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Giardinaggio – L’orto semine, tecniche e cure colturali

Cicoria e Radicchio (Cichorium intybus) – 2

Concimazioni e cure colturali: seguito

Per la cicoria di Bruxelles si può procedere in questo modo: dopo la raccolta si recidono le foglie a 2-3 cm sopra il colletto, quindi si pongono le piante al buio in luogo riscaldato dentro cassoni profondi 30-40 cm ammassandole verticalmente con i fittoni rivolti in basso. Si ricopre la cicoria con uno strato di terra di 20-25 cm che si terrà inumidito leggermente e si attenderà il tempo necessario affinché, sfruttando le sostanze di riserva accumulate nella radice, le piante avranno emesse le nuove foglie bianche, tenere e croccanti.

Nel caso dei radicchi, invece, dopo la raccolta si procede a ripulirli da foglie marce o coriacee quindi si raggruppano in mazzi di 30-40 individui e si pongono verticalmente in un luogo riparato dalla luce ricoprendoli con paglia, terra o film plastico nero e mantenendo il substrato inumidito in prossimità dell’apparato radicale delle piante senza, comunque bagnare le foglie per non provocare marcescenze.

Per imbianchire il radicchio si può intervenire con tunnel riparati di film plastico scuro, cassoni, cumuli di terreno da eseguirsi nell’orto o, più semplicemente, riparando le singole piantine con paglia, foglie o altro.

Raccolta:

muta secondo la varietà. La Cicoria rossa di Verona e di Treviso si raccolgono da novembre a tutto inverno, il variegato di Castelfranco, da novembre fino a febbraio, quello di Chioggia da ottobre a marzo. Le Cicorie da cespo sono raccolte per quasi tutto il ciclo dell’anno, mentre le Cicorie a grosse radici si estirpano da fine autunno fino a primavera.

Le Cicorie da taglio prevedono numerosi tagli d’asportazione, i quali vengono attuati tagliando la parte aerea della pianta poco sopra il colletto allorché le foglie sono tenere.

Infine le Cicorie da foglie e steli si possono raccogliere in primavera, in estate, oppure in autunno-inverno e sono in grado di fornire più produzioni nel corso dell’anno.

Avversità:

oltre che da lumache, talpe e topi, cicoria e radicchio vengono attaccati da parassiti animali e crittogame.

Tra i primi ricordiamo le larve di maggiolino, il grillotalpa, gli afidi, la nottua, i nematodi. Tra le seconde particolarmente pericolose sono la peronospora, la quale attacca dapprima le foglie cotiledonari che ingialliscono e poi disseccano, mentre in vicinanza della raccolta si manifesta sulle foglie esterne più prossime al terreno. L’infezione si evidenzia sulla pagina superiore della foglia con macchie giallognole o decolorate alle quali corrispondono nella pagina inferiore formazioni di muffa feltrosa biancastra.

La lotta preventiva conta su opportune rotazioni, l’eliminazione delle piante e parti infette, l’uso di varietà resistenti, impedimento dei ristagni. La lotta diretta si basa sull’impiego di ossicloruro di rame o di una soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar.

Il mal bianco delle Composite si riconosce con una certa facilità in quanto i suoi attacchi provocano sulla pagina superiore della foglia macchie biancastre polverulenti. Successivamente le parti colpite ingialliscono e disseccano. Gli interventi preventivi contemplano l’impiego di varietà resistenti, seminagioni non troppo fitte, aerazioni e utilizzazione di letame o composto perfettamente maturo. La lotta diretta prevede l’impiego di decotto di equiseto più silicato di sodio (0,5-1%) o, nei casi più gravi interventi con fungicidi a base di zolfo.

La sclerotinia della lattuga conosciuta comunemente anche col nome di marciume del colletto può attaccare la lattuga nei diversi momenti del suo ciclo, ma si manifesta particolarmente evidente in prossimità della raccolta con appassimento e morte delle foglie esterne. Le radici infette e il colletto appaiono ricoperti da una muffa biancastra cosparsa da piccoli sclerozi nerastri. Preventivamente si può intervenire con opportuni avvicendamenti, evitando che le foglie esterne vengano a contatto con il terreno, arieggiando tunnel e serre, impiegando varietà resistenti, distribuendo nelle buchette di trapianto o lungo i solchi polvere di litotamnio. La lotta diretta, oltre all’eliminazione delle parti e delle piante infette, può essere praticata con ossicloruro di rame allo.

La muffa grigia della lattuga può colpire le piantine già in semenzaio con strozzature sul fusto ricoperte da una muffa grigiastra. In seguito vengono attaccati colletto e foglie: sul primo si manifestano delle caratteristiche fruttificazioni grigiastre (conidi) e talora piccoli corpiccioli nerastri appiccicati ai tessuti (sclerozi); sulle foglie si propaga un marciume molle sul si insedierà una muffa grigiastra. La lotta preventiva s’appoggia su semine non troppo fitte e sull’astensione da irrigazioni troppo abbondanti e frequenti. Si deve pure evitare i trapianti in terreni particolarmente umidi e freddi, gli squilibri idrici, gli sbalzi termici e la presenza in serre e tunnel di un’umidità troppo elevata. La lotta diretta ricorre a interventi a base di ossicloruro di rame e calcio.

