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Miti – Saghe e Leggende

I popoli dei miti

Boscimani a caccia nel deserto del Kalahari, in Sud Africa.

Il nostro modo di vivere non è l’unico che si può incontrare nelle società umane. Sono esistiti, ed esistono anche oggi, altri modi di vita, cioè altre culture, generati da società assai diverse da quelle in cui noi viviamo, ma non per questo inferiori alla nostra.

Queste organizzazioni umane, chiamate con il termine generico di “società primitive”, sono oggetto di studio per gli etnologi e per gli antropologi, che indagano sulle tecniche, i costumi, le credenze, le arti per mezzo delle quali un popolo organizza la sua esistenza.

Uomini e donne tuareg, nomadi del Sahara algerino, davanti ad una tipica tenda.

Legati intimamente all’ambiente, spesso inospitale, che li circonda, questi popoli vivono di caccia, di pastorizia, di agricoltura, chiedono, cioè, direttamente alla natura i mezzi per sopravvivere. Alla natura, amica-nemica, sono legati tutti i gesti della loro vita quotidiana.

Danza del pitone per l’iniziazione degli adolescenti in una tribù del Transvaal.

Maschera per la cerimonia della circoncisione, presso i Barotse (Zambia, Africa)

Le continue sollecitazioni dell’ambiente determinano le credenze che questi popoli hanno sulla natura, sull’uomo; essi le traducono in religione, in miti, in cerimonie che riflettono la loro conoscenza della natura ed esprimono la loro visione del mondo.

Danza dei Pigmei delle foreste, nell’Africa Centrale.

La natura è sentita come realtà misteriosa e superiore, le forze invisibili in essa presenti sono concepite come esseri dotati di coscienza e di volontà, che possono comunicare con l’uomo e che l’uomo cerca di propiziarsi e dominare attraverso riti e cerimonie.

Totem degli Indiani Haida, dell’arcipelago Regina Carlotta, nel Pacifico.

Maschera da cerimonia degli Indiani Cherokee (Tennessee, Usa)

Danzatore Chiricahua (Oklahoma, Usa)

La comunicazione tra l’uomo e gli spiriti viene compiuta per mezzo di “mediatori”, che sono gli stregoni, i maghi, gli sciamani. Essi soli nella comunità conoscono le formule magiche che piegano le forze della natura.

Danzatori bororo (Mato Grosso, Brasile).

Danzatori indios boliviani.

Maschera d’oro peruviana (civiltà precolombiana)

La vita del gruppo scorre, così scandita da cerimonie e riti compiuti secondo regole precise, accompagnati da danze, canti, invocazioni, uso di maschere e di amuleti.

Ci sono i riti di divinazione, con i quali l’uomo si sforza di interpretare la volontà degli dèi; i riti legati alle stagioni che si rinnovano e alla fertilità della vita animale e vegetale; i riti di iniziazione che celebrano i mutamenti di funzione di un individuo all’interno del gruppo, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta.

Guerrieri Asaro, della Nuova Guinea, detti “Uomini di fango” perché con il fango si coprono il corpo e il capo.

Kuhaillimoku, il dio polinesiano della guerra.

Indigeni a Mount Hagen, nella Nuova Guinea, acconciati per eseguire una danza di guerra.

Il rito è sempre la ripetizione di un evento primordiale, è un modo per far rivivere con l’azione un avvenimento importante del tempo originario, quando il mondo era agli inizi.

Il fatto viene tramandato oralmente, di generazione in generazione, nei miti, i racconti con cui la comunità spiega a se stessa i fenomeni naturali e le istituzioni che regolano la sua esistenza.

Spettacolo di danze nell’isola di Bali (Indonesia) con la rappresentazione di drammi e leggende.

Il dio Visnù rappresentato in una danza balinese.

Miti – Saghe e Leggende

Miti della vegetazione

Gli spiriti degli alberi

Per il selvaggio il mondo è tutto animato, e gli alberi e le piante non fanno eccezione alla regola. Egli crede che abbiano anime come la sua e li tratta di conseguenza. “Dicono – scrive l’antico vegetariano Porfirio, – che gli uomini primitivi conducessero una vita infelice, perché la loro superstizioni non si fermava agli animali, ma si estendeva anche alle piante. Ma perché l’uccisione di un bove o d’una pecora dovrebbe essere un peccato più grave che l’abbattimento di un pino e di una quercia, visto che anche negli alberi v’è radicata un’anima?” Similmente gli indiani Hidatsa del Nord America credono che ogni oggetto naturale abbia il suo spirito o, meglio, la sua ombra.

A queste ombre si deve una certa considerazione o rispetto, ma non a tutte ugualmente. Per esempio, l’ombra del pioppo americano, il più grande albero della valle dell’alto Missouri, si crede abbia un’intelligenza, che, se convenientemente avvicinata, può aiutare gli Indiani in varie imprese; le ombre delle pianticelle e dell’erba non hanno importanza.

