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L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria. – 2

Un’arma in più contro i parassiti: la propoli

Allo scopo di difendere le gemme fiorali e gli apici vegetativi le piante producono la propoli, un miscuglio di sostanze ceroidi, gommose e resinose. Le api raccolgono questa sostanza da pioppi, betulle, ippocastani, abeti, pini, castagne, querce ecc., la elaborano mediante le loro secrezioni salivari trasportandola, quindi, all’alveare dove la utilizzano per turare fessure, smussare sporgenze, verniciare pareti, rinforzare favi. Fino a qualche tempo fa la medicina impiegava la propoli per le numerose proprietà che le si attribuivano: cicatrizzanti, antinfiammatorie, battericide, antivirali. Ora l’attenzione di alcuni studiosi si è rivolta alla possibilità di usarla in agricoltura come antiparassitario. Del resto trovandoci di fronte a prodotti vegetali emessi dalle stesse piante a loro protezione, risultava conseguenziale approfondire questi aspetti.

Studi condotti in tal senso hanno dimostrato che la propoli raccolta dalle api in primavera manifesta proprietà stimolanti sulla fioritura e lo sviluppo fogliare, mentre quella estiva pare possedere proprietà antiparassitarie e ne viene consigliato l’impiego in inverno, dopo la caduta delle foglie per contrastare gli attacchi dei microrganismi patogeni e dei parassiti sulle piante arboree.

Il suo utilizzo sulle colture orticole ha fornito risultati incoraggianti. I pomodori trattati con propoli hanno denotato una ridotta comparsa di peronospora e di marciume apicale; fagioli e fagiolini attaccati da pidocchi sono stati disinfestati con 2-3 irrorazioni, lo stesso effetto si è riscontrato su bietole, verze e cavolfiori.

Sulle patate si è ottenuto l’arresto della peronospora e della ruggine, con nessun attacco di dorifora. Da questi brevi cenni si intravedono i possibili vantaggi di un impiego più perfezionato e diffuso della propoli in agricoltura: un trattamento antiparassitario pressoché naturale che potrebbe eliminare i danni collaterali apportati dai pesticidi chimici.

L’utilizzazione della propoli può avvenire in diversi modi e combinazioni: il suo estratto in alcool etilico o acqua si diluisce ulteriormente in diverse percentuali di acqua e serve a irrorare gli ortaggi. Il suo estratto alcolico e acquoso può essere diluito in una soluzione di zolfo colloidale o aggiunto allo zolfo melassato (sulfar). La propoli, ancora, può venire finemente macinata e combinata con zolfo in polvere, oppure si può disciogliere in olio di oliva vergine e spennellarla sui vegetali colpiti da cocciniglie. Per tutte queste problematiche d’impiego bisogna consultare testi specifici.

Preparati a base di propoli utilizzati in agricoltura

Soluzione alcolica: la soluzione alcolica – o tintura – di propoli, si prepara utilizzando come liquido di macerazione alcol etilico denaturato a 95° (circa 150 gr di propoli ogni 850 cc di alcol. Si aggiungono quindi 1-2 gr di lecitina ogni litro di alcol, per facilitare la dispersione delle particelle di propoli.

La tintura di propoli può essere ottenuta anche a partire dalla soluzione acquosa ponendo a macerare il residuo ottenuto dalla filtrazione della soluzione acquosa in alcol. In ogni caso si lascia macerare il tutto per circa 20 giorni. Va filtrato prima dell’uso.

Soluzione idroalcolica: si prepara mescolando 75gr della soluzione con una pari quantità di tintura (o soluzione alcolica); il tutto va filtrato, se non già fatto in precedenza, e diluito in 100 litri d’acqua. I trattamenti vanno eseguiti nelle ore più fresche della giornata, preferibilmente verso il tramonto.