Il decotto di equiseto svolge una notevole azione rinforzante sui tessuti di molti vegetali. Esso va spruzzato sulla vegetazione alla sera o nelle prime ore del mattino.

Per la preparazione si utilizza tutta la pianta, senza le radici, nella quantità di 1 kg se fresca, 150 gr se secca, ogni 10 litri d’acqua. Si fa fermentare al sole per 24 ore, quindi si diluisce ulteriormente con dell’altra acqua aggiungendone dai 10 ai 50 litri ogni 10 litri di infuso.

Il Parco Regionale dei Monti Picentini – 1

ubicazione del parco

Superfice del Parco 64.000 ettari; quota da 0 a 1809 metri; Anno di istituzione 1995; Ente Parco è il gestore; Regione Campania; Province Avellino e Salerno; Comuni: Acerno, Bagnoli Irpino, Calabritto Calvanico, Campagna, Caposele, Castelvetere sul Calore, Castiglione dei Genovesi, Chiusano di San Domenico, Eboli, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Fisciano, Lioni, Montecorvino Rovella, Montella, Montemarano, Montoro Superiore, Nusco, Olevano sul Tusciano, Oliveto Citra, Salza Irpina, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte, Santa Lucia di Serino, Santo Stefano del Sole, Senerchia, Solofra, Serino, Sorbo Serpico, Volturara Irpina.

Dalla cima del Monte Taburno si può ammirare il profilo dell’alta catena dei Monti Picentini.

“Il Terminio è la prima giogaia del contrafforte campano, e ne è a un tempo la più vasta e frastagliata. Ciò che veramente gli dà figura e carattere è la forma conica dei suoi monti boscosi, che s’inseguono l’un l’altro in varie e molteplici concatenazioni.” Così, alla fine dell’Ottocento, descriveva i Monti Picentini Giustino Fortunato, l’uomo politico nato a Rionero in Vulture che fu uno degli ideatori dell’escursionismo sulle montagne del Sud.

Al confine tra le province di Avellino e Salerno, ma ancora a portata di mano da Napoli, la catena dei Picentini segna il punto – dopo l’intermezzo del Taburno, del Camposauro e del Partenio, che formano una catena importante di parchi naturali – in cui l’Appennino campano si alza di nuovo verso i duemila metri di quota, proponendo all’escursionista e al naturalista vette e sentieri paragonabili a quelli che si potrebbero incontrare in Abruzzo e in Calabria.

A rendere affascinanti questi alti monti sono le pareti di roccia del Terminio e l’area cresta dell’Accellica, le ovattate faggete del Polveracchio e del Cervialto, gli altipiani carsici del Laceno, di Verteglia, del Dragone e del Gaudo. E poi le sorgenti e le forre, le grotte utilizzate come luogo di culto, i ruderi di fortilizi e castelli medievali che sorvegliano ancora buona parte dei paesi del massiccio.

Popolati nell’antichità dai Piceni, uno dei popoli più ostili al potere di Roma, i Monti Picentini hanno subito seri affronti dal turismo basato sugli skilift, l’edilizia residenziale e le strade, ma conservano un eccezionale interesse per i naturalisti e gli escursionisti. Anche qui la wilderness non è più quella di cento o centoventi anni or sono.

Eppure, senza dubbio, i Picentini restano uno dei grandi spazi selvaggi dell’Appennino meridionale. Uno spazio tanto più prezioso perché sulla porta di casa per chi vive a Salerno, ad Avellino, nella pianura vesuviana e nella stessa Napoli.

La nascita del Parco Regionale e di alcune Oasi del WWF dimostra che la tutela dei Picentini è possibile. Continua.

Il Monte Terminio è ricco di scoscese pareti rocciose dove si aprono profonde spazzature.

Giardinaggio

L’orto semine, tecniche e cure colturali

Composite

Famiglia fondamentale per il nostro orto. Vanta rappresentanti illustri come: cicorie, radicchi, lattughe, cardi, carciofi. Spesso sono piante a rapida crescita, ottime per insalate verdi.

Cardo (Cynara cardunculus)

Varietà:

qui parleremo del Bolognese, assai rustico il Cardo gigante pieno inerme, il Cardo di Chieri.

Clima e terreno:

gradisce un clima temperato. Per quanto concerne il terreno, il cardo non dimostra particolari esigenze, anche se le sue preferenze sono per i terreni freschi, profondi, leggermente compatti, ben dotati di sostanza organica e irrigui.

Avvicendamento:

è consigliabile non ripetere la coltura sullo stesso appezzamento prima che siano trascorsi almeno tre anni. Il cardo è da ritenersi una coltura da rinnovo e come tale è indicato ad aprire una rotazione agraria.

Consociazione:

si può associare a diverse colture orticole, soprattutto all’inizio del suo ciclo: ravanelli, cipolle, lattughe, spinaci, carote.

Semina:

può essere effettuata in semenzaio riscaldato in febbraio-marzo, oppure direttamente in pieno campo in aprile-maggio a postarella ponendo 4-5 semi per ogni buchetta. La quantità di seme necessaria s’aggira attorno a 5-6 gr per 1 metro quadro di semenzaio. La profondità di semina e di 1-2 cm.

