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Città e paesi della Campania

Afragola – 2

Fino alla seconda metà del Cinquecento Afragola si presentava urbanisticamente articolata in tre nuclei, costruiti intorno ai maggiori edifici sacri: Santa Maria d’Ajello, San Giorgio e San Marco in Sylvis.

La parte più antica del centro abitato si sviluppa infatti intorno alla Parrocchiale di Santa Maria d’Ajello, inizialmente circondata da poche masserie. La storia della chiesa è legata alle origini di Afragola. La costruzione risale al Mille, ma la prima documentazione certa è del 1131 in cui si ricordavano alcuni benefici legati a Santa Maria d’Ajello e a San Giorgio. Probabilmente una famiglia D’Ajello era proprietaria del terreno su cui venne edificata, su una preesistente Cappella del Presepe. Nella chiesa primitiva i defunti venivano sepolti lungo la navata centrale in una sorta di fossa comune. Nel 1583, grazie ad un lascito di messer Bernardino Castaldo, furono compiuti grandi lavori di ristrutturazione sicché la chiesa ricevette un nuovo assetto, mantenutosi pressoché

Inalterato fino ad oggi, eccezion fatta per l’elegante facciata su doppio ordine, realizzata sul finire del Settecento. A due portali sormontati da timpani triangolari, si accede mediante un’ampia gradinata. Accanto, il campanile squadrato in tufo del XVII secolo è su quattro livelli con la cupoletta terminale in maioliche posta sopra una celletta ottagonale. L’interno è a tre navate senza transetto. La navata centrale si conclude con un maestoso arco che anticipa il presbiterio rettangolare, coperto da una cupola. Sull’altare maggiore, in marmi policromi, una pala raffigurante l’Assunta è di Giovanni Angelo Criscuolo, della seconda metà del Cinquecento. La balaustra marmorea è del XVIII secolo. A sinistra, nella cappella della Crocifissione vi è una tela di Angelo Mozzillo del 1787. Nella navata di destra vi sono le due antiche cappelle del Fonte battesimale e del Presepe.

Anche la Parrocchiale di San Giorgio ha origini antichissime ed era già citata in un documento del 1131. Nel 1380 venne ricostruita sulle tracce dell’antico edificio, ma un violento terremoto la distrusse nel 1688. Quindi fu ricostruita con il contributo delle famiglie afragolesi, con forme tipiche del Settecento.

L’edificio sacro è preceduto da una scalinata. Sul portale è in evidenza un affresco raffigurante San Giorgio, attribuito al Vacca. L’interno, a croce latina, è costituito da una navata centrale scandita da dieci pilastri e da due cappelloni laterali. Ai lati della navata si aprono otto cappelle. Dalla prima a destra si accede al campanile, mentre in quella posta di fronte, detta del Fonte battesimale, si trova un affresco raffigurante San Giovanni Battista, opera di Donato Vacca. In un’altra cappella, dedicata a San Gennaro, è visibile un affresco di Vincenzo Severino del 1928. Il Cristo Morto della cappella opposta è opera dello Stuflesser. Altri due medaglioni sono affrescati dal Sanseverino. Nella cappella dedicata a San Giuseppe, il santo è raffigurato in una tela iniziata dal Mozzillo e terminata da Giovanni Cimino. I cappelloni laterali hanno due altari neoclassici risalenti al 1817. L’altare maggiore, intarsiato di marmi policromi come la balaustra, è di gusto ancora barocco ed è opera del napoletano Giacomo Trinchese, che lo iniziò nel 1775.

Pregevoli sono anche i confessionali in noce di Gregorio Fontana, simili a quelli di San Domenico Maggiore a Napoli.

Una controversa notizia di Domenico De Stellopardis , fa risalire l’originaria costruzione della Parrocchiale di San Marco in Sylvis, detta anche San Marco della Selvetella e voluta da Guglielmo II il Buono, al 1179. La chiesa fu dedicata a San Marco come omaggio del sovrano alla Repubblica di Venezia. Al suo interno è posta una pietra quadrata, che – secondo una antica tradizione popolare – sarebbe stata il sedile di San Marco o quello su cui lo stesso San Gennaro si sarebbe seduto prima di essere condotto a Pozzuoli per il martirio. Ancora oggi la pietra è oggetto di pellegrinaggio e di venerazione da parte del popolo che vi appoggia sopra il corpo per ottenere protezione e grazie. Dell’impianto originario della chiesa resta ben poco: la torre campanaria e alcuni affreschi. Il campanile, con cuspide ottagonale, è slanciato e simile a quello di San Pietro a Majella a Napoli. L’interno della chiesa è stato trasformato nel corso del tempo. Fra le opere da ricordare va annoverata una grande icona, raffigurante l’Ascensione della Vergine.