Propoli + sulfar: per potenziare l’efficacia della propoli, soprattutto contro le malattie crittogamiche, la soluzione idroalcolica può essere diluita, anziché in acqua, in una soluzione di zolfo colloidale, oppure si può addizionare alla soluzione idroalcolica dello zolfo melassato (sulfar) nelle seguenti dosi: 150 cc di soluzione idroalcolica e 250 gr di sulfar ogni 100 litri d’acqua.

Propoli + olio vegetale: presenta lo stesso impiego degli oli bianchi nel trattamento delle cocciniglie dell’olivo, degli agrumi e del pesco. La propoli finemente macinata si lascia a macerare nell’olio (20-25 gr di propoli in 100 cc di olio) dopo la necessaria decantazione, l’olio estratto viene addizionato alla soluzione alcolica di propoli (nella proporzione del 10-20%).

Propoli + cera d’api: è una pomata cicatrizzante utile per proteggere le grandi ferite di potatura dagli attacchi fungini e per la patologia del legno in genere (necrosi e carie del tronco). Si prepara sciogliendo a bagnomaria la cera d’api e aggiungendo l’olio e la propoli nelle seguenti quantità: cera d’api 45 gr + soluzione alcolica di propoli 30 cc + olio vegetale 25 cc.

Trattamento post-raccolta della frutta: la soluzione idroalcolica può essere utilizzata anche per i trattamenti post-raccolta della frutta, per evitare l’insorgere di marciumi e facilitare la conservazione di mele e agrumi. A questo proposito si utilizzano circa 200 cc di soluzione idroalcolica ogni 100 litri d’acqua, più 50 cc di bagnante (sapone di Marsiglia, caseina, latte, gelatina ecc…) ogni 100 litri d’acqua. Per l’utilizzo come disinfettante è sufficiente un bagno di appena trenta secondi.

Utilizzo delle propoli nella difesa degli ortaggi

Pianta                         Fitofagi e parassiti                            tipo di formulato

Carciofo Afidi                                        soluzione idroalcolica al 18-20%

Fagiolo e fagiolino  Afidi                        soluzione idroalcolica al 18-20%

ruggine soluzione idroalcolica+sulfar 250gr x 100lt acqua

Cavolo verza    Cavolaia                                              soluzione idroalcolica

cavolfiore             cavolaia soluzione idroalcolica

                                                          

Pomodoro            Afide verde                                        soluzione idroalcolica

                 Peronospora                                    soluzione idroalcolica + sulfar

L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria.

Al pari degli altri vegetali, anche gli ortaggi vanno soggetti ad attacchi di malattie e parassiti. Gli attacchi possono essere portati da agenti fungini, e allora parleremo di malattie crittogamiche – ad esempio peronospora, oidio, botrite ecc. – o da parassiti animali. Altri fattori che possono danneggiare in modo consistente le piante sono i batteri e i virus, artefici, quest’ultimi, delle pericolose virosi.

La difesa contro tutte queste calamità non è facile e si articola primariamente su una serie di cautele preventive che mirano a mantenere l’equilibrio dell’ecosistema, la cui alterazione è la causa principale del diffondersi dei parassiti. In particolare avremo cura di preservare siepi naturali e alberi che circondano il nostro orto per consentire un rifugio a tutti quegli animali (insetti, rettili, uccelli ecc.) che svolgono una positiva azione predatoria.

Sempre a questo scopo eviteremo l’impiego di trattamenti tossici per non danneggiare la fauna utile. La concimazione organica e minerale sostituirà quella chimica imputata di squilibri nutritivi che favoriscono l’insorgere di attacchi. Mediante l’uso di rotazioni e consociazioni si impedirà la sopravvivenza di alcuni parassiti specifici, mentre la scelta di varietà rustiche o virus esenti pongono un’ulteriore barriera ai pericoli delle infestazioni. Benché tutti questi accorgimenti possano limitare considerevolmente l’esposizione alle aggressioni, spesso la soglia d’intervento viene superata e allora si ricorre a preparati appositi.