Il trapianto s’esegue allorché le piantine hanno emesse 6-8 foglie. Le distanze d’impianto saranno di circa 70-90 cm sulla fila e di 1 metro tra le file.

Per altre modalità di semina si confronti quanto scritto in proposito a riguardo del carciofo.

Al fine di ottenere un buon prodotto, comunque, si sconsiglia di ricorrere all’impiego di carducci o polloni. Le piante ottenute in questo modo, infatti, tendono a produrre capolini non commestibili, a svantaggio delle coste che rappresentano nel caso del cardo la parte edule. Esse, infatti, risulterebbero filacciose scadendo di qualità. Occorre inoltre ritardare le semine in quanto temperature basse stimolano l’andata a seme della pianta.

Concimazioni e cure colturali:

si distribuisce composto o letame maturo nelle dosi di 3-4 quintali per 100 metri quadri, interrandoli con una vangatura, qualche mese prima di principiare la coltura, ad una profondità di 30-40 cm circa.

Le cure colturali, oltre a irrigazioni (particolarmente importanti d’estate se l’andamento climatico è asciutto), scerbature, zappettature e diradamento (si lascia una piantina per ogni postarella), prevedono la tecnica dell’imbianchimento che mira a rendere croccante e tenera la lamina fogliare esaltando in questo modo la qualità del prodotto. A tal fine si può ricorrere a diversi sistemi: in ottobre-novembre si stringono le foglie con delle legature e quindi la pianta viene protetta con paglia, carta o altro materiale lasciando libero soltanto il ciuffo finale. Dopo 20-30 giorni di questo trattamento le lamine e le nervature delle foglie imbianchiranno e le piante andranno prontamente raccolte. Un’altra tecnica simile prevede la solita legatura delle foglie e una rincalzatura della pianta lasciando libero il solo ciuffo terminale. Anche in questo caso il tempo d’imbianchimento è uguale al precedente.

Nell’infossamento, infine, cavati i cardi si ammassano verticalmente in fosse larghe circa 1 metro e fonde 60-70 cm proteggendoli con terra e paglia fino al ciuffo terminale per 20-30 giorni.

Raccolta:

si effettua da settembre a febbraio.

Avversità:

sono le stesse su quanto pubblicato per il carciofo, si consulti al riguardo.

Annotazioni:

il termine inerme, frequentemente rinvenibile nella descrizione delle varietà, sta ad indicare cardi senza spine.

Le bellezze d’Italia

Le Isole Eolie – 3

Lipari

Lipari mt. 44 sul livello del mare oltre 10.000 abitanti, è l’unico centro urbano dell’arcipelago che abbia un vero e proprio assetto urbano, è una serena cittadina che si estende nella zona mediana della vasta baia delimitata a nord dal promontorio di M. Rosa, e dalla punta di S. Giuseppe a sud.

Alla struttura urbana fa da centina il Castello, zoccolo riolitico che è un’esemplare fortezza naturale. Per questa ragione la sua sommità pianeggiante fu sede del principale abitato nelle Eolie dal Neolitico alla fine dell’età del Bronzo. E’ consigliabile salire al Castello dall’ingresso antico, Piano della Civita, oggi piazza Mazzini, vasto terrazzamento a nord della rocca, alberato verso il mare, che domina dall’alto (26 metri), e al quale si accede dal porto per la salita Meligunis: vi sorgono la chiesa di Sant’Antonio, che custodisce all’interno due tele di Giovanni Tuccari, e l’ex convento Francescano, oggi sede del Municipio. Verso sud la piazza è chiusa dalle imponenti fortificazioni cinquecentesche, che su questo tratto conglobano un importante tratto delle precedenti fortificazioni duecentesche, con torri a difesa piombante e parte di una torre, unica traccia superstite della cinta greca (sec. IV-III a. C.), che presenta ancora 22 corsi di blocchi squadrati. Attraverso la porta-torre originaria e poi per un secondo passaggio coperto con volte ogivali rifatte, si raggiunge l’alto della rocca.

Della città che qui sorgeva restano solo le chiese, l’antico palazzo dei vescovi, adiacente alla Cattedrale e qualche casa intorno a esso ora annessa al Museo Archeologico Eoliano. Il rimanente è stato profondamente trasformato dagli edifici erettivi, fra le due ultime guerre, a servizio della colonia di confino politico, insediatavi nel 1926, edifici che oggi ospitano l’Ostello della Gioventù e il Museo Archeologico Eoliano. Il Castello, abbandonato dalla popolazione civile, fin da età borbonica fu sede di domicilio coatto di polizia.