Nel 1868 la chiesa subì una radicale trasformazione che ne stravolse la struttura originaria profondamente alterata dalla costruzione di una serie di archi e contrafforti, tuttora visibili. La posizione di San Marco in Sylvis in aperta campagna, a circa mezzo chilometro dal centro abitato, creava tuttavia non pochi disagi, specie nella stagione invernale, per cui si avvertì l’esigenza di costruire una nuova chiesa. Con un decreto della Curia del 1675 si stabilì di edificare la Chiesa di San Marco Nuovo all’Olmo, dedicata al Santissimo Sacramento. Inizialmente a una sola navata, l’edificio venne modificato nell’Ottocento con l’aggiunta di ampie cappelle sul lato sinistro. Sorse quindi, sul fianco destro della chiesa, l’Oratorio della Confraternita di Santa Croce, oggi unica corporazione attiva delle tante presenti un tempo in città. Continua.

Città e Paesi della Campania

Afragola – 1

Città in provincia di Napoli con una superficie di 17.99 kmq e un altitudine di 43 metri sul livello del mare con 64.817 abitanti.

Situato nella fertile campagna tra Napoli e Caserta, Afragola è il centro più popoloso della fascia industriale a nord del capoluogo campano. L’origine del toponimo è controversa ed è stata a lungo dibattuta. Il primo documento, scoperto da Bartolomeo Capasso, è del 1131 e riporta il toponimo Afraore. Nei decenni successivi la denominazione è stata via via Afragone, Afraone, Afraole, Afrangola e definitivamente Afragola nel 1272.

Un interpretazione attribuisce alla “a” di Afragola un valore privativo, cioè “senza produzione di fragole”, in contrapposizione ad altre tesi, che reputano la “a” derivativa, per significare “terra ricca di fragole”. E’ stato dato credito ora all’una, ora all’altra interpretazione e c’è anche chi ha trovato il modo di fonderle insieme in una terza suggestiva ipotesi. Così infatti, scrive nel 1897 il parroco Iazzetta nelle “Notizie storiche dell’antichissima chiesa di San Marco in Sylvis”: … i soldati vennero in questo luogo … e cominciarono a coltivare dicti territori et al principio ne piantarono fragole, ma poi perché lasciarono detto mestiero, se chiami Afragola, hoc est luogo detto a fragolis, o pure Afragola hoc est sine fragolis”.

Un’altra teoria farebbe derivare il nome dal latino Villa Fragorum, città delle fragole, come del resto testimonierebbe la presenza nello stemma cittadino di un ramoscello di fragole. L’ultima ipotesi in un senso cronologico è che il toponimo derivi da Afragore, dove il “fragore” era prodotto da un fiume oggi scomparso che formava all’epoca una cascata presso San Marco in Sylvis.

Studi e ritrovamenti archeologici dimostrano che il territorio era popolato e coltivato fin dal IV-III secolo a.C. L’area urbana era coperta all’epoca da numerosi pagi osco-sanniti, che avevano contatti commerciali con le vicine città della Magna Grecia.

La successiva dominazione romana è testimoniata invece da resti di ville e da alcune monete di età imperiale. Si ha notizia della scoperta in località Cantaro nel 1810 di ottanta tombe; in una di queste furono rinvenuti un elmo e due schinieri da gladiatore. Da alcune iscrizioni in onore di Augusto risulta che il villaggio si mostrò fedele a Roma.

Il primo documento su Afragola risale al 1131, mentre dai successivi (1143, 1144, 1162, 1164), emerge che il luogo era già organizzato in villaggio rurale ancora prima del 1140. E’ a questo anno che la storiografia tradizionale farebbe risalire la nascita di Afragola, quando cioè il territorio, detto delle fragole, fu donato da Ruggiero II d’Altavilla ad alcuni soldati a lui fedeli.

