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Note alla poesia del giorno

scarna: magra.

lasso: allentato.

nel cuor… corso: sebbene non più trattenuta dalle briglie vincesti la tentazione naturale di correre e proseguisti lentamente.

con dentro… vampe: con gli occhi ancora accecati dal bagliore dell’esplosione dei colpi di fucile.

altri non osa: gli altri, se sanno, non parlano per paura della vendetta.

Note alla poesia del giorno

Torre: una tenuta dei Torlonia in Romagna. I Pascoli vivevano lì perché il padre, Ruggero, ne era amministratore.

Sussurravano… Salto: lungo il ruscello (rio) che scorreva accanto alla tenuta i pioppi mossi dal vento sembravano sussurrare.

normanni: è una razza particolarmente resistente alla fatica e di taglia robusta.

poste: i box nei quali sono alloggiati i cavalli.

frangean: spezzavano.

con rumor di croste: con lo stesso rumore che si fa quando si mastica la crosta del pane.

la cavalla era: la cavalla stava.

salsa: salata (perché bagnata dal mare).

froge: narici.

urli: il rumoreggiare del mare in tempesta.

con su… da essa: col gomito appoggiato alla mangiatoia (greppia) vicino a lei (da essa) stava mia madre.

storna: col mantello di colore nerastro macchiettato di bianco.

colui che non ritorna: il marito Ruggero Pascoli che fu ucciso il 10 agosto 1867 mentre con il calesse tirato dalla cavalla ritornava dal mercato di Cesena. Gli assassini restarono ignoti, ma forse la famiglia nutriva qualche sospetto.

Il suo detto: i suoi ordini, le sue parole.

Tu che… l’uragano: tu che ancora ti ricordi di quando vivevi libera sulla spiaggia e le onde del mare ti bagnavano i fianchi.

tu dài… mano: impara ad ubbidire, a seguire il più grande dei miei figli quando ti guida con le sue mani di bambino.

Note alla poesia del giorno

mezzo grigio e mezzo nero: il campo è solo in parte arato, pertanto una parte, quella ancora da arare, è grigia, l’altra, con le zolle rivoltate dall’aratro, è nera. E’ un immagine che dà malinconia e tristezza, così come, nel verso seguente, l’aratro abbandonato in mezzo al campo.

tra il vapor leggiero: nella leggera nebbia del mattino.

gora: canale dove le lavandaie si recano a lavare i panni.

sciabordare: il rumore dei panni agitati nell’acqua.

lavandare: lavandaie.

con tonfi … cantilene: la cantilena delle donne sembra ritmata dai tonfi, dal rumore della biancheria battuta sulla pietra. I canti dei lavoratori, in genere, servono proprio a scandire il ritmo di lavoro.

nevica la frasca: dalle foglie degli alberi cade la neve che vi si è accumulata. E’ l’inizio della cantilena delle lavandaie.

tu: la cantilena riporta il lamento di una donna che ama un uomo lontano, forse emigrato. Il dramma dell’emigrazione è spesso presente nella poesia pascoliana.

come l’aratro… maggese: l’ultimo verso si ricollega alla terzina iniziale e ne riprende il tono malinconico, di dolorosa solitudine. Il maggese è il campo che si lascia incolto per un certo periodo di tempo, in genere una stagione, perché sia di nuovo fertile, cioè perché si riproducano nella terra quelle sostanze indispensabili di cui alcune culture (per esempio il grano) la impoveriscono.

Note alla poesia del giorno

E gli sportelli… pioggia: tutti i rumori della stazione hanno un suono fastidioso, monotono e lugubre: gli sportelli chiusi violentemente, il fischio del capostazione (l’ultimo appello), lo scrosciare della pioggia sui vetri della tettoia della stazione.

Già il mostro… lo spazio: la locomotiva che si mette in moto è come un mostro dall’anima metallica.

empio: crudele, senza pietà.

traino: i vagoni agganciati l’uno dopo l’altro.

Fremea la vita… gentile: ben diverse le circostanze e lo stato d’animo in un momento d’amore del poeta per Lidia. La descrizione della persona gentile dai capelli castani e dalla tenera guancia baciata dal sole di giugno, dei sogni del poeta che l’abbracciavano più belli del sole, dell’estate fremente e della fremente vita nel divino momento dell’amore, rende ancor più doloroso il contrasto con il luogo e con la situazione presente in cui, come dirà più avanti, per tutto nel mondo è novembre.

caligine: nel senso originale latino di nebbia folta.

Note alla poesia del giorno

Oh quei fanali… fango: Il poeta accompagnava alla stazione di Bologna la donna amata che venuta a salutarlo, ora si allontanava da lui per raggiungere il marito, il colonnello Domenico Piva, trasferito a Civitavecchia col suo reggimento. Carolina Matilde De Cristoforis Piva, che nelle poesie a lei dedicate è chiamata da Carducci col nome classicheggiante di Lalage o di Lidia, fu il più grande amore del poeta, dal 1871 al 1878, influenzò la più felice stagione poetica carducciana, quella delle Rime nuove e delle Odi barbare. Questa poesia è caratterizzata da un sentimentalismo di stampo romantico che nel Carducci è raro. I primi versi ce ne danno subito la misura: i fanali del viale che conduce alla stazione, nella luce incerta dell’alba sembrano inseguirsi tristemente comunicando un senso di pigrizia (accidiosi) e di squallore con la loro luce biancastra che sembra illuminare i rami con stanchezza e noia (sbadigliando).