La Cattedrale

Sul punto più elevato del Castello sorge la Cattedrale dedicata a San Bartolomeo. L’edificio attuale, che è stato ricostruito alla fine del secolo XV sul posto della precedente cattedrale normanna, e interamente rimaneggiato nei secoli successivi dopo la distruzione del 1544, si presenta in parte in forme ogivali e ha una facciata baroccheggiante del 1761, fiancheggiata da un campanile barocco. Della costruzione normanna restano solo, sul fianco meridionale della chiesa, avanzi dell’antica abbazia, in gran parte costruita con materiali provenienti dai diruti monumenti classici della città e in particolare dalle fortificazioni greche. Anche il chiostro risale al periodo normanno. Vasto interno barocco a pianta basilicale, a tre navate, con volte a crociera affrescate con Storie del Vecchio Testamento (sec. XVIII); agli altari laterali pale firmate da Antonino Mercurio, eseguite tra il 1779 e il 1780. Nel braccio sinistro del transetto, Madonna del Rosario, tavola del primo Seicento, e, sull’altare dedicato a San Bartolomeo, una statua d’argento del santo (1728).

Il settecentesco ex Palazzo Vescovile sorto sui resti del monastero benedettino, oggi è divenuto il primo padiglione del Museo.

Oltre la cattedrale, sul lato meridionale del Castello, è la chiesa della Madonna delle Grazie, con nobile facciata settecentesca, all’interno, affreschi di Alessio Cotroneo (1708). Oltre la chiesa, dagli spalti si ammira uno splendido panorama di Marina Corta e della città.

Giro dell’isola in auto

Si lascia Lipari da nord, e si percorre Marina Lunga, si volge quindi a sinistra e si giunge, km 5,3 a Canneto, allineato lungo una bella insenatura ai piedi di una colata di ossidiana della Forgia Vecchia. La strada prosegue lungo il litorale, attraverso Campo Bianco: il paesaggio delle cave di pomice è di abbacinante irrealtà, schierati lungo la costa si vedono i pontili e le attrezzature per l’imbarco della pomice. Attraverso due brevi tunnel si giunge a Ponticello, già centro dell’attività industriale legata all’estrazione della pomice, oggi dismessa. Superata punta Castagna si arriva, km 11,8, ad Acquacalda, un tempo polo isolano dell’estrazione e della lavorazione della pomice. La strada abbandona la costa e sale, km 17, a Quattropani, le case dell’abitato sono sparse per il pianoro: bella la vista sull’isola di Salina, in particolare dalla chiesa Vecchia, costruita sul finire del secolo XVII in un parsimonioso stile rurale, che si raggiunge con una breve deviazione (circa 1,5 km) prendendo a sinistra a cimitero di Quattropani.

La strada si inoltra lungo l’altopiano, coltivato a vigneto; si oltrepassa Varesana di Sopra e si è subito, km 22,5, a Piano Conte, il centro agricolo dell’isola. Appena fuori dall’abitato, sulla destra è una deviazione (2 km circa) per le Terme di San Calogero; lo stabilimento eretto nel 1867, dopo lungo abbandono adesso è in fase di restauro. Nei pressi dell’ingresso delle Terme, durante i lavori, sono stati portati alla luce una tholos e parte delle canalizzazioni che vi convogliavano le acque, i frammenti di ceramica ritrovati permettono di retrodatare al 3500 a. C. circa il primo uso di un edificio per scopi termali. Si torna sulla strada e dopo circa un km si è al belvedere di Quattrocchi: eccezionale la vista sulla frastagliata costa occidentale, sui faraglioni, su Vulcano e sulla costa siciliana. Si vedono bene in primo piano i crateri di M. Giardino che si raggiunge facilmente imboccando la rotabile (2 km) che si innesta sulla destra a circa 250 metri dal Belvedere, e di M. Guardia. A poco più di 1 km dal Belvedere, sulla sinistra, la settecentesca chiesa dell’Annunciazione dalla bizzarra scala di accesso imbutiforme con la svasatura rivolta all’edificio, proseguendo si ritorna a Lipari da ovest, km 50. Continua.

L’orto semine, tecniche e cure colturali

Composite

Famiglia fondamentale per il nostro orto. Vanta rappresentanti illustri come: cicorie, radicchi, lattughe, cardi, carciofi. Spesso sono piante a rapida crescita, ottime per insalate verdi.

Carciofo (Cynara scolymus)

Varietà: tra le più note ricordiamo il Violetto di Chioggia, il Carciofo di Jesi, il Romanesco, lo Spinoso di Liguria, il Carciofo di Empoli, il Bianco tarantino e il Verde spinoso di Palermo.

Clima e terreno: il clima ideale è quello mite e asciutto, benché possa adattarsi anche a climi relativamente freddi. Assai sensibile agli sbalzi di temperatura e alle brinate. Preferisce i terreni di medio impasto, argillosi, dotati di silice o calcare con pH leggermente acido. La pianta è particolarmente insofferente ai ristagni d’acqua che possono causare marciumi.

Avvicendamento: premesso che il carciofo può anche essere vantaggiosamente mantenuto sullo stesso terreno per 3-4 anni, esso deve ritenersi una coltura da rinnovo. La coltura a ciclo annuale può precedere o seguire qualsiasi ortaggio.

Consociazione: buona quella con lattuga, piselli, endivia, ravanelli, porri, cipolla, fagiolini nani.

Semina: è piuttosto complessa. Possono essere utilizzati allo scopo i frutti – impropriamente detti semi – i polloni o carducci, i quali sono dei germogli che crescono alla base della pianta, oppure gli ovoli, ovvero porzioni di rizoma provvisti di gemme che daranno origine a polloni.

