frutto, in modo che possiate conoscere le sue qualità, buone o cattive”. La gente acconsentì, e il giovane si fece avanti arditamente e posò la mano destra sopra i germogli della pianta abbassando la mano verso la radice in un gesto come se volesse benedirla. Poi afferrò il frutto e rivolto al popolo disse: “E’ solido, è maturo”. Poi scostò delicatamente i cartocci sulla cima e rivolto nuovamente al popolo disse: “Il frutto è rosso”. Prese alcuni grani, lì mostrò, ne mangiò e rimise a posto i cartocci. Egli non ne risentì alcun male, e tutti si convinsero che la pianta doveva servire come cibo. Venuto l’autunno, con l’imbrunire dell’erba della prateria anche lo stelo e le foglie della pianta si fecero scuri. I frutti furono raccolti e riposti accuratamente.

La primavera seguente si distribuirono i chicchi fra il popolo, quattro per ogni famiglia. Tutti si recarono sul luogo dove era avvenuta la strana apparizione, costruirono le loro capanne di corteccia lungo le rive dei due fiumi, e quando i colli cominciarono a tingersi in verde per lo spuntare dell’erba nuova, piantarono i chicchi della pianta facendo tanti piccoli monticelli come quello donde era spuntato il primo stelo. Con grande gioia di tutti i chicchi germogliarono e diventarono piante forti e robuste. Durante l’estate crebbero e si svilupparono, e il frutto maturò come la prima volta. I frutti furono còlti e mangiati e trovati buoni e di vario colore, essendo alcune spighe bianche, altre azzurre e altre gialle.

La stagione successiva il popolo raccolse una ricca messe. Nell’autunno gli Arikara mandarono ad invitare varie tribù, che venissero a passare l’inverno con loro. Vennero sei tribù, fra cui erano gli Omaha. Gli Arikara distribuirono generosamente i frutti della nuova pianta ai loro ospiti, e in questo modo ne fu trasmessa la conoscenza agli Omaha.

Mito degli Omaha, tribù indiana dell’America settentrionale appartenente alla famiglia linguistica Sioux.