Flebile: lamentevole.

la vaporiera: la locomotiva a vapore.

n’è intorno: ci opprime con la sua tristezza.

Dove e a che… lontana: e queste persone, questi viaggiatori, avvolti nei propri mantelli, che si affrettano in silenzio verso i vagoni di colore scuro, dove vanno e a che scopo? verso quali misteriosi dolori o tormenti di lontane speranze?

Tu pur pensosa: anche tu come questa gente angosciata e ansiosa.

la tessera… guardia: porgi il biglietto ferroviario al controllore dell’ingresso (guardia) perché venga forato.

e al tempo… ricordi: all’amante disperato il secco taglio del biglietto dà l’impressione di uno strappo, una lacerazione. Il tempo incalza e si porterà via gli anni migliori della donna, le sue brevi gioie e gli stessi ricordi.

i vigili: i frenatori che con delle lunghe mazze colpiscono i freni e le ruote per controllare che tutto sia in regola.

i ferrei freni… lungo: il suono prodotto dai martelli sui freni per controllarli (tentati) risuona lugubremente in questa alba plumbea che fa da sfondo allo stato d’animo triste del poeta.

di fondo… pare: al lugubre rumore fa riscontro il senso doloroso della vita, l’angoscia esistenziale che si fa strada nel poeta come una trafittura dolorosa.

Note alla poesia del giorno

se ti fur cari… vetusta: se ti mossero a pietà gli occhi piangenti delle madri che con le braccia protese ti pregavano di allontanare la malaria, o dea, dal capo reclinato dei figli stroncati dalle febbri, se ti fu gradito l’altare antico (l’ara vetusta) innalzato in tuo onore sul Palatino altissimo (Palazio eccelso).

ancor lambiva… carme: ai tempi della Roma antica il Tevere scorreva ancora ai piedi del Palatino (evandrio colle, cioè il colle di Evandro, personaggio dell’Eneide di Virgilio), ed il romano che ritornava (reduce quirite), navigando a sera con la sua barca a vela (veleggiando), fra il Campidoglio e l’Aventino ammirava in alto, sul Palatino, la città quadrata, ancora illuminata (arrisa) dal sole, e intonava sottovoce (mormorava) un inno in versi saturni (il saturnio era un verso usato anticamente).

m’ascolta: esaudisci la mia preghiera.

Gli uomini… qui dorme: respingi da questo luogo, sacro per le memorie, i nuovi uomini della nuova Italia e le loro misere aspirazioni; il timore riverenziale che spira da queste superbe rovine è sacro: qui riposa la dea Roma. La grandezza del passato, nella visione del Carducci, non deve essere contaminata in alcun modo dalla miseria dell’Italietta post-risorgimentale.

Capena: una delle porte di Roma. Attraverso questa si andava a Capena, cittadina etrusca.

Nell’ultima strofa è resa plasticamente l’immagine personificata di Roma che dorme col corpo adagiato sul Palatino, le braccia distese sul Celio e sull’Aventino e gli òmeri robusti lungo la via Appia oltre porta Capena.

Note alla poesia del giorno

Celio… Aventino: colli di Roma.

Il vento… umido: un’atmosfera di tristezza aleggia sulla pianura intorno a Roma (pian tristo), dalla quale avanza (move) il vento foriero di pioggia (umido)

A le cineree.. al tempo: una turista inglese piuttosto anziana – ha infatti i capelli bianchi (cineree trecce) – alza il velo verde che ha dinanzi al viso e cerca nella guida (libro) notizie su queste rovine delle mura romane che hanno ancora un aspetto minaccioso e sembrano voler sfidare il cielo ed il passar del tempo, al quale resistono.

versansi: si riversano.

fluttuando: spostandosi su e giù quasi a ondate.

contro… enormi: contro i due muri più alti che sembra siano rimasti a sfida più ardua.

l’augure stormo: lo stormo degli uccelli che pare trasmettere misteriosi presagi. Gli antichi traevano gli auspici anche dal volo dei corvi.

a che tentate il cielo?: a che scopo continuate a sfidare il cielo?

Laterano: la basilica di San Giovanni in Laterano.

Ed un ciociaro… non guarda: ed un ciociaro (abitante della Ciociaria, una regione che prende il nome dalle particolari calzature dei suoi abitanti dette ciocie) passa indifferente fischiando, e nemmeno guarda la possanza e la grandiosità delle mura della Città Eterna.

Febbre… presente: Febbre, io qui ti invoco, nume ancora presente fra queste rovine. La dea Febbre era invocata dai Romani per tenere lontana la malaria e le erano stati dedicati tre templi, di cui uno sul Palatino.

Note alla poesia

Mirabile descrizione paesistica in cui l’aria tersa (gemmea) e il sole così chiaro inducono a ricercare con lo sguardo gli albicocchi in fiore, come se fosse primavera, mentre in cuore si sente l’odorino amaro del biancospino (prunalbo): quell’amaro che si avverte nel cuore è già presagio di tristezza funerea pur in mezzo ad uno spettacolo che dava un’illusione di serena bellezza.

Ecco il vero aspetto della natura: secche le piante e vuoto il cielo, privo, cioè, di quei colori che il sole sfolgorante in estate sa dargli, mentre il terreno, sotto il piede che lo batte, sembra cavo come una tomba.

Unico rumore in sì squallido spettacolo è il cader fragile delle foglie al soffiar del vento: ma anche questo rumore è triste, come di morte: siamo, appunto nell’estate, fredda, dei morti.

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.