Nel primo caso la semina può avvenire in semenzaio o vasetti al coperto a fine inverno o in semenzaio non protetto a primavera affermata, oppure direttamente a dimora nell’orto in maggio.

Nei vasetti vanno posti 3-4 semi. Al loro germogliamento si manterrà una sola piantina, la più robusta. In semenzaio il seme viene distribuito a spaglio o a file. La profondità di semina sarà di 1,5 cm. La distanza nella semina diretta e nei trapianti s’aggira attorno ai 90 cm sulla fila e 100-110 cm tra le file.

Nel caso utilizzassimo carducci o polloni provvederemo a separarli dalla pianta madre solo qualche giorno prima dell’impianto. A tal fine si metterà a nudo il rizoma di piante con qualche anno di età e si sceglieranno i carducci migliori allorché emettono la quarta foglia, separandoli con una piccola porzione del genitore.

Gli ovoli, infine, si staccano dalla pianta madre in estate. Si fanno germogliare tenendoli ammassati ed inumiditi per un paio di giorni e quindi si piantano nell’orto.

Per quanto concerne l’epoca di semina i carducci si mettono a dimora all’inizio della primavera o all’inizio dell’autunno, mentre gli ovoli in estate in solchi o buche profonde una ventina di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: pianta esigente di fertilizzazioni il carciofo viene concimato distribuendo letame o composto maturo nelle dosi indicative di 6 quintali per 100 metri quadri, interrandoli con una vangatura qualche mese prima di principiare la coltura ad una profondità di 30-40 cm. Parte della sostanza organica può essere disposta nei solchi dove si piantano carducci e ovoli mescolandola con del terriccio. Importanti sono pure le concimazioni fosfo-potassiche che spargeremo poco prima dell’impianto della carciofaia utilizzando concimi di questo tipo.

Le cure colturali consistono in irrigazioni da distribuire regolarmente lungo tutto il ciclo colturale e, in particolar modo d’estate e immediatamente dopo l’impianto; scerbature e zappettature per combattere le malerbe ed arieggiare il terreno; sostituzione delle piantine morte; spollonatura dei germogli nati in prossimità del colletto; rincalzatura da effettuarsi in autunno prima dei freddi; soppressione delle foglie danneggiate o malate; apporto di composto o letame maturo all’inizio dell’inverno.

Raccolta: a scalare, man mano che i capolini fiorali pervengono alla pezzatura mercantile. Questi si asportano unitamente ad una ventina di centimetri di gambo fogliato. La carciofaia produce pure carducci, gobbi, fondi o girelli che vengono diversamente raccolti ed utilizzati.

Avversità: tra i parassiti animali oltre a lumache, limacce, topi, ricordiamo gli afidi, il maggiolino, il grillotalpa, la nottua del carciofo, le cui larve attraverso gallerie scavate dentro le nervature delle foglie, giungono all’interno del fusto e da qui pervengono alla base dei capolini fiorali.

Oltre alla distruzione delle piante infestate, la lotta prevede trattamenti a base di piretro e rotenone.

La vanessa del carciofo è una piccola farfalla le cui larve rosicchiano all’inizio la pagina inferiore della foglia e successivamente tutto il lembo fogliare, escluse le nervature.

Altri attacchi sono portati da larve di lepidotteri, le quali s’accaniscono contro brattee e foglie. Tra le malattie crittogamiche, oltre alla peronospora delle composite, il disseccamento fogliare e il marciume radicale del colletto o sclerotinia, citiamo il mal bianco del cardo e carciofo. Questa malattia, alquanto diffusa, si manifesta sulle foglie sotto forma di aree ingiallite di diversa estensione, in corrispondenza delle quali appare una muffetta farinosa biancastra. Successivamente le parti interessate disseccano e si lacerano. Sovente il lembo fogliare si ripiega verso l’alto.

Annotazioni: allorché si procede alla raccolta dei carciofi, oltre tener conto della pezzatura del capolino, non bisogna attendere che i capolini assumano una colorazione rossastra e le brattee inizino ad aprirsi, in quanto risulterebbero troppo coriacei.

L’orto: semine, tecniche e cure culturali.

Spinacio (Spinacia oleracea)

Varietà: sono diverse le varietà di spinacio esistenti. Tra queste ricordiamo: il Viking medio precoce, il Virofly molto precoce, il Grandstand Ibrido F.1 medio tardivo, il Gaudry foglia di lattuga medio precoce, il Gigante d’inverno precoce, il Riccio di Castelnuovo precoce, il Riccio d’Asti lento a montare, Bloomsdale longstanding medio precoce, l’America.

Clima e terreno: gradisce un clima temperato, piuttosto fresco. Può sopportare freddi moderati, ma non tollera sia la siccità che gli eccessi di umidità. Inadatti i climi caldi.

Il terreno migliore è quello di medio impasto, ben dotato di sostanza organica, privo di ristagni d’acqua, con un pH tendente alla neutralità.

Avvicendamento: si sconsiglia di ripetere la coltivazione sullo stesso appezzamento di terreno prima che siano trascorsi almeno tre anni. Coltura intercalare, anche se talvolta viene posta all’inizio di una rotazione.