Dopo il XII secolo vi fu un forte incremento demografico, dovuto sia alla fertilità del suolo, sia al trasferimento degli abitanti dai vicini villaggi di Arco Pinto, Cantarello e San Salvatore.

Con gli angioini la storia di Afragola si lega alle vicende di Carlo I d’Angiò che la diede in vassallaggio all’arcivescovo di Napoli Bernardo Caracciolo, non potendo pagare la somma pattuita per l’investitura. Per disfarsi di questa sudditanza gli afragolesi offrirono circa duecento moggi di terreno. Nel 1381 Carlo III di Durazzo vendette la parte infeudata di Afragola ai Capece-Bozzuto. Nel 1571 un membro della famiglia, Paolo, chiese di accorpare alla proprietà anche quella parte di terreno che era invece demaniale.

A quel punto l’Universitas (l’antico nome con cui venivano chiamati i comuni in Italia meridionale) di Afragola insorse proponendo di acquistare sia il territorio feudale che quello demaniale per 27.000 ducati, in base allo jus praelationis istituito da Carlo V d’Asburgo. Ma il pericolo di subire nuavamente le angherie feudali no cessò: nel 1639, infatti, quando il viceré di Napoli, duca di Medina, propose di vendere le proprietà del Demanio regio, Afragola fu costretta a versare un ingente tributo in denaro: l’esborso forzato provocò un generale malcontento accresciutosi in seguito per via del repentino impoverimento economico, che determinò una rivolta scoppiata in concomitanza con quella sollevata a Napoli da Masaniello nel 1647.

Da un documento del 1696 risulta che Afragola era amministrata da un governatore vicereale. Nel 1737 fu stilato il cosiddetto Codice di Afragola: le nove norme di cui era costituito vennero incise su una lastra di marmo che fu murata, per volontà del Sindaco Domenico Antonio Castaldo Giangrande, nella sede municipale. Il codice attualmente si trova nell’atrio del nuovo Palazzo comunale. Agli inizi del XIX secolo, in seguito alla riforma delle leggi municipali varata durante il decennio francese e all’istituzione del Decurionato che si basava sul censo, i comuni regi persero l’autonomia democratica legata al suffragio universale. Con la Restaurazione borbonica questa forma istituzionale non fu modificata e soltanto dopo il 1884 si avvertì la necessità di dare un nuovo assetto amministrativo e giuridico ai comuni vicini a Napoli e tra questi anche ad Afragola.

Nei primi decenni del Novecento la popolazione aumentò vertiginosamente, tanto da determinare una densità demografica addirittura superiore a quella del vicino capoluogo. Infine, a partire dal secondo dopoguerra, si è avviato un notevole processo di urbanizzazione, tuttora molto forte. Continua

Città e Paesi della Campania

Acerra – 4

In via del Purgatorio, si affaccia la Chiesa del Suffragio, costruita nel XVI secolo, quindi rifatta e ingrandita nel 1743. Al suo interno, sul primo altare di destra, è custodito un quadro raffigurante l’Addolorata ai piedi della Croce con due angeli, opera forse di Luca Giordano. Nella nicchia sottostante è un mezzo busto intagliato in legno che rappresenta una donna piangente dai bei lineamenti. Il primo altare di sinistra, ottocentesco, è dedicato a San Giovanni Evangelista.

Sull’altare maggiore campeggia una tela con Sant’Anna, la Vergine e il Bambino tra le nuvole e in basso le anime tra le fiamme purificatrici, opera del XVII secolo; l’altare, lavorato in marmo con decorazione a foglie, teste di angeli e con altri ornamenti, è opera di Cosimo Fanzago.

Nelle nicchie laterali sono due pregevoli statue settecentesche che rappresentano San Giuseppe e Santa Lucia; gli altri quadri e tutti gli altari sono del XVIII secolo. A destra della sagrestia per mezzo di una scala si accede alla stanza della congrega sulla cui porta è inciso l’anno di costruzione, il 1707. Sull’altare della congrega è posta una tela con Cristo implorato dalla Vergine e da San Bonaventura in suffragio delle sottostanti anime del Purgatorio; vi sono altre quattro tele laterali con Storie della vita di Gesù.

Altri due quadri ai lati della finestra e tre dipinti della volta sono opera di Giovanni Cimmino del 1764. Angelo Mozzillo dipinse invece il parapetto con ornati e figure a guazzo che rappresentano virtù, angeli e santi; sono affrescate anche le lunette dell’altare.