In commercio esistono numerosi prodotti specifici che consigliamo di utilizzare con parsimonia, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni d’uso a causa della tossicità e, talvolta, della velenosità che possono presentare. L’uso di tali prodotti, inoltre, può risultare dannoso anche alla fauna predatrice utile, arrecando perciò seri danni all’ecosistema.

Da parte sua l’agricoltura biologica, oltre al rispetto delle norme preventive, suggerisce l’impiego di alcuni preparati a bassa tossicità o, addirittura, innocui. Sono questi, ad esempio, i preparati vegetali (infusi, decotti o macerati di ortica, tanaceto, equiseto); gli insetticidi vegetali (piretro, rotenone, nicotina, legno quassio, da usare limitatamente perché non specifici); i fungicidi (anticrittogamici) a base di rame e zolfo, i soli prodotti di natura chimica considerati in agricoltura biologica; la propoli; gli insetti, i batteri e gli acari predatori (ovvero organismi e animali utili in grado di aggredire e predare quelli dannosi).

Approfondiamo l’impiego della poltiglia bordolese e della propoli, un prodotto antico e uno moderno particolarmente interessanti nella lotta a crittogame e parassiti animali.

Poltiglia bordolese e peronospora

La poltiglia bordolese è composta da solfato di rame e idrossido di calcio disciolti in acqua. Essa viene spruzzata sui vegetali e vi aderisce tenacemente. Questo tradizionale anticrittogamico con il quale i nostri nonni hanno sporcato con un magico colore azzurrino i muri delle vecchie case di campagna introdotte dalla pergola, è tuttora un valido mezzo di difesa contro la peronospora. Questa malattia fungina attacca numerosi ortaggi, come pomodoro, aglio, bietola, cavolo, carota, cipolla, melone, anguria, peperone, pisello, spinacio, zucca e zucchino e, per svilupparsi, abbisogna di particolari condizioni di umidità e temperatura. Tali condizioni si realizzano nelle nostre regioni soprattutto in primavera e in estate, per cui dopo il verificarsi di una pioggia abbondante in queste stagioni, può essere opportuno trattare gli ortaggi con poltiglia bordolese.

La sua preparazione è piuttosto semplice, ma occorre usare l’accortezza di rispettare scrupolosamente le dosi per non causare alle piante bruciature che possono portarle anche alla morte. In linea di massima si utilizzano 1 kg di solfato di rame e 7-8 etti di idrossido di calcio disciolti in 100 litri di acqua. Dapprima si fa sciogliere il solfato di rame e quindi si aggiunge l’idrossido di calcio fatto previamente sciogliere in un po’ d’acqua. Sarà bene verificare mediante una cartina al tornasole la neutralità della poltiglia. Una poltiglia leggermente acida ha un effetto anticrittogamico più immediato, ma meno durevole nel tempo. Al contrario una poltiglia leggermente basica ha un effetto più lento, ma più duraturo nel tempo. Onde evitare, comunque, danni ai vegetali si consiglia di utilizzare poltiglia a reazione neutra, senza discostarsi dalle dosi precedentemente consigliate. Continua domani.

Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – un po’ di storia –

Plinio il Vecchio nel libro terzo della sua “Storia Naturale” iniziava a descrivere quasi duemila anni fa la straordinaria ricchezza delle terre dominate dal Vesuvio “Questa regione è così felice, così deliziosa, così fortunata che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura”. Un patrimonio che nascondeva una minaccia terribile, come avrebbe dimostrato da lì a poco la tragica fine dello stesso Plinio sul litorale di Pompei devastato dall’eruzione del 79 d.C.