Consociazioni: per la velocità del suo sviluppo bene s’associa a ortaggi con crescita più lenta, come piselli e fagioli.

Semina: a spaglio o a file nell’orto da febbraio ad aprile per raccogliere a fine primavera-estate; oppure da agosto a settembre per le raccolte autunno-invernali. Nel caso di semina a file si terrà una distanza di 4-8 cm sulla fila e di 30 cm tra le file. La profondità di semina è di un paio di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: lo spinacio sfrutta bene la fertilità residua, per cui la concimazione letamica converrebbe distribuirla alla coltura che lo precede. In caso di fertilizzazione diretta concimeremo con 2/3 quintali di letame o composto perfettamente maturo per 100 mq di terreno, sparsi alcuni mesi prima della semina e interrati a una profondità di 30-35 cm mediante una vangatura. Si evitino eccessivi apporti di azoto in quanto la pianta tende ad accumularlo sotto forma di nitrati nelle foglie.

Le cure colturali consistono in irrigazioni (da effettuarsi dopo la semina per favorire la nascita delle piantine e durante il corso del ciclo quando l’andamento climatico lo richiede), scerbature e zappettature, pacciamatura (la quale si può applicare nelle colture estive mediante la distribuzione di un sottile strato di paglia allo scopo di mantenere l’umidità nel terreno e favorire l’emergenza delle plantule) diradamento, protezioni.

L’irrigazione è particolarmente importante per lo spinacio, soprattutto nei periodo caldi e siccitosi.

Anche la pacciamatura dello spinacio è molto importante per le colture estive, in quanto limita la perdita di acqua per evaporazione.

Raccolta: avviene a scalare recidendo per ogni pianta le foglie meglio sviluppate con più asportazioni lungo il ciclo e mantenendo integro il corpo centrale. Oppure si può tagliare l’intera pianta alla radice, qualche centimetro sotto il colletto, quando le foglie hanno raggiunto uno sviluppo vegetativo sufficiente.

Gli spinaci possono essere lessati, scolati, appallottolati (spremendoli leggermente per far uscire il liquido di cottura) e quindi conservati per qualche tempo in congelatore in appositi sacchetti.

Avversità: si confronti in proposito quanto scritto per la bietola da radice. Qui ricordiamo tra le crittogame la peronospora dello spinacio che si manifesta sulle foglie con vaste zone clorotiche le quali tendono a confluire. Le foglie attaccate mostrano sulla pagina superiore delle aree color ocra, in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore si sviluppa una muffa feltrosa grigia o violacea. Il fogliame infetto si presenta accartocciato e sovente dissecca. Se le piante vengono colpite nelle prime fasi vegetative, generalmente muoiono. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, distruzione delle piante infette, uso di seme di varietà resistenti e sano. Si deve evitare, inoltre, di utilizzare l’irrigazione per aspersione. La lotta diretta prevede trattamenti con anticrittogamici a base di rame.

Vanno considerati pure gli attacchi portati di virosi le quali causano ingiallimenti e caduta delle foglie. Le piante colpite vanno bruciate.

Annotazioni: le diverse varietà di spinaci si raggruppano attorno a tre tipi principali: estivi, invernali e perenni a grandi foglie. Questi ultimi assomigliano alla bietola da coste.

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 9

Come le altre nuove aree protette italiane, il Parco Nazionale del Vesuvio viene previsto dalla legge quadro sulle aree protette (la numero 394 del 6 dicembre 1991), ma diventa realtà solo tre anni e mezzo più tardi, con un Decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995.

Più piccolo tra i nuovi parchi italiani, il Vesuvio è subito uno dei più attivi. Si iniziano a sistemare i sentieri, viene quasi eliminato il bracconaggio, tonnellate di rifiuti vengono tolti dai luoghi più pittoreschi del vulcano.

Nel giugno del 1997, il Parco viene inserito nella rete delle Riserve della Biosfera messa a punto dall’Unesco nell’ambito del progetto MAB.

Nel Parco del Vesuvio, però, i problemi del territorio sono più difficili che altrove. Nel battersi contro le discariche illegali e l’abusivismo edilizio (117 casi vengono identificati nel primo anno di vita dell’area protetta), l’Ente Parco si trova ad affrontare la malavita organizzata che resta forte sull’intero territorio.

Oltre che del sostegno morale di ambientalisti e cittadini, il Parco del Vesuvio ha bisogno della collaborazione della Magistratura e delle forze dell’ordine. Grazie a questa, nei primi anni di vita dell’area protetta viene affrontato con buoni risultati il problema dell’abusivismo edilizio.

I boschi del Parco stanno riacquistando gradualmente la loro naturalezza. Tra i castagni si crea un habitat favorevole a molte specie di uccelli come colombacci, succiacapre e tortore.

Specie diffuse e rarità del Parco Nazionale del Vesuvio

La fauna

Beccaccia (Scolopax rusticola)

Uno degli uccelli più mimetici della fauna italiana, la beccaccia frequenta i boschi umidi, dove sonda il terreno in cerca di lombrichi e altre prede con il suo sensibilissimo becco. In Italia è migratrice.