Quando il Missouri, ingrossato dalle piogge di primavera, trascina via parte delle sue sponde e porta grandi alberi nella sua corrente impetuosa, si dice che lo spirito dell’albero pianga, mentre le radici stanno ancora attaccate alla terra e finché non cada con un tonfo nell’acqua.

Tempo fa, gl’Indiani consideravano una cattiva azione l’abbattere uno di questi giganti, e quando c’era bisogno di grandi travi, usavano soltanto gli alberi già caduti.

Fino a poco tempo fa i vecchi più creduli dicevano che molte disgrazie del loro popolo erano causate dalla moderna mancanza di rispetto per i diritti del pioppo vivente.

Gli irochesi credevano che ogni specie di alberi, piante, piantine ed erbe avessero il loro spirito ed era loro costume di rendere grazie a questi spiriti.

I Wanika dell’Africa orientale immaginano che ogni albero, specialmente ogni albero di cocco, abbia il suo spirito: “La distruzione di un albero di cocco è considerata equivalente al matricidio, perché quell’albero dà loro vita e nutrimento come la madre al figlio”.

I monaci siamesi, credendo che vi siano anime dappertutto e che distruggere qualsiasi cosa ha l’effetto di spodestare un’anima, non romperebbero mai il ramo di un albero “così come non romperebbero il braccio di una persona innocente”.

James G. Frazer – da Il ramo d’oro, Boringhieri

Gli antichi e, oggi alcune popolazioni che vivono ancora allo stato primitivo, credevano all’esistenza di un’anima in ogni cosa e per questo ogni cosa era oggetto di culto e venerazione.

Porfirio era un filosofo greco (233-304 d.C.).

Il Missouri è un fiume dell’America settentrionale (USA), nasce dalle Montagne Rocciose e si getta nel Mississippi presso la città di St. Louis.

I più creduli: che più facilmente sono portati a credere a certe superstizioni e tradizioni.

Matricidio: uccisione della madre.

Miti – Saghe e Leggende

Mito dei Pellirosse

Origini del grano

Gli Arikara furono i primi a trovare il mais. Un giovane se ne andò a caccia. Arrivò ad un alto colle, e guardando giù in una valle vide un bufalo ritto nel mezzo di una bassura alla confluenza di due fiumi. Si mise ad esaminare il terreno per vedere se ci fosse modo di avvicinarsi al bufalo, e rimase impressionato dalla bellezza del paesaggio. Le rive dei due fiumi erano basse e ben arborate. Notò che il bufalo stava rivolto verso nord; ma vide che da nessuna parte avrebbe potuto avvicinarsi all’animale fino a portata di tiro. Pensò che per tirargli non c’era che aspettare fino a che si movesse verso le sponde dell’uno o dell’altro fiume, oppure verso le colline piene di burroni e di macchie. Rimase dunque in attesa. Il Sole andò giù e il bufalo non si era mosso. Il giovane tornò a casa deluso. Quasi tutta la notte rimase sveglio col rammarico della delusione, perché il cibo scarseggiava e il bufalo avrebbe fornito una buona provvista. Avanti l’alba si alzò e se ne andò in fretta a vedere se l’animale movendosi fosse venuto a tiro. Come giunse in cima al colle del giorno prima, il sole spuntò, ed egli vide che il bufalo era sempre nello stesso posto. Ma notò che era rivolto verso est. Si rimise ad aspettare che l’animale si movesse; ma di nuovo il sole andò giù e il bufalo rimase fermo nello stesso punto. Il cacciatore andò a casa e passò un’altra notte agitata. Prima dell’alba se ne andò di nuovo, ed arrivò in cima al colle proprio mentre si alzava il sole, e vide il bufalo che stava ancora nello stesso posto, ma si era girato volgendosi verso il sud. Il giovane aspettò fino a sera che l’animale si movesse, ma dovette ancora una volta tornarsene deluso a casa, dove passò un’altra notte insonne. Al suo desiderio di catturare la bestia si associava una certa curiosità di sapere perché il bufalo rimanesse sempre lì fermo in quel punto senza mangiare né bere né sdraiarsi. Con la mente presa da questa curiosità si alzò per la quarta volta avanti l’alba e si affrettò a raggiungere il colle per vedere se il bufalo stava ancora allo stesso posto. Quando fu sul colle si fece giorno, ed ecco il bufalo stava esattamente nello stesso posto, solo che si era girato con la faccia verso ovest. Risoluto ormai a sapere cosa volesse l’animale, il giovane si mise in vedetta come aveva fatto i tre giorni precedenti. Pensò che l’animale agisse in quel modo per l’influenza di un potere invisibile e per qualche scopo recondito, e che lui stesso al pari del bufalo fosse dominato dalla stessa influenza. E ancora una volta lo colse la notte mentre l’animale stava sempre nella stessa posizione. Tornato a casa, il cacciatore non chiuse occhio tutta la notte, domandandosi quale potesse esser l’esito di quella strana avventura. Si alzò avanti l’alba e di nuovo si recò in tutta fretta al luogo misterioso. Quando giunse sulla cima del colle, la luce del giorno si spandeva sopra la terra. Il bufalo se ne era andato. Ma nel punto dove egli era stato c’era qualcosa come un piccolo cespuglio. Il giovane si avvicinò con un senso di curiosità e di delusione. Si accostò all’oggetto che in distanza pareva un cespuglio, e vide che era una pianta sconosciuta. Guardò per terra, e scorse le impronte del bufalo e le seguì nel loro girare da nord ad est, da est a sud, e da sud a ovest, mentre nel centro c’era una sola impronta di bufalo, dalla quale era spuntata quella strana pianta. Si mise ad esaminare il terreno vicino alla pianta per scoprire da dove il bufalo se ne fosse andato, ma non c’erano altre impronte fuor che quelle intorno alla pianta. Il cacciatore se ne tornò in fretta, e riferì la sua strana avventura ai capi e personaggi influenti della sua gente. Condotti da lui essi si recarono sul posto e, osservato il terreno, trovarono che egli aveva detto la verità. Videro le impronte del bufalo là dove si era girato, ma non trovarono alcuna traccia che indicasse per dove fosse venuto e per dove se ne fosse andato. Tutti furono persuasi che la pianta era stata data così misteriosamente al popolo da Wakonda, ma non sapevano come dovesse essere adoperata. Conoscevano altre piante commestibili, e sapevano il tempo della loro maturazione; e ritenendo che anche questa avrebbe a suo tempo maturato i suoi frutti, provvidero a custodirla e proteggerla con ogni cura aspettando l’epoca della maturazione.