Densamente popolato fin dall’Antichità, le fertili campagne ai piedi dell’inquieto vulcano vedono, ai primordi della storia, aspri scontri tra i coloni greci di Cuma e Palèpolis (poi diventata Neàpolis) e le tribù italiche degli Osci, a lungo padrone dell’odierno territorio napoletano. Nel V secolo sono gli Etruschi, che hanno allargato i loro territori verso sud fino a controllare buona parte della Campania interna, ad affacciarsi ai piedi del Vesuvio e a controllare i centri più importanti della zona.

Nel 474 a.C., in seguito alla vittoria nella battaglia navale di Cuma, i Greci tornano per quasi un secolo padroni del territorio vesuviano. Più tardi sono invece i Sanniti, bellicosi montanari scesi dall’Irpinia e dal Sannio verso la fertile pianura della Campania, a impadronirsi delle campagne e dei centri abitati ai piedi del Vesuvio.

Con i Sanniti Roma si scontra per la prima volta nel 343 a.C., e continuerà per due secoli e mezzo. Alle Forche Caudine, nel 321, le legioni dell’urbe subiscono una dura sconfitta. Nel 295 Sanniti e Galli vengono vinti a Sentino. Nonostante la sconfitta, i montanari del Sannio si ribellano nuovamente nel 280 all’arrivo di Pirro, e nel 218 quando Annibale sembra sul punto di  dare una lezione a Roma.

L’ultima rivolta arriva nel 90 a.C., quando molti popoli italici affrontano uniti le legioni dell’Urbe. Stretta a Corfinio, l’alleanza utilizza per la prima volta la parola Italia. Ma i rapporti di forza sono cambiati. Marsi, Picenti, Lucani, Irpini e Sanniti vengono via via sottomessi. Nell’89, le truppe di Silla si impadroniscono di Pompei e di Ercolano. Napoli, città di armatori e mercanti, si era già  schierata da tempo dalla parte dell’Urbe.

Nel fertile agro vesuviano, la Pax romana segna un periodo di prosperità e di sviluppo. Vino, carni e grano vengono esportati a Roma e nel resto dell’Impero, i proprietari delle ville agricole ai piedi della montagna accumulano ricchezze inaudite. Nel 59, però, le campagne di Pompei sono insanguinate da una rivolta di gladiatori e cittadini. Nel 63, un fortissimo terremoto, descritto nei dettagli da Seneca, danneggia Ercolano, Nocera e Napoli e preannuncia la violentissima eruzione del Vesuvio.

Il 24 agosto del 79, una delle più spaventose tragedie del mondo antico colpisce città e campagne ai piedi del Vesuvio. L’eruzione inizia con un’impressionante esplosione, che lancia a un’altezza compresa tra i 15 e i 17 chilometri una colonna (un fenomeno oggi definito “colonna pliniana”) di gas, ceneri, pomici e scorie, i cui materiali ricadono su Pompei, Ercolano e i centri vicini, che vengono quasi completamente sepolti.

Dopo qualche ora, a causa dello svuotamento della camera magmatica, il fenomeno perde d’intensità e sembra volersi esaurire. Alcuni abitanti tornano nelle città semisepolte, a loro si affiancano probabilmente numerosi sciacalli. Ma il loro è un tragico errore.

Ventiquattr’ore dopo la prima esplosione, un secondo parossismo del Vesuvio provoca l’emissione di nubi di gas incandescenti che scendono a velocità impressionante sui fianchi del vulcano, distruggendo ogni forma di vita lungo il percorso. I terremoti completano l’opera di distruzione. L’accumularsi dei materiali eruttivi seppellisce Ercolano, Oplonti e Pompei, e modifica nettamente l’andamento del litorale.

Plinio il Vecchio, diretto alla costa vesuviana con le sue navi, perde la vita nel tentativo di portare soccorso ai profughi. Plinio il Giovane, che osserva la tragedia dall’altra parte del golfo, scrive di “Una nube straordinaria per grandezza e aspetto” che si alza sopra alla montagna e che inghiotte progressivamente le campagne, la costa e le città. Continua.