Cardellino (Carduelis carduelis)

Colorato e vivace, il cardellino vola in folti gruppi alla ricerca dei semi di cardi e altre erbe di cui si nutre. Si distingue da tutti gli altri uccelli europei per il brillante rosso intorno al becco.

Quercino (Eliomys quercinus)

Piccolo roditore dalla mascherina nera e dalla lunga coda. Parente del ghiro e del moscardino, vive nei boschi dove si nutre di nocciole, bacche e altri semi, ma non disdegna piccoli uccelli, insetti e uova.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità.

Volpe (Vulpes vulpes)

E’ il più diffuso predatore italiano. Sfuggente ed elusivo, è anche estremamente adattabile. Riesce a vivere anche relativamente vicino alle strutture umane, e ne approfitta per catturare topi e altri piccoli mammiferi.

Corvo imperiale (Corvus corax)

Grande corvo completamente nero. Volatore ed acrobata eccezionale, vive dovunque, dalla cima delle montagne al mare. Grande opportunista, si nutre di qualsiasi cibo riesca a trovare.

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Congilo (Chalcides ocellatus)

Piccolo rettile simile a una lucertola, ma parente degli scinchi del Sud del mondo, abita le zone aride e quelle umide. Lungo fino a una trentina di centimetri, di cui la metà spetta alla coda. Molto veloce e agile, si nasconde appena viene avvicinato.

Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)

Il più piccolo lagomorfo italiano scava lunghe e complesse tane dotate di più uscite. E’ stato diffuso in gran parte dell’Italia per ragioni venatorie, ma spesso la caccia accanita lo ha distrutto.

Gheppio (Falco tinnunculus)

Il più diffuso dei piccoli falchi è un ottimo cacciatore. Rimane sollevato in aria controvento per avvistare le prede, lucertole, rettili e piccoli mammiferi, nella posizione dello “spirito santo”. Nidifica al riparo delle pareti di roccia.

Cervone (Elaphe quatuorlineata)

Uno dei più lunghi serpenti italiani, che può raggiungere i due metri. E’ molto agile, si arrampica e nuota bene, ma non è un buon corridore. Si nutre di piccoli uccelli, uova e lucertole, topi e altri piccoli mammiferi.

Polana (Buteo buteo)

Un rapace bruno ma dal piumaggio molto variabile diffuso in Italia e in Europa. Grande veleggiatore, si nutre di piccoli mammiferi e rettili. Nidifica ovunque riesca a trovare un luogo riparato.

Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major)

Il contrastante piumaggio bianco, nero e rosso lo fanno identificare facilmente. Tamburella frequentemente sugli alberi per cercare le prede (bruchi di farfalle, coleotteri e altri insetti) e per segnalare la sua presenza nel territorio.

La flora

Castagno (Castanea sativa)

Questa fagacea si presenta come un albero alto sino a 25 metri, con chioma rotondeggiante e tronco massiccio che, negli esemplari più vecchi, può raggiungere anche i 10 metri di circonferenza.

Biancospino Crataeugus monoogyna)

Arbusto o alberello non più alto di 3-4 metri, con foglie incise e lobate e rossi frutticini insipidi e farinosi, appetiti dagli uccelli.

Leccio (ilex aquifolium)

Specie termofila tipica della macchia mediterranea, si trova di solito sui suoli poveri e non troppo ricchi di argilla. Esemplari secolari sono presenti nel parco della Villa reale di Portici.

Ginestra dell’Etna (Genista aetnensis)

E’ un elegante alberello alto 5-6 metri, con rami verdi giunchiformi. Negli anni Cinquanta si tentò, con scarso successo, di introdurlo a scopo forestale sulle pendici del Vesuvio.

Pteris vittata

Questa felce, tipica dell’Italia meridionale viva bene nel microclima umido e caldo. Le sue fronde sono generalmente pennate e munite di peli.

Pino domestico (Pinus pinea)

Impiantato a partire dal 1912 sulle lave del versante meridionale del vulcano caratterizza il paesaggio vesuviano, tra i 300 e i 900 metri di quota.

Elicriso (Helicrysum rupestre)

Chiamato anche perpetuino, questo elicriso ha portamento lussureggiante e capolini sottili privi di profumo.

Robinia (Robinia pseudoacacia)

Introdotta nei rimboschimenti del primo Novecento, questa fabacea forma in alcune zone una fittissima boscaglia.

Roverella (Quercus pubescens)

E’ una quercia decidua tipica della fascia submediterranea: indifferente al tipo di substrato, cresce di preferenza in posizioni bene esposte.

Stereocaulon vesuvianum

Questo lichene si osserva sulle lave del 1944, traversate dalla strada che sale da Ercolano alla base del cratere.

Valeriana rossa (Quercus pubescens)

Cresce sui muri, nelle crepe e nei detriti rocciosi questa valerianacea dalle foglie e dal fusto verdi-azzurri che produce fiori rosa-rossi riuniti in corimbi.

Betulla (Betula pendula)

Questa specie pioniera e consolidatrice del terreno, si può osservare nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sui Cognoli di Sant’Anastasia sulla cresta sommitale del Monte Somma. Continua – 9.