Opere molto pregevoli del Seicento, forse della scuola di Giovanni Merliano, sono tre statue lignee di grandi dimensioni raffiguranti la Vergine e due angeli.

Il centro storico e i dintorni

Nella vasta piazza del Castello si trovano il monumento ai caduti dello scultore Ferrazzano e il busto marmoreo di Gaetano Caporale, storico e statista della seconda metà del XIX secolo.

Il Castello, una volta sede del Municipio, ospita il Museo del Folclore e delle Tradizioni Popolari. Da una porta situata sulla destra si può accedere al sottostante Teatro Romano. Il Castello è ancora circondato dal fossato, ma sono rimasti soltanto pochi elementi della costruzione originaria, come il grande torrione cilindrico.

Molto antica è la piccola Chiesa di San Pietro posta all’ingresso della città, nei pressi della porta per Napoli: anche di questa non è possibile determinare in modo preciso l’epoca di costruzione perché è stata più volte rifatta. La chiesa ha un altare ottocentesco con tela dedicata a San Pietro attribuita a Mattia Preti. Sull’altare a sinistra si osserva la Vergine del Carmine, dipinto attribuito alla scuola di Andrea Vaccaro; sull’altare a destra una tela ovale con Santa Elisabetta, della scuola di Fabrizio Santafede.

Poco distante dal centro urbano si trova la Casina Spinelli, oggi in completo degrado. Essa è costituita da un corpo centrale posto tra due terrazze: alle numerose stanze collocate in fila si accedeva per mezzo di una scala addossata alla base di un’antica torre a forma circolare.

Quest’ultima è chiamata Pagliara perché un tempo era sede di una industria di latticini di bufala. La Casina fu fatta edificare dal conte Ferdinando III di Cardenas in soli sei mesi per accogliervi degnamente Ferdinando IV di Borbone durante le sue batture di caccia nel bosco di Calabricito.

Interessante è la struttura abitativa tipica in passato della zona di Acerra: il tipo più diffuso di casa era caratterizzato dal tetto a due spioventi e aveva il suo fulcro nella corte dove erano collocati il pozzo, il lavatoio e il forno.

Una scala conduceva al piano superiore le cui stanze si aprivano su di un ballatoio di disimpegno. In alcune case lo spazio interno si presentava come un insieme di corti comunicanti con la strada per mezzo di portoni e ampi androni a volta. La struttura è da porsi in relazione con la coltivazione della canapa, in questi luoghi molto diffusa soprattutto nel passato: le arcate facilitavano infatti il passaggio dei carri che si occupavano del trasporto della fibra.

Primo incontro con Pulcinella, maschera millenaria

Secondo una tradizione seicentesca Acerra sarebbe la patria di Pulcinella perché città natale sia del sarto Paolo Cinella, presunto inventore della maschera, sia di Andrea Calcese detto Ciuccio, forse il primo esempio del “tipo Pulcinella”.

Non esistono documenti che diano certezza alla voce popolare, la quale invece ha persino individuato l’abitazione di Pulcinella, un’antica casa nel quartiere della Maddalena che purtroppo non ha resistito all’usura del tempo.

Il tipo di Pulcinella esisteva già nelle Atellanae, genere comico dell’età romana, mentre il nome dovrebbe derivare da pullicenus, pulcino, voce del latino tardo.

Questa maschera, al pari di Maccus, fu l’immagine del tipico contadino campano, la cui sapientia si condensava nel saper vivere alla meno peggio, nel saper servire contemporaneamente due o più padroni, nel saper dire sempre la sua con garbo, ma anche con fermezza a tutti e in ogni occasione. In Pulcinella si manifesta una filosofia di vita, una saggezza schietta e popolare, una ratio vivendi che ha caratterizzato i secoli passati e che talvolta è riscontrabile nei ceti sociali non ancora emancipati. La sua fortuna teatrale, iniziata con la Commedia dell’Arte, non ha conosciuto cali. Intere generazioni di attori hanno indossato l’ampio camicione bianco, la nasuta maschera nera e hanno dato vita a un personaggio che accompagna le parole con una mimica grottesca ma sapiente, buffa e malinconica insieme.

Acerra si ricorda di Pulcinella con una piazza a lui intitolata, una statua di marmo nel cortile del Castello, e una sezione del Museo del folclore.