La pianta germinò, ma dalla conoscenza che avevano di altre piante arguirono che il germoglio doveva essere il fiore e non il frutto. Mentre aspettavano che fruttificasse, spuntò dalle giunture un nuovo germoglio, e su quello si portò la loro attenzione. Esso si fece sempre più grande finché sulla cima vi spuntò come un ciuffo di capelli, che di verde pallido che era si fece, col tempo, bruno scuro, e dopo molto discutere il popolo si persuase che quel germoglio doveva essere il frutto della pianta giunto a maturazione.

Fino a quel momento nessuno aveva osato toccare la pianta. Tutti erano ansiosi di sapere come potesse esser adoperata e a che cosa potesse servire, ma nessuno ardiva toccarla. Mentre tutti erano riuniti lì dintorno, incerti sul modo di esaminarla, un giovane si fece avanti e disse: “Tutti voi sapete come fin dall’infanzia la mia vita è stata peggio che indegna, e che io son vissuto tra voi facendo più male che bene. Poiché nessuno mi rimpiangerebbe se mi toccasse qualche sciagura, lasciate che io sia il primo a toccare questa pianta e ad assaggiare il suo frutto, in modo che possiate conoscere le sue qualità, buone o cattive”. La gente acconsentì, e il giovane si fece avanti arditamente e posò la mano destra sopra i germogli della pianta abbassando la mano verso la radice in un gesto come se volesse benedirla. Poi afferrò il frutto e rivolto al popolo disse: “E’ solido, è maturo”. Poi scostò delicatamente i cartocci sulla cima e rivolto nuovamente al popolo disse: “Il frutto è rosso”. Prese alcuni grani, lì mostrò, ne mangiò e rimise a posto i cartocci. Egli non ne risentì alcun male, e tutti si convinsero che la pianta doveva servire come cibo. Venuto l’autunno, con l’imbrunire dell’erba della prateria anche lo stelo e le foglie della pianta si fecero scuri. I frutti furono raccolti e riposti accuratamente.

La primavera seguente si distribuirono i chicchi fra il popolo, quattro per ogni famiglia. Tutti si recarono sul luogo dove era avvenuta la strana apparizione, costruirono le loro capanne di corteccia lungo le rive dei due fiumi, e quando i colli cominciarono a tingersi in verde per lo spuntare dell’erba nuova, piantarono i chicchi della pianta facendo tanti piccoli monticelli come quello donde era spuntato il primo stelo. Con grande gioia di tutti i chicchi germogliarono e diventarono piante forti e robuste. Durante l’estate crebbero e si svilupparono, e il frutto maturò come la prima volta. I frutti furono còlti e mangiati e trovati buoni e di vario colore, essendo alcune spighe bianche, altre azzurre e altre gialle.

La stagione successiva il popolo raccolse una ricca messe. Nell’autunno gli Arikara mandarono ad invitare varie tribù, che venissero a passare l’inverno con loro. Vennero sei tribù, fra cui erano gli Omaha. Gli Arikara distribuirono generosamente i frutti della nuova pianta ai loro ospiti, e in questo modo ne fu trasmessa la conoscenza agli Omaha.

Mito degli Omaha, tribù indiana dell’America settentrionale appartenente alla famiglia linguistica Sioux.