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Sua maestà, il Fungo. A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

I funghi, come gli animali, non sanno costruirsi le sostanze nutrienti, e non hanno bisogno di luce per vivere.

Come i vegetali non hanno mezzi di locomozione e si riproducono affidando le proprie spore al vento o ad animali.

I funghi sono ovunque, ci circondano, ci nutrono, ci dissetano, ci colonizzano, ci curano… Consentono la lievitazione del pane, la fermentazione di alcuni alcolici, la preparazione di formaggi, e ci deliziano con il loro profumo e sapore inconfondibili.

Grazie a essi abbiamo ottenuto i primi antibiotici, ma sono anche stati causa di intossicazioni, e portatori di malattie, sia per l’uomo sia per molte colture vegetali. D’altra parte, provvedono alla salute dei boschi fornendo nutrimento a piante e animali: ci sono anche colonie di formiche che se ne cibano coltivandoli in enormi camere sotterranee. Ma non sono tutti piccolissimi: anzi, è un fungo l’organismo più grande della Terra.

I lieviti e le muffe, riuniti nel gruppo dei micromiceti, sono però ben più numerosi dei funghi classici, i macromiceti, e molte specie microscopiche non sono ancora conosciute e classificate. I macromiceti, cioè i funghi che suscitano l’interesse del raccoglitore, a oggi contano circa 12 mila specie classificate. Che non ci affascinano solo perché sono buoni da mangiare, ma anche per la loro componente di mistero: compaiono nel bosco qui e là, come d’incanto, crescono con rapidità inconsueta e scompaiono altrettanto in fretta.

Già nella Bibbia si trovano riferimenti al rapporto tra l’uomo e i funghi: a sette anni di abbondanza si alternavano sette anni di carestia, punizione divina per l’infedeltà degli uomini. La dea Robigo, la ruggine responsabile della carestia, era venerata per scongiurare nuove carestie. Il vero colpevole? Un microscopico fungo parassita dei cereali, Puccinia graminis, la ruggine nera del grano, è ancora oggi uno dei più temuti flagelli delle nostre messi. I chicchi dei cereali colpiti appaiono rinsecchiti poiché il fungo utilizza il nutrimento che dovrebbe essere accumulato nel seme.

I funghi, inoltre, hanno sempre ispirato timore per le loro potenzialità venefiche. Pasti finiti in tragedia sono documentati fin dal 54 d.C.: in quell’anno Agrippina avvelenò il marito Claudio, pare con la Amanita phalloides, così da far salire al trono il figlio Nerone.

Nel 1722 le mire espansionistiche dello zar di Russia Pietro il Grande furono fermate da Claviceps purpurea, fungo parassita che cresce nella spiga della segale. La farina infetta che si ottiene ha proprietà fortemente tossiche: con questa i soldati russi fecero il pane di cui si cibarono, e con cui si avvelenarono; nel fungo sono contenuti circa dodici alcaloidi, tra cui l’ergotina, che dà l’ergotismo, comunemente chiamato fuoco sacro: i sintomi sono cancrena agli arti e dolori atroci.

In compenso, moltissime vite umane sono state salvate dai funghi. Dalla muffa Penicillium notatum deriva infatti la penicillina, il primo antibiotico usato nella pratica medica. Un’altra sostanza prodigiosa ha consentito di minimizzare i rigetti nei trapianti d’organo: è la ciclosporina, isolata da Tolypocladium inflatum, un fungo scoperto per caso in un pugno di terra in Norvegia, nel 1970, e dotato di notevoli proprietà immunosoppressive: senza di essa i trapianti non sarebbero possibili perché il nuovo organo sarebbe riconosciuto come estraneo e rigettato.

Un altro penicillio, Penicillium glaucum, ha contribuito ad arricchire le nostre tavole con un formaggio unico: il gorgonzola. La screziatura verde nella pasta, cui si deve il caratteristico sapore, sono infatti microscopici funghi. Nella lavorazione, al latte sono aggiunte spore di penicillii: dopo 4 settimane di maturazione, la forma viene bucata con grossi aghi metallici, l’aria entra nella pasta e induce la crescita della muffa.

Non è finita. Il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, un fungo unicellulare, è responsabile della fermentazione che permette la lievitazione della pasta del pane e dei dolci. Anche quella del vino avviene ad opera dei lieviti: sono milioni, e compaiono già sulle uve mature, trasformando gli zuccheri in alcool etilico. I lieviti della birra provvedono anche alla fermentazione alcoolica del malto d’orzo addizionato col luppolo.

Meno benevoli sono i micromiceti che parassitano l’uomo e gli animali, dando origine ad infezioni dette micosi, superficiali se colpiscono la pelle, o profonde se raggiungono gli organi interni. I funghi penetrano nella pelle, e le spore infettive sono in grado di sopravvivere anche per due anni prima di svilupparsi, in corrispondenza di alte temperature, umidità e abbassamento delle difese immunitarie dell’ospite. Tra i più diffusi un lievito, la Candida, che infetta cute e mucose. Un altro tipo di funghi parassiti sono i dermatofiti, che si nutrono di cheratina e attaccano perciò capelli, pelle, unghie, dando le tigne.

Continua.